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Sarajevo 20 anni dopo la guerra, con i Beati Costruttori di Pace PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonella Cappè   
Sabato 15 Dicembre 2012 19:17

Approfitto del viaggio organizzato dai Beati per andare a vedere Sarajevo, mai stata prima. Sarajevo, il mito della convivenza e della cordialità. E com’è oggi? Quelle che scrivo sono solo impressioni di 2 giorni passati a Sarajevo. I segni esteriori della guerra sono ancora evidenti nei quartieri popolari vicino all’aeroporto, dove andiamo per vedere il Tunnel scavato sotto l’aeroporto per il passaggio di persone e materiale per evadere l’assedio: grattacieli con buchi e segni degli spari o toppe poco mascherate sugli intonaci.

Il centro storico è ben ricostruito, la biblioteca nazionale che conteneva oltre 1 milione di libri di tutte le culture, non ancora riaperta, è perfettamente ricostruita nello stile pseudomoresco; i bei palazzi del periodo asburgico ospitano negozi con anche le grandi marche dell’abbigliamento: i prezzi sono di poco inferiori ai nostri. Banche; anche Banche italiane. Maria di Sarajevo il primo giorno ci accompagna al Ponte Verbania a commemorare l’insegna a ricordo di 2 giovani donne e di Gabriele Moreno Locatelli, uccisi sul ponte mentre manifestavano per la Pace; ci mostra il palazzo del comune, il parlamento, il nuovo avveniristico centro commerciale di vetri blu accanto all’antica chiesa greco ortodossa. Maria laureata in psicologia in Italia, tornata a Sarajevo, disoccupata, ci dice che questa è la sorte comune a molti giovani. La politica: ci sono 3 presidenti rappresentanti di 3 gruppi etnici e a turno stanno in carica 6 mesi ciascuno, questa ripartizione in 3 si ritrova a tutti i livelli con il risultato di un numero cospicuo di politici abbastanza ricchi da poter frequentare i negozi del Centro, inaccessibili ai più . “Oltre il 60% del Pil, sostenuto in gran parte dalla U.E. è speso dai politici e per l’amministrazione “ci dirà un giornalista di Sarajevo. “Quando questo finanziamento finirà, a breve, è imprevedibile cosa potrebbe succedere..”

La domenica , dopo una giornata di neve che rende impossibile la visita a Sebrenica, ci “costringe” a fare i turisti in citta. La neve caduta abbondante il giorno prima, ovatta l’aria , i colori e i suoni, con grande senso di serenità. Nel Centro storico impressiona l’abbondanza e la vicinanza dei luoghi di culto: la moschea, la chiesa greco ortodossa, la sinagoga, la cattedrale cattolica . Sono tutti aperti e li visitiamo. La sinagoga è anche un museo, solo 1 volta all’anno è sede del culto, la sinagoga, più grande è poco più in la. La guida ci racconta brevemente la storia degli ebrei di Sarajevo, ebrei sefarditi, cacciati dalla Spagna assieme ai mussulmani, nel 1492 dopo l’editto della regina cattolica Isabella. Erano 12,000 gli ebrei a Sarajevo prima della 2° guerra mondiale; il nazismo ne uccide il 90%, deportati nei campi di concentramento e sterminati, ne restarono 1200. Durante l’assedio di 20 anni fa erano poco più di 200, ora sono circa 800. E durante il periodo di Tito? domando, come era la situazione? Al mio interlocutore brillano gli occhi “ stavamo benissimo, c’era pace e tranquillità” e adesso? “ Bene. Avete visto che siete entrati qua dentro liberamente, nessuno vi ha chiesto niente, e così anche per le altre chiese. Non come in Italia” “ Come, in Italia ?” domando “ Ero a Roma un anno fa, in gita turistica, volevo andare in sinagoga ma era circondata dalla polizia, ci ho rinunciato” rimango stupefatta e ammutolita. Il mito continua…o forse siamo noi ancora indietro.

 


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