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Fabbisogno energetico e ambiente PDF Stampa E-mail
Scritto da Angelo Tartaglia   
Lunedì 30 Agosto 2010 12:19

Pubblichiamo questa relazione tenuta a Motta di Campolcino (Sondrio) dal prof. Angelo Tartaglia, Ordinario di fisica al Politecnico di Torino e Segretario Commissione Europea "fisica e società", in occasione della  settimana di studio delle ACLI milanesi dal titolo UN SOGNO... UNA NUOVA SOCIETÀ' il giorno 22 agosto 1989.
La relazione è stata inviata dal circolo ACLI di Cernusco (MI) con la newsletter mensile dell'agosto 2010.


Fabbisogno energetico e ambiente

Angelo Tartaglia

Ordinario di fisica al Politecnico di Torino

Segretario Commissione Europea “fisica e società”

 Nel mio intervento farò riferimento ad un sistema di leggi, che non fissiamo noi, ma che sono date dall’esterno. Se da un lato è più facile e semplice, dall’altro è anche più duro, proprio perché le leggi economiche, che sono in alcuni casi estremamente pesanti, bene o male, possono essere modificate: non è facile cambiarle, presuppongono tempi lunghi, ma storicamente si cambiano.

Le leggi della fisica invece, disgraziatamente, non si possono cambiare, anche se vorremmo cambiarle, anche se, soprattutto, parlando di problemi di politica e di economia, le si è considerate come inessenziali e secondarie per moltissimo tempo.


Prima di arrivare specificatamente al problema dell’energia, vorrei fare un accenno all’insieme alla natura di quelle regole e leggi che governano il nostro essere, il nostro vivere, il nostro muoverci, il lavorare il consumare su questo pianeta.

Vorrei fare un accenno, in sostanza, a quel complesso di relazioni, che noi chiamiamo ECOSISTEMA. L’ecosistema è il mondo, ma è un sistema nel senso che è un’insieme di relazioni tra parti, che sono regolate da leggi che determinano il passaggio di qualche cosa da un punto ad un altro del sistema stesso. Questo qualche cosa può essere: l’energia, l’aria o l’acqua.

Questo complesso sistema contiene dei piccoli sistemi e sono inseriti in un sistema più grande, più complicato e con tante relazioni, che ha una parte vivente: questa parte vivente siamo noi, legati a tutto il resto del sistema vivente ma collegato, soprattutto esternamente al complesso della natura inanimata, all’aria, all’acqua, alla radiazione solare, alla conformazione del suolo.


Una delle caratteristiche di questo sistema, è di essere dinamico, di cambiare continuamente secondo dei processi, in generale, ciclici. Le cose tendono essenzialmente a tornare al punto di partenza.

L’esempio più semplice e più immediato è quello dell’acqua che tutti conosciamo: essa è in continuo movimento su questo pianeta, ma l’acqua è sempre la stessa. Scende per gravità dalle montagne verso i mari e si risolleva nell’atmosfera perché il sole la fa evaporare e cade sotto forma di precipitazioni. E’ un ciclo chiuso: non si aggiunge acqua, non si toglie acqua. E’ un ciclo che si mantiene perché c’è una fonte energetica che lo mantiene, questa fonte è esterna ed è sostanzialmente la radiazione solare.


Sono molti questi cicli che costituiscono il sistema: la cosa rilevante è la ciclicità: ogni cosa torna al punto di partenza, ma non esattamente al punto di partenza. Ma i tempi in cui si producono questi effetti sono lunghissimi, sono tempi biologici in una parte, geologici in un’altra parte e si misurano, come minimo, in centinaia di migliaia di anni. Questa è la struttura del sistema in cui noi siamo inseriti.

In questo sistema c’è un sottosistema che è quello che combina un sacco di guai e che siamo sostanzialmente noi, non come individui ma come società umana. Anche le società umane sono dei sistemi di relazioni: ciascuno di noi è legato a tutti gli altri da un’insieme di relazioni con le quali scambia qualche cosa.


Può essere uno scambio materiale (relazioni commerciali), di informazioni, di valori relativi, di percezioni, di condizioni sociali. E’ un sistema complesso di relazioni con delle caratteristiche che lo differenziano dall’altro: le regole sono interne, non sono date da fuori, ma sono costruite storicamente da noi stessi nell’insieme. Queste cambiano nel tempo e tutti noi abbiamo coltivato da sempre l’illusione della possibilità di creare le nuove regole interne, cosa che invece non è.

La società umana ha continuato a svilupparsi pensando di poter risolvere ogni problema, interpretando come problemi tutti gli ostacoli che eventualmente incontrava sul suo cammino e che la portava a costruire regole sempre più elaborate di rapporti tra gli uomini.

Per un po’ la cosa sembrava funzionare, oggi si comincia a vedere che, in realtà, si è arrivati, come dire, alle pareti solide, e non funziona più: le contraddizioni emergono. Si vede, in realtà, che le regole esterne non sono plasmabili, mentre le regole interne lo sono,  anche quando noi vorremmo adattarle a quelle esterne.

Questa, a grandi linee, è la situazione odierna dello sviluppo della società umana nei confronti dell’ambiente in cui siamo inseriti.


Una delle caratteristiche del nostro sistema, del sistema socio-economico in cui viviamo, in particolare del nostro occidentale industrializzato, quello degli ultimi secoli (gli ultimi quattro secoli in Europa), è particolarmente contraddittoria rispetto alle condizioni in cui il sistema si sta sviluppando.

Abbiamo una società che è essenzialmente modellata su quelli che sono i rapporti di produzione e di scambio e questi, che costituiscono l’economia, a loro volta, sono basati su un principio affermato come ovvio, che è il principio secondo il quale l’economia, cioè tutti noi, possiamo prosperare solo se la produzione complessiva di beni e servizi da scambiare cresce costantemente.

Noi abbiamo un’enorme ambiguità nell’usare il concetto di sviluppo, perché esso viene usato di solito come sinonimo di crescita, mentre non lo è, nè etimologicamente, nè seguendo il vocabolario, nè soprattutto può esserlo fisicamente.


La nostra concezione di sviluppo, anche quando non vorremmo, coincide al 90% con l’idea di crescita. L’economia è sana, cioè la gente sta bene se l’economia è in crescita e lo è in senso letterale. Se noi produciamo cento automobili quest’anno, l’economia è sana se l’anno prossimo ne produciamo centocinque. Se ne produciamo di nuovo cento, l’economia ristagna. Già detta così, in modo un po’ semplicistico, la cosa suona come assurda, ma lo è molto di più quando la si considera in termini fisici e si arriva così al consumo di energia.

Noi abbiamo un sistema che, in teoria e, purtroppo anche in pratica, funziona soltanto se cresce. Vediamolo con un esempio.

Immaginiamo di identificare il mondo e l’ecosistema con questa stanza, con tutte le aperture sigillate. Con le finestre dalle quali entra la luce solare del giorno, mentre di notte è buio; possiamo aggiungere anche i termosifoni che dovrebbero funzionare con un loro ciclo, che è però regolato dall’esterno, non da noi. Non entra aria nè acqua: non entra e non esce nulla. In un sistema come questo, è evidentemente visibile per tutti che non è possibile far crescere qualcosa all’infinito, perché vi sono dei muri, un soffitto e un pavimento e, se qualcosa cresce, dato che lo spazio è sempre quello, qualcosa deve diminuire. Non solo, se ricordiamo il discorso precedente, l’ecosistema è un insieme di circuiti chiusi tendenzialmente e vediamo che sopravvivere qui dentro comporterebbe una pluralità di presenze.


Se questa stanza è completamente sigillata, noi qui moriremmo abbastanza presto, perché respirando trasformiamo l’ossigeno in anidride carbonica che non è respirabile. Per sopravvivere in questa stanza, dovrebbe esserci qualcosa che fa il percorso inverso, che chiude il ciclo, che rescinde l’anidride carbonica liberando l’ossigeno.

Fuori dalla stanza, nella stanza più grande, questo meccanismo c’è. La fotosintesi delle piante è esattamente il meccanismo inverso, allora, per sopravvivere qui dentro, potrebbe starci un  certo numero di noi, non così numerosi come ora, ma ci vorrebbero delle piante che compiono il ciclo inverso a quello della nostra respirazione e questo è possibile solo se c’è luce che entra periodicamente dall’esterno, perché le piante quel lavoro lo fanno solo in presenza di luce; diversamente respirano come noi e non sarebbero un contributo a riciclare l’aria, ma servirebbero a peggiorare la situazione.


Per fare stare delle piante qui dentro, ci vuole spazio e noi dovremmo in qualche modo recedere o ridimensionarci. C’è il problema dell’acqua, naturalmente; bisognerebbe trovare il modo di far circolare e riciclare dell’acqua qui dentro, sempre a circuito chiuso.

Non vado molto avanti in questa “parabola”, ma quello che mi interessava sottolineare è che, qualunque attività noi riusciamo a fare in questa stanza, per esempio la produzione di oggetti, noi non potremmo aumentare indefinitivamente la quantità di cose che noi produciamo perché qui dentro, o ci stiamo noi, o le piante o altro che ci serve per sopravvivere.  Non si può crescere all’infinito.

Veniamo ad accennare alla questione dell’energia. Noi qui dentro potremmo decidere che ci serve fare delle cose, altrimenti sarebbe molto noioso vivere qui, anche se l’aria fosse mantenuta pulita. Banalmente, noi potremmo essere garantiti circa il calore perché ci sono le finestre, attraverso le quali entra la luce del sole, ma ci sono soprattutto i caloriferi che qualcuno, dall’esterno, si preoccupa di far funzionare.


Ora possiamo constatare che con i termosifoni non possiamo neanche farci un caffè, la temperatura è insufficiente. Però abbiamo deciso che vogliamo bere un caffè, per cui bisogna riuscire a produrre qui una temperatura tale da far bollire l’acqua: ci serve energia in più, ma noi siamo in una scatola chiusa, non possiamo inventarci niente di quello che non c’è. L’energia che entra è solo quella che entra attraverso le finestre ed i termosifoni.

Allora, potremmo trasformare qualche cosa che è qui dentro e fare in modo che se ne liberi l’energia che questa cosa contiene. Potremmo bruciare delle sedie; in questo modo possiamo far bollire l’acqua, ma la cosa immediata ed evidente è che le sedie qui dentro sono in numero limitato esattamente come noi; quindi potremmo farci il caffè per un po’, poi le sedie finirebbero. Non solo, ma nello stesso tempo, bruciare le sedie qui dentro vorrebbe dire rendere più attiva la produzione di anidride carbonica più di quanto non facciamo noi respirando.

Il meccanismo che ricostituisce l’ossigeno dovrebbe incrementare la sua attività, nella stessa misura in cui noi pretendiamo di ricavare energia in questo modo.


Se il meccanismo fosse costituito da piante, vorrebbe dire che noi dovremmo far crescere piante qui dentro, lasciando loro spazio, in modo tale da compensare l’anidride carbonica che produrremmo bruciando sedie.  E’ piuttosto evidente anche qui, che nell’ottenere quel beneficio (il caffè, in questo caso), dovremmo intaccare un patrimonio che non si ricostituisce. Le sedie potrebbero essere l’equivalente delle miniere di carbone o dei pozzi di petrolio.

E’ chiaro che nel produrre questa energia di cui abbiamo bisogno, perturberemmo il Co1 dei cicli, cioè quello dell’ossigeno.

Se noi non intervenissimo con una contromisura, questo ci porterebbe di nuovo a soffocare. In realtà, bruciando del legno, oltre ad anidride carbonica, produciamo fuliggine. Ci sarebbero altre complicazioni, per cui dovremmo attivare altri cicli e per riuscire ad eliminare queste sostanze inquinanti; vi sarebbe inoltre del fumo che, essendo la stanza sigillata, non potrebbe uscire.


Ora, vedete che tutto è relativamente semplice, ma lo è, se io faccio l’esempio di questa stanza. Quando io penso al mondo, la cosa appare un po’ meno naturale, perché per migliaia di anni il mondo è stato considerato come infinito. A livello di percezione comune, tolti pochi filosofi naturali, l’idea era comunque sempre, fino a cento anni fa, che il mondo fosse infinito, anche se si sapeva che non lo era.

E’ talmente grande il mondo che l’idea che uno possa essere in una stanza chiusa, non ti sfiora nemmeno.


In realtà, noi siamo in una stanza chiusa e tutto quello che facciamo, si ripercuote su questa stanza: se voi vogliamo durare a lungo lì dentro, tutto quello che facciamo deve avere una contromisura, un’antidoto che ricostituisce le condizioni che ci consentono di vivere.

Il nostro mondo occidentale industriale, basa il suo concetto di benessere su dei meccanismi che richiedono una crescita costante, la quale, come abbiamo visto, non è fisicamente sostenibile. Al di là di essere giusto o ingiusto, il meccanismo economico che sta alla base, non è fisicamente sostenibile.

Si potrebbe essere convinti che è vero che l’economia e le società sono prospere solo se l’economia cresce. Questo concetto potrebbe essere sacrosanto e giusto, ma non è possibile; comunque, i meccanismi si modificheranno da soli perché le regole esterne, quelle che governano i cicli del carbonio, che governano la produzione di energia, che governano il mondo intorno a noi non cambiano e non sono minimamente influenzati dai nostri valori, dalla nostra percezione del giusto o dell’ingiusto e nemmeno dalla nostra morale: funzionano e basta.


Ora, noi abbiamo un sistema basato sulla crescita perpetua, anziché sul ciclo chiuso. Noi siamo portati sull’idea della spirale che cresce sempre e pretenderemmo che questo andasse avanti all’infinito.

La crescita ciclica è stata un sistema tipico delle società stazionarie, quelle che noi consideriamo non civili, povere, con un sacco di problemi. La crescita a spirale è il meccanismo che, da secoli, ma in modo esplosivo da decenni, è alla base dello sviluppo delle nostre società ricche. Questo meccanismo non è sostenibile, quindi dovrà essere modificato.


L’energia in tutto questo è un po’ come il carburante che fa girare la macchina. Noi abbiamo una macchina assurda, tipo quella del moto perpetuo, che molti tecnici o scienziati hanno cercato di inventare per secoli, anche se poi si era dimostrato che non poteva esistere e, questa macchina ha bisogno di un combustibile che noi, in senso lato, chiamiamo energia.

Il termine energia, come viene utilizzato normalmente a livello di stampa o di discorsi generali, è un termine un po’ magico.

Alla domanda cos’è l’energia, se ognuno di noi dovesse dare una risposta, l’immagine che ne verrebbe fuori, sarebbe un po’ confusa, perché, effettivamente, non è facile definire che cosa è l’energia. Cerchiamo di sgomberare il termine energia almeno della dimensione magica: noi possiamo chiamare energia la possibilità fisica di fare un lavoro. La cosa è più complicata, ma per ora possiamo intenderci in questi termini.


Tutte le volte che individuiamo intorno a noi un meccanismo in grado di produrre un lavoro, possiamo dire che questo meccanismo è basato su un flusso di energia. Prima c’era un serbatoio di energia, noi abbiamo aperto il tappo, l’energia è uscita ed ha fatto un certo lavoro.

Immaginiamo che questa idea del serbatoio e del fluido sia presa alla lettera. Pensiamo ad un bacino dove cade l’acqua dall’alto, una condotta e poi un bacino in fondo. L’acqua scende. prende velocità ed è in grado di muovere delle macchine. L’acqua, in questo processo, non si trasforma, semplicemente la si ritrova nel bacino più in basso, tale e quale era prima. Quello che è cambiato è che quando l’acqua stava in alto poteva cadere, io l’ho fatta cadere e questo mi ha prodotto del lavoro, però l’acqua caduta non ha più possibilità di darmi un lavoro, dovrei fare io un lavoro per rialzarla, oppure lo fa il sole al mio posto, ma l’acqua è sempre la stessa.

Esempi simili possiamo trasferirli anche per cose la cui base può non essere l’acqua. Se vogliamo possiamo immaginare l’energia come una specie di fluido (anche se non è fluido) come qualcosa che fluisce e non  cambia mai. Noi non produciamo mai energia e non  consumiamo mai energia, noi trasferiamo energia, cioè possibilità di lavoro, da una forma all’altra e, nella trasformazione, cerchiamo di guadagnarci. Però qui interviene la fisica e pone una limitazione che non piace per nulla all’economia e che l’economia tende o tenderebbe a rifiutare.


C’è un dettaglio: non è possibile trasformare tutta l’energia, di cui si dispone all’inizio, in lavoro e questo non perché noi non siamo bravi, ma perché non è proprio possibile. Quando noi trasformiamo l’energia da una forma all’altra, ricaviamo qualcosa che noi riteniamo utile, un po’ di lavoro che usiamo per l’energia o altro, ma una parte di energia che noi abbiamo fatto fluire, diventerà qualcosa che noi non avevamo previsto o voluto. La cosa più banale è che diventi calore.

Se faccio scendere l’acqua dal bacino più alto a quello più basso, una parte di energia, dovuta alla caduta, viene trasformata poi dal movimento delle turbine in elettricità, una parte diventa calore. L’acqua, alla fine, fermandosi nel bacino più in basso, si scalda; noi non lo percepiamo direttamente ma si scalda. Un po’ di energia di movimento di cui l’acqua disponeva, diventa calore che noi non guardiamo, non volevamo, non era previsto.

In realtà, qualunque trasformazione di energia ha sempre uno “spreco”. Spreco non è parola esatta, in questo caso, ma sta a significare qualcosa che non è lo scopo principale  per il quale abbiamo fatto la trasformazione. Questo qualcosa è la quintessenza di ciò che noi chiamiamo inquinamento. Questo è importante sottolinearlo, perché c’è sempre l’idea o l’illusione che se c’è l’inquinamento (sporcizia, disordine) basta rimediarci.


Se pensiamo all’inquinamento come disordine basta riordinare! Se il disordine inquinamento è il prodotto fisico di una trasformazione, diamoci da fare e introduciamo una trasformazione che rimetta ordine.

Ora, la cosa buffa è che queste regole non fatte da noi, ci dicono che alla fine di un ciclo in cui parto all’ordine, creo un po’ di disordine, rimetto ordine, faccio tutta la “contabilità” e trovo che c’è più disordine di prima.

Non è possibile rimettere in ordine totalmente; ogni trasformazione che noi aggiungiamo, produce un po’ di disordine in più, ma non tanto perché siamo disordinati quanto perché le regole sono quelle.


Ecco allora un’altra delle motivazioni che mettono in difficoltà questo sviluppo a spirale: quanto più si allarga questa spirale, quanto più in fretta si gira, tanto più disordine si fa e si manifesta  in tanti modi: fumi, sporco, calore non voluto, il disordine cresce con il crescere della quantità  di processi di trasformazione che noi attiviamo. Cresce di pari passo con l’evoluzione di quella che noi consideriamo l’economia normale di un paese industriale sano, il quale è destinato a diventare sempre meno sano per essere sano.

Questa è la contraddizione fondamentale del tipo di economia che noi abbiamo messo in piedi collettivamente. Tutti insieme, non nella mente di qualche economista. Il discorso dell’energia è la parte centrale del problema.


Noi parliamo di fabbisogni energetici, di solito senza criticare questo meccanismo fondamentale e senza mai chiederci che cosa facciamo con l’energia. E’ un assioma del sistema economico quello secondo cui più energia vuol dire più benessere, come dire: più lavoro fatto, svolto, più benessere, più ricchezza.

La ricchezza poi, è un concetto sociale, ha una dimensione obiettiva, una soggettiva e una relativa: quella determinante è quella relativa, non quella obiettiva in una società come la nostra. La ricchezza è sempre comparativa. Uno non è ricco in assoluto, è ricco rispetto al povero. Se uno toglie di mezzo i poveri, non ci sono più nemmeno i ricchi, non c’è più gusto. E’ questo un punto fondamentale dei meccanismi interni delle nostre società e bisogna prenderlo in considerazione.


Qui mi sposto dal campo della fisica, perché il concetto di stare meglio o peggio, non è un concetto fisico in quanto le relazioni tra gruppi sociali, non sono determinate da regole fisiche.

E’ comunque possibile rilevare degli elementi oggettivi  e critici rispetto a questo assioma fondamentale: energia è uguale a più benessere. Questo concetto è sostanzialmente falso, cosa che io non cercherò di dimostrare o di argomentare sul piano etico, come sarebbe giusto fare: cercherò di farlo in modo empirico su basi sperimentali di constatazioni intorno a noi.

Se fosse vero che l’energia significa maggior benessere, le società che consumano più energia dovrebbero essere in condizioni migliori di quelle che ne consumano meno. Si può fare osservare che, in realtà, è così: se io considero i paesi in via di sviluppo , che consumano effettivamente meno energia dei paesi ricchi, le condizioni di vita al loro interno sono realmente peggiori di quelle dei paesi ricchi.

Bisogna anche vedere però, che cosa sono le condizioni di vita, perché noi, solitamente, ragioniamo con le medie, ma le medie, in questo caso, sono quelle dei due polli, nel senso che se siamo in due: uno ha mangiato due polli, l’altro nulla. in media i due uomini hanno mangiato un pollo a testa. La condizione di vita di una società, deve tener conto anche della dispersione intorno alla media, di quanto si è lontani dalla condizione media.


Torniamo a noi: non compariamo il paese sottosviluppato a noi. Prendiamo due paesi sottosviluppati e, anche in questo caso, dovremo verificare che il paese che ha maggiore consumo pro capite di energia, ha condizioni sociali migliori di quello che ha il minore consumo pro-capite di energia.

Il paese che consuma più energia al mondo in assoluto sono gli U.S.A. che sono considerati anche il paese più ricco. Ci sono alcuni paesi più piccoli, che sono, in termini di reddito più ricchi degli Stati Uniti (per esempio, il Kwait), ma non consideriamo questi casi particolari, consideriamo i grandi paesi.

Confrontiamo gli U.S.A. con noi. L’americano medio consuma tre volte, tre volte e mezzo, l’energia che consuma un italiano medio. Non consideriamo la proporzionalità diretta, ma l’americano dovrebbe stare molto meglio dell’italiano medio.


Possiamo dire che sia vero tutto questo? La risposta è incerta, perché bisogna vedere quali parametri utilizziamo per stabilire dove si vive meglio e dove si sta peggio. In termine di quantità di cose di cui si dispone, negli U.S.A. si sta meglio che non in Italia.

La famiglia media benestante, in condizioni ordinarie, dispone di una quantità di possibilità superiore alle possibilità di cui dispone la famiglia media italiana. Vediamo però qualche altro indicatore.

Alcuni dati federali degli Stati Uniti, che sono vecchi di tre-quattro anni, ma credo siano ancora attuali, dicono che negli U.S.A. vi sono venti milioni di persone che sono considerate al di sotto delle calorie disponibili al giorno, non è una soglia negativa come potrebbe essere quella della povertà, che è una cosa che dipende dalla scala che si utilizza. Questo vuol dire che il 9% della popolazione U.S.A. è al di sotto della soglia della fame


Non mi risulta, se osservo il rapporto della povertà in Italia di qualche anno fa, che noi abbiamo una situazione peggiore; direi che siamo in una condizione migliore, forse non di molto ma comunque migliore. Trenta milioni di americani sono considerati aldisotto della soglia della povertà. che è già un dato relativo,  ma che ci indica che, in qualche modo, sono in fondo alla scala.

Allora in che senso gli U.S.A., che consumano tre volte l’energia pro capite  di quanto consumano gli italiani, stanno meglio di questi? Secondo me, non è vero che un maggior consumo di energia ha un riscontro e un maggior benessere sociale medio. E’ vero che c’è una distribuzione globale della ricchezza, intesa come accumulo di cose materiali, che è enormemente più grande che non nel nostro paese.

E’ vero che chi sta in cima alla piramide ha delle possibilità molto più grandi di quanto possa averne chi sta in cima alla piramide di qui.


Forse, però , non è vero perché chi sta in cima alla piramide, di solito, ha le stesse possibilità ovunque, anche nello Zaire, ma diciamo che c’è più gente in cima alla piramide in certe società, piuttosto che in altre.

Abbiamo però queste condizioni di vita di larghi strati della popolazione, non  solo di basso livello, ma assolutamente inaccettabili; sulla base di queste constatazioni, sostengo che non è vero che più energia vuol dire maggiore benessere. Siccome l’energia serve anche per procurarsi i mezzi necessari alla sopravvivenza, alla sussistenza, al cibo necessario ogni giorno, all’assistenza medica, è ovviamente vero che aldisotto di una certa soglia, più energia vuol dire più benessere, più possibilità, ma è una soglia che, rispetto alla scala delle società evolute attuali, è molto bassa ed è un problema che riguarda la maggioranza dell’umanità ma non i nostri paesi; da noi non ha più alcun senso dire che maggiore consumo di energia, vuol dire maggiore benessere. In ogni caso, maggiore consumo di energia non è possibile, per i motivi cui accennavo prima.


Noi dovremmo chiederci (cosa che non facciamo) come usiamo questa energia: essa viene consumata prevalentemente nelle produzioni industriali. Anche nei consumi individuali è giusto avere un atteggiamento di risparmio energetico in casa propria, perché questo modifica la cultura e, quindi, il comportamento collettivo: dobbiamo però sapere che i consumi maggiori si hanno nei trasporti e nell’industria.

L’industria poi, è un termine onnicomprensivo che vale per gli economisti, ma in realtà che cosa produce l’industria? Produce dal carro armato allo spazzolino da denti.

Ora, l’atteggiamento medio dell’economia, della scienza economica, è che non importa se si producono carri armati o spazzolini, l’importante è che si vendano. Qualunque cosa si vende, è giusto produrla, per produrla ci vuole energia e, se vogliamo poter vendere, dobbiamo disporre di energia.


Se questo significhi stare meglio o peggio non è chiaro, però intanto produciamo più ricchezza. C’è comunque una considerazione da fare ed è che la maggior produzione di ricchezza degli U.S.A., per esempio comparata con l’Italia o con la Svezia, che è in condizioni ancora migliori della nostra, dimostra quanto non sia affatto vero che negli U.S.A. si stia meglio che in Europa o in Italia.

Di solito, noi non ci chiediamo che cosa andiamo a produrre con l’energia ma se entrassimo nell’ottica che non è possibile procurarsi energia all’infinito, dovremmo in realtà chiederci che cosa vogliamo produrre e che cosa no. Se l’energia rimane fissa, non posso produrre qualsiasi cosa si vende, devo decidere cosa vendere e cosa consumare; sono libero di cambiare ogni anno i miei gusti, ma la quantità complessiva di energia che io consumo, deve stabilizzarsi, deve essere in qualche modo costante.


A questo punto, dobbiamo entrare nel merito delle singole produzioni: dobbiamo allora domandarci se produrre milioni di automobili ogni anno (come succede ora in Italia) o se limitarne la produzione. Mi interessa sapere quanta energia è necessaria per produrle e se, per caso, io accetto l’idea, che prima o poi dovrò comunque accettare che questa energia dovrà, in ogni caso, essere limitata, diventando questi oggetti estremamente costosi non tanto in denaro, ma in termini di chilowattora.

Se i chilowattora sono costretto a risparmiarli, devo poi decidere se è il caso di diminuire la produzione di automobili o di biciclette o di monopattini.

E’ sensato, da questo punto di vista, adottare l’ottica dell’automobile individuale? Ma l’ottica ormai è questa.

Ciò che è sensato o meno non dipende da una scala oggettiva, è una scala convenzionale che decidono tutti insieme, rispetto a quello che vogliamo ottenere nel futuro per noi e per i nostri figli; quindi la domanda la lascio in sospeso. L’esempio può essere  fatto anche per altri beni, ho citato quello dell’automobile, perché è un po’ il simbolo della società in cui viviamo. D’altra parte, il settore trasporti si presta molto bene a considerazioni di questo tipo.


Citando dei dati piemontesi, posso dire che in Piemonte, se noi facciamo il bilancio degli idrocarburi che entrano ( non ne vengono ovviamente prodotti sul posto), constatiamo che circa il 40% viene bruciato nei motori degli autoveicoli e, in massima parte, nelle automobili.

E’ sensato insistere in questo modo nell’uso di spostarsi con autoveicoli individuali, ognuno dei quali è in grado di portare cinque persone, ma spesso ne porta una sola? Al di là del tipo di società che uno ha in mente, ma in una situazione in cui l’energia non è disponibile all’infinito, è sensato tutto questo? Lascio anche qui la domanda in sospeso.

E’ chiaro che il giorno in cui uno dovesse dire: “Bene, stabilizziamo la quantità di energia che vogliamo consumare”, questa domanda dovrebbe avere una risposta pratica, oltre che una valutazione di merito e di principio generale. Su questo si potrebbe andare avanti all’infinito, se veniamo ad un altro aspetto più oggettivo, legato al consumo di energia.


Noi consumiamo energia in modo strano, irrazionale, in un modo che non crea benessere, perciò se usciamo dalle società ricche e consideriamo l’insieme del pianeta, la situazione diventa tragica in quanto gli altri, che sono la maggioranza, hanno bisogno di energia per arrivare a quella soglia umana di sopravvivenza, mentre noi consumiamo la massima parte di energia per il nostro benessere, legato però non a certi dati “oggettivi esterni”, ma a una quantità di oggetti che sono simbolo della nostra condizione e ai quali non possiamo rinunciare perché, in relazione ad altri “che hanno”, noi saremmo i “poveri”.

E’ comunque il caso di ricordare che, quando si parla di energia, di consumo di fonti primarie, combustibili in ogni caso, che è responsabile di tutto ciò, anche se si tende a scaricare la colpa possibile  futura sugli altri che hanno il difetto di essere in tanti e la colpa di essere poveri, per il momento è comunque vero che i massimi responsabili siamo noi, i paesi ricchi.

La ripartizione della ricchezza nel mondo, grosso modo la sappiamo tutti: 20% all’80% della popolazione, 80% al 20% della popolazione. Vediamo le conseguenze fisiche che derivano dal modo di produrre e di consumare energia, di cui noi siamo responsabili.


Noi produciamo energia in vari modi (ricordiamo che produrre energia è un modo inesatto di esprimersi, perché noi non produciamo nulla, ma trasformiamo energia da una forma ad un’altra) e uno di questi modi, quello che ancora prevale, consiste nell’usare combustibili essenzialmente fossili, come carbone, petrolio, metano. Torniamo all’esempio della stanza e fermiamoci al rischio di soffocamento, se non adottiamo contromisure: ora, uno dei fenomeni che si sta verificando attorno a noi, è proprio di questa natura. Ormai sappiamo tutti di cosa si tratta; uno degli effetti che derivano dalle attività umane, soprattutto nei paesi ricchi, è l’aumento tendenziale e progressivo del contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera. Di anidride carbonica nell’atmosfera ce n’è normalmente, però in tracce minime: lo 0,03%. Si stima che entro la metà del prossimo secolo, si arrivi a raddoppiare il contenuto di anidride carbonica nell’aria rispetto al secolo scorso. Ciò vuol dire passare dallo 0,03% allo 0,06%.

Dal punto di vista delle percentuali sembra ancora relativamente poco, ma rispetto alla conduzione attuale è un raddoppio e questo è importante per le conseguenze che ne derivano: è un fenomeno maledettamente reale, nel senso che è facilmente misurabile.


La misurazione di quanto gas di questo genere c’è nell’atmosfera è riportata in un grafico la cui risultante è una curva che oscilla e le sue oscillazioni sono annuali. Le oscillazioni spiegano molte cose, sono le stagioni, perché durante l’estate le piante hanno un ciclo vegetativo attivo, crescono e sottraggono anidride carbonica all’atmosfera. Durante l’inverno, invece, sono quiescenti. e l’anidride carbonica tende a salire e ad accumularsi, quindi anche per motivi naturali.

La cosa interessante è che queste oscillazioni non sono orizzontali, ma la salita di questa curva è chiarissima. E’ una curva che va all’insù, e si arriva al raddoppio attorno al 2030 - 2040 circa. Questo andamento (e la cosa è un po’ più interpretativa), è di tipo esponenziale.

Esponenziale è un termine che indica una curva matematica che si può riportare in grafico che è l’emblema della nostra società e della nostra economia, la quale si basa sul concetto della crescita costante.


La cosa che voi sentite citare più spesso quando sentite parlare di economia, è il tasso di sviluppo, che è la percentuale di aumento di un anno rispetto all’anno precedente. Aumento di non si sa bene cosa, possono essere mele, noccioline, automobili o carri armati; non importa, purché sia aumento. L’ideale è di avere un tasso di aumento elevato e stabile.

Anni fa si ipotizzava una crescita del 4% come salutare; oggi, ci si è ridimensionati attorno al 2%. L’esponenziale è un andamento, una curva che è contraria alla nostra intuizione, come 3/4 delle cose che succedono.

Per gran parte della storia dell’umanità, l’intuizione ci azzeccava abbastanza, in quanto si intuiva come sarebbero proseguite le cose; oggi, invece, non funziona più, siamo usciti da un regime lineare.


Attualmente, quando si dice: ”Vorrei avere una crescita della produzione del 2% l’anno”, ci si aspetta che la crescita sia lineare, ma non è così. Il 2% di crescita non è lo stesso tutti gli anni, ma è in percentuale all’anno prima, che è aumentato rispetto all’anno precedente: quindi, il 2% ogni anno è sempre di più. La curva che viene fuori, tenendo costante il 2%, si impenna e lo fa crescere di più: non solo cresce, ma cresce a velocità crescente. Questo è il perverso cammino degli esponenziali che sono alla base della nostra economia.


Ora, questo meccanismo vale anche per l’energia: se si pretende di produrre il 2% all’anno in più, si pretende anche di consumare il 2% di energia in più ogni anno. Per un po’ di tempo è possibile mascherare questo comportamento; è vero che migliorando le tecniche con le quali si utilizza l’energia è fattibile aumentare la produzione senza aumentare corrispondentemente il consumo di energia, ma, pur tenendo conto dei miglioramenti tecnologici, quando si è arrivati ai limiti pratici, il consumo energetico si riaggancia alla produzione.

Detto questo, noi stiamo aumentando il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera in modo crescente, esponenzialmente con i processi di combustione, aggravato dalle conseguenze dell’effetto serra.

Torniamo, per capire meglio, alla nostra stanza sigillata, che si presta benissimo a spiegare l’effetto serra, perché le serre sono proprio così, hanno i vetri e sono chiuse: i vetri si comportano un po’ come l’aria. Un vetro lascia passare la luce, ma non lascia uscire il calore, mentre entrando, la serra si scalda.


Noi sentiamo il calore del sole che, all’esterno è di 6.000 gradi e la radiazione che lui emette è quel tipo di radiazione a cui i nostri occhi sono sensibili.

Se la temperatura si abbassa, non è che il corpo in questione cessa di emettere radiazioni, ma ne emette di natura diversa che noi non vediamo più, proprio come il ferro quando è arroventato, il colore tende all’azzurrino, man mano che si raffredda tende al rosso, e così via.

La superficie della terra è un corpo che emette radiazioni, che corrispondono alla temperatura superficiale della terra che è circa 18 - 20 gradi, che equivalgono a circa 300 gradi Kelvin.


L’anidride carbonica assorbe le radiazioni infrarosse, l’aria è come il vetro, è trasparente, lascia passare la luce che entra ed esce. L’aria è fatta da gas diversi che si comportano in modo diverso: fra questi gas quelli che hanno molecole più complicate come l’anidride carbonica, hanno maggiore tendenza ad assorbire le radiazioni infrarosse. Di radiazioni infrarosse ce n’è una parte irrilevante che arriva dal sole, ma molte arrivano dalla terra.

La radiazione visibile arriva a terra, viene assorbita scaldando il terreno e questo riemette radiazioni, ma non quella visibile (perché dovrebbe essere a 6.000 gradi), ma quella che corrisponde a quei 300 gradi Kelvin o 20 gradi normali a cui noi siamo abituati, cioè la radiazione infrarossa.

Quando questa propende ad uscire, succede che l’anidride carbonica presente nell’aria tende ad assorbirla; è come se il cielo, per queste radiazioni, diventasse nero e trattenesse queste radiazioni; l’aria le assorbe e si scalda.

L’effetto serra consiste in questo e un po’ ve n’è sempre, perché una pur minima quantità è sempre presente: diversamente la temperatura su questo pianeta sarebbe molto diversa.


Noi comunque, aggiungendo anidride carbonica, modifichiamo questo meccanismo rendendo più opaca l’atmosfera. L’anidride carbonica non è l’unico responsabile di questo fenomeno.

Facciamo un altro esempio: abbiamo imparato tutti a riconoscere la sigla CFC (cloro, fluoro, carburi) quelli che si usano nei frigoriferi e nelle bombolette. Se n’è parlato molto negli ultimi anni in relazione ad un altro fenomeno, quello del “buco di ozono”  ma, in realtà, questi gas sono efficaci anche per quanto riguarda l’effetto serra. Anzi più efficaci. C’è anche il metano nell’aria che contribuisce all’effetto serra e anch’esso cresce come concentrazione nell’aria.

Che cosa vuol dire “effetto serra”? Vuol dire che staremo un po’ più caldi d’inverno? Il problema non è così semplice!

Fino a qualche tempo fa non si sapeva con certezza quale fosse la conseguenza di questo fatto, perché alcuni pensavano che provocasse più freddo, altri il contrario. Ora siamo di fronte alla certezza che viene aumentato il caldo sulla terra. Quando noi pensiamo al riscaldamento non dobbiamo pensare che il prossimo anno, in autunno, potremmo girare in costume da bagno, non ce ne accorgiamo in modo così immediato. Il riscaldamento è un aumento medio di tutto l’anno ed è molto modesto. Rispetto alla metà del secolo scorso, oggi abbiamo una temperatura media annuale di 0,6 gradi in più


Chi se ne accorge? Potremmo dire così. In realtà 0,6 gradi in più sulla media è molto e le estrapolazioni del comportamento dell’atmosfera per i prossimi sessant’anni prevedono un intero grado in più. Questo non significa che cambierà molto la percentuale del caldo, però significa, e questo è fondamentale, una modifica del clima.

Un piccolo spostamento della temperatura media implica anche uno spostamento delle distribuzioni di temperatura tra mari e terre emerse.

Le terre si scaldano e si raffreddano in fretta, i mari più lentamente. Una modifica della distribuzione della temperatura, sposta leggermente la bilancia tra i due: il clima delle terre emerse tende a diventare più continentale e più vivace lo scambio di aria tra le superficie dei mari e quelle delle terre emerse.


Ora uno dei fenomeni di cui c’è già traccia dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi è una tendenziale riduzione delle precipitazioni nelle zone tropicali e sub-tropicali che, in Africa, vuol dire zone già aride (Sahel), in altre zone, tutt’altro che aride, per esempio il Nord India, in questa zona c’è una tendenza alle riduzioni di precipitazioni e aumento nelle zone temperate settentrionali (Canada settentrionale, Germania settentrionale, parte della Siberia). Questo cambiamento incomincia a manifestarsi in modo percettibile. Quello che interessa non sono i singoli fenomeni, (universo particolarmente freddo) ma le tendenze generalizzate. Seguendo l’andamento del clima, per decenni, si possono individuare le tendenze: inaridimento al Sud e maggiore piovosità al Nord.

Oggi qualche cosa si incomincia a percepire: possiamo constatare, per esempio, che le sette estati più calde degli ultimi cinquant’anni, sono state tutte negli ultimi otto anni, quindi c’è una accelerazione: il che significa che gli inverni sono più caldi, anche se gli inverni sono ugualmente freddi, ma la differente distribuzione di precipitazioni la cogliete anche qui.

Precipitazioni concentrate in brevi periodi, nevicate, siccità violente d’estate. In India, per esempio, nella valle del Gange, sono già tre anni che non si presenta il monsone: è come dire saltare tre anni la stagione delle piogge.

Alcune falde acquifere si sono abbassate anche in zone non industriali; da noi si abbassano perché si succhia acqua in eccedenza, là si abbassano perché di acqua non ce n’è.

A fare le spese di questi fenomeni, sono sempre in zone già in condizioni difficili, sono dovuti al consumo eccessivo di energia nelle zone ricche e all’uso dei combustibili fossili ma, per la verità, non solo a quelli.


Torniamo alla nostra stanza chiusa, immaginando che, rompendo un pochino le regole, vi sia una spina nel muro alla quale attaccarsi dall’esterno e decidiamo pertanto, anziché bruciare le sedie, di utilizzare questa spina per un eventuale fabbisogno di energia. Se anche ci fosse questa sorte di miracolo, tutti i marchingegni elettrici che noi possiamo utilizzare scaldano, ma il sistema è chiuso e se io aumento la quantità di calore dentro la stanza, a parità di temperatura esterna, le pareti trasmettono questo calore ma si assestano su una temperatura più alta.

Il puro e semplice aumento dei processi di produzione di calore all’interno, implicano un aumento della temperatura, quindi bisogna tenere presente questo effetto che tende a scaldare il mondo, effetto che, sul microclima, si sente in tutte le zone industriali.


La temperatura media invernale, in tutte le grandi città, è di uno-due gradi più alta che all’esterno della città: ciò è dovuto al riscaldamento domestico. Queste conseguenze, dovute all’effetto serra, che cominciano a manifestarsi, continueranno a crescere in modo esponenziale; se non si rimedia, le conseguenze saranno catastrofiche, soprattutto sul livello dei mari.

In realtà, è questa la più controversa delle conseguenze che sembrano ovvie: se scaldo la terra, le calotte polari si sciolgono un po’ e il livello del mare aumenta. Il problema è controverso per un motivo: ho detto prima che le precipitazioni sembrano aumentare a Nord e diminuire a Sud e così possiamo anche aspettarci un aumento di spessore delle calotte polari, ma il problema è quello della temperatura media tra Equatore e Poli.

Ai Poli può continuare a far freddo, bisogna però vedere come si distribuisce il sistema delle precipitazioni: per cui non è detto che le calotte polari in questo caso si sciolgono più di tanto. E’ comunque atteso un certo aumento del livello dei mari per un motivo banale, se volete: noi siamo abituati a pensare all’acqua come un liquido inespansibile e incomprimibile, ma in realtà non lo è.

Se io scaldo un pezzo di metallo, so che si dilata, anche l’acqua si comporta allo stesso modo, seppure in maniera molto modesta, ma se prendete tutta l’acqua che c’è nei mari, un aumento modesto significa una cosa impercettibile su scala umana e, va da sè, che un aumento di un altro grado della temperatura dei mari, senza sciogliere la calotta polare, vuol dire un aumento di circa un metro del livello dell’acqua. Vuol dire far sparire gran parte del Bangla Desh o una parte dell’Olanda. E questo è un fenomeno riscontrabile e attendibile nei prossimi trenta-quarant’anni. Vuol dire che vi sono delle scadenze entro le quali convertire nettamente questa tendenza, riducendo il consumo di energia nei nostri paesi, perché è qui che si produce l’effetto serra e l’80% dell’energia. Altro che aumentare l’energia per il fabbisogno. Qui bisogna ridurre.


E’ possibile farlo? Tutto quanto riguarda gli esseri umani e dipende da loro è possibile, per definizione, anche se non è una decisione individuale, ma un problema collettivo, quindi, politico.


Affinché un problema politico possa essere risolto, è necessario che la gente abbia capito che esiste e che sia d’accordo per risolverlo: dico la gente, non solo l’industria e gli industriali, perché è chiaro che in una società vi sono gruppi umani che hanno dei vantaggi maggiori  di altri gruppi e quindi spingono per mantenere un certo aspetto piuttosto che un altro, ma è anche vero che tutto quanto attiene al mondo coinvolge, deve coinvolgere l’umanità intera.

Paradossalmente, i poveri della nostra società, condividono con i ricchi il modo di pensare del mondo. Non prendetela come una affermazione categorica e assoluta, ma come una provocazione, un po’ come dire che “uno ha il governo che si merita” e che anche le dittature sono condivise in una certa misura perché, quando il consenso scende sotto la soglia critica, comunque quel sistema crolla.


Quindi, in realtà condividiamo tutti questo tipo di modello e questo modo di vivere. Allora, per ottenere che il sistema politicamente cambi, bisogna avere una base di consenso diversa e bisogna essere convinti che c’è qualcosa di sbagliato, che va cambiato. Questo, di per sè non risolve le cose vi sarà magari uno scontro sociale contro quei gruppi che cercano di impedire comunque un cambiamento, ma per cambiare ci vuole la base di consenso di cui sopra.

Essenzialmente dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere per adattarci ad usare meno energia, il che vuol dire tornare alla candela, o rinunciare alla lavatrice o al frigorifero che sono, oggettivamente, una grossa conquista. Dobbiamo piuttosto cambiare complessivamente un atteggiamento che lega la qualità della vita alla quantità di oggetti posseduti


Concludo questo mio intervento accennando all’Assemblea Ecumenica Europea di Basilea del maggio scorso. Tra i diversi temi trattati, vi era quello della salvaguardia del creato, che trattava i problemi ambientali e in cui le cose che ho detto sono state discusse, denunciate, in certa parte, anche a livello scientifico.

Una delle indicazioni emerse, riportate anche nel documento finale, è stato il richiamo alla necessità di modificare il nostro stile di vita, semplificando e sforzandoci di ottenere su basi politiche ed individuali, che si riduca il consumo nei paesi ricchi.

A lato dei lavori principali di Basilea è stato prodotto un documento sottoscritto da fisici, chimici e meteorologi presenti, che dava un’indicazione riguardante l’Europa e, in particolare, indicava come possibile, anche se non facile, entro la prossima generazione (venticinque-trent’anni, che sono i tempi entro i quali intervenire per evitare conseguenze disastrose legate in particolare all’effetto serra): la riduzione di un terzo dei consumi di energia pro capite, considerandolo come possibile in termini di riduzione degli sprechi, di ottimizzazione dei processi industriali e di razionalizzazione del sistema dei consumi.


Di un terzo bisognerebbe, ed è possibile ridurre, il consumo di energia pro capite in Europa ma, in questo terzo che riguarda tutte le fonti di energia, bisogna ridurre a metà il consumo dei combustibili fossili, carbone e petrolio, quelli cioè che producono anidride carbonica.

Le vie tecniche sono molti ed alcune anche interessanti, nel senso che per tamponare l’effetto serra, non per risolverlo per venti-trent’anni, per darci il tempo di modificare il sistema industriale e renderlo idoneo a funzionare ad energia costante, basterebbe, per esempio, rimboschire il pianeta di un tre per cento ogni anno, rispetto all’estensione attuale delle foreste. Ciò compenserebbe la quantità di anidride carbonica che noi immettiamo nell’atmosfera usando combustibili fossili, ci sarebbe un po’ di tempo per pensare sul cosa modificare nel nostro stile di vita: non è facile modificarlo dall’oggi al domani!


Tra coloro che erano presenti a Basilea e che hanno promosso, tra l’altro, quella Assemblea, c’era Karl Fredrich Waitzeker, un fisico, filosofo, teologo protestante, che ha scritto nel 1986 un libro “Il tempo stringe” in cui sosteneva, proponeva e caldeggiava una assise mondiale di tutti i cristiani per affrontare questi problemi. E’ stato uno degli animatori che ha contribuito parecchio a dar vita a questo incontro, in cui si è presa coscienza della situazione. Ma la sua proposta è già mondiale, quindi, in qualche modo, prefigura l’incontro che si terrà a Seoul, nel marzo del prossimo anno.

Essenzialmente sostiene che un cambiamento così importante nel modo di vita dei paesi ricchi, può essere ottenuto soltanto passando attraverso la riconsiderazione dei valori fondamentali della vita in questi paesi e la riconsiderazione della coerenza che vi è tra questi valori e i valori che sono stati alla base, che sono stati annunciati dal messaggio cristiano negli ultimi due millenni.


Questo perché, una delle cose che si può constatare (ed è stata discussa anche a Basilea) è la grave discrasia, la grave contraddizione che c’è tra i valori della fede cristiana e i valori pratici e concreti che vengono strutturati nella società in cui viviamo.

Rifare l’appello alle coscienze, è la base attraverso la quale i cristiani possono riuscire a trasformare questa loro rivisitata esigenza morale di coerenza, in proposte che hanno valenza anche politica e che possono realmente cambiare il mondo.

I cristiani nominalmente anagrafici sono circa un miliardo; è tanto. Se questi cominciassero a cambiare anche di poco il loro comportamento, noi avremmo risolto gran parte dei problemi cui ho accennato prima.

Come si fa ad arrivare ad un miliardo di persone?

Riprendo dall’immagine citata da Waitzecher nell’indirizzo finale dell’Assemblea:

“Se ciascuno di noi riesce a parlare con un’altra persona ed a convincersi reciprocamente che bisogna modificare qualche cosa e i due fanno lo stesso l’anno dopo con un’altra persona, in trent’anni si arriva ad essere un miliardo”.


Relazione tenuta a Motta di Campolcino (Sondrio) durante una settimana di studio delle ACLI milanesi dal titolo UN SOGNO... UNA NUOVA SOCIETÀ’ il giorno 22 agosto 1989.

Fonte: ACLI Cernusco – agosto 2010

 


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