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Guerre per l'acqua PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Bittasi S.I.   
Lunedì 06 Giugno 2011 15:12

Il problema mondiale della crisi idrica esige riflessioni e risoluzioni internazionali che permettano di soddisfare il diritto basilare all'accesso a fonti d'acqua sane e sicure per la vita per i quasi due miliardi di esseri umani che attualmente ne sono deprivati. Occorre sempre ricordare che «il diritto all'acqua, come tutti i diritti dell'uomo, si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo, che considerano l'acqua solo come un bene economico. Senza acqua la vita è minacciata. Dunque il diritto dell'acqua è un diritto universale e inalienabile» (PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 485). Tale problema non è affatto nuovo per l'umanità, e non deve meravigliare che la Bibbia proponga paradigmi di relazioni umane legate all'accesso e all'uso dell'acqua.

I racconti delle vicende dei primi patriarchi biblici sono ambientati nel territorio mediorientale corrispondente all'area geografica compresa fra la Siria e la penisola arabica e sono caratterizzati dalla vita di un mondo per lo più legato all'allevamento del bestiame. Una società quindi seminomade, che deve fare i conti con la fatica di reperire l'acqua necessaria alla vita degli insediamenti umani e degli animali. Diversi testi ci propongono una varietà di relazioni e atteggiamenti umani che avvengono a riguardo e attorno a fonti d'acqua, pozzi e cisterne. Essi descrivono il possesso delle fonti e l'accesso all'acqua tra situazioni conflittuali per garantirsene l'esclusività e principi di cooperazione perché essa sia e rimanga un bene a uso di tutti.

La lotta per l'acqua

Genesi 26, 17-22
17 Isacco andò via di là, si accampò lungo il torrente di Gerar e vi si stabilì. 18 Isacco riattivò i pozzi d'acqua, che avevano scavato i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. 19 I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva. 20 Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: «L'acqua è nostra!». Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con lui. 21 Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna. 22 Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: «Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra».

Nel capitolo 26 del libro di Genesi, si narra la vicenda di Isacco che è ormai diventato erede delle grandi ricchezze del padre Abramo. Pur rimanendo sostanzialmente un seminomade, ci viene raccontato che egli, dimorando nella terra dei filistei (corrispondente oggi alla zona interna dello Stato d'Israele, nell'entroterra di Gaza), aggiunge all'attività di grande allevatore anche quella di coltivatore, con enorme successo: Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell'anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. E l'uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo (Genesi 26, 12-14). Cacciato da quella terra fertile a causa di quest'invidia, Isacco comincia a seguire gli spostamenti delle sue numerose greggi nella zona più desertica della parte settentrionale del deserto del Negev. Ed è qui che la necessità dell'accesso all'acqua diventa vitale e alimenta conflitti che vengono descritti attraverso la spiegazione dei nomi dei pozzi. A quell'epoca si indicava come «pozzo» una sorgente d'acqua stabile che aveva qualche struttura architettonica a sua protezione. Poteva essere semplicemente un muricciolo o una pietra che copriva l'accesso all'acqua per impedire che qualche animale di passaggio vi cadesse dentro e morisse, avvelenando l'acqua. Mentre alcuni pozzi erano «a cisterna», nei quali si calavano secchi, otri o contenitori di ceramica, altri potevano essere muniti di sistemi meccanici di estrazione dell'acqua per alimentare vasche atte ad abbeverare il bestiame. Case e stazioni di sosta per pastori e carovane nascevano attorno alle sorgenti, normalmente circondate di vegetazione per renderle visibili anche da lontano.

I primi due pozzi cui Isacco dà nome sono chiamati Esek (che significa «lite, contesa») e Sitna («ostilità, accusa»). Un gruppo li scava - in questo caso i pastori servi di Isacco- e un altro ne rivendica la proprietà. L'accesso all'acqua risulta motivo di aspro conflitto. Il caso è delicato. Da una parte viene detto esplicitamente che l'acqua che i pastori trovano scavando è viva: si tratta cioè di una sorgente che può soddisfare continuamente i bisogni di greggi di passaggio. Dall'altra si fa riferimento ai pastori di Gerar, che sono i pastori ufficiali del re dei filistei cui «appartiene» il territorio. Questi affermano con decisione: l'acqua è nostra! La vertenza non riguarda quindi il possesso del pozzo ma, direttamente, a chi appartenga l'acqua. A chi ha scavato il pozzo per bisogno di acqua nella regione desertica, o al re «proprietario» di tale deserto, cui fanno riferimento i suoi pastori? La cosa è ancora più complessa dato che i racconti biblici potrebbero dare ragione a entrambe le posizioni. In Genesi 21, 22-34, Abramo paga sette agnelle al re del territorio perché gli venga riconosciuta la testimonianza che è stato lui ad aver scavato questo pozzo, pur vivendo come forestiero nel territorio. In Numeri 20, 17 e 21, 22, invece, il popolo di Israele, nel suo peregrinare nel deserto verso la terra promessa, chiede il permesso di passaggio a re locali con queste parole: Non passeremo per campi né per vigne e non berremo l'acqua dei pozzi; seguiremo la via Regia, non devieremo né a destra né a sinistra, finché non avremo attraversato il tuo territorio.

Vale la pena affermare che ieri come oggi la questione non appare affatto di facile risoluzione. L'acqua appartiene a qualcuno (Stati o proprietari privati) che può deciderne, quindi, eventuali costi o modalità di accesso, oppure ognuno ha il diritto di abbeverarsi liberamente? È un problema di proprietà o di accesso e di possibilità di utilizzo? Non è così frequente trovare argomenti in cui non ci sia qualche «legge» biblica che permetta di affermare sempre chi ha ragione e chi ha torto, ed è particolarmente significativo che, pur essendo, quello biblico, un mondo «assetato», non si trovi, su un argomento così vitale, una chiara linea di riferimento! Per i due pozzi di Isacco non c'è altra soluzione che dover andare altrove. La dinamica conflittuale non permette la convivenza, ma la logica vuole che la proprietà e l'accesso all'acqua siano dell'una parte oppure dell'altra.

Il terzo pozzo propone, attraverso il suo nome, una prima possibile pista di risoluzione del conflitto. Recobòt significa infatti «territori ampi, spaziosi». Isacco e i suoi pastori possono stare in pace perché il luogo è sufficientemente vasto da poterci vivere insieme. Per questo pozzo non si litiga più. A questo punto, ci sono pozzi per tutti. La prima soluzione è cioè vincere la cupidigia di volere «tutti» i pozzi per sé, permettendo anche all'altro pastore la possibilità di utilizzare l'acqua.

L'accordo per l'acqua

Genesi 26, 23-33
23 Di là salì a Bersabea. 24 E in quella notte gli apparve il Signore e disse:
«Io sono il Dio di Abramo, tuo padre; non temere, perché io sono con te:
ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza a causa di Abramo, mio servo».
25 Allora egli costruì in quel luogo un altare e invocò il nome del Signore. Lì piantò la tenda, e i servi di Isacco scavarono un pozzo. 26 Intanto Abimèlec da Gerar era andato da lui, insieme con Acuzzàt, suo consigliere, e Picol, capo del suo esercito. [...] 30 Allora Isacco imbandì loro un convito e mangiarono e bevvero. 31Alzatisi di buon mattino, si prestarono giuramento l'un l'altro, poi Isacco li congedò e partirono da lui in pace. 32 Proprio in quel giorno arrivarono i servi di Isacco e lo informarono a proposito del pozzo che avevano scavato e gli dissero: «Abbiamo trovato l'acqua». 33 Allora egli lo chiamò Siba: per questo la città si chiama Bersabea ancora oggi.

Il quarto pozzo citato nella nostra vicenda è all'origine del nome di Bersabea, la più importante città di questa regione. In realtà, il nome della città era già stato spiegato nella vicenda di Abramo al capitolo 21 di Genesi. Ma la sua duplicazione a questo punto dei conflitti di Isacco relativi all'acqua vuole esplicitamente proporre una soluzione definitiva ai problemi riguardanti questo elemento vitale. Be'er Sheba (questo il nome ebraico della città, anche se nel nostro testo compare un termine unico nell'intera Bibbia, Shiba, dal non chiaro significato), significa infatti «pozzo del patto, del giuramento» e ricorderebbe il patto reciproco tra Isacco e il sovrano filisteo di Gerar Abimèlec (= mio padre è il re). Isacco, dopo essere stato cacciato e aver cominciato a vagare per trovare acqua, dopo aver litigato con i pastori di Gerar, ora si trova finalmente a poter fare pace con il popolo del territorio.

Bella la scansione degli eventi che il racconto suggerisce. Isacco sale in quella regione e costruisce l'altare al Dio di Abramo suo padre che lo ha appena benedetto (vv. 23-25) e si scava un pozzo. Troveranno i servi l'acqua? La risposta è data solo dopo che Isacco riesce a fare pace e a siglare un giuramento, a fare un'alleanza, con il re del territorio. È allora che giunge la notizia che l'acqua è stata trovata: solo desiderando e costruendo relazioni di benedizione e di pace ci potrà essere acqua per tutti! Grande indicazione: si può condividere l'acqua in pace solo se si riesce a desiderare di fare un giuramento, un patto reciproco che permette l'accoglienza reciproca e se si fissano diritti e doveri di tutti.

Questa non è soltanto un'intuizione biblica dal sapore vagamente irenico. «Nonostante questi scenari di tensione, la storia sembra indicare come, all'interno dei bacini fluviali internazionali, la cooperazione, piuttosto che il conflitto, rappresenti la regola. Dall'anno 805 al 1984 sono stati stipulati più di 3.600 trattati internazionali in materia di gestione delle risorse idriche. Un'analisi empirica mette inoltre in evidenza come due terzi dei 1.830 eventi internazionali relativi all'acqua verificatisi negli ultimi 50 anni, siano stati di natura cooperativa, e abbiano portato alla ratifica di 157 trattati» (FANTINI E., «Il futuro dell'acqua tra guerra e mercato», in Aggiornamenti Sociali, 6 [2003] 437).

Insieme attorno all'acqua

Genesi 29, 1-3
1 Giacobbe si mise in cammino e andò nel territorio degli orientali. 2 Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame distese vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano le greggi. Sulla bocca del pozzo c'era una grande pietra: 3 solo quando tutte le greggi si erano radunate là, i pastori facevano rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al suo posto sulla bocca del pozzo. [...]

Un altro testo mette in luce in modo tutto speciale la legge della cooperazione come tutela delle risorse idriche se si vuole che tutti possano goderne. In Genesi 29 si racconta infatti una delle «leggi dei pozzi» più significative.

Questo pozzo è al centro di una regione di pascoli e i vari pastori vi portano periodicamente le loro greggi. Abbiamo già accennato come in alcuni pozzi ci fosse una pietra a protezione della sorgente d'acqua. Qui la pietra è così pesante che la si può rotolare solo grazie alla cooperazione dei diversi pastori. Tale pesantezza rispondeva a un duplice bisogno. Da una parte la necessità di esserci tutti permetteva il controllo sociale per la sicurezza di ciascuno in un ambiente potenzialmente ostile, dato il carattere solitario della pastorizia. Se al termine della giornata qualche pastore non si fosse presentato, era chiaro che poteva aver avuto qualche problema e ci si poteva mettere alla sua ricerca per aiutarlo ed eventualmente salvarlo. Dall'altra, nessuno poteva avere accesso all'acqua individualmente, ma si poteva usufruire del pozzo soltanto considerandolo nella prospettiva di bene comune. Solo insieme, infatti, i pastori delle greggi appartenenti a diversi padroni (e quindi teoricamente anche possibilmente in concorrenza tra loro) sarebbero riusciti a dissetare il proprio bestiame.

Più che preoccuparsi di definire diritti e doveri legati all'acqua, la Bibbia sembra suggerire la necessità di sviluppare relazioni di accordo cooperativo per permettere a tutti l'accesso alla vita che l'acqua garantisce. Non dobbiamo soccombere all'«idea che la logica trainante dell'agire umano, di fronte a risorse comuni e accessibili a più soggetti, sia di tipo competitivo. Se si applicano queste considerazioni a un sistema internazionale anarchico, formato cioè da Stati sovrani che ricercano il loro interesse nazionale, le future guerre per l'acqua appaiono praticamente inevitabili» (ivi, 438)

Fonte: Aggiornamenti Sociali

Segnalato da Stella Buratti.

 


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