Nominare la violenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria G. Di Rienzo   
Lunedì 01 Settembre 2014 19:41

Il progetto femminista del "nominare" comporta, nell'ambito della violenza, 1. rendere visibile ciò che è invisibile, 2. definire inaccettabile ciò che è accettato e 3. insistere sulla problematicità della normalizzazione. Il nominare permette alle donne di dare appunto un nome alle esperienze di violenza subita, e di sfidarle spostandole dalla sfera privata a quella pubblica, spostando anche in questo modo i confini di quel che è un comportamento socialmente accettabile o inaccettabile.

Con rarissime eccezioni, la narrativa dominante sulla violenza continua ad essere la seguente: è qualcosa che accade in pubblico, fra adulti, che lottano fisicamente con o senz'armi; comporta ferite o lesioni immediatamente visibili e l'intervento di una forza esterna (polizia, vigili, esercito, ecc.) che porta alle conseguenze legali/penali. Tutto il resto naviga in acque piuttosto confuse, soprattutto per quel che riguarda donne, ragazze e bambine ove la violenza nei loro confronti è razionalizzata da ruoli sociali, da teorie pseudopsicologiche e pseudoscientifiche, da precetti religiosi e dall'onnipresente sessualizzazione.

Incontrando giovani e giovanissimi ambosessi nelle scuole, e chiedendo loro di raccontarmi cosa la violenza è e come si manifesta nelle loro amicizie ed esperienze, l'esempio più frequente che ottengo è grosso modo questo: i ragazzi lottano fisicamente in corridoio, in cortile o in aula, gli insegnanti o i bidelli li riprendono dicendo loro che tale comportamento è sbagliato, la direzione scolastica li castiga con una nota o una sospensione.

Ad onor del vero, ci sono sempre alcune ragazze e bambine che tentano di nominare le violenze loro dirette e di cambiare la narrativa: riferendosi all'ambito scolastico dicono di essere spinte, spruzzate di acqua o bevande, prese a calci, sgambettate, pedinate, chiamate con insulti a sfondo sessuale, svergognate per la loro supposta scarsa bellezza, toccate contro la loro volontà. I loro compagni si inalberano subito, argomentando che tali esperienze non sono "veramente" violente. Infatti, non si incasellano bene o del tutto nella struttura esemplificata in precedenza: età (adulta), genere (maschile), spazio (pubblico), azione (fisica), reazioni e conseguenze (ufficiali).

Anche molti dei loro insegnanti, qualora presenti, manifestano disagio perché sono in effetti coloro a cui queste ragazze e bambine hanno provato a chiedere aiuto e nelle loro risposte le hanno ridicolizzate, le hanno accusate di mentire, hanno minimizzato l'esperienza come triviale, e qualche cretino fra loro ha persino tirato fuori la solfa del "lo fa perché gli piaci". In questo modo la violenza nei confronti di ragazze e bambine è stata normalizzata una volta di più.

Perché non si tratta solo della scuola, com'è ovvio. Quando i maschi e gli insegnanti non sono presenti, e avendo passato un po' di tempo con me le mie giovani compagne cominciano a fidarsi, la lista degli abusi si allunga: parlano di molestie per strada e sui mezzi pubblici, di abusi fisici da parte di adulti conosciuti e sconosciuti, di discriminazioni in famiglia, di minacce e insulti a sfondo sessuale nella vita quotidiana e in quella "virtuale" online. Nella maggior parte dei casi, quelle che si sono rivolte ad un adulto hanno ricevuto lo stesso responso che ricevono dai loro insegnanti, ma gli altri tre quarti del totale sono talmente consce di che tipo di reazione avrebbero da non aver neppure tentato di lamentarsi. Le loro energie rispetto al problema sono concentrare su come evitare i molestatori e gli aggressori sorvegliando e limitando le loro proprie azioni. I perpetratori non sono visti come responsabili di ciò che fanno e sui loro potenziali bersagli ricade tutto l'onere di prevenire la violenza loro diretta.

In un paio di situazioni complicate da scenari familiari, nonostante l'evidenza chiarissima dell'abuso subito dalla ragazza o dalla bambina, la risposta alla richiesta d'aiuto è stata di contenimento: nessuna denuncia, intervento "interno" al nucleo familiare/amicale e un paio di frasi "consolanti" del tipo Crescendo dimenticherai tutto, Queste cose non lasciano tracce, Non pensarci più. Be', non è vero. Le ripercussioni a lungo termine ci sono. Si chiamano PAURA, PANICO, ISTANZE DI CONTROLLO, DEPRESSIONE, SCARSA AUTOSTIMA, ecc. I brani che seguono sono estratti da testimonianze di donne ora adulte che hanno subito svariati tipi di violenza durante infanzia ed adolescenza.

"Ci sono alcuni oggetti... normalmente fanno parte della vita quotidiana, ma io non posso vederli senza provare paura perché nella mia mente li associo al mio aggressore. Portano a livello cosciente ricordi e flash di memoria. Devo fare un sforzo cosciente, ogni giorno, per allontanare l'associazione dalla mente. Quando non ci riesco sono come paralizzata, mi sento debole e vulnerabile e non mi concentro più su quel che sto facendo."

"Le procedure mediche sono il mio problema, perché spesso comportano che un estraneo metta degli oggetti dentro di te: ciò che faceva chi ha abusato di me. Farmi curare un dente o fare il pap test mi mandano in panico. Comincio a sudare, impallidisco, provo nausea e sono sull'orlo dello svenimento. Odio tutta la faccenda, mi sembra di dare spettacolo e sento che mi si giudica in modo negativo."

"Ci sono giorni in cui l'idea che qualcuno mi tocchi è insopportabile, mi terrorizza. Nemmeno mio marito è escluso dal terrore che provo. Solo i miei bambini riescono ad attraversare questo blocco."

"Soffro di insonnia perché addormentarmi in fondo mi fa paura, è una perdita di controllo sul mio corpo e io la associo immediatamente al non aver avuto questo controllo durante la violenza che ho subito. Anche lasciarmi andare in un rapporto sessuale è difficile per me: sesso e amore sono scollegati nella mia testa."

"Ho litigato con il dottore perché non volevo l'anestesia, ma l'intervento non era possibile senza. E allora l'ho rimandato sino a che non più stato possibile farlo. Sono entrata in ospedale convinta che non ne sarei mai più uscita, non perché l'operazione fosse difficile o il mio stato di salute fosse gravissimo, ma perché non avrei controllato quel che mi accadeva. Come quando ero una ragazzina."

"Salto come una molla se qualcuno che non conosco mi tocca per sbaglio. A volte piango senza accorgermene, anche sul lavoro, e in apparenza non c'è una ragione: solo dopo capisco come nella conversazione che stavo facendo o in quel che stavo leggendo c'era un rimando al mio passato. Riesco a fare l'amore solo se sono io a decidere di cominciare, io ad abbracciare, io a suggerire... e resto comunque tesa, sempre sul chi vive."

"Le mie figlie vogliono essere come tutte le altre bambine, è normale, ma per esempio io non riesco a lasciarle a casa di un'amichetta se non conosco davvero bene i suoi genitori e devo sforzarmi di non continuare a guardarle o chiamarle se sono appena davanti a casa a giocare. Trovare scuse per le mie bambine, per evitare loro il contatto con adulti sconosciuti, è diventato usuale, per me e mi dispiace. Mi sembra di sorvegliare le loro vite con gli occhi di un gufo malefico. Mi sento una cattiva madre. E la mia di madre, non si accorse di nulla di quel che mi succedeva quando avevo la loro età."

Ormai ho perso il conto delle donne che mi hanno raccontato e continuano a raccontarmi vicende simili. Se avessi solo una margherita per ognuna di loro probabilmente potrei aprire una fioreria. E' per queste donne e per le loro figlie che non posso smettere di nominare la violenza per quel che è.

Maria G. Di Rienzo

Fonte: LunaNuvola's Blog - il blog di Maria G. Di Rienzo

 


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