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Dopo Atene (Enrico Peyetti) PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 10 Maggio 2006 18:50
Caro Tonio,
la tua conclusione è la cosa più importante, più dei brutti fatti di Atene che racconti, quando scrivi: "Resto ancora più convinto che se la nonviolenza non diventa una nota costitutiva del movimento contro la guerra e la globalizzazione, esso non riuscirà a parlare alla gente, non si renderà credibile, non avrà parole. La nonviolenza è l'unica parola nuova che possiamo dire alla storia. È l'unica strada che possiamo percorrere per essere realmente, concretamente, sostanzialmente alternativi alle violenze che vengono pagate a caro prezzo dalle vittime di questo sistema economico, politico e culturale".
Perché non dedicare tutto un Social forum, almeno europeo, al metodo nonviolento positivo, attivo?
La sola protesta, la denuncia, anche ben documentata, non è attiva, non si dimostra costruttiva, se lascia spazio ai violenti di professione, che abusano dell'occasione (quando non sono infiltrati manovrati).
Gandhi scrive addirittura: "Se la disobbedienza civile non è accompagnata da un programma costruttivo, è un atto criminale e una dispersione di energie... è soltanto una bravata ed è peggio che inutile" (Gandhi, citato nel mio libro Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini editore, 2005, p. 69 (da Dhawan, The Political Philosophy of Mahatma Gandhi, Navaijivan, Ahmedabad 1957, p. 191, riferito da Giuliano Pontara in "Il pensiero etico-politico di Gandhi", Introduzione a Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996, p. CXVI).
Chi vede solo i disordini, o magari li provoca, e poi li enfatizza nell'informazione come unico avvenimento degno di nota, ignorando tutto il lavoro costruttivo del Forum, vuole appunto fare apparire la protesta giusta, fino alla disobbedienza civile, come "una bravata peggio che inutile". È una precisa strategia.
Anche Gandhi ha avuto a che fare spesso con frange violente che deturpavano le azioni nonviolente positive da lui promosse. In questi casi, egli bloccava l'azione (a costo di essere criticato dai suoi compagni) e pagava di persona con digiuno, silenzio, gesti amichevoli verso l'avversario. In questo modo riguadagnava il significato dell'azione frustrando l'effetto rovinoso della violenza.
Gandhi ha lavorato (contro ciò che ne dicono i banalizzatori, e che molti credono) in condizioni anche più difficili delle attuali: il dominio inglese era molto violento, tutt'altro che gentile; la violenza tra gli indiani era molta.
Ha avuto a che fare con due terrorismi: quello inglese e quello indiano (vedi il capitolo 4 del bel libro di Fulvio Cesare Manara, Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi nell'età dei terrorismi, Unicopli, Milano 2006. Ne ho scritto su "La nonviolenza è in cammino" del 9 maggio).
Per evidenziare il programma costruttivo del movimento new-global (per la globalizzazione dei diritti umani) bisognerà forse rinunciare al corteo tradizionale, immagine di forza massiccia, nonostante le migliori intenzioni, e inventare altre forme di vasta comunicazione inequivocabilmente nonviolenta. C'è da imparare dalla storia, e da inventare.
 


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