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Per una rifondazione del progetto europeo

La situazione attuale e il dibattito

Gran parte del dibattito sulle cause della crisi economica e politica in corso in Europa è stato fatto deragliare dai partecipanti dominanti. Da un lato troviamo l’Elite europea (che grosso modo è costituita dalla Commissione Europea, dai burocrati di Bruxelles, dalla Corte europea, dalla Banca Centrale Europa, dalla Presidenza del Consiglio dell’UE, dal Parlamento, e da un certo numero di corrispondenti dei mass media collocati a Bruxelles, think-tanks e colleghi europei) che in modo unitario perseguono l’idea che una più forte integrazione economica europea e maggiore centralizzazione del sistema politico sono necessari per far avanzare la cooperazione europea e, per questo, sono un “una buona cosa per l’Europa”. Quindi, questa Elite ha una sola risposta alla crisi in corso: più centralizzazione e ulteriore accelerazione della Marcia verso una struttura politica federale dell’UE; gli Stati Uniti d’Europa sono l’obiettivo ultimo. Questa narrazione può dimostrarsi fatale per il futuro d’Europa, perchè non è radicata nella percezione della vita quotidiana della maggior parte dei popoli europei.

Dall’altro lato di questo dibattito troviamo gli euroscettici che sono così ‘stanchi’ di Brussels e della centralizzazione in corso che hanno voltato le spalle all’Europa. Questi movimenti di forte ispirazione nazionalistica pensano che i paesi europei possano fare meglio e cooperare meglio senza Brussels su una base intergovernativa. Questa divisione di opinioni sulla cooperazione europea tra i favorevoli e contrari si è accelerata in particolare sull’onda delle crisi economiche. Gli sviluppi dal 2008 hanno messo in evidenza la debolezza di strutture economiche e politiche che in modo crescente prendono la forma di eccessiva centralizzazione, unilateralità a beneficio della finanza e di una ridotta regolamentazione del mercato nazionale. Sviluppi che dal “crollo del muro” sono stati costruiti in modo crescente sulle idee neoliberiste di un sistema di mercato autoregolato e sul bisogno postulato di ridurre gli stati del benessere. Da qui, la solidarietà tra i paesi dell’UE è stata indebolita – il messaggio da Bruxelles e Berlino, ripetuto dalle Elite dell’UE, contiene un chiaro monito che ogni singolo paese deve prima di tutto ‘mettere ordine nella propria casa’ e, se non sono in grado di aiutarsi da soli, Brussels (con l’appoggio di Berlino e del FMI) fornirà gli aiuti necessari.

In un suo recente scritto Jürgen Habermas (Die Zeit, february 2014) inquadra il tema qui posto nei seguenti termini: “L’Europa delle élite è stata istituita. Tuttavia, per conquistare i cittadini al progetto europeo, è necessario che i politici discutano i temi che interessano veramente i popoli europei”. Il tema delle strutture del potere e della scissione che si è creata tra l’Elite e i cittadini europei è al centro di questo saggio, insieme a quello di come ricostruire forme di consenso su ciò che caratterizza e orienta l’Europa e che partano dai problemi acuti che affliggono i singoli paesi. Le politiche adottate dalle Elite di Bruxelles che hanno imposto una forte accelerazione al processo d’integrazione a rimorchio della globalizzazione, indeboliscono i vincoli di solidarietà tra paesi e gruppi sociali e producono una crescente marginalizzazione economica e esclusione sociale in un numero crescente di paesi e regioni europee.

La rivolta dei cittadini europei, espressa dalle recenti elezioni per il parlamento europeo, non è, come alcuni vorrebbero indurci a credere, espressione di antieuropeismo e xenofobia come si vuol far credere, ma esattamente del suo contrario: una protesta contro le Elite, la mancanza di democrazia nei processi decisionali, e la spinta verso il federalismo istituzionalizzato a Brussels e appoggiato da Berlino (e Francoforte). È la rapida deregolamentazione dei mercati del lavoro e dei capitali e l’imposizione della moneta comune che stanno destabilizzando il contratto sociale precedentemente incorporato nel sistema sociale europeo di welfare e introducono provvedimenti discriminatori verso i più deboli cittadini europei. Questo scetticismo verso le intenzioni dell’Elite di Brussels è aggravato dalla mancanza di ogni forma reale e effettiva di controllo democratico sulle iniziative delle istituzioni europee.

Ne costituisce un caso paradigmatico l’introduzione della moneta unica (euro). Gli effetti negativi da questa prodotti sulle economie europee sono dovuti alle pratiche seguite, cioè la promulgazione di trattati e loro modifiche seguendo una logica persistente di prevenire una ampia e diffusa informazione e discussione nelle istituzioni o tra i cittadini dei paesi interessati. Fenomeno questo noto da tempo, e ribattezzato prudentemente dagli accademici più onesti come “deficit democratico”. Il diritto dei governi dei paesi membri previsto nel Trattato di Maastricht di esercitare potere sovrano sulla politica economica è stato abolito con lo strumento dei regolamenti. In tal modo l’UE ha trasformato l’obiettivo delle politiche europee per la crescita - assegnato agli stati membri che dovevano perseguirlo mediante l’adozione di proprie politiche economiche e il ricorso ai propri bisogni di prestito – nell’obbligo degli stati membri di raggiungere il pareggio di bilancio nel medio periodo (con il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact). L’impatto negativo sulla crescita dell’economia europea prodotto da queste misure dal 1999 è ben noto. Questa situazione è stata variamente definita nei paesi dell’Europa del sud: ‘colpo di stato’, ‘soppressione della democrazia’, ‘esproprio della sovranità’, ecc.

Esperienze del progetto europeo

Il progetto europeo, alle sue origini, assunse un percorso pragmatico di cooperazione per preservare la pace in Europa, nella forma di un mercato comune europeo senza mettere in discussione la sovranità degli stati membri: la Comunità del Carbone e dell’Acciaio, il Mercato Comune, la Politica Agricola Comune, ecc.. Accordi per ciascuno dei quali sono stati previsti tempi lunghi e norme di transizione per i singoli paesi. È dopo il crollo del muro di Berlino, con l’istituzione dell’Unione Europea nel 1992, con l’istituzione dell’Unione Europea, che il processo d’integrazione è stato accelerato in modo drammatico. La cessione di sovranità in numerosi settori vitali si è rivelata molto più ampia di quanto fosse stato prima annunciato dall’Elite di Bruxelles. Una serie di paesi membri hanno dovuto accettare l’imposizione delle politiche economiche da parte di Bruxelles (e Berlino), mentre l’apertura delle frontiere ai capitali, alle merci e al lavoro ha ridotto i parlamenti nazionali a uffici amministrativi a causa del dominio assunto dalle ‘forze di mercato’ e dei dettati della Corte di Giustizia europea.

È sul grado, sull’ampiezza e sul carattere della cessione di sovranità che l’Elite di Bruxelles ha tradito gli impegni assunti. La contraddizione tra lo zelo acritico per l’integrazione e la cessione di sovranità all’Unione Europea, e le differenze storiche culturali, politiche e economiche di 28 paesi sono divenuti il tallone di Achille della cooperazione europea. Il valido argomento che le differenze tra i paesi dell’Unione Europea dovevano indurre a ridurre la velocità del processo d’integrazione verso gli ‘Stati Uniti d’Europa’ non ha trovato ascolto a Bruxelles. Al contrario, la risposta data è che la crisi in corso impone un’ulteriore accelerazione e centralizzazione per ‘mettere al passo’ i singoli paesi.

La logica dell’Elite - la crisi si risolve meglio mediante una maggiore integrazione e standardizzazione delle politiche - è capovolta rispetto al ragionamento che i fatti suggeriscono. Gli atti coerenti con questa posizione sono stati l’introduzione del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact che avrebbero dovuto risolvere la crisi dell’eurozona. Il paradosso, dietro il quale si nascondono strategie diverse da quelle proclamate per il pubblico, è che dinanzi all’innegabile fallimento di queste misure sperimentato dai popoli europei il presidente della Commissione Europea afferma che: “non è l’euro, ma gli Stati nazionali che hanno aggravato e prolungato la crisi.”

La crescente sfiducia popolare verso l’Elite di Bruxelles è stata ampiamente dimostrata dalle elezioni per il parlamento europeo. Una sfiducia che è stata accolta con scuotimenti di testa a Brussels e interpretata come ‘nazionalismo’, invece di dare inizio a un’autocritica: perché il progetto di pace europeo che agli inizi ha goduto di un ampio appoggio popolare, spesso al limite dell’isteria, si sta traducendo nel suo opposto? Non c’è dubbio che se non si cambia il corso delle cose le tendenze nazionalistiche si rafforzeranno ed è urgente riportare la cooperazione europea verso un progetto di pace e solidarietà europea. Tuttavia dobbiamo prendere atto che le recenti nomine ai posti chiave di Brussels confermano il proseguimento del ‘business as usual’ a dimostrazione del fatto che nulla si è appreso dagli eventi e niente sarà cambiato.

Il futuro dell’Unione Europea dipende da un ritorno a una maggiore cooperazione regionale e a una minore cooperazione pan-europea.

A nostro avviso, come sostenuto da tempo e in varie forme, per uscire da una situazione che produce una crescente opposizione dei popoli europei, è necessario riorganizzare la cooperazione in altre forme che restituiscano ai parlamenti europei la sovranità nei settori dove questa è stata sottratta senza giustificazione. Questo richiede maggiore rispetto per il principio di sussidiarietà fissato dai trattati europei.

Il punto di partenza della cooperazione europea agli inizi degli anni Cinquanta fu quello di un impegno tra nemici tradizionali a realizzare un ‘progetto di pace’ mediante l’avvio della cooperazione commerciale. Non si trattava certamente di creare gli ‘Stati Uniti d’Europa’ per fare di questa una grande potenza, ma essenzialmente di prevenire nuovi conflitti armati. Infatti si dette avvio alla Comunità del Carbone e dell’Acciaio così da evitare che i paesi potessero forgiare i cannoni in competizione tra loro tornando al fragore delle sciabole. In quegli anni la Comunità Europea comprendeva sei paesi che avevano espresso un chiaro interesse ad assumere impegni di cooperazione economica e politica. La loro iniziativa costituì quello che noi oggi definiremmo ‘cooperazione regionale’. Questo dovrebbe insegnare qualcosa all’Elite di Bruxelles, dimostrandogli come un numero limitato di paesi è stato capace di lavorare insieme su settori nei quali esistevano ovvii interessi comuni e fu possibile sostenere la necessità di un’eventuale cessione di sovranità.

Oggi i 28 stati membri dell’Unione Europea non hanno bisogno di marciare con lo stesso passo in tutti i settori come sostengono oggi i sostenitori dell’approccio centralistico. È questo che provoca oggi la reazione della Gran Bretagna. Ci sono voluti 40 anni per introdurre il mercato unico delle merci nella Comunità Europea senza troppi confitti e con misure di accompagnamento che hanno previsto lunghe fasi di transizione per i nuovi paesi membri. Esistono altri settori dove una cooperazione regionale si può sviluppare in modo graduale includendo sempre più paesi: l’energia, elettricità, riduzione emissioni di CO2, coordinamento del risparmio energetico, sistemi di trasporto, istruzione superiore e telecomunicazioni, ecc.. Ma, come l’esperienza insegna, quando si arriva alle grandezze macroeconomiche che riguardano la moneta, la valuta, i capitali e il lavoro le differenze tra i vari paesi costituiscono un ostacolo per introdurre regole comuni e cessioni di sovranità. Lo slogan della Commissione Europea ‘one size fits all’ per le politiche economiche e le riforme istituzionali è stato certamente un gigantesco errore rispetto alla diversità dei paesi.

La rapida introduzione della libera mobilità tra paesi dei lavoratori e dei capitali, combinata con la moneta comune, ha destabilizzato diversi paesi membri dal punto di vista economico, sociale e politico. Queste misure vanno rimosse al più presto se si vogliono ridurre le tensioni fra i paesi membri per il futuro. Queste misure devono essere annullate al più presto se vogliamo contribuire a ridurre la tensione tra gli stati membri. Tra le altre cose dimostrano l’assenza di comprensione delle cause reali dell’emigrazione. Certamente ci sono alcuni cittadini dell’Unione Europea che desiderano emigrare, anche tra quelli che emigrano per loro libera scelta economica. Qui non si parla ovviamente di tecnici e dirigenti inviati dalle proprie società per brevi o più lunghi periodi nelle filiali estere, o per ragioni di studio, ricerca, o altre forme di scambio. La maggioranza di coloro che si trasferiscono in altri paesi lo fanno per bisogno, perché il proprio paese non è in grado di assicurare decenti condizioni di occupazione e professionali. La libera circolazione dei lavoratori è diventato la ciambella di salvataggio per i paesi con alta disoccupazione, basse retribuzioni e cattive condizioni di lavoro. Questo porta facilmente con sé forme di dumping sociale nei paesi di destinazione. L’unico modo per evitarlo è che siano i paesi con un’organizzazione del lavoro e dei salari simili ad aprire per primi i loro mercati del lavoro. Questa è la ragione per cui nei paesi nordici esiste un comune mercato del lavoro da circa cinquanta anni in forme e con misure ampiamente condivise.

Questi fattori sono ben noti all’Unione Europea, e costituiscono la ragione per cui si ricorre a tutti i mezzi per impedire ai lavoratori extra-comunitari di entrare nella Fortezza Europa. Quindi, perché un unico mercato del lavoro in tutta l’Unione Europea benché sia noto che le economie dei paesi membri sono tuttora troppo diverse tra loro per costituire un unico e funzionante mercato del lavoro? Ragione questa che è stata tuttavia utilizzata per bloccare, ad esempio, l’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

La deregolamentazione del mercato dei capitali e bancario introdotta sia per iniziativa dei paesi singoli sia di Bruxelles ha accresciuto la destabilizzazione finanziaria oltre il necessario. L’apertura delle frontiere finanziarie e la moneta comune hanno eroso la sovranità monetaria dei paesi tanto che oggi tutti – a Brussels e nelle altre capitali – temono più i mercati finanziari che gli elettori. La domanda che i governanti europei si pongono al termine di lunghe sedute notturne necessarie per raggiungere un compromesso è: ‘come reagiranno i mercati finanziari?’ Un interrogativo stampato sui loro volti e che risulta patetico se si pensa che loro potrebbero, se volessero, reintrodurre da subito il controllo finanziario e bancario nell’Unione Europea.

Solo con l’esplodere della crisi nel 2009 furono prese timide misure per limitare future crisi bancarie. Tuttavia, tutte le forme di transazione finanziaria sono tuttora consentite, e la Banca Centrale Europea ha perso il controllo sulla creazione di moneta. Nessuna autorità di Bruxelles ha oggi sentore del grado d’insolvenza e di esposizione al rischio che caratterizza le banche europee. Le banche centrali dei singoli paesi sono prive di potere in questo settore a causa della cessione di sovranità monetaria a loro imposta quando è stato abolito il controllo sui movimenti di capitali tra paesi. Oggi implorano l’istituzione di un’Unione Bancaria, il che produrrà un nuovo istituto federale, più centralismo e minore controllo democratico, il che renderà ancora più facile per le grandi banche e la finanza internazionale di esercitare la loro azione di lobby.

Una soluzione ragionevole, proporzionata ai fatti e alle possibilità reali esistenti, sarebbe quella di riportare i mercati dei capitali e le banche sotto il controllo dei singoli stati o delle regioni europee che hanno già forme di cooperazione in questi settori (Paesi Nordici). Un sistema che ha grosso modo funzionato senza problemi fino agli anni Ottanta, quando cioè le crisi bancarie e delle borse erano tema di lettura nei libri di storia. A questo livello l’introduzione di un Atto per il controllo sulle transazioni finanziarie, che potrebbe porre limiti alle operazioni speculative nei paradisi fiscali delle Isole Cayman, Gibilterra, Monaco, Isole Canarie e in Svizzera, potrebbe essere istituito.

C’è bisogno degli ”eroi della ritirata” dell’Unione Europea

Lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger ha scritto agli inizi degli anni Novanta un saggio dal titolo ’Gli eroi della ritirata’. Si tratta di una descrizione delle personalità del ’regime comunista’ che contribuirono attivamente alla transizione, grosso modo pacifica all’economia di mercato, al pluralismo politico e a un forma di minore centralismo di governo in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est. Questi ’eroi’ non furono di certo applauditi per il loro impegno e, con l’eccezione di Michael Gorbatjov, sono stati dimenticati.

Lo stesso destino spetterebbe a quei politici europei che prendessero l’iniziativa di riavvolgere all’indietro la cooperazione dell’Unione Europea in importanti settori. Possiamo immaginare che quel presidente della Commissione Europea che presentasse un piano ben elaborato per una regionalizzazione della moneta comune, riceverebbe come ringraziamento una lettera di licenziamento, e questo indipendentemente dal fatto che in un momento successivo si faccia uso della sua proposta. Eppure, è noto che l’Unione Europea non diverrà un’‘area valutaria ottimale’ per molti anni a venire; per questa ragione la rinuncia alla moneta comune a vantaggio di monete regionali, ad esempio una corona nordica o un euro mediterraneo, accelererebbe la normalizzazione dell’economia dell’Unione Europea.

Brussels è stata costretta in alcune occasioni ad attuare una minore ritirata, come quando la retorica proclamazione di una ‘costituzione europea’ che doveva rafforzare il potere delle élite fu sottoposta a referendum popolare. La forte opposizione dei francesi e degli olandesi che respinsero la costituzione provocò di certo qualche lacrima a Bruxelles e l’élite si sentì impotente difronte a tanta incomprensione popolare. Fu presa una pausa di riflessione e ci si accomodò a un processo più lento che si limitò alla proposta di un nuovo trattato, il Trattato di Lisbona, consistente in una riscrittura e semplificazione dei paragrafi esistenti con l’unico scopo di voler evitare il referendum popolare e farlo così approvare alla chetichella, come è avvenuto, dai parlamenti nazionali. Ma per le recenti elezioni del parlamento europeo (2014) non si è riusciti a soffocare la voce popolare. I risultati non sono stati certamente una dichiarazione di fiducia per l’Elite di Brussels, il che si può addebitare al suo attivo contributo alla storicamente alta disoccupazione, alla crescente povertà e all’assenza di prospettive per i giovani. L’élite di Brussels ha tradito le aspettative dei cittadini con la sua continua insistenza su nuove regole comuni e crescenti cessioni di sovranità, e incontra crescenti difficoltà a legittimare come ‘europee’ le politiche economiche dettate dai centri finanziari e militari internazionali.

Questo fa emergere il bisogno degli ‘eroi della ritirata’ a Brussels, capaci di affermare che l’integrazione dell’Unione Europea è stata troppo rapida e generale, che il deficit democratico esistente compromette la cooperazione, e che l’ambiguo rapporto tra Unione Europea e Globalizzazione minaccia di disintegrare il progetto europeo. C’è bisogno di trovare in modo radicale nuovi punti di equilibrio tra le decisioni comuni dell’Unione Europea e l’autoorganizzazione a livello regionale: una proposta che si collochi in modo intermedio tra ’EU one size’ e ’EU á la carte’. Serve il coraggio degli eroi della ritirata per ridurre il centralismo e sostituirlo con una cooperazione a livello regionale tra paesi con interessi comuni. Un’iniziativa per il controllo delle transazioni finanziarie sarebbe un importante esempio di verifica di questo modello.

Gli eroi della ritirata non saranno certo accolti dagli applausi a Bruxelles. Lo sa bene George Papandreou che, quando nell’autunno del 2011 propose un referendum popolare sulla presenza della Grecia nell’Eurozona, gli fu risposto da Bruxelles che quelle elezioni potevano rimettere in discussione la partecipazione della Grecia all’Unione Europea. Lo stesso si fa oggi a proposito del referendum popolare in Scozia sull’indipendenza dalla Gran Bretagna. In questo caso l’Unione Europea non può fortunatamente agitare sciabole di guerra, ma non rinuncia all’uso di minacce economiche. Il che di certo non rafforza il consenso popolare.

In conclusione, c’è bisogno di politici e osservatori che senza riserve dichiarino che ovviamente la Grecia e la Scozia devono restare membri della famiglia dell’Unione Europea, ma questo avverrà se si prendono in considerazione i loro desideri che la situazione specifica di questi paesi richiede. Inoltre è necessaria la ripresa del dibattito di un progetto di cooperazione europea a geometria variabile regionale (macro- e mega regioni europee) per quanto riguarda la manodopera, il capitale, la moneta, i sistemi fiscali, l’energia, le prestazioni sociali, l’istruzione, la difesa, la polizia, ecc. Queste forme di cooperazione regionale modificherebbero i rapporti oggi tesi fra singoli paesi e l’Unione Europea. L’Europa ha urgente bisogno che gli ‘eroi della ritirata’ abbiano il coraggio di assumere le proprie responsabilità e di formulare una nuova strategia coerente con il progetto di un’Europa di pace e di solidarietà. Senza questi ‘eroi’ c’è il rischio crescente che il progetto europeo finisca in una via senza uscita.


Letture di approfondimento.

Amoroso B. e Jespersen J., L’Europa oltre l’Euro, Castelvecchi Roma 2013.

Amoroso B. e Jespersen J., Un’Europa possibile. Dalla crisi alla cooperazione. Castelvecchi 2014.

Amoroso B. Euro in bilico, Castelvecchi Roma 2012.

Amoroso B., On Globalization. Capitalism in the 21st Century, Palgrave London 1998

ARL – DATAR, Towards a New European Space, Hannover, 1995

Jespersen J., Euroen – horfor gik det galt, og hvordan kommer vi videre?, Deo, Danmark 2012.

Mailet P. Et Velo D., L’Europe a géométrie variable, L’Harmattan Paris 1994.

AA.VV. Marginalization, Specialization and Cooperation in the Baltic and Mediterranean Regions. Syntesis Report. Monitor Fast EC DG XII, Bruxelles 1993.