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Fondamentalismi al plurale PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Benazzi   
Mercoledì 20 Aprile 2011 13:51

Fondamentalismi al plurale: scusate fin d’ora se non tratterò in questa sede il tema del fondamentalismo buddista, che la maggioranza degli italiani ad esempio ignora o di quello  induista o sik , ma ritengo di dover privilegiare nell’analisi - per chi vive sulle sponde del Mediterraneo - la questione del Libro e della spada. Parlerò quindi dei tre monoteismi. Ebraismo, cristianesimo e islam. I fatti di cronaca li conosciamo a grandi linee. La sfida salafita contro tutto e contro tutti si è manifestata non solo con l’uccisione del pacifista filopalestine italiano Vittorio Arrigoni ma anche in Egitto: nel mese di marzo 2011 si è scatenata con particolare violenza contro i sufi (i laici dell’islam) incendiando ben 18 loro moschee, ha ucciso e ferito dei copti cristiani. Hanno inoltre minacciato le persone, non appartenenti a gruppi religiosi, di essere obiettivi di loro espulsioni nel caso volessero intervenire sul tema della nuova costituzione egiziana, al di fuori ovviamente della loro visione religiosa. Ma mi fermo qui con la cronaca, non desidero soffermarmi troppo, dandola in qualche modo per scontata. Ricordiamoci solo le campagne, nella patria della cd “libertà religiosa”, della ricerca di un obiettivo (militare) di un medico abortista, di un attivista omosessuale o di un obiettore alle spese militari. Il fondamentalismo del resto nasce nel XIX secolo nel protestantesimo per contrastare – ad esempio-  la messa in discussione della verginità di Maria da parte dei teologici “illuministi”. Volevano  in altri termini riaffermare i vari fondamenti della loro fede, dati solo da una interpretazione letteralista della BibbiaRitenuta così come scritta “La (sola e vera) parola di Dio”.

Non è un caso che ancora oggi in America sono ancora frange di pastori evangelici che inneggiano all'incendio nelle pubbliche piazze del libro del Corano, scatenando nel mondo orientale le proteste contro le c.d. nuove crociate. Questo ovviamente non possiamo tralasciare di dirlo.

E’evidente che le tre religioni hanno subito negli ultimi decenni forti spinte verso la radicalizzazione in senso teologico e politico. Si è trattato di percorsi ben differenziati e autonomi, eppure spesso coerenti negli esiti ultimi e drammatici: in nome della fedeltà ai fondamenti della propria fede – fossero essi individuati nella Bibbia o nel Corano – si è arrivati ad affermare progetti culturali, spirituali e politici assoluti; per il solo fatto di essere ispirati da Dio, la loro realizzazione poteva essere perseguita con qualsiasi mezzo, anche violento. E’ infatti ebrei osservanti, devoti musulmani e pii cristiani hanno imbracciato il fucile per affermare la loro violenta verità.

E’ bene sottolineare che i fondamentalismi non hanno un unico approdo, necessariamente predefinito al loro sorgere. Vi sono storie diverse, dialettiche e scontri interni anche assai vivaci che ci confermano che non siamo di fronte a monoliti privi di contraddizioni. Essi vanno declinati al plurale anche all’interno delle varie famiglie confessionali.

Ci si rende conto che per i fondamentalisti il Libro e la spada coincidono come in una endiadi. Una cosa per mezzo di due.

La cultura della laicità faticosamente emersa nel mondo moderno, al contrario, li divide e li separa

E’ evidente che la domanda del come mai si diffondono le tendenze alla ricostruzioni di un unico universo che tutto abbraccia e non  distingue più tra la religione e la politica, tra la sfera della coscienza individuale e quella dei valori comuni,  rimane senza risposta. Ci sono delle domande comunque “di senso” che stanno alla base dell’inquietudine radicale dei fondamentalisti, che pongono oggi interrogativi a una cultura laica forse troppo sicura di sé. Ma sono – come dire – profonde domande di ogni uomo e di ogni donna di fronte al mistero della vita, della morte, della sofferenza e dell’ingiustizia…

Stefano Allievi, noto islamista, vi preciserà di certo che non bisogna confondere fondamentalismo e tradizionalismo (ed è una giusta osservazione), che l’Islam è già in Occidente attraverso la presenza di milioni di immigrati e che nel cattolicesimo bisogna parlare di integralismo in quanto esiste un “centro ortodosso” (come del resto anche nella minoranza sciita islamica) che respinge gli “adattamenti” allo spirito del tempo. Ma non chiarisce il punto essenziale che l’islam proietta la tensione escatologica di cui è portatore non solo verso una città di Dio a venire (in un contesto cristiano parleremmo di una Gerusalemme celeste) ma verso la città dell’uomo di oggi, che si propone di governare mediante la Legge di Dio. Certo anche l’islam ha avuto i suoi scismi nella Storia e il modello  proposto fra religione e politica era quello “provvisoriamente vincente”. Pensate che ben tre dei quattro Califfi ben guidati da Dio (secondo l’ufficialità indiscussa) furono assassinati per motivi di contestata legittimità politica! Non a caso c’è chi parla degli islam (al plurale quindi): quanti islamici conoscono questi dettagli? Ben pochi. Mi sono permesso di chiedere su facebook a una donna islamica, che era molto addentro alla controversia col cristianesimo sulla Resurrezione, info sui testi ufficiali di esegesi storico-critica del loro testo sacro ma non ho ricevuto alcuna risposta. Credete che sia la cosa casuale?

Possiamo dire con certezza che l’islamismo è sostanzialmente un fenomeno transnazionale. La realtà principale di riferimento è sempre la umma islamica, che ingloba la totalità dei credenti, viventi o meno

Non possiamo però non dire che il fatto che la Legge venga prima dello Stato (e non sia invece un suo prodotto) genera non pochi problemi di comprensione per noi, non solo teorici. La sacralizzazione della Legge è, oggettivamente un punto in comune con l’ebraismo, ma porta anch’essa all’immediata declinazione giuridica della Legge stessa. Nel nostro linguaggio, intriso di cristianesimo, si passa dalla c.d. legge dell’Amore all’amore per la Legge.

In altri termini - più espliciti - il rapporto col Libro quale contenitore di tutta la verità (sono del resto poche le correnti islamiche ortodosse che rifiutano questo assunto, anche se esistono) determina che se la verità è già scritta, basta allora solo applicarla e, se le persone resistono, imporla proprio per il loro bene, naturalmente.

Ad maiorem Dei gloriam. Se la verità è assoluta e universale, essa va assolutamente e universalmente applicata. Il “sta scritto” non è comunque un’espressione tipica della teologia islamica:  è sovrana anche nelle altre due religioni monoteiste.

Possiamo dire quindi che il “possesso” dell’interpretazione legittima diventa - di fatto - un sequestro e una monopolizzazione della verità. Non a caso gli infedeli, del resto, ancora oggi, non possono calpestare i luoghi santi dell’Arabia Saudita, Mecca o Medina.

Certamente la gente del Libro (cristiani e ebrei) hanno in generale avuto uno status di protezione che ad esempio i cristiani (cattolici, protestanti e ortodossi) non hanno quasi mai mostrato nei secoli nei confronti delle altre religioni di minoranza. Questo non viene mai detto in TV. Ma un punto controverso di discussione è che il fondamentalismo non mira esclusivamente alla conquista delle sole coscienze individuali ma anche alle “strutture di peccato” della società. Ad esempio le accuse di sionismo tendono spesso a etnicizzare i conflitti in corso o le analisi di politica internazionale.

Sappiamo bene che la trasformazione della grande moschea di Algeri in cattedrale di San Filippo, col il tricolore francese che spuntava dal minareto, la dice lunga sull’atteggiamento colonialista di noi europei. Pesa insomma come fattore fin dai tempi di Napoleone, alla conquista dell’Egitto.

Ma proprio sul fondamentalismo ci sono comunque dei chiarimenti da fare sulla componente importante dei Fratelli musulmani (FM), molto usata dai media per delineare la connessione con eventi di cronaca violenta.

Ad esempio solo l’Agenzia Reuter sottolineava in Occidente  che nell’ Egitto di Mubarak vi erano partecipazioni al voto fra il 5 e il 7%, non poi molto diverse da quelle tunisine del regime di Ben Ali e altri, fra cui gli alleati occidentali quali Arabia saudita e Kuwait.

E’ inoltre importante focalizzare l’attenzione sul passaggio della FM dalla c.d. islamizzazione dal basso (coscientizzazione)  a quella dall’alto, con la conquista diretta del potere attraverso canali politici ( come tirannicidi, conquiste del palazzo, sharaitizzazione,…).

Gli studenti universitari - se in Europa negli anni 70 - rivendicavano le lotte dei diritti studenteschi, in oriente la sinistra abdicò ben presto alle proprie idee. Non riuscendo a proporre alle nuove generazioni una cultura politica alternativa al messaggio degli imam. Determinando oggettivamente il successo delle organizzazioni degli studenti islamici praticamente ovunque.

A fianco delle Università si affiancheranno ben presto le moschee di base che rappresenteranno un altro punto di aggregazione del consenso, in una religione che si dice (giustamente sul piano teologico, meno sul piano sociologico) priva di clero e di intermediari.

La cassetta ascoltata nei taxi o ai chioschi delle strade, contenenti i sermoni dei predicatori, erano in altri termini la stampa di Calvino, il veicolo di trasmissione dell’emotività – dalla commozione all’ira – alle folle.  Sono riusciti – in pratica e col tempo - a tenere sempre alta la tensione morale della umma. A determinare in altri termini la conquista delle masse, che non avevano troppo dimestichezza coi libri o coi discorsi troppo ideologici o filosofici dei comunisti locali.

Ben presto le corporazioni medioevali sostituirono di fatto il sindacalismo, forse anche prigioniero del tranello di essere un simbolo della civiltà occidentale e dal quartiere periferico i FM passarono alla conquista del potere politico centrale , alle urne.

Un discorso a parte dei FM merita il cosiddetto fondamentalismo di Stato, che è rappresentato ad es. dall’Arabia Saudita, in cui vige una lettura wahhabita particolarmente rigorosa agli occhi di molti aderenti all’islam stesso. Ma la legge islamica o shari’a è diventata codice civile anche altrove: in Pakistan, in Sudan, in Mauritania ecc. Non è da intendersi automaticamente come una sorta di fase due, da opposizione a l’esser divenuti Stato.

Ci interessa  approfondire oggi brevemente anche  il discorso Libia, la cui rivoluzione risale al 1 settembre 1969 quando degli ufficiali imbevuti di nasserismo egiziano (niente quindi a che fare coi FM) rovesciano la monarchia e proclamano la repubblica con obiettivi di una strana forma di socialismo, (col rispetto della proprietà privata anche ereditaria, in quanto garantita dal Corano), libertà e unità. L’autore del libro verde (“terza teoria universale”), il colonnello Gheddafi, prese il potere. Proponette da subito un “ritorno al Libro”, abbandonando i detti del profeta, la tradizione e anche la giurisprudenza tradizionale.

Fu creata addirittura all’epoca una commissione per rivedere tutti i testi di Legge al fine di riverificare la legittimità coranica e di “coranizzarli” laddove necessario. Il principio del “sola Scriptura”, non è quindi il monopolio protestante di Lutero. Anche se l’identità plurale dell’islam porta a volte a delle forzature col paragone diretto all’arcipelago protestante. Gli scontri con la minoranza ulama lo dimostrano. Nella guerra in corso , le battaglie fra potere e tribù, confermano proprio questo stato di cose.

C’è da dire che la conversione del criminale Bokassa, la partecipazione delle sole donne alla  guardia personale del Colonnello o altri aspetti macchiettistici attestano comunque “l’anomalia Libia” nel panorama  islamico. Forse una sorta di Riforma incompresa quella di Gheddafi o semplicemente una forma di recupero dell’identità post-colonialista fra i neotribalismi esistenti? La Storia a breve dirà quale sia comunque una corretta visione d’insieme.  

Nella prospettiva globale dobbiamo comunque estraniarci dalla logica di distinzione fra i musulmani “buoni” (quelli che pensiamo ci assomigliano di più o dicono di assomigliarci) e quelli “cattivi” (che ostentano la loro identità, in altri termini). La logica della costruzione del nemico è un rischio proprio della nostra società dell’immagine e dello spettacolo. Non possiamo pensare che i radicali siano i potenziali nemici. Altrimenti li avremo di fronte a noi davvero come li pensiamo, li inventiamo, li descriviamo, li immaginiamo…

Del resto loro non riescono ad esempio a costituire partiti islamici in nessun paese d’Europa. Le forme d’Islam nel nostro continente non riescono a ripetere schemi del passato.  Nemmeno a Milano in cui esiste una presenza radicale che mira a questo obiettivo.

Forse l’islam politico è finito nelle nostre terre e non certo per merito delle politiche amministrative leghiste. Il grande nemico di Islam, Cristianesimo e Giudaismo si chiama anche oggi secolarizzazione, sia pur nella post modernità (coi suoi movimenti di flusso e reflusso). Di questo non è proprio convinto David Bitussa, esponente della cultura ebraica in Italia. Ma i tempi della crisi nelle loro sinagoghe nella penisola lo smentiscono clamorosamente. Siamo al punto che alcune di esse saranno presto chiuse o accorpate. Le uniche sedi attive rimangono quelle degli “Amici di Israele”. Ma capirete bene e presto le ragioni ….

Il fondamentalismo (anche ebraico) a suo modo di vedere le cose è la costruzione di un paradigma culturale e di un reticolo concettuale dell’identità di sé nella Storia. Una prassi culturale e politica interna alla modernizzazione.

Non è per lui essenzialmente un fenomeno religioso, anche se concerne la sfera del teologico. E’ uno stress o disagio (ma non rifiuto precisa) dei processi di modernizzazione, di secolarizzazione appunto. Lui semmai preferisce parlare di radicalismo religioso. A cui concorrono sia religiosi che laici. Una sorta di lettura etnica, prima ancora che teologica, della propria identità.

Come dire: usano l’alfabeto teologico per ridefinire l’Io storico di un gruppo, in cui avviene appunto una riscrittura etnica. Tale obiettivo viene raggiunto in base alla selezione di appartenenza. Ovviamente si è parte del popolo ebraico in virtù del sistema di aderenze a regole comportamentali. E’ evidente che l’essere ebreo non implica il fare l’ebreo. Il problema di chi fissa il controllo delle regole non è comunque secondario in questa religione…

Ad avviso di Bitussa nell’epoca post Shoah le società ebraiche a basso tasso di cultura ebraica  presentano una possibilità concreta di fondamentalismo. Il sionismo ha  evidentemente poi condizionato tutto: ossia la categoria Stato ma anche un fatto preliminare per i laici, come la lingua, che permette di costruire una cultura scambiabile universalmente. Le comunità in diaspora sono sempre molte e ovunque, anche se di limitate dimensioni a volte.

Lui osserva che lo smantellamento dello stato laburista a partire dal 1977, più che seguire un processo mondiale di deregulation neoliberista, aveva come scopo una strategia che aveva come obiettivo la destrutturazione del centro politico in mano ortodossa, e caratterizzata da molte posizioni antisioniste. Il tracollo del Partito religioso nazionale fu il primo risultato visibile di questo cambiamento che aveva come punto di forza il controllo del sistema educativo interno da parte dei religiosi.

Il Ritorno alla terra era una sorta di stadio dell’età messianica: perfino la mistica della Cabbalà fu messa in gioco nello scacchiere della prossima venuta del Messia. E’ tra l’altro questa divenne ben presto una tesi essenziale del protestantesimo evangelico americano (ma anche italiano) relativamente all’avvicinarsi della Parusia o seconda venuta di Gesù sulla terra a seguito del ritorno di tutto il popolo ebraico in Israele.

Per protestantesimo non intendo valdesi, luterani o battisti che sono una piccola minoranza di 25000 persone al massimo, ma le cosiddette chiese pentecostale ed evangeliche libere che contano ormai piu’ di 400000 adesioni. Messe nella semplice condizione di non apparire - dai loro stessi confratelli storici - in TV, radio o altrove. Intorno a Legnano - ad esempio -  sono presenti quasi ovunque spesso con una caratterizzazione molto regionale (siciliani, calabresi, ecc. …)

La realtà israeliana è comunque una realtà complessa ma in definitiva molto vicina al modello americano. La religione non costituisce comunque un codice definitorio, non è un criterio fondativo della costituzionalità dello stato che ha costruito autonomamente il proprio calendario civile, creato l’identità collettiva ordinando la cultura del cittadino.

In altri termini sono le strategie militari, demografiche (l’incremento come contromisura al sorpasso demografico), utilitarie (controllo delle fonti idriche ed energetiche) , simboliche (ebraizzazione del paesagio e giudaizzazione dell’urbanistica) che contano in definitiva.

Certo la questione del territorio ritradotto come geopolitica del sacro è rilevante.

Ma è nella bibbia stessa che cambia notevolmente - a seconda del momento -l’estensione della Terra promessa. Ossia non è mai sempre la stessa porzione di territorio. Ma comunque in base a questo ordine di idee che si è sancito il diritto di uccisione in una guerra, per alcuni civile, per altri di difesa contro un nemico esterno. In una guerra in cui non è previsto che si facciano prigionieri. Il tutto in una dimensione simbolica e mitologica dello Stato stesso.

Fu l’omicidio di Rabin a contrassegnare un passaggio d’epoca all’interno di Israele. Fu quell’evento a determinare la svolta definitiva per l’elaborazione della riscrittura delle forme di identità del dopo Auschwitz.  Si ha insomma la percezione netta che i laici di Israele abbiano abbandonato una consapevolezza universalistica. Non comprendono più che in realtà “non si è nulla”. Il nemico è sempre il proprio il vicino e le bombe nucleari non gli danno alcuna sicurezza, se non quella nel terrore perpetuo.

Non facciamo prendere in giro nemmeno in Italia dagli inni alla guerra del Dio degli evangelici riuniti fin dai tempi del Convegno di  Loreto qualche anno fa. Anche quel Dio ha lati oscuri tremendi, disumani,  possiamo anche dire – senza timore di sbagliare – inaccettabili per gli stessi cristiani. Senza scomodare chissà chi.

Ma secondo voi basta gridare “Gesù Gesù” nelle assemblee e pensare di avere un Dio a disposizione? Un Dio che solitamente simpatizza per la destra politica, che ha adepti che rinnegano le teorie evoluzioniste, ma soprattutto utilizzano internet e sofisticati mezzi di comunicazione, fra cui la TV digitale, per propagandare i loro propositi?

Direi di sì, grazie soprattutto a sapienti investimenti finanziari, e spregiudicate strategie politiche conservatrici che tendono in primis a contrastare le tendenze liberali o quelle moderniste che fanno correre il rischio di svuotare il cristianesimo, nelle sue convinzioni  più tradizionali. Il fondamentalismo cristiano non nacque comunque solo come un’ opposizione ai teologi illuministi ma anche e soprattutto al fenomeno del Vangelo sociale. Quello per intenderci che elaborò una critica agli squilibri sociali consolidati affiancata e che si caratterizzò spesso da una fervida pietà evangelica, di carattere anche carismatico. Bonhoeffer (martire antinazista) frequentò proprio quel movimento negli States, prima di compiere la sua missione di congiura nella sua madre patria. Ricordate che negli USA la parola “antisocialista” o “anticomunista”  crea ancora oggi consenso, senza sprecare molte energie e soldi.

Quello che fu però  veramente sconvolgente fu comunque l’organizzazione violenta del movimento fondamentalista pro life (pro vita) a partire dal 1991: iniziarono ad essere assaltate le cliniche che eseguivano aborti terapeutici e non; un certo signor Shannon confessò addirittura l’omicidio di ben 9 medici abortisti! Altri accusati dello stesso crimine si difendevano in tribunale  dicendo che “uccidere un medico abortista è un dovere biblico”. La Bibbia insomma era (ed è) diventata la spada. Vi furono perfino legami provati coi “gruppi dell’odio” di ispirazione razzista, antisemita e neonazista.

Una cosa appare comunque chiara circa i segni che contraddistinguono le chiese fondamentaliste ed è bene saperlo: sono l’assolutismo del leader, la conformità e il dogmatismo. I loro membri  elevano considerevolmente il livello del proprio impegno, alzano la media della partecipazione ed esaltano i benefici derivanti dall’appartenenza. Solitamente associano anche un maggior impegno finanziario per la causa ed hanno una più convinta caratterizzazione teologica.

I laici hanno – a dir il vero - difficoltà nel rispondere con immediatezza agli interrogativi di senso, di visione e d’identità: in primis non sanno porre l’accento sui valori della persona anche in  un orizzonte spirituale. Non ci sono semplicemente abituati, ma questa strada in qualche modo dobbiamo percorrerla, almeno per chi credente è.

C’è comunque una consolazione in tutto questo. Il limite del fondamentalismo è infatti racchiuso in se stesso, nella sua radicalità, nelle sue dolorose contraddizioni. Anche la persona distratta sa accorgersene, anche se spesso il prezzo per “morire” al nato di nuovo (espressione cara a quelle correnti evangeliche di deriva estremista) costa assai. Comunque, poi si vive veramente.

Vittorio Arrigoni vive oggi oltre tutti i fondamentalismi, oltre quello che i TG hanno chiamato innocuamente una “scheggia impazzita”.

Lui è vero che è morto ma è il solo caso in cui mi sento di dire, che sia nato di nuovo: certamente nelle nostre menti e nelle nostre coscienze. Anche attraverso questo scritto. Nelle oscurità della nostra storia contemporanea. Dove l’amico può essere improvvisamente un nemico. Anche se è un vicino. Col quale hai condiviso tutto. Ma proprio tutto.

Lui è ora nella terra di tutti e di nessuno. Non ci sono più bandiere. E’ il mio mondo sognato del disarmo, caro Vittorio. Chi sa essere operatore di pace vedrà veramente questa terra promessa.

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