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Siamo in guerra? Chi è il nemico? Siamo sicuri che non ci sia altro da fare? Proviamo a tentare un approccio diverso... PDF Stampa E-mail
Scritto da Gino Buratti   
Mercoledì 09 Dicembre 2015 09:03

Un messaggio terrificante e devastante ci circonda e ci avvolge, penetrando nel nostro profondo: “siamo in guerra”. E a questo messaggio, rilanciato da media e politica, si affianca una sensazione di impotenza che ci spinge a pensare che “non ci sia altro da fare”, affidandoci passivamente alla volontà di quei centri di potere che hanno tutto l'interesse a sviluppare logiche di guerra.

Ho la sensazione che ci troviamo di fronte ad un film già visto: una crisi viene fatta degenerare e incancrenire, poi viene individuato il nemico di turno, il male supremo, e poi viene fatta digerire all'opinione pubblica che non c'è altro da fare... che l'intervento militare è l'unica soluzione stante la situazione, la drammaticità, i crimini commessi.

Ed è un messaggio persuasivo che penetra nel profondo, che ci fa scoprire impotenti …

Questa aria che si respira, sebbene in un contesto completamente diverso, mi richiama alla mente il periodo della guerra del Kosovo, quando mi sono trovato anch'io, nonostante tutti gli strumenti analitici e ideali che avevo abitando la cultura nonviolenta, a pensare, almeno nei primi momenti, che davvero non ci fosse altra strada... per poi riuscire, per fortuna, a mettere a fuoco la devastazione che quell'intervento avrebbe generato.

Mai come in queste situazioni credo che occorrerebbe veramente da parte della politica di mettere al centro “la ragione”, e non cavalcare i desideri della pancia.

I tragici fatti di Parigi, che seguono una infinita di altri tragici fatti avvenuti in luoghi considerati da noi lontani, a quali, quindi, possiamo dedicare solo un'attenzione distratta dovrebbero indurci ad una riflessione ai fatti storici succedutesi a partire dal 1989, con l'abbattimento del muro di Berlino e la fine della così detta guerra fredda.

Dinanzi alle diverse crisi che si sono succedute, ai conflitti esplosi, alla nascita di movimenti terroristi, abbiamo assunto il primato della logica militare, relegando in secondo ordine la politica e la ragione, o meglio, abbiamo affermato una politica militare.

In questo quadro l'impostazione è sempre stata, in maniera costante, quella della reazione ad un'azione, trascurando completamente un'analisi e un approccio politico diverso, dimenticando quanto Gandhi diceva “occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”.

In questa sbornia interventista abbiamo smarrito, oppure ignorato consapevolmente, quasi come scelta dettata da altri interessi, la capacità di leggere quanto stava accadendo nelle aree di crisi e di riconoscere la vera natura e la cultura che soggiaceva ai diversi movimenti con i quali l'occidente, in maniera strumentale, ha deciso di allearsi di volta in volta.

Eppure la storia, anche limitandosi a quella di questi ultimi decenni, ci narra altro, rispetto al messaggio del pensiero unico dominante.

Abbiamo iniziato proprio con il Kosovo, in quell'occasione l'intervento ha prodotto l'atomizzazione di un'area e l'emergere di nuovi nazionalismi, generando una nuova pulizia etnica, nella direzione opposta, ignorata dai paesi occidentali.

Non diverso è stato l'atteggiamento con i Talebani, utilizzati prima per sconfiggere la Russia, e poi dichiarati nemico supremo, scoprendo solo dopo quali ideologia poco democratica li caratterizzasse.

Ci siamo preoccupati di eliminare il dittatore di turno, solo perché non più funzionale ai nostri interessi egemonici ed economici, facendo precipitare quei paesi nel caos più totale, e dal caos emergono poi guerra civile, nuovi dittatori, instabilità ...

E' successo nel Libano, poi ai regimi sorti nei vari stati della ex Jugoslavia, per poi arrivare alla Libia, alla Siria, all'Afghanistan, all'Iraq...

Abbiamo destabilizzato una intera regione, nella quale, per altro, abbiamo tollerato, se non favorito, quella sacca di ingiustizia e di violenza che si trova in Palestina, incapaci di dare il giusto nome a quelle politiche di apartheid e di pulizia etnica che vengono praticate quotidianamente, da anni, da Israele.

Abbiamo chiuso tutte e due gli occhi su quanto accadeva in Cecenia ad opera dei Russi e credo qualche dubbio possa emergere rispetto al nostro atteggiamento per quanto riguarda l'Ucraina, ovvero se questo, ancor più che per la scarsa propensione alla democrazia del regime abbattuto, sia legato allo sforzo di portare questo paese nell'area NATO e occidentale, contribuendo a destabilizzare anche quell'area.

Emblematico è il problema dei Curdi: parte della comunità internazionale riconosce il loro diritto all'autodeterminazione, ma al tempo stesso sono considerati terroristi1, perché così vuole il regime Turco, al punto che, pur essendo l'unica forza che si oppone realmente sul campo all'Isis, sono innominabili.

Perpetuiamo un atteggiamento ipocrita rispetto alle forniture di armi, preoccupati più dei nostri bilanci che non delle conseguenze che hanno sulle popolazioni civili: forniamo qualche vecchia arma ai curdi (innominabili), e al tempo stesso armiamo fortemente la Turchia, che usa quelle stesse armi non contro l'Isis, ma contro i curdi, l'unica popolazione dell'area che contrasta appunta Isis/Daesh. Forniamo armi all'Arabia Saudita, che le rigira all'Isis e bombarda lo Yemen, zona nella quale la gran parte dei civili vengono uccisi con mine e armi italiane.

Continuiamo a rapportarci alle situazioni di crisi e di conflitto con una logica confusa e manichea, separando nettamente il bene da male, come se la complessità del sistema in cui viviamo possa essere ridotta ad una semplificazione di questo tipo, nella quale, per altro, il bene coincide sempre con gli interessi dell'occidente e del capitalismo.

Occorrerebbe la capacità e il coraggio di porsi interrogativi, domande... la volontà di porre attenzione alla storia recente, alle azioni e reazioni adottate, ai risultati ottenuti... l'umiltà di cercare di capire gli errori commessi... di sfuggire alle facile rappresentazioni e narrazioni... nella consapevolezza che la complessità richiede un'articolazione di analisi e di risposte.

Avremmo bisogno di domande, più che di ordini, di bombe e di nuovi raid... e avremmo bisogno di risposte che indaghino realmente, che stiano dentro la complessità in cui viviamo.

Avremmo bisogno di interrogarci sugli interessi, talvolta oscuri altre volte espliciti, che soggiaciono a questa voglia interventista... sul fatto, ad esempio, di non bombardare i pozzi petroliferi controllati da Daesh... sul perché molti paesi occidentali erano contrari al viaggio del papa in Africa... solo per timore di attentati, o perché in qualche modo era il tentativo di porre al centro quel continente?

Una campagna mondiale di boicottaggio di chiunque sia anche vagamente connivente col terrorismo metterebbe alla luce molte zone d’ombra nell’apparente unanimismo anti-ISIS/Daesh.

Come mai, nonostante le quantità immani di armi e bombe gettate nelle varie aree del Medio Oriente, ci troviamo di fronte un contesto sempre più insicuro ed aree in cui non esiste nemmeno più un governo riconosciuto?

Saper rileggere la storia forse ci aiuterebbe a rompere il corto circuito di reazione ad azione, andando a cercare nuove strade, nuovi approcci, a non commettere quegli errori che consegnano ai nostri figli un mondo più ingiusto, più diseguale e più insicuro.

E forse scopriremo come questi tre temi “ingiustizia, disuguaglianza e insicurezza” siano strettamente saldati insieme e non possano essere affrontati isolatamente...

E' un cambio di prospettiva, una radicale inversione culturale, che richiede però una politica capace di “ragione” e non di “impulsi”.

Ritorna in mente il quadro di Goya “il sonno della ragione produce mostri”. Viviamo davvero un tempo di smarrimento della ragione nel quale si generano e generiamo mostri.

Al tempo stesso, tuttavia, talvolta questo smarrimento della ragione rischia di essere solo apparente, per mascherare la volontà di tutelare la ragione degli interessi forti e non del bene comune.

Forse per questo motivo credo che sia quanto mai attuale lo slogan del Movimento NonviolentoNonviolenza o barbarie”, non come pura affermazione ideologica sulla nonviolenza, ma come invito pressante a cercare e sperimentare altre strade rispetto a quelle percorse finora che hanno solo esaltato e rigenerato la nostra e l'altrui barbarie.

Abbiamo davvero bisogno di ragione e non sussulti di pancia: ne abbiamo bisogno per smascherare la disumanità, ma anche l'insensatezza, di tutte quelle politiche e culture che alimentano il rifiuto dello straniero, la paura del diverso... l'individuazione del nemico nella figura più debole e sfruttata del nostro sistema sociale...

Mai come in questi tempi è attuale la “Banalità del male” di Hannah Arendt, come davvero ci possa aiutare, ripensando al nostro passato recente, a comprendere come l'alimentazione di questi istinti di rifiuto, da un lato è strumentale ai poteri forti, dall'altra genera nuovi totalitarismi, politici e culturali.


Questo cambio di prospettiva ci porta a riconoscere l'esistenza di due terrorismi: quello dall’alto, degli stati, che viene chiamato guerra, e il terrorismo dal basso, degli insorti, dei ribelli, di coloro che subiscono gli effetti del primo terrorismo.

Questo cambio di prospettiva pone al centro del dibattito le scelte e le strategie di pace e di nonviolenza, andando oltre gli stereotipi di un pacifismo di maniera, ma traducendo questa prospettiva in percorsi, pratiche e progetti altri rispetto alla logica militare.

Mi piace riprendere quanto scrive Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, nell'articolo “Pacifismo, facile bersaglio”, pubblicato il 23/1172015 sull'Huffington Post:

Il centro di questa discussione sta proprio nei due termini "guerra" e "forza". Essere contro la guerra non significa escludere la forza. Infatti, la nonviolenza si basa proprio sull'uso della forza per combattere la violenza: la verità contro la menzogna, la legge dell'amore contro la legge della giungla. Se la nonviolenza assoluta non è ancora possibile, diceva Gandhi, cerchiamo almeno di raggiungere il minor grado possibile di violenza; e faceva l'esempio, attualissimo, di un cecchino che spara sulla folla. Per fermarlo (se necessario, abbatterlo) bisogna usare una forza che servirà ad evitare una violenza maggiore.

La nonviolenza insiste su due punti chiave: la correlazione tra mezzi e fini e l'efficacia dell'azione. Nel caso dei bombardamenti in Siria non si realizza nessuna delle due condizioni. Le bombe non fermano Daesh (anzi enfatizzano il fanatismo dello Stato Islamico) e colpiscono anche la popolazione civile innocente. La prova è nei fatti: dall'inizio della guerra con l'intervento in Iraq nel 2003, il terrorismo internazionale è aumentato. Perciò il mezzo-guerra non ottiene il fine-pace, e dunque non è efficace.

Quindi è possibile un approccio diverso alla situazione in atto, anche se è stata fatta degenerare (consapevolmente?) rendendola, così, ancor più complicata; ma, nonostante questo, è l'occasione per dispiegare un pensiero diverso, per misurare le prospettive nonviolente anche in questo contesto.

Dinanzi al fallimento delle politiche militari, evidenziate dalla insicurezza in cui sono precipitate le nostre società, che non saranno sicuramente più tutelate dall'idea di trasformarle in fortezze, è necessario tuttavia la consapevolezza che devono essere messe in campo risorse, energie e conoscenze che vadano a progettare interventi altri rispetto alla logica militare.

Sono assurde le critiche ai movimenti pacifisti, che puntualmente vengono avanzate in queste situazioni di crisi e conflitto, quando sulla ricerca di un approccio altro rispetto alla logica militare non viene investito un euro, riducendo solo l'azione del pacifismo ad una marcia, ad una manifestazione.

Se distogliessimo risorse dall'apparato militare, magari quelle destinate dagli F35, per destinarle all'organizzazione di una risposta non militare, allora potremmo misurare l'efficacia dell'opzione nonviolenta rispetto a quella militare.

Ora non può essere comparata, perché abbiamo a che fare con elelementi e risorse incommensurabili tra di loro.

Da anni numerosi movimenti e centri di ricerca sono impegnati nella ricerca per la soluzione nonviolenta dei conflitti.

Come movimenti nonviolenti sosteniamo il Tribunale Internazionale davanti al quale bisogna portare Bush, Blair e al-Baghdadi per crimini contro l'umanità, lavoriamo per l'istituzione di un diverso modello di difesa, dei Corpi Civili di Pace, chiediamo di investire in intelligence, in diplomazia e favoriamo processi di pacificazione, riconciliazione, convivenza. Da sempre vogliamo la diminuzione dei bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione della Polizia Internazionale, che intervenga nei conflitti a tutela della parti lese, per disarmare l'aggressore.

Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, lavoriamo contro la preparazione della guerra, che è una forma di terrorismo su larga scala, per bloccare il commercio di armi e smantellare gli arsenali2. È un lavoro, indispensabile e ineludibile, di prevenzione.

Al tempo stesso però dobbiamo avere il coraggio, come movimenti che operano per una cultura e una alternativa di pace, la consapevolezza che i conflitti in atto, le disuguaglianze, gli sfruttamenti richiedono proposte concrete e fattibile, non relegabili solo a slogan o aspirazioni.

E’ ormai risaputo, ma va sempre ribadito e documentato, che nonviolenza non vuol dire passività, ma azione e progetto politico per la creazione di una società equa e armonica.


In tal senso, ripropongo, come azioni possibili, alcune di quelle suggerite da Nanni Salio, del Centro Studi Sereno Regis di Torino, in “I due terrorismi e le alternative della nonviolenza”.

Alcune proposte immediate da adottare di fronte all'attuale crisi, che abbiamo fatto crescere, in maniera funzionale, giustificando così l'unica possibilità militare, a dismisura:

  1. Interrompere il flusso di armi a tutti i soggetti coinvolti nel conflitto, come stabilisce il diritto internazionale largamente disatteso.

  2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti, che provengono in larga misura dall’Arabia Saudita, come ben noto, e dal commercio di petrolio e droga.

  3. Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.

  4. Adottare politiche inclusive nei confronti dei giovani immigrati che raggiungono i paesi occidentali, evitando così di alimentare la loro esclusione e di relegarli in condizioni di vita di degrado e disagio sociale.

  5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti.

  6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina, imponendo al governo israeliano il rispetto del diritto internazionale, con mediatori del conflitto al di sopra delle parti.

  7. Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono azioni di guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli


Nel medio e lungo periodo, proprio per iniziare a percorrere una strada “altra”, dovremmo adottare politiche che diano gambe nel concreto a quanto gli studi per la ricerca della pace da tempo propongono:

  1. Costituire e addestrare Corpi Civili di Pace con compiti di mediazione, interposizione e prevenzione.

  2. Riconvertire le industrie belliche e l’intero complesso militare-industriale in industrie civili e centri di ricerca per la pace e la sperimentazione di tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti.

  3. Promuovere percorsi di educazione alla pace e alla nonviolenza sia nel mondo della scuola sia nella società in generale, per imparare ad affrontare i conflitti con creatività, concretamente e costruttivamente, senza cadere nella trappola della violenza.

  4. Riconversione ecologica e intellettuale dell’economia mondiale, ponendo al centro il bene comune e gli ultimi.

  5. Dialogo tra le religioni per riscoprire il comune fondamento basato sulla nonviolenza.

  6. La cultura scientifica e la tecnoscienza svolgono una funzione cruciale nei processi evolutivi dell’umanità, ma occorre orientarle anch’esse, in tutta la loro enorme potenzialità, verso la cultura della nonviolenza. La responsabilità sociale dei tecnoscienziati è un punto nodale della ricerca scientifica.

  7. Affrontare la grave crisi delle democrazie rappresentative e partitiche occidentali, che nel corso del tempo si sono trasformate prevalentemente in oligarchie finanziarie e populismi di stampo reazionario. Promuovere la partecipazione attiva e diffusa e l’autogoverno della cittadinanza.

  8. Considerare i due terrorismi3 come una malattia mentale, una patologia mortale dell’umanità. Utilizzare il paradigma medico della diagnosi, prognosi e terapia (del passato e del futuro) per curare gli attori sociali dei due terrorismi.

Proposte concrete, che necessitano di costruire una narrazione e una politica diversa, capace di disegnare e immaginare un orizzonte altro, rispetto a quello riproposto dalla cultura politica dominante. Una politica capace di tracciare un orizzonte altro, rispetto al quale mettere in campo azioni politiche diverse.

Queste sono proposte, sulle quali varrebbe la pena misurare la dialettica politica... non è un semplice appello pacifista, ma è un processo concreto, pragmatico, che richiede, ovviamente, una scelta di campo precisa, un'inversione di rotta a 180 gradi, un dispiegamento di un idea e un orizzonte preciso rispetto ai rapporti tra le persone, i popoli, l'ambiente, il clima, le risorse... una politica che sia in grado di essere artefice di un cambiamento profondo nel nodello di previsione e gestione dei conflitti e delle relazioni tra i popoli, assumendo come imperativo la necessità di affrontare in maniera univoca il trinomio “ingiustizia – disuguaglianza – insicurezza”.

 


Documento alla base dell'intervento svolto da Buratti Gino (AAdP) all'incontro e dibattito insieme a Carla Cocilova (ARCI Toscana) e Emanuele Giordana (Il Manifesto), organizzato da Circolo ARCI BABEL, Circolo ARCI TORRANO, Circolo ARCI MISMOSOL a Pontremoli il 5 dicembre 2015.


1    Al riguardo, nel sottolineare quanta mala-informazione ci avvolga, è interessante leggere la costituzione elaborata recentemente dai curdi "Carta del Contratto Sociale del Rojava-Siria", come esempio di una carta più avanti, per quanto riguarda i diritti, di quella di molti paesi occidentali e considerati il fulcro delle democrazie moderne.

2  Produrre armi, significa poi trovare mercati dove venderli e situazioni (guerre e conflitti) dove sperimentarle. Un circolo vizioso che deve essere interrotto pensando ad un modello diverso di produzione, alla riconversione delle industrie militari.

3    Quello dall'alto, degli stati, che viene chiamato guerra, e il terrorismo dal basso, degli insorti, dei ribelli, di coloro che subiscono gli effetti del primo terrorismo

 


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