Home Nonviolenza Esperienze Israele: dichiarazione di obiezione di Atalya Ben-Abba (febbraio 2017)
Israele: dichiarazione di obiezione di Atalya Ben-Abba (febbraio 2017) PDF Stampa E-mail
Scritto da Atalya Ben-Abba   
Lunedì 19 Febbraio 2018 18:29

Salve, io sono Atalya Ben-Abba, ho 19 anni e vengo da Gerusalemme. In data 6 febbraio 2017, dichiarerò l'obiezione di coscienza al servizio nell'esercito israeliano, e sarò mandata in carcere militare per un periodo di tempo non noto. Mi prenderò consapevolmente le conseguenze di questo atto, perché credo che al fine di portare sicurezza a tutte le persone che vivono qui, dobbiamo cambiare interamente le politiche governative e terminare l'occupazione.

Sono cresciuta nel quartiere di Musrara di Gerusalemme. Quand'ero piccola, mia mamma e io potevamo camminare spesso nella città vecchia, la quale è vicino a casa nostra. Mi piacevano questi giri, ogni cosa era così diversa ed eccitante: dolci, piatti e lingue straniere. Poi, quando avevo circa sei anni, il collaboratore scolastico della mia scuola venne ucciso da un attacco terroristico. Quindi, capii che vivevamo in guerra e che tutti noi — ebrei e arabi — viviamo nella paura. Quando, diversi giorni più tardi, mia mamma e io andammo nella città vecchia cercai di nascondermi dietro di lei e quando lei capì che mi stavo comportando in modo strano, mi fermò e mi chiese cosa stesse succedendo. Quando le dissi che ero impaurita, lei mi rimproverò e mi disse: "Di cosa sei spaventata? Non c'è nulla di cui avere paura, queste persone sono come me e te e non c'è ragione di sentirsi minacciati da loro". Quel momento fu molto importante per me, si tratta di uno dei momenti che mi ha fatto capire fin da giovanissima che siamo rutti esseri umani.

L’anno scorso ho fatto un servizio di un anno ad Ha-Shomer Hatzair [n.d.t. mouimento giouanile ispirato al socialismo sionista], e quando verrò rilasciata dal carcere ho intenzione di fare il servizio civile [n.d.t. in Israele non è alternativo al servizio militare]. La mia responsabilità sociale come attore della nostra società è importante per me. Le persone che vivono qui sono importanti per me, tutte le persone che vivono qui, ed è responsabilità mia e di tutti noi agire per avere un'esistenza migliore qui. Il mio rifiuto a essere coscritta non viene da una rinuncia a questa responsabilità, bensì deriva dall'aver compreso che la nostra attuale realtà deve essere cambiata e che il rifiuto è il mio modo di portare un cambiamento. Oltre a essere un modo per prendermi la mia responsabilità, l'obiezione è l'unica scelta possibile per me. Negli ultimi mesi, ho iniziato a prendere parte ad attività nei territori occupati. Le nostre attività includono documentare quello che succede lì e le azioni fondamentali con i palestinesi. Ho quindi capito per la prima volta la forte cooperazione che c'è tra occupanti e governo. La politica governativa in quei luoghi è guidata anche dal desiderio di trasformare in un incubo la vita dei palestinesi che vivono nelle aree rurali: lo scopo è quello di forzarli a lasciare le proprie terre per le città sovraffollate. Noi stiamo cercando di fermare questo processo attraverso lo sforzo comune di palestinesi e israeliani.

Una volta, ho parlato con un attivista che mi ha descritto la prima volta che ha incontrato degli israeliani. Tutto quello che vide da bambino erano dei soldati stranieri che parlavano una lingua che non capiva e che entrarono nei loro villaggi e demolirono le loro case. Lui ebbe paura di loro ed era arrabbiato. Solo anni più tardi, incontrò degli israeliani che gli mostrarono un altro lato della medaglia. Ascoltarlo mi ha fatto capire il ciclo senza fine in cui siamo: violenza porta altra violenza e non c'è soluzione in questo modo. Cooperare con i palestinesi ci permette, invece, di creare una relazione che apre la strada alla pace e che ci dà prova che si può collaborare tra le due parti per un futuro migliore.

Noi israeliani siamo ulteriormente danneggiati dall'occupazione. Conduciamo una vita di paura e siamo controllati da un governo che ci sfrutta, il quale è guidato da una sete di potere e ricchezza, invece che dall'interesse al benessere delle persone. La pace persegue gli interessi degli israeliani e ci metterà nella condizione di vivere in sicurezza, senza paura e odio. Si tratta dell'unica possibilità per una vita migliore, una vita in cui possiamo investire in educazione, sanità e arte invece che nella guerra,

L’IDF [n.d.t. l'esercito israeliano] è lo strumento del governo per creare e mantenere l’oppressione, la privazione dei diritti civili e dei diritti basilari e quindi per cambiare la situazione, io non posso cooperare con esso. La mia critica non è diretta ai singoli soldati, che non hanno colpa, ma a coloro che danno gli ordini e gestiscono questa politica. Una politica razzista, violenta e discriminatoria crea una realtà in cui i palestinesi vengono messi con le spalle al muro. Ignorare questo è pericoloso, perché ci rende ciechi di fronte all'unica soluzione: la pace.

Cedere all'odio è facile. È facile pensare in termini di "noi" e "loro", buoni e cattivi. Forse, i miei compagni e io non fermeremo l’occupazione, ma le nostre azioni sono solo agli inizi. Affinché si possa veramente cambiare le cose, bisogna iniziare dai primi passi ed è per questo che io dico "no" in modo deciso, perché l'unico modo per difendere la democrazia in questa realtà è la non collaborazione.

 


QUANDO L'OBIEZIONE FINISCE SULLO SCHERMO

Atalya è la protagonista del docufilm Objector (USA 2017, 16') diretto da Molly Stuart. Objector offre una finestra sul conflitto israelo-palestinese attraverso la prospettiva di una donna ebrea che compie un sacrificio non comune per essere ascoltata. La sua decisione di rifiutare il servizio si scontra con ['opposizione dei membri della famiglia, che non sono d'accordo con la sua politica e temono per il suo futuro. La storia di Atalya aiuterà gli spettatori sia a capire la pressione nella società israeliana per servire nelle forze armate, sia le critiche del movimento degli obiettori di coscienza all'occupazione israeliana della Palestina.

Il film è stato proiettato in festival in tutto il mondo. In Italia, tra gli altri, è stato proiettato allo "SHORT HUMAN RIGHTS - Cortometraggi sui diritti umani" (novembre 2017) a Forlimpopoli (FC) e allo "Nazra Palestine Short Film Festival" (settembre 2017) a Venezia.


Fonte: Azione Nonviolenta, novembre-dicembre 2017

 


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