Home Religioni Cristianesimo "La Chiesa è meno Chiesa se le donne non partecipano ai processi decisionali", intervista a suor Alessandra Smerilli
"La Chiesa è meno Chiesa se le donne non partecipano ai processi decisionali", intervista a suor Alessandra Smerilli PDF Stampa E-mail
Scritto da Chiara Tintori   
Domenica 14 Gennaio 2018 17:54

Religiosa delle Figlie di Maria ausiliatrice, suor Alessandra Smerilli ha 43 anni ed è originaria di Vasto (Chieti). Insegna Economia politica ed elementi di statistica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell'educazione "Auxilium" di Roma. Nel 2014 ha conseguito il dottorato in Economia presso la School of Economics della East Anglia University (Norwich, Regno Unito), mentre nel giugno 2006 il dottorato di ricerca in Economia politica presso la Facoltà di Economia della "Sapienza" di Roma. È socia fondatrice e docente della Scuola di Economia Civile e membro del comitato etico di Etica SGR. Ha scritto a quattro mani con Luigino Bruni "L'altra metà dell'economia" (Città Nuova, Roma 2015) ed è in corso di pubblicazione il volume "Carismi, economia, profezia: la gestione delle opere e delle risorse", con l'editrice Rogate.

Abbiamo intervistato suor Smerilli nell'ambito del nostro Dossier sull'empowerment femminile, in un approfondimento a due voci sul tema della leadership femminile nel mondo dell'economia e della finanza.

Come è nata la sua passione per l'insegnamento e per l'economia?

La passione per l'educazione credo di averla avuta da sempre, anche per questo sono suora salesiana. Ho iniziato fin da ragazza a occuparmi dei più piccoli, all'oratorio, e diciamo che non ho mai smesso. Con l'economia è andata invece diversamente: quando mi stavo interrogando su che cosa avrei potuto studiare all'università e guardavo le varie offerte formative, quella di economia era l'unica pagina che saltavo. Non ero proprio interessata. Quando nel 1993 ho iniziato la formazione per diventare suora, il mio sogno era di studiare psicologia e andare a lavorare con i giovani più poveri e in difficoltà, magari in una casa famiglia. Invece la mia superiora di allora mi chiese di studiare economia: c'era bisogno di una suora preparata in questo campo; lei che guardava sempre avanti, mi disse che l'economia sarebbe diventata sempre più importante, avrebbe governato il mondo e la politica, e noi come educatrici non potevamo non interessarcene.

Qual è stata la sua reazione?

Inutile dire che in quel momento mi sono sentita morire: mai avrei pensato di diventare suora per poi occuparmi di economia! Mi sembrava di essere in un brutto sogno, da cui volevo solo svegliarmi. Però mi sono fidata e ho iniziato gli studi. Man mano che procedevo mi rendevo conto che lo studio delle teorie economiche era affascinante, anche se non tutto mi quadrava, anzi, facevo proprio fatica a entrare nei ragionamenti di massimizzazione, dei principi di non sazietà, di alcuni modelli di crescita, e così via. E più studiavo, più comprendevo che era necessario approfondire, perché le teorie economiche potevano essere migliorate solo dall'interno: non mi sembrava sufficiente la proclamazione di valori che arrivano come sentenze moraleggianti su un sistema di cui non si discutono i fondamentali. E invece è proprio la sostanza che va migliorata. Faccio un esempio: quando costruiamo le curve di indifferenza, che sono alla base della teoria della scelta dei consumatori, partiamo da alcuni assiomi, cioè principi evidenti che non hanno bisogno di essere dimostrati, tra cui quello di non sazietà: il più è sempre preferito al meno, avere un bene in più non recherà mai un danno. Cambiare la teoria dal di dentro significa interrogarsi su ciò che a volte si dà per scontato. Ad esempio Gandhi sosteneva che è irrazionale avere più beni quando per vivere bene ne basterebbero meno. Nel corso degli studi ho incontrato professori che sono riusciti a farmi vedere un'altra economia (è il caso, ad esempio, dell'esperienza dell'economia di comunione), altre teorie, cambiando la mia vita. Grazie a quegli incontri, infatti, è nato in me il desiderio di proseguire il mio apprendimento con un dottorato in Italia e un PhD in Inghilterra, studiando la "we-rationality", ovverosia la razionalità del noi, un tentativo di superamento dell'individualismo metodologico in economia. E ora continuo, cercando di fare la mia piccola parte. Ogni tanto ripenso al momento in cui mi è stato chiesto di studiare economia: avrei avuto tanti motivi per dire no, e avrei proprio voluto dirlo... ma se l'avessi fatto non avrei visto poi il dispiegarsi di un disegno molto bello e originale.


Che cosa hanno da dire oggi le donne in una disciplina come quella economica, per decenni appannaggio esclusivo degli uomini?

La parola economia deriva dal greco oikos nomos, che significa cura e gestione della casa, dove per "casa" possiamo intendere anche l'intero pianeta, la casa comune. E la casa, per motivi storici e culturali, è da sempre associata alla donna. Le donne allora hanno un compito fondamentale: porre l'attenzione sulla cura della nostra casa comune. È significativo che la prima donna ad aver vinto il Premio Nobel per l'economia nel 2009, la statunitense Elinor Ostrom (1933-2012), si sia occupata proprio di beni comuni. Allo stesso modo, credo non sia un caso che le prime elaborazioni teoriche in economia sui beni relazionali vengano da menti di donne, in particolare la politologa Carol J. Uhlaner e la filosofa Martha Nussbaum. Da voci femminili sta emergendo anche un tentativo di guardare all'intero sistema economico in modo più connesso con il rispetto dell'ambiente e dei diritti umani fondamentali. Ne è un esempio il recente libro di Kate Raworth, L'economia della ciambella: una rivisitazione dei modelli economici per tener conto non tanto dell'obiettivo della crescita, ma per garantire il più possibile a tutti il rispetto dei diritti fondamentali, senza trascurare i limiti dello sfruttamento del pianeta. Le donne hanno dunque molto da dire all'economia di oggi e di domani, ma per farlo devono essere profondamente competenti, perché si tratta di andare oltre alcune logiche fortemente radicate nei modelli economici, e lo devono fare superando pregiudizi e stereotipi.

Mentre cresce il management femminile in Italia, pensa che le donne debbano farsi portatrici di un modello particolare di leadership?

Oggi ci si sta accorgendo, anche da parte di grandi società di consulenza, che alcune caratteristiche femminili sono importanti nella governance delle imprese. Ad esempio, le organizzazioni che vedono all'interno dei loro Consigli di amministrazione (CdA) un buon numero di donne sono più resistenti alle crisi e più innovative. Da alcuni esperimenti sui comportamenti economici sembra emergere che le donne siano mediamente più avverse al rischio degli uomini, meno inclini alla competizione (questo spiegherebbe anche perché le donne che arrivano a ricoprire ruoli dirigenziali non sono molte: non perché non ne siano capaci, ma perché non amano la competizione), meno rispondenti a incentivi estrinseci, più abili a risolvere dilemmi in gruppo. Se queste e altre caratteristiche oggi venissero maggiormente considerate, prestando più attenzione alle questioni di genere, le imprese ne trarrebbero diversi vantaggi dal punto di vista sia dell'efficienza sia dell'equità, invece gli strumenti utilizzati per la valorizzazione del personale sono normalmente orientati agli incentivi e alla competizione. Infine, oggi nelle imprese l'organizzazione gerarchica sta lasciando spazio a modelli più adatti ai tempi e alla cultura che stiamo vivendo, quella della Rete. I nuovi modi di organizzarsi chiedono una leadership flessibile, inclusiva, che favorisca cooperazione e creatività: in questo credo che le donne abbiano una marcia in più.

Al di là degli impegni accademici, Lei è spesso ospite di convegni aperti al pubblico. Quali aspettative ci sono, da parte degli ambienti professionali che frequenta, nei confronti del suo essere religiosa?

Non mi sembra ci siano grosse aspettative, il più delle volte colgo invece la sorpresa. Soprattutto in alcuni ambienti, infatti, si associa l'essere suora, religiosa, al buonismo e alla carità intesa, però, in senso riduttivo: da una suora ci si aspetta che parli di valori, magari di spiritualità, e molte volte mi chiamano proprio per mettere un bel cappello di valori a qualcosa che deve andare avanti per la sua strada. Per questo motivo non mi presento quasi mai in abito religioso a un convegno. Ricordo ancora che una volta, in occasione di una grande convention di un gruppo di banche, un direttore generale mi diede la parola dicendo che avremmo volato alto, per poi ridiscendere, con gli altri interventi, nel mondo dei numeri, che deve andare avanti con certe logiche. Di solito però man mano che vado avanti a parlare le persone si stupiscono, colgono con sorpresa che si può volare alto parlando anche di numeri, di finanza, di economia, di lavoro, e facendolo dal di dentro, cercando di trasformare le logiche, dando una lettura diversa di alcuni fenomeni. L'apprezzamento e la stima che ricevo quando partecipo a conferenze e convegni mi fanno cogliere che c'è grande sete di uno sguardo positivo sui problemi e le sfide dell'oggi, ma deve essere uno sguardo incarnato, concreto, di testimoni e non di maestri.

Lei è l'unica donna presente nel Comitato delle Settimane sociali e l'ultima edizione (Cagliari, 26-29 ottobre 2017) ha visto un'esigua presenza femminile. Quali attese e spazi di responsabilità intravede per le donne nella Chiesa italiana, oggi?

Sono profondamente convinta che la Chiesa è meno Chiesa e l'umano è meno umano se le donne non partecipano ai processi decisionali, se non esercitano responsabilità. Non si tratta di occupare spazi o di


gestire poteri: questo è molto poco femminile. Ci sono attenzioni, sensibilità, modi di vedere la realtà, attenzione ai processi, che faticano a emergere in contesti prettamente maschili. Purtroppo le strutture ecclesiastiche italiane sono molto maschili, e questo genera quello che in economia viene chiamato un processo di selezione avversa: le donne si sentono poco attratte da alcuni ambienti. Ad esempio mi accorgo che le donne più in gamba che conosco, dopo aver provato a dare il proprio contributo all'interno di strutture ecclesiastiche, preferiscono spendere la propria professionalità altrove, dove c'è meno da lottare per essere riconosciute alla pari degli uomini. Nello stesso tempo gli uomini, non sentendosi sollecitati a pensare e ad agire diversamente, senza forse neanche rendersene conto, continuano a perpetuare schemi, modi di fare e di organizzarsi che lasceranno sempre le donne sull'uscio. Credo ci sia bisogno di affrontare serenamente e apertamente la questione, per intraprendere processi che ci rendano tutti più consapevoli dell'urgenza di un cambiamento. Non ritengo che la strada sia quella dell'apertura al sacerdozio per le donne, bensì, come sostiene papa Francesco, di una de-clericalizzazione delle strutture ecclesiastiche.

Come è possibile oggi conciliare vita personale e lavorativa? Che cosa consiglierebbe a giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro, desiderose di realizzarsi dal punto di vista professionale, senza sacrificare il tempo per sé e per gli altri?

Il tema dell'armonizzazione della vita lavorativa con quella familiare è oggetto di un fraintendimento: erroneamente, e soprattutto in Italia, nel passato si è considerato quello della conciliazione un problema al femminile, come se solo la donna debba prendersi cura della famiglia. Una cultura aziendale non discriminante dovrebbe invece rendere normale il fatto che sia gli uomini sia le donne possano avere aiuti nel conciliare i tempi di lavoro e quelli della vita familiare. Fatta questa precisazione, in Italia oggi è molto difficile realizzarsi dal punto di vista professionale senza sacrificare relazioni, affetti e famiglia. E lo è soprattutto per le donne, per le quali la maternità è ancora troppo penalizzante per le prospettive di carriera. Troppe, sono ancora costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, ma questa scelta funziona fino a quando i figli sono piccoli e richiedono accudimento a tempo pieno, poi porta a insoddisfazione di vita e penalizza l'espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti. Alle giovani donne suggerirei di condividere da subito con il compagno di vita le proprie aspettative lavorative e familiari, o almeno di non scendere a patti sulla suddivisone del lavoro in casa e fuori: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio» recita un proverbio africano. Un bambino che nasce è un bene per tutti, e quindi tutti devono occuparsene. Direi che dovremmo passare dall'idea che per poter lavorare le donne debbano sacrificare qualcosa, a un nuovo modo di concepire la società e la realizzazione nella vita. Oggi vediamo come pienamente realizzata una persona che lavora 15 ore al giorno, che non ha tempo per altro, che per svolgere bene il proprio lavoro deve delegare ad altri i suoi impegni e doveri, come il prendersi cura della casa, degli altri, della famiglia. Dovremmo invece tutti comprendere che una persona è meno persona se non si occupa della cura della famiglia e delle relazioni. Un bravo professionista non è una persona eccellente se non sa neanche stirarsi una camicia, se non ha tempo da passare con un anziano o un bambino. E le attività di cura sono beni d'esperienza, ovvero si percepiscono come tali solo quando le si vive. Le donne, che per storia e per sensibilità sono state sempre maestre nell'arte della cura, oggi hanno il compito di insegnarla anche agli uomini: è un compito educativo imprescindibile se vogliamo che qualcosa cambi nella nostra società.

 

Aggiornamenti Sociali, 4 gennaio 2018

Segnalato da: Maria Stella Buratti

 


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