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Un uomo di pace in tempo di guerra - L'archivio privato di Pietro Del Giudice PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Michelucci   
Domenica 18 Settembre 2011 14:55

Dante Isoppi, che fu comandante partigiano della divisione Apuana in alcune note caratteristiche su Pietro Del Giudice, comandante il Gruppo Patrioti Apuani, datate gennaio 1946, (il documento è ora riprodotto proprio  nel libro di Maria Del Giudice) tra le diverse qualità gli attribuiva una sorta di “magnetismo”.

Io credo che l’abbia conservato fino alla morte, era un alone di autorevolezza, dovuto ad una dignità morale ed ad una onestà intellettuale  che naturalmente emanava  e che obbligavano a seguirlo.

Invero incuteva rispetto se non timore. Ma lui non ne approfittava, almeno con me, e ormai entrati in amicizia si lasciava trattare con confidenza anche a dispetto della differenza di età. Ripeto a riguardo un aneddoto  a cui sono affezionato. Io gli dissi scherzoso: “Non roteare gli occhi, non usare paroloni, con me non serve, non mi spaventi; anzi dimmi uno come me dove sarebbe stato ai tempi della lotta?”. E lui di rimando, pronto: “Sempre al mio fianco, alla tenda comando!”. Lo scherzo lo accettava e sapeva rispondere a tono.

Devo al suo insegnamento contro ogni ipocrisia la scelta di fare, anche in questa occasione, un intervento non rituale, non basato su giri di belle parole, anzi ne approfitto per offrire riflessioni crude e semplici delineando quattro aspetti politici della sua figura.

Parlerò quindi di Pietro Del Giudice socialista,  filoamericano, anticomunista  e cattolico.

Socialista? Lo posso confermare personalmente. Ho già raccontato di quando io indisponente (ma ho spiegato il carattere di complicità fraterna che ci univa) lo sollecitavo a dichiarare la sua appartenenza politica. Lui riflettendoci su un poco, o facendo finta di rifletterci, mi confessò: io al fondo sono un socialista. Io sapevo che Pietro era entrato nelle fila socialista nel 1945, e che il suo amico Bondielli, cattolico come lui, lo criticò per tale scelta che riteneva contraria al loro credo e dovuta alle offerte della carica di Prefetto che i socialisti gli garantirono. Ma mi sembra che la citata e recente  e quindi testamentaria ammissione e soprattutto la storia politica successiva di Pietro, dimostrano che tale critica era infondata, immotivata e forse anche un poco cattiva (ma del resto Bondielli non era, seppur cattolico, un uomo con i peli sulla lingua e diceva quel che pensava, ed il fatto che in seguito i due si riappacificarono significa che Bondielli ritornò sul suo giudizio). Con la scissione socialista di palazzo Barberini, nel 1947, Pietro in perfetta sintonia, si potrebbe dire, con le sue tendenze filoamericane (che vedremo) aderì alla componente socialdemocratica. Il suo in effetti era un socialismo moderato, riformista, assolutamente non violento, non certo da rivoluzione, tanto meno da premio Stalin. Ma ritornando a quella mia sollecitazione quando io lo incalzai: “Socialista? Bello, ma pericoloso!“ (eravamo in effetti in tempi di galera, e di monetine lanciate, e di assoluta denigrazione almeno per i capi socialisti). “E che tipo di socialista? - insistetti - craxiano, nenniano, saragattiano?”  E lui pronto: “Io sono un socialista di inizio Novecento, delle leghe dei cavatori e lizzatori, di quelli che volevano insegnare alla gente a leggere in modo che fosse capace di per sé di capire e scegliere senza che qualcuno glielo indicasse”. Al che io chiosavo: “Ah! I socialisti che piacciono a me, i cavatori  operai del masso e della tecchia, cioè quelli che stavano ancorati ad un blocco, ma che erano anche capaci di arrampicarsi con una fune su una parete di roccia, uomini cioè che avevano i piedi ben piantati per terra, ma che comunque non rinunciavano ad andare a vedere e sognare il cielo e le stelle, o meglio il sol dell’avvenir”. E lui serafico: “Nessuno può impedire all’uomo di sognare”. E insieme ridevamo di cuore.

 

Filo americano Pietro? Di sicuro gli alleati furono il suo preciso riferimento, cosciente fin dai primi momenti che  senza il loro aiuto la liberazione del paese sarebbe stata impossibile (oggi è una verità storica accettata da tutti), per questo sollecitò e suggerì  più volte una avanzata alleata nella zona apuana, ad evitare alla popolazione un periodo di fame e di guerra, garantendo l’appoggio partigiano; tanto che molto si arrabbiò di non essere ascoltato, perché per gli alleati il fronte italiano della Gotica fu oggettivamente un fronte secondario. Filoatlantico poi successivamente nel dopoguerra, sia nella scelta politica socialdemocratica, sia nell’essere stato sicuramente per le gerarchie militari americane un referente fidato e privilegiato, tanto da ottenere, unitamente al suo amico e luogotenente partigiano Gino Briglia “Sergio”,  una importante onorificenza come la Medaglia Donovan dell’OSS. Io ipotizzo  che tali scelte gli derivarono anche da un altro montignosino doc, di grande rilevanza nazionale e internazionale, il Carlo Sforza che fu ministro nel dopoguerra, quando  rientrò in Italia dopo un ventennio di assenza politica dovuta al suo dichiarato antifascismo, che iniziò, negli anni Venti, con la rinuncia al ruolo di ambasciatore in Francia comunicata direttamente al nuovo capo di Governo Mussolini. Ma anche sicuramente un filo americano che più non si può in ragione di una conoscenza della democrazia e della società USA che lui visitò più di dieci volte durante il fascismo  e che lo spinse a scrivere al Re d’Italia, nel maggio 1940, un accalorato e pubblico avvertimento contro l’entrata in guerra, perché gli Stati Uniti avrebbero stupito il mondo per la loro “preparazione economica e militare”, prevedendo in maniera illuminata che la “guerra insensata” avrebbe significato “la più terribile rovina dell’Italia” (la lettera sta in Carlo Sforza, L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Mondadori, Roma, 1944, pp. 164-166). Ma esser  filo americani o filo atlantici in tal senso non mi sembra possa essere considerata prova di servilismo, tanto più che l’uomo Pietro seppe dare esempio anche in tal ambito di grande dignità. Mi riferisco ad un documento di alto spessore morale e di grande senso civico che per me ha la stessa pregnanza del famoso manifestino sul corretto amministrare e contro la raccomandazione che Pietro, da Prefetto, fece affiggere alla porta del suo Ufficio, e che è stato ormai tante volte ricordato. Il documento di cui parlo, e che già in parte pubblicammo sulla rivista Eco Apuano, e che ora è riprodotto integralmente nel libro di Maria,  è la lettera all’ammiraglio Ellerj Stone contro il sistema di guerra americano che Pietro inviò alle massime autorità alleate nel luglio 1946, in tempi quindi non sospetti!, firmandosi Comandante partigiano ed ex  Prefetto. In esso certo non le mandava a dire ma  denunciava esplicitamente e con coraggio: “ […]Vi diciamo che siamo stanchi di vedere sventolare bandiere straniere in terra italiana, siamo stanchi delle angherie compiute dalle vostre truppe di occupazione ai danni del popolo italiano, […] che non potrà dimenticare le enormi, inutili distruzioni che i vostri eserciti, con i loro assurdi sistemi di guerra, hanno regalato all’Italia, soprattutto nella nostra zona completamente distrutta, senza alcuna necessità bellica, dagli apparecchi e dai cannoni alleati”.

Una protesta che risuona oggi con valore assoluto contro ogni guerra.

Anticomunista Pietro? Certo! Già scrissi che come comunista da tale tipo di anticomunista sono andato volentieri e proficuamente a lezione  (è un ideale cui non nego di sentirmi ancora al fondo legato, ma l’affermazione abbisognerebbe di spiegazioni che il tempo e lo spazio non consentono,  meglio concedere per ora che sono uomo anche contorto, come tutti gli uomini del resto!). Non era, se posso spiegarmi, quello di Pietro un anticomunismo ideologico, che negava cioè gli ideali. Era un sentimento a pelle dovuto all’esperienza degli uomini per il quale avvertiva negli atteggiamenti, nelle prese di posizione, nella credenza fideistica e non laica verso il partito e l’apparato, un pericolo per il futuro. Cosa  che, in effetti dobbiamo ammettere, la deriva totalitaria dei socialismi realizzati in nome del comunismo ha purtroppo perfettamente confermato. In tal senso l’anticomunismo fu una sorta di anticorpo. Io poi l’ho incontrato sempre in gente semplice, o almeno era quello il livello per il quale l’atteggiamento mi interessava ed il conseguente confronto: popolani per niente o poco acculturati; militanti socialisti di base, nelle sezioni, nei bar, spesso con un bicchiere di vino in mano; socialisti libertari; anarchici. Ed in essi, come in Pietro, tale sentimento mi ha sempre sorpreso, incuriosito ed attirato. La ragione stava come sempre nella storia degli uomini. Il mio amico fabbro anarchico Mario Angeli davanti alle mie reprimenda sul fatto che lui, addirittura anarchico e rivoluzionario, difendesse un uomo molto atlantico, massone e con derive destrorse come Randolfo Pacciardi, me ne spiegò la ragione dicendomi che proprio “come anarchico non dimenticava che Pacciardi (“sia stato quel che sia stato”) in Spagna difese gli anarchici dai comunisti che li volevano far fuori”. Ebbene anche Pietro (che ricordiamo non accettò nelle sua formazioni la figura del commissario politico, che solo per ciò sono considerate atipiche),  ebbe paura che i comunisti lo facessero fuori. Mi raccontò infatti di una riunione in cui dentro di sé tremò perché alcuni partigiani di tale parte, o per scherzo  o per davvero, mai riuscì a capirlo, gli puntarono addosso i loro mitra. Del resto fu nella logica di guerra di liberazione dei comunisti, intesa anche come rivoluzione sociale, contrastare chi  tra i partigiani, soprattutto in ruoli di comando, non avesse la loro visione politica, o addirittura forse anche chi avesse una diversa impostazione tattica (basti pensare al caso “Facio”, Dante Castellucci, ucciso sicuramente per questa sorta di logiche tutte interne al PCI). Mi ritorna poi in mente il caso di Luigi Viano, il famoso comandante “Bellandy” di Gielle, che comandò con grande carisma la Resistenza nel  Canavese, a dispetto dei comunisti garibaldini  a cui non andava per niente giù che una intera valle fosse governata da un apolitico, e l’antagonismo sconfinò facilmente in contrasti se non violenze (il tutto è narrato nel volume Bruno Rolando, La Resistenza di Giustizia e Libertà nel Canavese, Enrico Editore, Ivrea/Aosta, 1981). Del resto nelle dinamiche sociali contano non solo le idee ma anche le qualità personali, e il carisma di alcuni si impose al di là delle idee anche nella vita partigiana, dove del resto la democrazia e quindi le scelte furono dirette e le fecero gli uomini e non i partiti. Come avvenne sicuramente anche nel  caso di Pietro.

A corredo  di queste osservazioni che potrebbero sembrare ad alcuni  anche blasfeme, ma che in verità sono oggettive, in quanto ormai affrontabili in termini storiografici, è doveroso aggiungere  i miei convincimenti sui comunisti e la resistenza. Io credo che ebbero infatti due meriti grandissimi: il primo fu la lotta armata, nella quale furono preponderanti, che veramente qualificò la Resistenza in termini di coraggio, e che perciò ridiede dignità ad un popolo ed a una nazione. Ma è stato questo un merito più che riconosciuto, e di cui loro si sono vantati, almeno per lungo tempo forse anche troppo esageratamente anche se non immeritatamente, producendo così un effetto di rigetto, e facendo dimenticare, od oscurando, altri aspetti essenziali del periodo che poi la storiografia ha fortunatamente recuperato come la guerra civile, la guerra ai civili, la resistenza dei militari, la partecipazione del popolo e dell’intera società in prima persona alla guerra come soggetti attivi.

L’altro merito dei comunisti è per me superiore, e forse dagli stessi misconosciuto. Essi furono infatti portatori di un antifascismo politico che significò coscienza della necessità delle regole, dell’unità, del confronto, del dibattito, e soprattutto di una reale partecipazione alle scelte, e che rappresentò quindi la fucina di una ritrovata, se mai vissuta, democrazia, che in quel periodo si può dire fu addirittura diretta, producendo alfine  un frutto ancora attuale: la nostra Costituzione. Io cito sempre ad esempio di ciò come i comunisti accettarono nei CLN la rappresentanza paritetica delle forze politiche che in base ai numeri sicuramente li danneggiava, e che quindi avrebbero potuto negare, ma erano in gioco altri obiettivi. Così un cattolico come Alberto Bondielli, anticomunista sicuramente più dello stesso Pietro, fu accettato a capo del CPLN, che guarda caso vedeva al suo interno comunisti ideologicamente formati come Gino Menconi, perché oltre alle idee contavano gli uomini ed i fatti,  e Bondielli era uomo di dignità cristallina, che finì da cattolico a criticare anche il suo vescovo per il distacco dalla popolazione tenuto nei giorni della Resistenza. Questo antifascismo che si deve attribuire ai comunisti è secondo me il lascito maggiore della Resistenza e della Lotta di Liberazione, un antifascismo che è ancora oggi un valore nella nostra società, e che perciò bisogna difendere con i denti da chi lo mette in discussione trattandolo come ideale anacronistico e superato, perché in tale giudizio sta l’obiettivo di fondo, del resto malcelato, dell’attacco alla Costituzione.

 

Cattolico? Certo, sul piano religioso addirittura sempre sacerdote come, lo  ha ricordato Pietro Ichino, era solito dire lo stesso Pietro. Ma sul piano politico che cattolico fu? Direi che, mi si perdoni l’ossimoro,  la sua religione fu sicuramente laica. E’ giusto chiederselo perché nel dopoguerra essere cattolici significò essere democristiani, e Pietro certo non lo fu. Ci furono figure cattoliche che rimasero fuori da tale rappresentanza che significò essenzialmente la DC ed una sudditanza effettiva alle direttive della Chiesa. Su questo piano è bene ricordare che gli approcci politici del frate domenicano Del Giudice furono rappresentati da personalità della sinistra cattolica come la Pira, o il Don Angeli dei Cristiano Sociali.  Pietro ha raccontato e scritto di tali suoi legami, del “nonnino” (il padre di Don Angeli) che fu messaggero dei rendiconti sulle fortificazioni della Gotica che i partigiani apuani inviarono a Firenze, e poi a Roma, dove fu catturato e torturato. E’ bene quindi ricordare che il movimento, poi partito, dei Cristiano Sociali non confluì nella Democrazia Cristiana perché - così recitava un suo manifesto del 1946 - “non accettiamo nessun compromesso con il mondo capitalistico ingiusto e oppressivo”. Nel cosiddetto partito unico dei cattolici loro  rilevavano il pericolo di vedere “annegare nella sua troppo vasta latitudine di componenti e di elettorato, di poteri conservatori e di gerarchie ecclesiastiche, le specifiche istanze sociali”. Erano davvero preveggenti considerate le derive della Balena Bianca!  Non si riconobbero nemmeno  nella sinistra del partito della rivista Cronache Sociali, che aveva rappresentanti come Dossetti e La Pira, od in altre componenti cattoliche di sinistra che confluirono poi nel PCI come Franco Rodano. Gerardo Bruno, che ne fu il fondatore, alla Costituente votò addirittura  contro l’inserimento del concordato nell’articolo 7 della Costituzione. Dove e con chi stare i Cristiano Sociali lo avevano capito proprio nella Resistenza e lo riassunse  bene il Prof. Pini, un loro rappresentante nel CLN di Livorno, che affermò: “Noi dobbiamo dichiararci nettamente per la sinistra, per coloro cioè che hanno sentito il fremito rivoluzionario invadere questa nostra patria martoriata ed hanno combattuto per la libertà”. Insomma dei cattolici sì, ma atipici.

A tale schiera di uomini in senso politico  credo di poter dire appartenne Del Giudice.

Questo del resto lo rivendicò con forza (in una lettera personale inviatami a ridosso della morte di Pietro) Luciano Merlini, che fu uno dei più validi organizzatori dei Cristiano Sociali a Livorno, uno dei ragazzi di Don Angeli. Merlini rimarcava, infatti, un ruolo importante nella Resistenza di cattolici come Pietro o come i Cristiano Sociali, un ruolo misconosciuto, proprio in ragione di quello che definiva lo “pseudo dogma della loro unità nella DC” . Per questo da sempre aveva spronato Pietro a scrivere la sua storia, perché lo riteneva in tal senso una “figura gigantesca” per una riqualificazione del ruolo dei cattolici. (*)

 

Io spero davvero che il libro di Maria, la figlia di Pietro Del Giudice, sia il primo passo in questa direzione. Da sempre ho pensato e continuo a pensare che se Pietro fosse appartenuto ad una grande chiesa partitica come la DC, o anche il PCI, il suo ruolo politico nel dopoguerra avrebbe assunto ben altra visibilità. Ma forse questa ambizione non stava nel suo DNA e del resto la miglior classe politica che il nostro paese abbia mai finora avuto, quella dei Costituenti, fu rappresentata da uomini che fecero con passione e capacità il loro dovere in una dato momento, e che poi, nella quasi totalità si misero umilmente in disparte.

(*) per le notizie e le citazioni riportate sui Cristiano Sociali rinvio al saggio di  Luciano Merlini, Resistenza e Alleati in provincia di Livorno,  in Istituto Storico della Resistenza Toscana, La resistenza e gli Alleati in Toscana, Firenze, 1964; ed alla sua lettera personale del giugno 2001 che conservo gelosamente. Io l’avevo contattato proprio per avere notizie su Del Giudice, e Merlini mi informò, tra l’altro, che Pietro, nell’affanno del darsi da fare per  la richiesta di grazia a Ovidio Bompressi (che definì giustamente la “sua ultima battaglia”), lo aveva contattato per raggiungere, attraverso i suoi legami resistenziali, il Presidente Ciampi, ma che lui gli spiegò, provocandogli “malcelata perplessità”, che la sua conoscenza era stata alquanto superficiale perché “nonostante una formale adesione al Partito d’Azione, [Ciampi] non era mai stato vicino all’antifascismo e alla Resistenza livornesi”, della quale indubbiamente Merlini aveva avuto una conoscenza diretta e profonda.

Massimo Michelucci


Intervento alla presentazione del libro di Maria Del Giudice “Un uomo di pace in tempo di guerra – L’archivio privato di Pietro Del Giudice”, Comune di Massa, SEA, Carrara, 2011, avvenuta a Montignoso, Villa Schiff, il 2 settembre 2011

 

 


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