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Scritto da Enio Minervini   
Sabato 21 Luglio 2012 14:16

20 anni fa è stato assassinato Paolo Borsellino. "E' stato ucciso"... uso il tempo passato prossimo, non il comune "veniva assassinato". Passato prossimo perchè da Capaci a Via D'Amelio, continuando per via Palestro, San Giorgio al Velabro, San Giovanni Laterano, e Via dei Gergofili si sono ricostruiti i nuovi equilibri dell'Italia post-democristiana. L'Italia che conosciamo ancora oggi, quella che a distanza di 20 anni, sembra in cerca di nuovi equilibri.
Oggi sappiamo che quello che chiamiamo Stato ha trattato con la mafia e ha sacrificato Borsellino.
Sappiamo che un imprenditore milanese che ha segnato i successivi venti anni della politica italiana è partito per la volata finale proprio in quel lasso di tempo. Da quella nazionale ricerca di nuovi equilibri è nato un partito in due mesi.
Sappiamo che un ex ministro degli interni, nonchè ex presidente del senato, nonchè ex vicepresidente del consiglio superiore della magistratura ha trattato l'intrattabile e ha detto il non dicibile insieme ad un altro ex ministro degli interni, ex presidente della camera ed ex Presidente della Repubblica (nel senso che è ancora Presidente ma ha sputtanato la Repubblica).
In questo valzer di riposizionamenti, di trattative, di uomini nuovi e nuovi poteri, le bombe hanno riportato la pace. La pace mafiosa.
Le bombe hanno questo ruolo in Italia ogni 20 anni. E ogni 20 anni gli equilibri italiani cercano nuovi assetti.
20 anni prima di 20 anni fa eravamo nel pieno di una stagione terrorista che dal '69 ha attraversato tutti gli anni '70.
20 anni prima (poco più) c'è stata Portella della Ginestra. 20 anni prima (poco più) il fascismo.
Forse c'è una forzatura aritmetica nella ricerca di una cadenza ventennale. E anche queste storie hanno peculiarità che le rendono diverse.
Ma quello che hanno in comune è la loro funzione di stabilizzazione. Strumento di sovversione conservatrice in mano alle classi dirigenti italiani.
E soprattutto hanno in comune che sono storie talmente prossime da dover essere comprese come storie dei nostri giorni. E di quello che stiamo vivendo oggi.
L'oggi segnato da una crisi economica globale e profondissima, di una profondità che trascende l'economia.
L'oggi segnato da equilibri politici nazionali liquefatti, senza soggetti visibili capaci di cambiamento reale ma pur tuttavia in un quadro di riposizionamento e conflitto interno al potere capitalistico nazionale ed europeo.
Non sappiamo quale prezzo pagheremo per queste lotte intestine al Capitale. Non sappiamo i costi sociali, culturali, politici e nemmeno sappiamo se anche delle vite umane dovremo portare contabilità tra le macerie delle bombe.
E soprattutto non sappiamo se è solo la nostra miopia a non farci vedere che una nuova speranza sta caricando un balzo come se fosse tigre.
Ciò che sappiamo è il desiderio di un'intransigenza nuova. Dell'indisponibilità alla mediazione e alla trattativa con quello che rifiutiamo. Il desiderio di coerenza con il mondo che costruiamo con le compagne ed compagni di strada e di avventura.
Per questo dopo 20 anni Paolo Borsellino è un uomo del presente, o del passato prossimo, molto prossimo.
Non un'icona, non una figurina da adorare. Nemmeno un cittadino con idee vicine alle mie.
Solo un inceppo alla normalizzazione. Un ostacolo alla pax mafiosa. Un segno che indica la direzione per l'intransigenza che vorremmo.

Fonte: Tutta un'altra città

 


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