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Identità culturali, religioni, diritti e doveri (Gaeta Giancarlo) PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Gennaio 2007 15:07
Tratto da "Lo straniero", mensile di arte, cultura e società. N. 78/79 dicembre 2006/gennaio 2007


Esequie
Stamani ho partecipato al funerale di un conoscente; un funerale laico. Ci siamo raccolti in un locale sulla collina di Fiesole, la bara toccata dal sole autunnale. Parenti e amici hanno dato espressione al loro dolore per la perdita irreparabile leggendo brani di letteratura cari al defunto o che esprimevano il proprio sentimento di fronte alla vita e alla morte. Una breve, informale ma intensa elaborazione del lutto senza tracce di sacro.

Al ritorno ho appreso dal telegiornale che il parroco di un paese abruzzese ha rifiutato il funerale religioso a qualcuno che era divorziato e convivente con una nuova compagna. Anche a lui è così toccato un funerale laico, ma parenti, amici e l'intero paese se la sono presa col prete sostenendo che un funerale cristiano non lo si nega a nessuno e costringendolo a scappare con la scorta dei carabinieri. Il vescovo ha difeso il parroco appellandosi alla lettera delle disposizioni canoniche. Un prelato del Vaticano si è invece appellato al buon senso di fronte al mistero della morte.

È occorso molto tempo e molte battaglie perché la coscienza di una radicale finitudine dell'esistenza umana potesse manifestarsi liberamente in una pubblica cerimonia. Ben inteso, la tradizione religiosa, nella fattispecie cattolica, resta dominante, ma è sempre più una questione di convenienza sociale ammantata di sacralità. Negli anni cinquanta il vescovo di Prato fece suonare a lutto le campane perché due giovani convivevano "more uxorio"; oggi il parroco "integralista" è cacciato a furor di popolo.

Chi è dunque portatore di un'identità consapevolmente vissuta di fronte al mistero della morte? I miei conoscenti che accettano il limite invalicabile posto alla vita e provano a trasfigurarlo in pura memoria, o i paesani del divorziato offesi dal richiamo a una fede coerentemente vissuta, ma in definitiva "compresi" dal vertice ecclesiastico per esigenze squisitamente sociali? Evidentemente i primi, insieme con quanti all'opposto vivono coerentemente nella speranza della risurrezione, ma il sentire religioso comune è rappresentato da un corpo sociale informe, che la Chiesa s'ingegna di gestire esigendo quanto ritiene indispensabile a mantenerlo sotto il proprio controllo. Così, non è più tanto questione di Vangelo da annunciare, ma di una supposta identità cristiana da difendere, ieri contro l'ateismo oggi contro il relativismo, come d'altra parte di fronte all'Islam indisponibile a subire un processo di secolarizzazione.

Paura

La fatwa non ha fortunatamente colpito Rushdie, ma a lungo termine ha ottenuto il suo effetto terrorizzante ben al di là dell'immaginabile. La cronaca di questi giorni ha registrato la soppressione di una rappresentazione teatrale a Berlino perché il regista ha avuto l'idea di mettere in scena la decapitazione dei fondatori di religione, tra cui Maometto; un professore di filosofia francese è stato messo sotto protezione dalla polizia perché, avendo scritto un articolo denigratorio dell'Islam, rischia la vita; nel primo caso l'autocensura è scattata prima ancora che vi fossero proteste. Il caso più eclatante resta ovviamente quello del passo avventato del papa su Maometto nel discorso di Ratisbona. Si è di conseguenza assistito all'evento inedito di un Papa costretto a scusarsi e a fornire delucidazioni circa l'autentico significato delle sue parole.

In questi casi e in altri simili si può mettere in questione la correttezza, l'opportunità o la veridicità dei giudizi di volta in volta espressi sulla religione islamica, ma il punto è che la loro espressione è diventata pericolosa non solo per chi li emette ma anche per quanti nel mondo sono assimilabili a loro per cultura e religione. Improvvisamente una civiltà potente, abituata a comandare ovunque, colonizzando ed espropriando, certa della propria superiorità culturale, civile, morale e religiosa, si scopre al suo interno fragile e facilmente spaventabile. Una paura che non riguarda tanto il pericolo terroristico, che può essere esorcizzato inserendolo nella logica di un conflitto con l'estremismo islamico che ha inevitabilmente i suoi costi, ma più sottilmente la messa in questione di un abito culturale in forza del quale la libertà di espressione del proprio pensiero, poco importa quanto sensato e costruttivo, è pressoché illimitata e che comunque altro non rischia che una condanna per diffamazione, non certo la vita propria e tanto meno quella di altri del tutto innocenti.

A proposito dell'episodio di Berlino, il direttore d'orchestra Daniel Barenboim scrive che "censurandoci sul piano artistico per la paura di offendere un determinato gruppo di persone, non soltanto poniamo limiti al pensiero umano in generale ( invece di espanderlo e dilatarlo) ma di fatto infliggiamo un oltraggio all'intelligenza di una vasta parte di musulmani, privandoli dell'opportunità di dimostrare la loro maturità di pensiero. Tutto ciò è in antitesi assoluta con il dialogo, ed è una conseguenza dell'incapacità a effettuare una distinzione tra i molti e diversi punti di vista esistenti nel vasto mondo musulmano. (…)

Questa sconvolgente mancanza di differenziazione insulta e al contempo svigorisce la nostra società, estromettendo la fruttuosa partecipazione di elementi fondamentali e consentendo al seme della paura di attecchire e di tramutarsi in una foresta di panico. Privando la società di questo dialogo essenziale, continuiamo di fatto ad alienare le persone la cui collaborazione pacifica è indispensabile per un futuro senza violenza". Difficile dargli torto; l'Occidente illuminato non può che muoversi in questa direzione riaffermando la superiorità dello spirito critico su ogni forma di dogmatismo, nonché augurandosi con lui che anche l'Islam trovi il suo Spinoza, capace di mettere a nudo la natura del pensiero islamico e anche di negarlo. Ma è precisamente a questo processo di razionalizzazione del contenuto della fede che l'slamismo si oppone, così come vi si è duramente opposto il cristianesimo finché ha disposto del controllo sociale.

La civiltà europea secondo Ratzinger
Ma ecco che con il discorso di Ratisbona papa Ratzinger ha voluto affermare il significato fondante e non superabile del nesso tra concezione cristiana e pensiero greco, dunque tra fede e ragione così come è stato definito nel Medioevo dalla scolastica in senso antiplatonico; un nesso storico in forza del quale, egli afferma, si sarebbe generata "ciò che, con ragione, si può chiamare Europa". Ora, che la civiltà occidentale debba pressoché tutto alla Grecia per ciò che concerne il sapere scientifico è fuori discussione, ma non certo grazie al suo secolare connubio con il cristianesimo; al contrario, liberandosi dalla sua presa e ristabilendo il principio che la verità non è un presupposto rivelato ma un esito infinitamente perseguito. In realtà dal Rinascimento in poi l'Europa si è formata tentando di tenere insieme due orientamenti dello spirito che muovevano da presupposti contrari, finché l'uno ha prevalso sull'altro. Il tentativo di riconciliarli dovrebbe comportare il riconoscimento di una completa libertà nell'esercizio critico dell'intelligenza condotto fino al suo limite, poiché "i misteri della fede non sono un oggetto per l'intelligenza in quanto facoltà che permette di affermare o di negare. Non appartengono all'ordine della verità, ma a un ordine superiore. L'unica parte dell'anima umana capace di un contatto reale con essi è la facoltà di amore soprannaturale" (Simone Weil, "Lettera a un religioso").

Al contrario il papa vorrebbe vedere ristabilita un'unità premoderna "tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione, partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede"; infatti solo così, a suo avviso, appare chiaro perché "il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa". In altri termini il cattolicesimo romano non solo è riaffermato come l'unica forma di autentico cristianesimo, ma anche come quella che, assorbito il meglio della cultura greco-romana, avrebbe informato di sé la civiltà occidentale, malgrado i reiterati tentativi moderni di definire i limiti della ragione escludendo dal suo raggio il problema di Dio e spostando religione ed etica nell'ambito della soggettività non razionale. Se ne dovrebbe dedurre che l'identità dell'Europa coincide sostanzialmente con quella del cattolicesimo in forza dell'accordo da esso storicamente realizzato tra fede e ragione, che si esprime innanzitutto nel carattere razionale della natura di Dio.

Il Papa ha dunque colto un'occasione accademica per definire l'identità del cattolicesimo nel contesto della civiltà occidentale, ritrovando nel primato della ragione coniugata con la fede la sua specificità, di modo che "quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve", poiché infine "l'ethos della scientificità è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano". Non c'è dunque più problema: tre secoli dopo Galileo scienza e fede possono nuovamente procedere di conserva in forza della razionalità che le accomuna e la civiltà occidentale ritrovare la sua identità greco-romana-cristiana; tutto il resto, cioè la gran parte del pensiero moderno, la Riforma, la scienza sperimentale, la mistica, la ricerca storico-critica applicata alla Scrittura e dunque la ricerca volta a recuperare la specificità del cristianesimo preellenistico, tutto questo e molto altro va superato o posto in secondo piano. Diventa allora fin troppo facile contrapporre il Dio che, essendo "Logos", agisce secondo ragione e il Dio assolutamente trascendente dell'Islam, la cui "volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza", consentendo così all'uomo di dare libero corso anche alla violenza. Ma cosa c'è di più violento della impermeabile rigidità di questa concezione che include ed esclude sul filo di una razionalità astratta in nome di un'astratta nozione di civiltà? Bisogna allora dare ragione a Martin Amis quando sostiene che "tutte le religioni sono violente, al pari di tutte le ideologie", compreso il cristianesimo, "perché ogni sistema di credenze comporta un certo grado di illusione; e quindi non può mai essere difeso solo dalla mente"? No, ma la tentazione di farlo è forte vista la piega presa dal cosiddetto conflitto tra religioni.

Secolarizzazione
In realtà quello in corso non è un conflitto di civiltà né di religione: storicamente l'Islam è parte integrante della nostra civiltà ed è una religione nata sul ceppo del monoteismo ebraico e cristiano, per cui è in definitiva molto più ciò che lo accomuna a questi di ciò che lo distingue da essi. Si tratta piuttosto del confronto tra culture che, malgrado la loro prossimità, non si sono storicamente sviluppate in parallelo, cosicché mentre l’una diventava sempre più plurale l'altra ha cercato di mantenersi monolitica; mentre l'una è sempre più frammentata al suo interno, l'altra sempre più s'irrigidisce nella difesa a oltranza di un'identità che subisce, non solo dall'esterno, la pressione del mondo secolarizzato. Un contrasto colto molto bene nell'opera letteraria di Pamuk.

L'emergere prepotente dell'islamismo radicale con la sua deriva terroristica, dopo i tentativi di occidentalizzazione, sta conducendo al parossismo questo contrasto, grazie anche al supporto che gli viene dall'ottusa politica anglo-americana. Se non si capisce questo, si fa del male e ci si fa del male. La forza e il limite della moderna cultura occidentale è nel suo relativismo, vale a dire che la verità non è presupposta, ma oggetto di continua ricerca e che le vie per accedervi sono, di conseguenza, molteplici. Questo non significa che la propria via non debba essere perseguita con grande rigore e determinazione, ma che essa non essendo l'unica non può coincidere con quella di un'intera società o civiltà, e oramai neppure con quella di una religione nella misura in cui il metro di adesione è sempre più soggettivo. In questo senso ogni tentativo di riaffermare una verità unica è destinato al fallimento.
L'Islam, dopo aver a lungo subito il fascino dell'Occidente, nella sua versione integralista rifiuta di lasciarsi contaminare da questa concezione, che gli imporrebbe innanzitutto di separare l'ambito religioso da quello civile e dunque cessando dalla pretesa che l'insieme della vita sociale sia permeata dai principi del credo religioso. Beninteso, neppure le confessioni cristiane sono in linea di principio favorevoli a questo relativismo, come l'attuale Papa ha fatto presente fin dall'inizio, ma sanno bene che il processo è irreversibile e di fatto vi si adattano al di là dei proclami ideologici. Vi è dunque impotenza da ambedue le parti, sebbene l'una segua una strategia prevalentemente difensiva e l'altra una prevalentemente aggressiva. La strada è oramai, almeno per un lungo tratto, segnata nella misura in cui la forza cade dalla parte della "libertà", che è innanzitutto libertà di consumo dalla quale dipendono oramai tutte le altre libertà, mentre dall'altra parte si tenta di riproporre l'ideologia religiosa come fondamento e regolatore unico di ogni libertà. Vale a dire che in campo non sono oggi né un autentico spirito di libertà né un autentico spirito religioso, ma due forme spurie governate da potentati essenzialmente interessati al dominio delle coscienze, seguendo strategie apparentemente opposte ma di fatto convergenti.
In questo modo a essere posta sotto scacco è sia la libertà sia la religione. Il drastico giudizio di Amis sul carattere necessariamente violento delle religioni si risolve nell'impotenza; negando cittadinanza alla religione si nega di fatto la radice della libertà, la libertà dei figli di Dio, che in quanto tali si riservano uno spazio non soggetto ai potentati terreni, compresi quelli religiosi. Piuttosto che negare, bisognerebbe riconoscere ciò che è vitale per lo spirito al pari di ciò che lo è per il corpo, e dunque ciò che effettivamente ci rende liberi malgrado la pressione della bestia sociale comunque camuffata. In altri termini, se c'è oggi una battaglia da condurre in nome della libertà è quella volta a sottrarci e sottrarre quanto più possibile al paradigma amico-nemico in nome della comune umanità.

Un nuovo nomos nell'epoca dell'ateismo
Come ridefinire gli ordinamenti fondamentali dell'esistenza sulla terra nell'epoca dell'ateismo determinato dal trionfo della tecnica? Come pensare un "nomos" dal basso, cioè in una situazione in cui gli dèi non abitano più in cielo e noi ci troviamo a dover decidere da soli del giusto e dell'ingiusto? A questi interrogativi sollevati da Jacob Taubes, che diventano ogni giorno più urgenti, l'Occidente non vuole rispondere, arroccandosi dietro a parole oramai prive di contenuto, ma buone per essere usate come armi: libertà, democrazia, globalizzazione; e l'islamismo rifiuta di porseli, illudendosi di poter ancora opporre alla tecnica una teologia "dall'alto", inevitabilmente destinata a generare violenza nel tentativo di opporsi ciecamente a una mutazione antropologica oramai a livello planetario. Basta leggere le testimonianze dell'iraniana Azar Nafisi: "Leggere Lolita a Teheran", o del pachistano cresciuto a Londra Hanif Kureishi: "La parola e la bomba",per misurare la portata dello scontro e gli effetti devastanti che ne derivano. E tuttavia, se si vuol capire e cercare una via di soluzione, non ci si riuscirà certo seguitando a utilizzare la dialettica degli opposti, non è collocando il giusto e l'ingiusto, il vero e il falso, il bene e il male su frontiere di comodo. Certo bisogna opporsi a ogni forma di dominio in nome di dottrine rivelate smascherandone l'artificio, ma senza far finta di non sapere che a promuovere e guidare, anche con le armi, tale opposizione c'è una ben più potente volontà di dominio ispirata al dio denaro, la cui dogmatica non ammette a sua volta eresia. Il sangue che scorre ininterrottamente da cinque anni in nome di Allah e del Denaro, malamente mascherato da Dio della civiltà cristiana, si sta aggiungendo a tutto quello versato nel secolo scorso e in esso rischiamo prima o poi di soffocare tutti.

Perciò non c'è questione più urgente che pensare i fondamenti di un ordinamento davvero nuovo della terra dopo la fine del comunismo e la trasformazione del conflitto da ideologico a brutalmente economico su scala planetaria. L'unica ad averci provato, nel convincimento che, finita la guerra, ci sarebbero state le condizione ottimali per rinnovare in radice le istituzioni politiche e sociali, è stata Simone Weil. La lettura dell'"Enracinement" dovrebbe essere il punto di partenza, se non altro perché vi si trova enunciato quello che dovrebbe essere il principio ispiratore di una siffatto ordinamento: la nozione di obbligo a cui quella di diritto è relativa e subordinata. Solo così si può infatti pervenire, come lei ha fatto, a una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano, senza la quale la nostra dichiarazione dei diritti è destinata a restare ampiamente sterile. Per una siffatta dichiarazione non abbiamo bisogno, come Carl Schmitt, di una teologia, ma di rispetto dell'essere umano in quanto tale, dal quale deriva il riconoscimento dei bisogni fisici e morali degli individui con tutto il loro carico di storia, di tradizioni, di creatività, di spiritualità.

LO STRANIERO mensile di Arte, Cultura, Società
NUMERO 78/79, dicembre 2006-gennaio 2007
www.lostraniero.net
 

Non ci dimentichiamo




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