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L'inferno libico nelle poesie di Segen PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Puglia   
Domenica 15 Aprile 2018 19:09

Il canto di dolore dei migranti in fuga dalla Libia è affidato a dei versi sussurrati sopra una zolla di terreno al cimitero di Modica. Accanto alla croce, dove a matita è scritto il nome di Tesfalidet Tesfom, ci sono ora dei fiori gialli, un mazzo di crisantemi, una piantina con i ranuncoli e delle piccole rose, mentre solo un soffio di vento traduce una richiesta di aiuto ancora inascoltata.

Tesfalidet è il vero nome di Segen, il migrante eritreo morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo del 12 marzo dalla nave Proactiva della ong spagnola Open Arms. Le sue braccia magre, il viso scavato e sofferente, gli occhi pieni di dolore resteranno indelebili per quanti tra soccorritori, medici, militari e volontari hanno fatto il possibile per salvare quel ragazzo che al momento del suo arrivo in Italia pesava appena trenta chili.

Segen in tigrino è un nome di donna, un soprannome che si da a chi ha il collo lungo come uno struzzo o un cammello, come quelli che popolano il villaggio di Mai Mine, devastato dall'ultima guerra con l'Etiopia tra il 1998 e il 2000, da dove Segen è partito.

Dopo aver lottato tra la vita e la morte all'ospedale maggiore di Modica nel suo portafogli è stato ritrovato un foglio con un testo in tigrino ancora intriso di salsedine, poi custodito come una reliquia all'hotspot di Pozzallo dove la direttrice Emilia Pluchinotta ha pensato subito a rintracciare i familiari: «Farò di tutto per consegnare personalmente queste poesie alla mamma di Segen».

Tesfalidet riusciva a malapena a camminare quando il medico degli sbarchi Vincenzo Morello dell'Usmaf del Ministero della Salute lo ha preso in braccio come un figlio. «Gli ho chiesto perché era in quelle condizioni e lui ripeteva Libia, Libia», racconta il medico.

Mentre il migrante pelle e ossa si sorregge alle braccia forti del medico, il canto di dolore di Segen riecheggia nel porto: «Non ti allarmare fratello mio/ dimmi, non sono forse tuo fratello/ Perché non chiedi notizie di me?/ E davvero così bello vivere da soli se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?», scrive Tesfalidet nell'incipit della prima poesia.

Un pianto senza fine «nessuno mi aiuta e neanche e 'è qualcuno che mi consola/ ora non ho nulla perché in questa vita nulla ho trovato» che si unisce alla testimonianza di Merawi, l'amico eritreo che per ultimo è andato a trovare Segen in ospedale poco prima di morire. Vita.it lo ha rintracciato mentre era in treno in partenza da Ragusa verso il Nord Italia: «Parlava con un filo di voce, e in quei pochi minuti mi ha raccontato che a ucciderlo è stata la Libia. Mi ha detto che erano tutti ammassati in una stanza nel campo di detenzione a Bani-Walid, urinavano e facevano i bisogni nella stessa stanza, le donne subivano violenze sessuali, gli uomini venivano picchiati, nessuno poteva lavarsi e gli davano da mangiare una, due volte al giorno. Poi i medici mi hanno detto di andare e Segen è morto qualche ora dopo», racconta l'amico eritreo anche lui a caccia dei familiari.

Tesfalidet è morto per malnutrizione e per una tubercolosi in stato avanzato che gli aveva perforato un polmone. «Ultimamente i migranti che arrivano sono sempre più denutriti, malati, più del 90 per cento con scabbia e tubercolosi», spiega Angelo Gugliotta il medico della Misericordia anche lui sempre presente agli sbarchi. «Le condizioni di salute sono sempre più pietose dovute alla lunga permanenza nei campi di detenzione in Libia, quest'anno abbiamo avuto un ragazzo che pesava solo 18 chili», aggiunge Carlo Parini, responsabile del Gruppo di contrasto all'immigrazione Clandestina della Procura di Siracusa.

Segen è morto in Italia a causa della Libia.

Le sue poesie ne danno conferma quando con la sua bella calligrafia Tesfalidet descrive gli uomini «lontani dalla pace/presi da Satana/ che non provano pietà o un po' di pena./ Si considerano superiori, fanno finta di non sentire, gli piace soltanto apparire agli occhi del mondo».

Per il prete eritreo Don Mussie Zerai, già candidato al Nobel per la pace, non ci sono dubbi a chi quei versi sono indirizzati: «Vorrei vedere la foto di Segen affissa davanti a tutti i ministeri dell'Interno dell'Unione Europea. L'Ue ritiene la Libia un luogo sicuro dove respingere i migranti, luogo da cui Segen è arrivato in condizioni disperate dopo mesi e mesi di segregazione. Quando ho visto le sue immagini è stato come tornare indietro di 80 anni, quando nei documentari abbiamo visto persone pelle ossa uscire dai lager nazisti», dice Don Zerai.

Le prima poesia di Segen ricorda i versi biblici della Genesi pronunciati da Papa Francesco durante il suo primo viaggio da Pontefice a Lampedusa nel luglio 2013: «Adamo, dove sei? Caino, dov'è tuo fratello?». È al Creatore che il migrante eritreo si affida nelle chiuse delle sue poesie: «Se porto pazienza non significa che sono sazio/ ma io e te (fratello) otterremo la vittoria affidandoci a Dio» o ancora : «Nulla è irragiungibile/ sia che si ha poco o niente/ tutto si può risolvere/ con la fede in Dio//. Ciao, ciao. Vittoria agli oppressi».

Le due poesie di Segen

Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello? Perché non chiedi notizie di me?

E davvero così bello vivere da soli, se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno? Cerco vostre notizie e mi sento soffocare

non riesco a fare neanche chiamate perse, chiedo aiuto,

la vita con i suoi problemi prowisori

mi pesa troppo. Ti prego fratello, prova a comprendermi,

chiedo a te perché sei mio fratello,

ti prego aiutami,

perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello? Nessuno mi aiuta,

e neanche mi consola, si può essere provati dalla difficoltà,

ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,

il tempo vola con i suoi rimpianti, io non ti odio,

ma è sempre meglio avere un fratello. No, non dirmi che hai scelto la solitudine, se esisti e perché ci sei con le tue false promesse, mentre io ti cerco sempre,

saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue? Ora non ho nulla,

perché in questa vita nulla ho trovato, se porto pazienza non significa che sono sazio

perché chiunque avrà la sua ricompensa,

io e te fratello ne usciremo vittoriosi affidandoci a Dio.



Tempo sei maestro

per chi ti ama e per chi ti è nemico,

sai distinguere il bene dal male,

chi ti rispetta

e chi non ti da valore.

Senza stancarti mi rendi forte,

mi insegni il coraggio,

quante salite e discese abbiamo affrontato,

hai conquistato la vittoria

ne hai fatto un capolavoro.

Sei come un libro, l'archivio infinito del passato

solo tu dirai chi aveva ragione e chi torto,

perché conosci i caratteri di ognuno,

chi sono i furbi, chi trama alle tue spalle,

chi cerca una scusa,

pensando che tu non li conosci.

Vorrei dirti ciò che non rende l'uomo

un uomo

finché si sta insieme tutto va bene,

ti dice di essere il tuo compagno d'infanzia

ma nel momento del bisogno ti tradisce.

Ogni giorno che passa, gli errori dell'uomo sono sempre di più,

lontani dalla Pace,

presi da Satana,

esseri umani che non provano pietà

o un po' di pena,

perché rinnegano la Pace

e hanno scelto il male.

Si considerano superiori, fanno finta di non sentire,

gli piace soltanto apparire agli occhi del mondo.

Quando ti avvicini per chiedere aiuto

non ottieni nulla da loro,

non provano neanche un minimo dispiacere,

però gente mia, miei fratelli,

una sola cosa posso dirvi:

nulla è irraggiungibile,

sia che si ha tanto o niente,

tutto si può risolvere

con la fede in Dio.

Ciao, ciao

Vittoria agli oppressi

Vita.it, 10 aprile 2018

 


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