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La crisi con gli occhi degli ospiti della Casa di Accoglienza PDF Stampa E-mail
Scritto da Gino Buratti   
Domenica 22 Gennaio 2012 19:24

Non sono uno esperto di economia, ma credo sia necessario fare uno sforzo per leggere la crisi anche con altri occhi, che non siano solo quelli che ci vengono proposti dai media e da molti economisti.

Ascoltando le storie di alcuni dei nuovi ospiti della Casa di Accoglienza, siano essi migranti, che hanno perso il posto di lavoro, e con questo un alloggio e il diritto al permesso di soggiorno, oppure italiani, devo confessare, di essermi trovato a leggere la crisi e le soluzioni adottate per fronteggiarla attraverso quegli occhi, quei volti e quelle parole, travolto da una drammaticità ben diversa da quella rappresentata dai numeri e dagli articoli dei giornali.

Mi trovo quindi a riflettere, forse poco lucidamente e, sicuramente, con scarsa obiettività, sulla crisi e sulle soluzioni proposte non con gli occhi dell'economia, ma guardando i volti e le storie di quanti frequentano la Casa di Accoglienza per persone senza fissa dimora di Massa: una prospettiva limitata e parziale, ma, tuttavia, molto reale.

Nell'ultimo anno alla Casa di Accoglienza abbiamo ospitato molti stranieri, per lo più con il permesso di soggiorno, che perdendo il lavoro, sia regolare che non, si sono trovati improvvisamente nella più totale marginalità e, come amano dire i nostri governanti, nella clandestinità.

Negli ultimi due mesi del 2011, così come in queste prime settimane del 2012, abbiamo notato come sia aumentato il numero di persone italiane, anche locali, che sono venute a chiedere ospitalità alla casa di accoglienza dopo aver perso il lavoro e non potendo più permettersi un alloggio.

In particolare mi hanno colpito le storie di alcuni di questi italiani, tutti con età intorno ai 48 anni: uno di Massa, uno di Carrara, uno di Prato ed uno del Pisano, con esperienze così simili e normali da suscitare qualche interrogativo, oltre a molta angoscia.

Era la prima volta che si rivolgevano alla nostra struttura, e tutti avevano in comune il fatto di essere precipitati nel girone infernale dei dormitori, o delle Case di Accoglienza come la nostra, dopo aver perso il lavoro, in un contesto di crisi della famiglia.

Quante volte ho letto quelle storie e i numeri della crisi, ma quella volta quelle letture, quei numeri, avevano il volto concreto di tre persone, delle loro storie e richiamavano alla mente anche quelle di altri non italiani.

Uno di loro lavorava nell'edilizia, e tutti sappiamo come questa sia precipitata in crisi. Lo raccontano anche i tanti stranieri che per primi sono stati mandati a casa (non oso usare il termine licenziati essendo nella maggioranza dei casi lavoratori in nero).

Un altro nelle piattaforme petrolifere, un lavoro che lo mandava spesso in giro, garantendogli un buono stipendio.

Un altro era disegnatore meccanico in una ditta lucchese.

Ed ora ritrovarsi in questa situazione, senza nemmeno, come confessava quello di Carrara, la capacità di saper chiedere l'elemosina... vergognarsi nel chiedere un euro per un caffè.

Imbattersi nell'impotenza dei servizi sociali, nella loro assenza di risorse, nella loro impossibilità ad intervenire, se non per far fronte alle continue e incalzanti emergenze.

La vergogna che provano pensando a cosa possano pensare i figli piccoli.

Difficile spiegare loro che non ci sono i soldi... difficile anche spiegare che la loro condizione non è diversa da quella dei migranti, e che mettersi uno contro l'altro è solo una guerra tra poveri voluta da altri. Difficile tentare di trovare una causa, quando i telegiornali ci raccontano l'indignazione per i controlli fiscali fatti a Cortina.

Ha poco senso per uno come me, che ha, pur nella crisi, alcune sicurezze... ma diventa molto più complicato quando si è precipitati nella miseria.

Perché di miseria, non di povertà, stiamo parlando.

In tal senso suggerisco la lettura del libro "Quando la povertà diventa miseria", di Rahnema Majid, ed. Einaudi, o del suo articolo “Breve discorso sulla povertà”, pubblicato anche sul sito dell'AAdP.

Allora qualche interrogativo emerge: per uscire da questa crisi l'unica strada possibile è quella scelta da questo governo?

Non mi intendo di economia, però mi domando se sia giusto percorrere un sentiero che fa precipitare persone già barcollanti, trascinandole in dirupo dal quale non potranno uscirne fuori.

C'è qualcuno che mi spiega l'esistenza di qualche progetto per inserire dei quarantottenni nei processi produttivi, una volta espulsi? Esistono possibilità di convincere le aziende che è necessario investire su di loro? Il panorama delle industrie che parzialmente posso osservare mi dice che la volontà delle aziende è liberarsi dei costi troppo pesanti.

La riduzione dei salari, del potere di acquisto, delle pensioni... l'aumento dei costi dei servizi, anche di quelli essenziali, inclusi i servizi sanitari, educativi, scolastici... mi pare che abbiano come risultato anche quello di trascinare molte esistenze verso ambiti nei quali queste non hanno più un minimo barlume di dignità.

Non so se la manovra sarà una macelleria sociale, so però che più mi guardo intorno più vedo sofferenza, miseria e marginalità.

Mi domando come se ne uscirà, nel momento in cui gli Enti Locali si vedono ridotti i finanziamenti, e potranno solo fare fronte alle emergenze, senza poter pensare a soluzioni a lungo termine.

Penso a quanti rimarranno sul campo... e ci rimarranno a favore di chi, per garantire l'esistenza a chi?

Al tempo stesso stesso tutti rimarcano che si esce dalla crisi con equità e che, come dice la nostra Costituzione, tutti devono contribuire in misura alle proprie risorse.

Ma dire questo non significa forse evocare la patrimoniale?

Ritengo che la contrarietà alla patrimoniale è la teorizzazione, in questa situazione di crisi e di povertà in aumento, di pratiche politiche miranti a garantire le disuguaglianze e l'iniquità. In tale ottica ritengo che si debba esprimere un giudizio anche sulle non scelte di questo governo.

Non essendo un economista mi sfuggono molte sottigliezze... però, da persona pur poco attenta, non posso ignorare le facce, le storie ne la situazione drammatica di chi frequenta la casa di accoglienza o le mense dei poveri.

Strutture queste che vedono ormai in aumento le presenze di cittadini locali, così come sono in crescita quanti, vergognandosi di andarvi, chiedono pacchi viveri alle parrocchie.

D'altra parte anche l'ISTAT certifica l'aumento della povertà, con cifre che devono sicuramente destare qualche allarme.

Sono queste le persone che vedo, sulle quali l'aumento dell'IVA avrà sicuramente un peso non indifferente.

Credo che si debba avere il coraggio di "fare scelte" nell'individuare le forme e i modi per prelievi fiscali diversificati, affinché questi non diventino la spinta con la quale le persone precipitano nella miseria.

Sono sempre stato contrario all'abolizione dell'ICI, perché questa rappresentava una entrata significativa per gli enti locali, capace di garantire servizi sociali importanti. Adesso, con la crisi in atto, la mancanza di lavoro e l'assenza di reddito la sfida cui siamo chiamati è riuscire a fare delle scelte tali da articolare l'imposizione delle nuove tassazioni, evitando così di non trascinare nella miseria fasce di popolazione, perché una volta precipitati in questo girone infernale è difficile davvero uscirne, senza un sostegno organico e progettuale, senza un'idea di convivenza fondata sulla solidarietà e sulla equità.

Ci viene detto che per salvare il paese sia inevitabile la riforma delle pensioni, con l'aumento del limite di età e il passaggio di tutti al sistema contributivo.

Pur avendo qualche perplessità non voglio obiettare niente, tuttavia mi si dovrebbe spiegare come sia possibile, non cambiando gli indici dei contributi, accettare che i nostri figli (ma forse anche noi) abbiano una pensione da fame, in un contesto nel quale contemporaneamente si è provveduto a smantellare lo stato sociale?

Chi si occuperà dei nuovi “pensionati poveri”?

Se l'equità dovrebbe contraddistinguere le scelte per far fronte alla crisi, c'è sempre una lobby che ne sembra essere sempre esclusa, forse per volontà divina. Debbo purtroppo constatare come la sensibilità di questo governo di “tecnici”, per altro molto poco neutrali, sia così prona dinanzi alla lobby dell'apparato militare e delle imprese che lo condizionano.

In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo non si è capaci di scegliere di non spendere 15 miliardi di euro per l'acquisto di 131 caccia bombardieri F 35 uscendo da quel programma, così come altri paesi hanno fatto, pur sapendo che in questa fase la rinuncia non comporterebbe alcun onere ulteriore.

Improvvisamente sento parlare che le liberalizzazioni sono la panacea di tutto, una delle condizioni indispensabili per far ripartire la crescita... non lo so, ma ascoltando queste parole, da ignorante in materia, ho la sensazione strana di essere preso giro.

La vita delle persone della Casa di Accoglienza dipenderà dall'aumento delle farmacie, dalla liberalizzazione dei taxi e delle corporazioni?

Se penso ai tassisti di Massa, ho qualche dubbio... non mi pare che lavorino così tanto da avere chissà quali entrate. Se poi queste devono essere divise in un numero maggiore, ho la sensazione che anche loro presto diventeranno frequentatori delle mense e della Casa.

Ma sicuramente il resto dell'Italia non è Massa.

Come dice l'amico Massimo Michelucci, nel suo articolo "Come si percepisce la crisi?", “si è parlato della libera apertura dei negozi trasformandola in un problema politico. Primo mi chiedo nella pratica: ma a cosa serve se la gente non ha soldi? Secondo nella sostanza: ma ciò non è in contraddizione con la logica del consumo che si diceva di voler e dover debellare come sintomo di un male che ha contribuito in gran parte ai disastri?

Come lui credo che che il nostro tenore di vita e i nostri consumi abbiano qualcosa a che vedere con la fame che regna in altre parti del mondo e, sempre di più, anche da noi. Per questo sono convito che dovremmo seriamente pensare ad una riduzione e riqualificazione dei consumi.

In ogni caso non capisco come si possano incrementare i consumi semplicemente aumentando, da una parte, gli orari di apertura dei negozi e , dall'altra, diminuendo il potere di acquisto dei redditi medio-bassi.

Per altro mi viene in mente come possano fare i piccoli negozi ad ampliare l'orario di apertura e se, sopratutto questo sia eticamente sostenibile rispetto pensiamo alla qualità di vita delle persone che vi lavorano (piccoli proprietari, commesse/i).

La qualità della vita delle persone ha ancora un significato?

Tenendo conto della flessibilità del lavoro nel commercio e di certe forme di sfruttamento e di ricatto esistenti nelle grandi distribuzioni, ho seri dubbi che la vita dei dipendenti del commercio migliori.

Non è che ancora una volta facciamo un regalo a chi ha un reddito che gli permetta di fare chissà quali acquisti e alla grande distribuzione?

Io credo che agli ospiti della Casa di Accoglienza e delle mense interessi poco avere aperti anche la sera i supermercati (perché solo loro potranno aprire).

In ogni caso lanciamo un ulteriore segnale diseducativo ai nostri figli: “comprate, indebitatevi e comprate di nuovo, anche la notte oltre che nei giorni di festa” (ho sempre apprezzato l'opposizione della Comunità Ecclesiale all'apertura dei negozi nei giorni festivi).

Abbiamo costruito il nostro modello economico fondandolo sull'aumento dei consumi e sull'uso indiscriminato delle risorse, generando disuguaglianza, povertà (la maggior parte delle persone del mondo, gli ospiti della casa...) e sfruttamento.

Questo modello ha generato questa crisi, ma ben altre in passato ne aveva determinate, ed ora si propone di uscire da questa situazione suggerendo di aumentare i consumi, generando nuova e più profonda disuguaglianza, nuova povertà e maggiore sfruttamento.

E' un po' come quel medico che dinanzi ad un paziente che periodicamente manifesta la stessa malattia, insiste aumentando le dosi dello stesso antibiotico, né prova a suggerire di modificare gli stili di vita del paziente.

Viene il dubbio che quel medico sia incapace o che abbia qualche interesse, magari economico, a perseverare con quella cura.

Non sarà forse il caso di cambiare, prima di tutto, medico, e poi antibiotico e stili di vita... per tentare di sopravvivere, prendendo in prima persona le sorti della propria esistenza?

Non sarà forse necessario rimettere in discussione quei dogmi della nostra economia, definendone altri, ripensando anche a livelli di de-crescita compatibili con il nostro pianeta, cambiando sentiero, e iniziando a percorrerne uno nel quale anche gli ospiti della casa di accoglienza possano percepire che possono uscire da questo inferno nel quale sono precipitati?

 

Buratti Gino

Massa, 20 gennaio 2012

 

 

 


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