Home Politica - Democrazia Politica "Considero i fascisti come lebbrosi spirituali". Intervista a Eraldo Affinati
"Considero i fascisti come lebbrosi spirituali". Intervista a Eraldo Affinati PDF Stampa E-mail
Scritto da Nicola Mirenzi, Eraldo Affinati   
Domenica 25 Febbraio 2018 17:49

La famiglia, la scrittura, il lavoro di educatore, il fascismo antropologico degli italiani: "Io non butto via le persone, nemmeno queste persone"

Prima degli schieramenti: "Io voglio parlare con gli esseri umani. Indipendentemente dal fatto che siano fascisti, comunisti, razzisti, incappucciati con la bandiera rossa, oppure militanti di Forza Nuova". Eraldo Affinati – scrittore, insegnante, fondatore della "Penny Wirton", scuola gratuita di italiano per immigrati, la cui esperienza costituisce la base del suo ultimo romanzo, "Tutti i nomi del mondo" (Mondadori) – ritiene che "manifestare contro il fascismo" sia "sacrosanto", soprattutto due settimane dopo che un uomo ha impugnato una pistola e ha sparato contro tutti i neri che incontrava per strada: "La risposta antifascista è giusta, anzi giustissima: però è insufficiente".

Nelle piazze, ci sono persone che inneggiano al Duce e altre che, offese, reagiscono intimando ai fascisti, carogne, di tornare nelle fogne. Sono schegge del tardo Novecento che reclamano l'attualità: "Lo schema ideologico 'io di qua, tu di là' non aiuta a capire le persone. Io Luca Traini avrei voluto incontrarlo, prima che fosse troppo tardi".

Eraldo Affinati, seduto di fronte a me al bar del Teatro Eliseo, pensa alla conversione di San Francesco: "Si ricorda quando scende da cavallo e va incontro al lebbroso, la cui vista fino a poco prima gli faceva ribrezzo? Il fascismo è una lebbra dell'anima. Chi ne è contagiato è scansato da tutti. Nessuno vuole averci più a che fare. Io no. Io non butto via le persone, nemmeno queste persone. Come educatore, li considero dei lebbrosi spirituali. Vorrei incontrarli e dirgli: "Cosa vuoi dire con quella croce celtica tatuata sul braccio?".

Il nonno di Affinati si chiamava Alfredo Cavina. I nazisti lo fucilarono il 26 luglio 1944, a Pievequinta, in provincia di Forlì. Era un partigiano della 36esima Brigata Garibaldi. Le bande fasciste lo catturarono insieme alla moglie e alle due figlie, una delle quali – Maddalena – riuscì a fuggire dal treno che la stava deportando in un lager tedesco. È la donna che poi sarebbe diventata sua madre: "Quando le chiedevo cosa era successo, non riusciva a raccontarmelo. Aveva frequentato la scuola fino alla quinta elementare. Non conosceva le parole per dirmi ciò che aveva vissuto. Ho impiegato il resto della vita a cercare quei vocaboli. Sono diventato scrittore per questa ragione. Ho scritto un libro – "Campo del sangue" – per raccontare la sua storia e quella di mio nonno. E ancora oggi, insegnando l'italiano agli stranieri, facendo il professore nelle periferie, conoscendo decine e decine di borgatari, la mia ossessione è quella di trasmettere il linguaggio che i miei genitori non hanno mai avuto".

Nemmeno suo padre lo aveva?

Mio padre è nato da una relazione illegittima. È cresciuto da solo con la madre, da cui ha preso il cognome. Non è mai riuscito a confessarmi cosa ha significato, per lui, quell'esperienza.

Cosa sarebbe cambiato?

Non sarei cresciuto con l'ombra della sua storia irrisolta. Forse, non avrei vissuto male la scuola. Forse, sarei stato meno asociale e chiuso.

Quando si è aperto?

Quando, da insegnante, sono entrato in classe e ho visto me stesso nei ragazzi. Ancora oggi provo la stessa cosa insegnando l'italiano agli immigrati. Sono persone rotte dentro, che non sanno dire nemmeno come sono arrivate in Italia, figurarsi se riescono a nominare le proprie fratture. Mi rivedo in loro. Insegnargli l'italiano, significa dargli la possibilità di curarsi.

Sono gli unici che hanno delle ferite?

Qualche tempo fa, un padre e una madre vennero da me disperati a parlarmi di loro figlio. Non sapevano cosa fare. Frequentava CasaPound. D'estate andava a Ostia a scacciare dalla spiaggia gli ambulanti neri. Gli dissi: 'Potete farmelo conoscere?'.

Lo fecero?

Sì. Lo portai nella nostra scuola a incontrare gli stranieri che odiava così tanto. E quando Salah, un marocchino, si presentò dicendogli come si chiamava, lui rispose: 'Come il giocatore della Roma?'

È servito?

Non credo abbia preso la tessera dell'Anpi. Però, gli immigrati li ha incontrati. Ha parlato con loro. Ha conosciuto le loro storie.

È sufficiente questo?

Crede che se l'avessi scacciato, trattandolo come un appestato fascista, si sarebbe messo maggiormente in discussione? Io preferisco rivolgermi all'essere umano. Sporcarmi le mani. Guardare – se un ragazzo è fascista – dentro lo scandalo del suo fascismo. Domandargli: 'Cosa vuoi dire inneggiando al Duce?'.

Cosa potrebbe voler dire?

Non lo so, io non credo nelle statistiche, dipende da persona a persona. Dietro potrebbe anche esserci il desiderio di un rapporto umano vero.

Perché, nel suo romanzo, i borgatari parlano agli immigrati senza essere politicamente corretti?

Perché conoscono gli stranieri, hanno un rapporto diretto con loro. E non sentono l'ansia di dover dimostrare di essere buoni. È un rapporto reale, il loro: c'è lo scontro, non la retorica.

Il discorso dell'accoglienza è retorico?

Ci sono persone che parlano in continuazione di integrazione e di aprirsi all'altro, ma non hanno mai incontrato un immigrato. È anche questa una mitizzazione. C'è chi si figura lo straniero come un minaccia mortale, chi come un santino salvifico: sono entrambe visioni fasulle.

È meglio scontrarsi?

L'immigrazione ci mette in discussione radicalmente. Scava dentro di noi, facendo emergere le paure più profonde. È normale che generi reazioni forti, e anche isteriche.

È un bene che si manifestino?

Sì, perché solo se vengono fuori, questi sentimenti di rifiuto, possono essere trattati, conducendo a una vera integrazione. D'altronde, l'Italia non è come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna: soltanto oggi, per la prima volta, si trova davvero a fare i conti con l'immigrazione di massa.

Pensa che ci sia chi la fa troppo facile?

Quello che definiamo 'buonismo' è un atteggiamento superficiale: credere che il male umano si possa superare con un abbraccio indifferenziato di rose e fiori, è irreale.

Perché?

Ho studiato a lungo la Shoah e non mi faccio illusioni. Bisognerebbe accendere le luci anche sulla nostra zona grigia, affrontando l'indifferenza e l'ignoranza da cui scaturiscono le peggiori nefandezze. Tuttavia, non dovremmo cadere nel rischio opposto, ugualmente deprecabile: enfatizzare soltanto il lato negativo, i comportamenti malvagi, lasciandoci oscuramente affascinare dalla violenza e dalla sopraffazione. Allora, soprattutto pensando ai giovani, meglio un buonista che un 'cattivo maestro'.

Laura Boldrini ha definito così Matteo Salvini.

Io sono interessato a ciò che c'è prima di Salvini. Quando si arriva a lui, è già troppo tardi.

Rischiamo davvero il ritorno al fascismo?

Distinguerei tra due fascismi. Uno storico, che va dal 1922 al 1945. E uno antropologico – un tratto del carattere italiano –, presente prima e dopo quel periodo.

Quando si manifesta quest'ultimo?

Quando scatta la paura del vero confronto umano e ci si chiude nel fortilizio identitario, senza rendersi conto che, così facendo, ogni valore diventa sterile e tutte le nostre energie si atrofizzano.

Siamo in questo frangente?

Siamo in un momento in cui ogni tensione viene strumentalizzata in senso cinicamente elettorale. Non vedo una prospettiva politica di ampio respiro. Il linguaggio dei candidati non possiede la caratura necessaria: le loro parole non sono legittimate dall'esperienza. Il desiderio di ottenere consenso spegne ogni originalità. Lo stereotipo trionfa. Vince il luogo comune. In tali condizioni, nelle personalità più fragili può scattare la violenza.

Teme il peggio?

Mi impongo di continuare ad avere fiducia negli italiani. Altrimenti, non potrei fare l'insegnante.



Fonte: Huffington post

 


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