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Casa di Accoglienza di via Godola a Massa: intervista a Buratti Gino sul “Report 2014”, appena pubblicato, e sulla necessità di trovare volontari PDF Stampa E-mail
Scritto da Gino Buratti, AVAA   
Martedì 25 Agosto 2015 06:43

L'Associazione Volontari Ascolta e Accoglienza (AVAA), che dal 1988 gestisce la Casa di Accoglienza di via Godola, a Massa, ultimo servizio rivolto alle persone senza alloggio, ha reso pubblico, come di consueto, il "Report 2014" relativo al servizio di accoglienza svolto.

E' un'occasione preziosa per riflettere sullo stato di crisi che stiamo vivendo, al riguardo pubblichiamo l'intervista fatta a Gino Buratti, che da qualche anno ne coordina il servizio.

Quali segnali sono emersi dal Report 2014?

Ovviamente è necessario premettere che la Casa di Accoglienza è solo un piccolo osservatorio, per altro parziale, dal quale osservare la realtà della sofferenza e dell'esclusione. Non abbiamo quindi la presunzione di pensare che dai dati della nostra realtà si possano trarre conclusioni generali. Resta però un punto di vista particolare, che spesso fugge alle indagini istituzionali, tanto che l'ISTAT ha ritenuto opportuno promuovere una specifica indagine su dormitori e mense.

Se consideriamo i colloqui svolti ogni lunedì al Centro di Ascolto, passaggio indispensabile per essere ospitati alla Casa di Accoglienza, emerge un incremento, nel 2014 rispetto al 2013, del 60% dei colloqui fatti, con un incremento maggiore (+64,18%) per quanto riguarda le donne.

Se si considerano le persone che si sono presentate al Centro di Ascolto, contate una sola volta a prescindere del numero di colloqui fatti, emerge un incremento del 29,89% (per le donne del 40,59%), indicando con ciò una certa predisposizione a tornare più volte presso la nostra struttura.

Rispetto al 2013, nel 2014 il numero delle persone che per la prima volta si sono rivolti al Centro di Ascolto è salito del 45,45% (per donne tale percentuale è del +46,51%).

Sono sicuramente aumentate le persone venute al centro di ascolto con età compresa tra i 40 e 59 anni, passando dai 191 del 2013 ai 327 del 2014.

Ma, dato sicuramente ancor più preoccupante, i colloqui fatti con persone ultrasessantenni sono passati dai 19 del 2014 ai 64 del 2014.

Tutti questi numeri, che possono apparire freddi se non si pensa che dietro a questi ci sono volti di persone il cui urlo di disperazione rimane spesso afono, ci dicono che la crisi attanaglia ancora, incalza... e che l'organizzazione di questa società determina sempre più esclusi.

E gli esclusi lo sono a prescindere della cittadinanza, sebbene si debba notare come il 46,88% dei colloqui sono stati fatti ad italiani (mentre nel 2013 erano il 30,31%).


... Quindi non è vero, rispetto a quello che usualmente si dice, che nei servizi sono privilegiati gli stranieri rispetto agli italiani?

Questo è il falso tema all'ordine del giorno, sul quale specula una politica cinica e bieca (la lega a livello nazionale, il consigliere comunale Benedetti, ad esempio, a livello locale), alla ricerca semplicemente di un pugno di voti e di potere costruito sull'alimentazione della paura e dell'odio.

I servizi sono rivolti a chi ha più bisogno, e il bisogno e la disperazione non possono avere cittadinanza, genere, religione... siano essi italiani o stranieri.

Fin tanto che penseremo alle persone suddividendole tra persone di classe A e classe B, a seconda della cittadinanza andremo in dietro... la storia, anche quella recente, ci dice cosa succede e dove si va a finire quando si procede così.

Abbiamo a che fare con persone, donne e uomini, che soffrono e chiedono aiuto, che vivono una lotta giornaliera per sopravvivere, non possiamo noi stessi alimentare questa loro disperazione. E' criminale l'azione di quei politici che alimentano divisioni, paura e odio... è criminale e dimostra l'incapacità di pensare a politiche capaci di affrontare situazioni complesse senza annientare qualcuno, senza inventare il nemico di turno...

La storia ci dice come sia facile costruire consenso su un nemico da annientare, sia esso ebreo, nero, palestinese, rom, zingaro, omosessuale... ma ci dice ricorda anche le conseguenze drammatiche di tutto ciò.



... e per quanto riguarda i primi mesi del 2015 avete elaborato i dati?

Tenendo conto dei numeri “limitati”, parliamo di qualche centinaio di persone, può essere fuorviante limitare l'analisi ad un semestre, cosa che abbiamo fatto solo qualche anno fa quando abbiamo percepito un cambiamento profondo, soprattutto in merito alla presenza di italiani.

Tuttavia, facendo un'analisi veloce, possiamo registrare un leggero calo di colloqui rispetto al primo semestre 2014 (-13,29%).

Per quanto riguarda le nazionalità viene confermato il dato per gli italiani, mentre si registra una flessione significativa (-46,51%) dei Rumeni.


L'AVAA gestisce la Casa di Accoglienza di via Godola, di proprietà della Diocesi di Massa Carrara, dal 1988, un lungo periodo di cammino accanto agli esclusi...

Sono ormai 37 anni che l'AVAA cammina accanto agli esclusi, con il servizio della Casa di Accoglienza, del centro di Ascolto e del Centro di Aggregazione di Castagnara. Un cammino lungo, che ci ha spesso portato a ripensare cambiamenti, a ridefinirci.

Un piccolo luogo dove poter fare esperienza non di offrire semplicemente un servizio a qualcuno, ma quello di conoscere l'altro, l'escluso, la persone che espelliamo dal nostro contesto sociale.

Il nostro servizio, come anche quello della mensa e altri, sono servizi minimi, che, tuttavia, dovrebbero essere percepiti dalla comunità cittadina come propri, come un patrimonio della città che deve essere rafforzato e migliorato.

Percepiamo invece come questi siano vissuti come spesso come esperienze isolate, relegate ai quartieri dove si trovano.

Credo che questo atteggiamento sia della città intera, ma anche della Comunità Ecclesiale e degli amministratori della città, che non sembrano manifestare la consapevolezza di come questi servizi si debbano integrare pienamente con tutti quelli offerti dai servizi sociali.

Di questa non ricaduta nel territorio credo che tutti i volontari dei vari servizi ne sentano la responsabilità e l'impotenza, perché il rischio è quello di offrire un servizio, ma non di diventare facilitatori di un cambiamento tramite una diversa prospettiva da cui guardare l'idea di città che voglia costruire.


Di fronte alla crisi che viviamo e alla diminuzione delle risorse degli Enti Locali, con il conseguente taglio dei servizi, cosa fare?

La crisi che viviamo, le scelte economiche adottate, sono state devastanti, quasi catalizzatori di nuove povertà e nuove esclusioni. L'espulsione dal mondo del lavoro, in assenza di una rete sociale e familiare, ha conseguenze devastanti sui processi di esclusione, dai quali, in assenza di politiche sociali significative e importanti, risulta difficile uscirne.

Non credo sia così lontano da verità il fatto che, con lo smantellamento dello stato sociale, rischiamo di costruire una società di nuovi poveri.

Dinanzi a tutto ciò, se da un lato si rende necessario opporsi a queste scelte politiche, perché il punto di partenza deve essere necessariamente quello degli ultimi e degli esclusi, con l'obiettivo di ridurne il numero avviando processi di inclusione (a prescindere dalla nazionalità), dall'altro credo che sia necessario che i comuni si dotino di una visione diversa del servizio sociale, andando a facilitare la costruzione di reti e progetti che mettano insieme i diversi anelli presenti nel tessuto sociale: i servizi pubblici, i centri di formazione, il terzo settore e il volontariato.

Solo se saremo capaci di mettere insieme questi pezzi, non semplicemente attivandoli dinanzi ad una emergenza, ma per costruire un progetto ampio di intervento e di rafforzamento di una cultura della solidarietà e dell'accoglienza, saremo in grado di scalfire l'aspetto più devastante di questa crisi, iniziando a mettere insieme elementi che aiutino a costruire un modello di convivenza sociale in cui la parola solidarietà abbia un senso e un significato concreto.

Dobbiamo passare dall'idea di “lavorare insieme” solo di fronte ad una emergenza, al “lavorare insieme” in maniera strutturale, dalla fase dell'analisi dei fenomeni e della loro complessità all'individuazione delle soluzioni e dei ruoli che ciascuno può svolgere.

Questo momento di crisi può essere l'occasione per sperimentare nuove pratiche di azione sociale e politica, costruendo in maniera sempre più diffusa forme di collaborazione e di partecipazione.

Lo stesso arrivo dei profughi potrebbe essere colta come un'opportunità per sperimentare e inventare nuove pratiche di partecipazione e nuove politiche di accoglienza e solidarietà.


La Casa di Accoglienza è gestita solo da volontari... subite anche voi la crisi che investe tutto il settore del no profit?

La Casa di Accoglienza è sempre stata gestita esclusivamente da volontari, a differenza, ad esempio, di altre esperienze vicine, quali Pisa e La Spezia, dove invece abbiamo assistito ad un incontro tra la disponibilità del volontariato e la capacità di mettersi in gioco di strutture pubbliche e organizzate.

La nostra situazione, se da un lato esprime la capacità di un territorio di volersi far carico di situazioni che non trovano risposta nelle strutture pubbliche, evidenziando quindi sensibilità e voglia di essere protagonisti di un processo, dall'altro evidenzia in maniera forte il limite organizzativo di tale situazione.

Baste pensare che nei mesi di luglio ed agosto siamo chiusi perché non potremmo pensare di mantenere la struttura aperta in un momento di ferie e riposo dei volontari.

Inoltre la nostra stessa apertura è condizionata dalla presenza di volontari: nel momento in cui viene meno la disponibilità di qualcuno, andiamo in affanno, con il rischio di chiudere.

E' l'affanno che stiamo vivendo ora in prossimità della riapertura della Casa di Accoglienza a settembre.

Ci troviamo infatti nella condizione di dover provvedere alla sostituzione di volontari che, giustamente, hanno chiesto di interrompere l'esperienza.

I turni di volontariato alla Casa di Accoglienza sono quindicinali, per cui nemmeno particolarmente gravosi, e sono articolati in:

  • turno serale, dalle 19.00 alle 21.00, composto di almeno 4 persone, nel quale, oltre l'accoglienza e il dialogo con gli ospiti, si prepara e si serve la cena.

  • Turno notturno, dalle 21.00 alle 07.30 del giorno seguente, nel quale due volontari sono presenti alla casa dormendo in una loro stanza e la mattina preparano la colazione.

Ma, come già detto, ancor più che il servizio vero e proprio, quello che è importante è il tipo di esperienza che permette di entrare in contatto, conoscendo le storie di vita, di persone che nella nostra quotidianità evitiamo, ignoriamo... ci appaiono fastidiosi invisibili.

Questo credo che sia il vero senso dell'esperienza di volontariato alla casa... permettere una conoscenza che sia il punto di partenza per uno sguardo con una prospettiva diversa sull'esclusione e la emarginazione.

Per il fatto che ci basiamo esclusivamente sul volontariato, abbiamo necessità periodicamente, a causa di un inevitabile turn over, di lanciare appelli a quanti siano interessati fare questa esperienza, per rafforzare i diversi turni.

Chiunque sia interessato può avere maggiore informazione contattandoci direttamente al numero 339-5829566 oppure inviare una mail a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 


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