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Una comunità in lutto PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Rovelli   
Mercoledì 20 Aprile 2016 21:30

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C'è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne.


“Lutto” viene dal latino”lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato. No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell'urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c'è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità, di “tragico incidente” - formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo. Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all'altezza di un'etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent'anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti. Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l'Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l'ambiente! - che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.

Nella lingua assira l'espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.


(Fotografia: Marco Buratti - Studio 8)

 

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