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A Nicola Pistelli, direttore di “Politica” PDF Stampa E-mail
Scritto da don Lorenzo Milani   
Venerdì 01 Settembre 2017 00:28

Nell’agosto del 1959 don Lorenzo Milani è già da qualche anno confinato nella chiesetta di Barbiana. Da là scrive all’amico Nicola Pistelli, direttore di Politica, la rivista della sinistra cattolica e padre di Lapo Pistelli, la lettera che segue, scritta in seguito ad alcune dichiarazioni del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. Questi avrebbe dichiarato, in una intervista a La Stampa: “Voi giornalisti parlate pochissimo della Spagna, direi che vogliate ignorarla di proposito. Eppure averla amica potrebbe esserci di validissimo aiuto contro il comunismo”. Nicola Pistelli non ha però il coraggio di pubblicarla, uscirà solo quindici anni dopo sull’Espresso.

Nella splendida lettera trasparre nitidamente la capacità di don Lorenzo di fare le opportune distinzioni tra ambiti diversi, senza assoluttizzare l’autorità ecclesiale ma senza per questo disconoscerla. Riconoscendo anzi l’assoluta necessità di educarla e di farle capire quando sta sbagliando. Nonostante i decenni trascorsi, resta ancora capacità quanto mai rara, specialmente in questi tempi di atei devoti.




Caro Nicola,


l’opinione pubblica attribuisce ai cattolici di destra lo strano privilegio di apparire quelli che viaggiano sul sicuro, saldamente agganciati alla roccia della Chiesa, voi invece quelli della zona pericolosa sull’orlo del precipizio. Le cose non sono così semplici. La via che conduce alla verità è stretta ed ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di destra ed eresie di sinistra. Il fatto che qualche importante cardinale penda verso le eresie di destra non dà ad esse patente di ortodossia. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscono di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie non sono costituite dalle interviste del cardinale Ruffini sul giornale della FIAT, sono invece nel Catechismo diocesano e per portarsele a casa bastano 75 lire. Dopo di che sai preciso cosa puoi dire o cosa no. Tutto quello che non è proibito è permesso e, credimi, che non è poco.

Del resto, se ti restasse ancora qualche scrupolo hai nella Chiesa un altro motivo di serenità ed è che essa è viva ed è lì apposta per richiamarci con i suoi decreti ogni volta che ce ne fosse bisogno (ho detto coi suoi decreti, non con gli articoli dei cardinali giornalisti). Se questa tranquillità la Chiesa non ci potesse dare non meriterebbe davvero stare con lei. Si potrebbe andare a brancolare nel buio della libertà come i lontani.

Così stando le cose io non mi spiego come voi cattolici di sinistra siate ancora tanto timidi di fronte ai cardinali. Forse che mancate di quadratura teologica. Per esempio: quegli altri si permettono di guardarvi dall’alto in basso perché usate la critica, arma che essi dicono profana e indegna di cattolici. Eppure se provi a dire in confessione: “Padre ho dissentito dall’articolo del cardinale Ottaviani”, il confessore ti ride in faccia divertito come riderebbe a un bambino che non conosce la sua dottrina. E dove leggi che tu debba accettare per buone le opinioni di un singolo porporato? Dove non c’è legge non ci può essere violazione neppur veniale”!

Del resto, in questo campo, i vostri detrattori non guardano tanto per il sottile. Si scagliavano contro il cardinale di Firenze perché si era schierato con i licenziati della Galileo e li incoraggiava persino un altro cardinale con una frase che restò famosa da quanto era volgare e qualunquista (card. Ottaviani: “comunistelli di sacrestia”). Esigete dunque un trattamento di parità. Siete figlioli devoti della chiesa voi e loro, per quanto dissenzienti loro da un cardinale, voi da un altro.

Siete figlioli devoti della Chiesa perché l’infallibilità non è uscita dai precisi termini del Concilio Vaticano I° quelli stessi che impara il mio Pierino sulla “Dottrina diocesana, classe quinta, cap. 10°, domandina 17. L’infalibilità per ora non copre del suo manto tutti e singoli i settantacinque cardinali, i duecentoottantuno vescovi d’Italia, i cinque padri del consiglio di redazione della “Civiltà cattolica”. Via, prendiamola in ridere se non ci si amareggia inutilmente. L’austerità del dogma in cui crediamo, per il quale siamo pronti, se Dio ci dà grazia, anche al martirio, la vorrebbero stirare come la trippa a coprire tutto quello che fa comodo a loro e poi buttarcela in faccia con il sospetto di eretici.

La Dottrina dice che il Papa è infallibile. Eretico è chi lo nega ed eretico è chi estende ad altri questo attributo. Non vedo poi argomento per attribuire maggiore dignità all’eresia per eccesso che a quella per difetto. Cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi sono creature fallibili, eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo. Caso mai, se proprio una distinzione si volesse fare, ci sarebbe solo da dire che tra due tendenze egualmente ereticali, l’eresia per eccesso ha l’aggravante d’essere ostacolo al ritorno dei lontani. Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa, con rigore dogmatico, chiede al neofita solo ciò che ha il diritto di chiedergli non a una Chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale.

Noi la chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel dogma, non il giornale della FIAT. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente, visto che nelle leggi della chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che tagliano la carriera ma sono armi che non tagliano la Grazia né la Comunione con la Chiesa, il resto tenteremo di non contarlo.

Ed ora facciamo un altro passo innanzi: abbiamo mostrato che la critica ai vescovi e ai cardinali è lecita, diciamo ora che è addirittura doverosa: un preciso dovere di pietà filiale e un nobile dovere anche, proprio perché adempirlo costa caro. Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene: vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare, ne ha bisogno come tutti noi, forse più di tutti noi per la responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stesso lo costringe. Non è superbia voler insegnare al vescovo perché cercheremo ognuno di parlargli di quella cosa di cui noi abbiamo esperienza diretta e lui nessuna. L’ultimo parroco di montagna conosce il proprio popolo, il vescovo quel popolo non lo conosce. L’ultimo garzone di pecoraio può dare notizie sulla condizione operaia da fare rabbrividire dieci vescovi non uno. L’ultimo converso della Certosa può avere più rapporto con Dio che non il vescovo indaffaratissimo. E il vescovo, a sua volta, ha un campo in cui può trattarci tutti come scolaretti ed è il sacramento che porta a quelli che può dare. In questo campo non possiamo presentarci a lui che in ginocchio, in tutti gli altri ci presenteremo in piedi, talvolta anche seduti e su cattedre più alte della sua, quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo, davanti a lui come uno scolaretto.

E qualche volta, credimi, c’è bisogno urgente di trattarlo così! Non è forse come un bambino un cardinale che ci propone come a esempio edificante un regime come quello spagnolo? Non c’è neache da arrabbiarsi con lui. Diciamogli piuttosto bonariamente che non esca dal suo campo specifico, che non pretenda di insegnarci cose su cui non ha nessuna competenza, non l’ha di fatto e non l’ha di diritto. Ne riparli quando avrà studiato meglio la storia, visto più cose, meditato più a fondo, quando Dio stesso gliene avrà dato grazia di stato. Oppure non ne parli mai. non è da lui che vogliamo sapere quale sia il tenore di vita degli operai spagnoli, sono notizie che chiederemo ai tecnici. Di lui in questo campo non abbiamo stima. Lo abbiamo anzi sperimentato uomo poco informato e poco serio.

Leggiamo ora un altro episodio. L’ho trovato su una rivista seria: è circostanziato e firmato, non ho dunque motivo che sia inventato. “In uno scompartimento di prima classe del direttissimo Roma-Ancona, in patenza da Roma alle 16,37 del 3 ottobre 1958 sedevano un vescovo e due religiosi al suo seguito. Il posto accanto al vescovo era occupato da una cartella. Un viaggiatore rimasto in piedi, per ben due volte ha chiesto garbatamente se il posto era occupato e i religiosi hanno risposto di sì. Non era vero. Era un’occupazione abusiva col solo scopo di lasciare il vescovo più comodo. Il controllore avrebbe dovuto verbalizzare ma il viaggiatore rimasto in piedi, pro bono pacis, ha pregato di lasciar correre e la cosa è finita così” (Il Ponte, 1958 pag. 1350). Ti pare inverosimile? A me no! Siamo di nuovo davanti ad un ragazzo. L’altro pretendeva di insegnare cose che non conosce. Questo ruba 3.450 lire e poi rimedia con una bugia e con tutto questo non si accorge di avere peccato. Gli pare anche che un alone di 50 cm. di rispettabilità a destra e a manca del suo sedere, di aver reso omaggio al carattere sacro della sua persona. Ha vissuto mezzo secolo di storia ed è già giunto a votare Democrazia Cristiana ma non sa ancora che democrazia è uguaglanza di diritti. E’ nato cento anni dopo la Rivoluzione Francese e non si è ancora accorto che quel germe è fiorito, che ha mutato le nostre ex pecorelle, le ha rese non più pecorelle soltanto, ma cittadini: gente che si vuole rendere conto e che vuole essere convinta. Eppure tutta questa lezione della storia che egli non ha preso è lezione di Dio, perché è Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento e affidamento. E l’hanno inteso perfino tanti laici cattolici. Quelli, per esempio, che sono stati tredici anni al potere in Italia e non si sono sognati di includere nel regolamento ferroviario privilegi per i vescovi. Non l’hanno fatto perché ormai erano abituati ad un sentimento più alto e interiore alla dignità vescovile. Qualcosa che è tanto più alta quanto è vicina, tanto più piccina quanto più pretende un piedestallo che ormai la storia le ha negato.

E quello di Bologna che mette a lutto per un mese tutte le chiese della diocesi per un fatto come quello di Prato (il vescovo di Prato Mons. Fiordelli fu condannato a 40.000 lire di multa per diffamazione nei confronti di due coniugi da lui definiti pubblici concubini) perché si erano sposati per il solo rito civile”? E quello stesso di Prato che confronta se stesso con i martiri cinesi? Non sono forse tutti uomini che hanno perso il senso delle proporzioni? E a chi mai può succedere questa disgrazia immensa se non a chi non ha più accanto la mamma che sappia, quando è l’ora, dargli uno scapaccione oppure a chi ha intorno dei figlioli coraggiosi che sappiano raccontargli in faccia ciò che dice la gente? Vedi dunque che non è sdegno per i vescovi che occorre ma per noi stessi, figlioli vili ed egoisti che abbiamo amato più la nostra pace che il bene del nostro padre e della nostra Chiesa.

Fermiamoci dunque un poco in esame di coscienza. Potevano quelli infelici saper qualcosa sul mondo che li circonda e su se stessi? C’è qualcuno che li corregge? Abbiamo mai provato a parlare loro francamente così come si parlerebbe al nostro figliolo colto in fallo? No, via, bisogna confessarlo, nessuno di noi si è curato di educare il suo vescovo. E se tanti vescovi vengono su come li vediamo, sicuri di sé, saputelli, superbi, ignoranti, enfants gates, come potremo volerle male a loro noi che non abbiamo fatto nulla per tendere loro una mano e riportarli al mondo d’oggi e all’umiltà cristiana e alla giusta gerarchia dei valori? E questo loro essere così non è per la Chiesa un male molto più grande di quanto non lo potrà essere quel turbamento che in qualche animo debole potran fare le critiche? E’ meglio conservare il piedistallo alto nell’illusione di coprire un po’ alla meglio la vuotezza dei vescovi o è meglio buttar giù il piedistallo e ottenere per mezzo di un po’ di critica, vescovi capaci di non dire sciocchezze e, in più, splendenti di quell’umiltà che è virtù cristiana e quindi in nessun modo disdicevole in un vescovo?

La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché conosco qualche sacerdote importante e anche qualche grosso militare e qualche grosso primario di ospedale. Parallelo al crescendo di importanza un crescendo di isolamento. In presenza a lui i giudizi andavano diventando ogni giorno più prudenti e più chiusi. Per esempio, chi pensava che il Papa facesso a mezzo con Confindustria, lo diceva con scherno impertinente al povero seminarista indifeso. Lo diceva in forma già più attenuata e indiretta al giovane cappellano. Lo diceva solo di lontano al parroco di campagna, padre ancora abbordabile ma già autorevole personaggio. Non lo diceva per nulla al monsignore parroco in città, amico di un mucchio di persone influenti e molto più potente egli stesso che non il collocatore comunale. Non lo dirà mai al suo vescovo che viene in visita una volta ogni cinque anni e che si può vedere solo dopo molta anticamera in una sala imponente, imponente lui stesso per età, per carica, per grazia.

E allora quando quel vescovo, passando per le strade vede sui muri scritte irrispettose per il Papa (ma le vede?) non ha elementi per giudicare se siano opera di mestatori estranei senza rispondenza nel cuore degli operai o se siano invece intima convinzione di tanti e che ha avuto esca in errori nostri di cui bisogna correggersi.

Il vescovo che organizza una manifestazione mariana con elicotteri, non ha modo di valutare se questa forma di devozione sdegna o commuove.

Va in visita e non incontra che cattolici o comunisti travestiti da cattolici. Gente comunque che non lo critica, che non si permette di insegnargli nulla. Lo dico senza malanimo. Siamo tutti eguali. Anch’io faccio così nove volte su dieci. Non vien voglia di dire al vescovo ciò che si pensa: è più comodo trattarlo con i soliti dorati guanti di menzogna che danno il modo a lui e a noi di vivere senza seccature. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere, né maturare, né invecchiare.

Passa per il mondo senza toccarlo. Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste o per imparare qualcosa. Fa errori puerili, si intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. E appunto come il generale di armata e come il contadino di montagna un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ gli occhi, loro che il muro di incenso non proteggeva dai morsi della storia e come è tragico e ingiusto che il Pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. E dare una spallucciata dopo aver visto degli infelici che non sanno vivere, gente in mare che non sa nuotare. Disinteressarsi del prossimo è egoismo, disinteressarsi dell’educazione di fratelli che hanno in mano tanta parte della Chiesa è disinteressarsi della Chiesa! Meglio essere irrispettosi che indifferenti davanti ad un fatto così serio.

Dunque quel viaggiatore ha fatto bene a provocare quell’incidente e a pubblicarlo. Povero untorello che diffonde la peste dell’anticlericalismo, (quando dice il vero) serve più la nostra chiesa che la sua. Bisognerebbe ringraziarlo, o meglio passargli innanzi ed essere capaci noi dell’esame della nostra coscienza più di lui che ce la esamina malevolmente. E come vorrei saper dare a questo mio articolo un accento così accorato che nessun malintenzionato potesse dire di me che calco le orme dei nemici della Chiesa! E come vorrei fare capire che la stessa notiziola identica, scritta con le identiche parole, quand’è sul “Ponte” è cattiveria distruttrice, quand’è in bocca nostra è amore appassionato per una Chiesa in cui viviamo, da cui non ci siamo mai staccati neppure in prove durissime, una Chiesa che vogliamo migliore e non distrutta. E quale mai interesse, se non di paradiso, ci può far stare con lei dopo le figure che ci ha fatto fare? E come dunque si può sospettare i nostri atti?

Ma torniamo all’educazione dei vescovi. Dopo la critica la miglior forma di educazione che possiamo dar loro è di informarli. Le informazioni a un vescovo da dove credi che arrivino? Credo che abbia un apposito servizio di telescriventi che lo colleghi con il Vaticano e, in Vaticano, a sua volta, con il mondo intero? Non l’ha. Oppure credi che abbia un filo di comunicazione diretta con lo Spirito Santo? Non l’ha neanche il Papa. Lo Spirito lo assiste ma non lo informa. Te lo immagini lo Spirito in concorrenza con l’ANSA? I fatti di cronaca e di storia il vescovo li sente raccontare, li legge sui giornali, li ascolta alla radio. Creature sono, creature fallibili, spesso creature maliziose quelle che giorno per giorno hanno l’onore di formare il pensiero del vescovo. Che orrore! E noi bisogna stare zitti? Sono più bellini quegli altri? Per rispetto anche questo? E che rispetto è mai questo di vedere il nostro padre ingannato ogni giorno, menato per il naso dai padroni della stampa e del mondo e star lì in umile silenzio e lasciare fare?

Quando si sente il cardinale Ruffini lodare il regime spagnolo, verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governante incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte. Ma invece non ci deve essere bisogno di dire queste cose al cardinale: i principi li sa, il Vangelo lo conosce, non è di idee giuste che occorre rifornirlo. Le avrebbe inventate da sé senza che nessuno gliele avesse suggerite se solo avesse visto certi fatti. Oppure se li avesse saputi con tanta precisione e insistenza da essere come se li avesse visti. Di fronte al bisogno ogni uomo diventa inventore come Robinson nell’isola e il bisogno di una soluzione ideologica soddisfacente lo crea il cuore quando ha visto la sofferenza. Un cardinale (fino a prova contraria) lo presume in buona fede, onesto, buono e inorridito del sangue. Se la sua mente non cerca quali siano gli errori del regime spagnolo è segno che i suoi occhi non erano presenti a qualcuno di quei fatti disumani che, visti da vicino, bastano a schierare un cuore per sempre. Nell’austero silenzio di un convento domenicano, dove non entra né pianto di spose, né allegria di bambini, si può ben disquisire sulla liceità della pena di morte, sui diritti del principe e sulla preminenza del bene comune. Ma nel cortile di un carcere spagnolo, quando il forte, il vincitore uccide il debole, il vinto, quando solo a guardarla in viso la vittima si rivela non un comune delinquente ma creatura alta che ha preposto il bene del suo prossimo al proprio tornaconto. Oppure fuori dai cancelli dove l’urlio di madri, spose, figlioli, trasforma anche il comune delinquente in figlio, marito, babbo, in qualche cosa cioè che vorremmo far vivere e non morire.

Allora le conclusoni di biblioteca si vorrebbe tornassero in altro modo, allora si ritorna sui testi con un altro desiderio in cuore e, nel giro di un’ora, il meccanismo dei sillogismi ha bell’e sfornato la soluzione giusta. Questo saprebbe fare anzi correrebbe a fare anche il Cardinale Ruffini, ne sono sicuro. Ma il cardinale, nel cortile del carcere di Barcellona, nel giorno del Congresso Eucaristico non c’era. E non c’era neanche l’inviato speciale del muro di carta che lo circonda. L’inviato era a pochi passi più in là in quella stessa Barcellona e in quello stesso giorno. Era a fotografare il generale Franco, genuflesso su un faldistorio di velluto rosso, dinnanzi a centomila fedeli sudditi, mentre leggeva la consacrazione della Spagna al Sacro Cuore. Il generale Franco non ha ascoltato neanche il telegramma del Papa per gli undici sindacalisti di Barcellona e li ha uccisi a sfida nel giorno stesso del Congresso.

Sono abbonato al Giornale del Mattino. Sono anche abbonato anche ad un settimanale cattolico francese. Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quello che fa la Polizia francese. Non che la notizia non ci fosse, ma era riportata di rado e non in vista e in forma dubitativa e senza particolari. Quanto basta per non accorgersene oppure accorgersene ma non dargli il suo posto, accorgersene ma non schierarsi. Sul giornale cattolico francese la notizia è martellata a tutta pagina e spesso si sente anche la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, ma anche quelle volgari: “enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde francaise, passargli l’alta tensione pei coglioni” (temoignage cretienne del 26-6-1959, pag. 3 pag.5) quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’è chi se ne rallegra perché le trova sconce. Io sento invece una grande tristezza nell’appartenere ad una chiesa sui cui giornali non hanno mai un nome. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di questa atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose (La Gangreme, editions de minuit- 1959) viene in visita in Italia e il Galateo vuole che lo si accolga con il sorriso.

Il Presidente Leone ha rimproverao un deputato: “non mi sembra opportuno dir male di uno Stato proprio quando il suo capo si trova in questa città” (seduta del 25.6.1959) e a me invece non sembra opportuno stringere la mano a De Gaulle senza avergli detto queste cose in faccia. Avrei paura che il figlio di un torturato vedesse sui giornali la mia fotografia accanto a De Gaulle, magari nell’atto di stringergli la mano con il sorriso ebete e beato delle fotografie ufficiali. Avrei il terrore che egli si stampasse il mio viso negli occhi per riconoscermi il giorno in cui mi vedesse sul pulpito in una chiesa missionaria d’Africa. Il Galateo dei giornali cattolici italiani, in un articolo come questo toglierebbe i nomi di cardinali e vescovi, toglierebbe i dati esatti del treno Roma-Ancona, toglierebbe i particolari sulla tortura parigina, toglierebbe tutto ciò che convince e si imprime. E si defrauderebbe anche della frase di quel musulmano torturato: “Avevo sentito dire che quel genere di tortura rende impotenti e il pensiero che avevo già un bambino mi riconfortava”. Che irresistibile moto di solidarietà nasce quando si è letto queste parole! Che uomo grande è quello! Che grande civiltà e che civiltà spirituale deve avere dietro di sé per poter esprimere questo pensiero durante la tortura invece che i pensieri di odio. E come questa civiltà non avrà diritto a autogovernarsi? E come sono piccini quegli altri. Piccoli e volgari oltre che feroci e che terrore che essi siano non l’eccezione casuale, ma il segno di una società in disfacimento. E come fa paura il pensiero che essi non sono soli dato che il governo “cattolico” si rifiuta di indagare, dato che ha anzi espressamente abolito nella nuova Costituzione il limite di tempo entro il quale la polizia deve consegnare un prigioniero al magistrato. Il cuore si schiera irresistibilmente.

Ecco cosa può fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare, oppure con il solo modo di raccontarle. E bada che non si tratta di uno schierarsi sentimentale che debba per forza concretarsi in uno schieramento politico con l’Algeria contro la Francia, non è trovare subito una soluzione o ignorare alcune ragioni che possono avere anche i francesi in Algeria. E’ solo aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa è l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale e onesto ed è questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. Le informazioni vanno sì alla memoria ma passando per il cuore e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più come controllare. Passano e ripassano per il canale del cuore del cardinal Ruffini le informazioni sulle torture ungheresi e il cuore batte. Il cuore del cardinale è generoso batte e si allarga da quella parte. Perfino uno scomunicatissimo capo comunista (Nagy, Beria, ecc) a un tele-ordine del United Press diventa ad un tratto accelleratore di battiti di cuore episcopale. E le notizie di Parigi e di Barcellona non passano. Oppure le une passano con particolari che scuotono, le altre passano in volo senza fermarsi.

E se invece di Barcellona e Parigi avessi pescato esempi in campo sindacale italiano, quanto poco mi ci sarebbe voluto a dimostrare che i giornali cattolici ignorano quel mondo e lo relegano nell’ultimo cantuccio o addirittura ne sfalzano maliziosamente i valori?

Un volgare matrimonio di prìncipi ha avuto tutta pagina per settimane (e senza critiche) erano le stesse settimane in cui i giornali cattolici ignoravano la gravità delle vertenze che erano accese in quel momento o peggio si univano incoscienti al coro della stampa “indipendente” per mettere in evidenza solo qualche disagio contingente che quegli scioperi provocavano invece di studiarne la sostanza. Sostanza di gran peso se aveva posto in agitazione due milioni di lavoratori italiani appartenenti a tutte le organizzazioni sindacali con la CISL in testa. Il fatto che due milioni di lavoratori (cattolici compresi e non ultimi) hanno sacrificato generosamente settimane di salari e rischiato e subìto rappresaglie per avere esercitato un loro preciso diritto costituzionale non è fatto totalmente serio da meritare la prima pagina del giornale cattolico e quindi nel cuore del vescovo, ma non l’ha avuta e se il vescovo non va a cercarla apposta, relegata nel cantuccio sindacale non trova la documentata risposta di Storti alle banali accuse della grande stampa contro la CISL. Gli succede quello che è successo a Barcellona e Parigi. Per le notizie di lontano spesso siamo stati ingannati anche noi come lui. Per le notizie di vicino (per esempio, queste ultime) spesso, troppo spesso, s’è visto ciò che non poteva vedere e siamo stati zitti e ora è colpa nostra se il cuore del nostro vescovo è guidato coi fili dei giornalisti. Giornalisti il cui cuore è guidato a sua volta da chi? Lo sappiamo purtroppo e vien fatto di rabbrividire.

E’ una catena di responsabilità “irresponsabili” che aggroviglia tutto e disonora in conclusione noi, la nostra gerarchia, la nostra Chiesa. E poi c’è la figura patetica di quell’uomo prigioniero dell’informazione reticente e dell’ossequio vile e fa pietà non solo per i cristiani e per i lontani che egli ha ingiustamento disorientato ma anche per lui stesso.

Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberarlo e tantopiù quando è prigioniero il nostro padre. Se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muro di incenso, Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequestro di persona. Dopo tutto quello che abbiamo patito in questo mondo ci ritroveremo nell’altro becchi e bastonati.

Lorenzo Milani

Barbiana, 8 agosto 1959

[Segnalato da: Angelo Levati]

 


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