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Solidarietà con i lavoratori egiziani sotto processo PDF Stampa E-mail
Scritto da Rete della Pace   
Venerdì 16 Giugno 2017 20:19

Ci permettiamo di inviarvi la richiesta di firmare questo appello per 32 lavoratori egiziani, già condannati per una protesta pacifica, prima del processo in appello.C'è bisogno del sostegno di tutti e tutte noi. Firmare e far circolare l’appello.

Qui sotto tutte le informazioni. È stata fissata al 18 luglio la prima udienza del processo in appello per i trentadue lavoratori del cementificio di Torah, condannati in primo grado a tre anni pochi giorni dopo l’incarcerazione.

ERANO STATI ARRESTATI per un presidio pacifico, dopo 55 giorni di protesta in cui rivendicavano il diritto ad essere assunti con contratti stabili e piene garanzie, diritto peraltro stabilito da una sentenza di oltre un anno fa. Intanto i lavoratori restano in carcere, mentre decine di partiti, sindacati e associazioni denunciano i maltrattamenti fisici e le umiliazioni subite dopo l’arresto. Purtroppo, il caso di Torah è solo l’ultimo di una serie di episodi di repressione eclatanti scatenati contro le lotte dei lavoratori.

VENTISEI OPERAI dei Cantieri Navali di Alessandria sono sotto processo da più di un anno in un tribunale militare a causa di uno sciopero. Molti di loro sono stati costretti a licenziarsi sotto ricatto, mentre altri mille dipendenti (sui 2.300 impiegati nei cantieri) sono stati forzatamente esclusi dal lavoro. A settembre invece, uno sciopero dei trasporti è stato stroncato sul nascere da una serie di arresti preventivi. Sei leader sindacali sono stati sequestrati all’alba nelle loro case, desaparecidos per alcuni giorni, e poi condannati in tribunale. Due di loro sono usciti di carcere solo a marzo, dopo sette mesi, con obbligo di firma. Ancora, a febbraio la repressione ha fermato uno sciopero di 3.000 persone a Mahalla al-Kubra (un enorme centro del tessile nel Delta del Nilo) che minacciava di estendersi a tutti i 17000 operai della zona.

LA PROTESTA è stata revocata dopo che le cinque leader dello sciopero (tutte donne) avevano subito provvedimenti disciplinari e minacce di licenziamento. Le industrie tessili di Mahalla sono storicamente il fulcro di lotte durissime, che hanno fatto tremare diverse volte i regimi al potere in Egitto. E l’elenco potrebbe continuare a lungo: solo negli ultimi mesi ci sono state decine di arresti nel settore agro-alimentare a Suez, nell’industria dei fertilizzanti e nelle telecomunicazioni. L’organizzazione egiziana indipendente Democracy Meter ha pubblicato un rapporto sulle mobilitazioni dei lavoratori nel periodo maggio 2016-aprile 2017.

SECONDO I DATI PUBBLICATI sarebbero almeno 151 i lavoratori e sindacalisti arrestati negli undici mesi e almeno 2.691 quelli licenziati «per aver esercitato il loro diritto allo sciopero». Nello stesso periodo l’organizzazione ha censito 744 proteste sul lavoro, molte meno rispetto all’anno precedente. Non è un caso che si assista a un calo delle mobilitazioni. La repressione dei conflitti sul lavoro è aumentata drasticamente nel giro di pochi mesi, insieme all’aggravarsi della crisi economica. Le recenti politiche economiche e monetarie hanno causato un peggioramento drammatico delle condizioni di vita dei lavoratori e delle classi medie, che soffrono dei tagli al welfare e di un’inflazione che viaggia ormai da sette mesi sopra il 30%. Il regime è consapevole del rischio di esplosioni sociali e ha inasprito le misure repressive nei confronti delle proteste. E infatti sono fioccate nelle ultime settimane le condanne da parte delle organizzazioni internazionali, Amnesty e Human Rights Watch in testa. Ultima quella dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (che fa capo all’Onu) che ha di nuovo inserito l’Egitto nella lista nera degli stati che violano i diritti del lavoro e le libertà sindacali.

IL REGIME DI AL-SISI ha ormai soffocato quasi ogni forma di opposizione civile e politica, ma non può contenere il dilagare delle lotte sociali diffuse, che spesso non fanno capo a nessuna organizzazione. Infatti, mentre sotto Mubarak le mobilitazioni dei lavoratori trovavano quasi sempre uno spazio per la negoziazione, l’attuale regime militare non vuole, non può cedere alle proteste. Riconoscere la legittimità delle mobilitazioni e concedere vittorie ai movimenti dei lavoratori darebbe slancio ad altre vertenze e allarmerebbe gli investitori, locali e stranieri.

SCHIACCIARE in modo esemplare anche le rivendicazioni più basilari e pacifiche è rimasto l’unico mezzo disponibile al regime per evitare una generalizzazione della protesta e garantirsi la stabilità. Ma il risultato non è garantito. Omar Seoud, storico leader sindacale di Suez da poco scomparso, pochi giorni prima di morire dichiarava a un giornalista di Mada Masr «Dopo tutti questi anni nel movimento dei lavoratori, ti posso tranquillamente dire che molto presto ci sarà un’enorme ondata di proteste che invaderà tutto il paese».

Intanto dall’Egitto è partito un nuovo appello lanciato l’8 giugno da movimenti, gruppi politici e organizzazioni per i diritti umani che rilancia il proprio sostegno totale ai trentadue arrestati del cementificio di Torah e chiede alle organizzazioni sindacali e per i diritti umani in tutto il mondo «di manifestare la propria solidarietà ai lavoratori in vista dell’udienza del 18 giugno».

L’APPELLO

Il 22 maggio un sit-in pacifico dei lavoratori dello stabilimento di Torah (a sud del Cairo) è stato attaccato in piena notte dalla polizia. Trentadue lavoratori sono stati arrestati, e tutti condannati a tre anni (il massimo della pena) in un processo a porte chiuse il 3 giugno. Le accuse sono aggressione a pubblico ufficiale, resistenza all’arresto e intralcio alla giustizia.

I lavoratori (addetti alla sicurezza) chiedevano soltanto che fosse rispettata una sentenza del maggio 2016 che obbligava l’azienda a regolarizzare la loro posizione contrattuale. In base ai loro contratti infatti, i lavoratori pur avendo lavorato anche per 15 anni nello stesso stabilimento, non possono godere di pieni diritti (assistenza sanitaria, bonus annuali, ecc). La società (prima Italcementi, oggi in mano alla tedesca HeidelbergCement) si è sempre rifiutata di applicare la sentenza e stabilizzare i lavoratori.

Organizzazioni e sindacati solidali hanno anche denunciato i maltrattamenti fisici e psicologici subiti durante la detenzione dai lavoratori, che non hanno potuto incontrare familiari e colleghi dopo l’arresto.

Il processo e la condanna sono una netta violazione dei trattati internazionali che garantiscono il diritto dei lavoratori a protestare pacificamente. La tortura subita durante il periodo di custodia è un’ulteriore violazione dei più basilari diritti umani.

I firmatari di questa petizione:

  • Chiedono la liberazione dei trentadue arrestati e la sospensione del processo, pesantemente viziato dalla tortura e dai maltrattamenti subiti in detenzione.

  • Chiedono l’accoglimento delle loro rivendicazioni legittime sulla base della sentenza del maggio 2016 che ne riconosce i pieni diritti contrattuali.

  • Chiedono alle istituzioni italiane ed europee di esercitare pressione sulle autorità egiziane affinché venga assicurato il rispetto dei diritti umani per i trentadue lavoratori, e in particolare il diritto ad un giusto processo e il diritto ad essere trattati umanamente.

  • Chiedono alle istituzioni italiane ed europee di fare pressione all’Egitto perché ristabilisca i diritti dei lavoratori, a partire dalla libertà di protestare pacificamente, il diritto allo sciopero, e il diritto a costituirsi in sindacati indipendenti (l’ILO ha di nuovo inserito l’Egitto nella lista nera dei paesi che non hanno una legge sul diritto all’organizzazione sindacale).

No alle torture e agli arresti arbitrari! Libertà per i lavoratori di Torah!

Solidarietà con i lavoratori egiziani – Italia

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