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Povertà e migranti abitano nelle nostre città PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Berdini   
Sabato 21 Luglio 2018 16:16

Più dilaga la turpe offensiva salviniana contro i migranti e più profondo sembra il sonno di coloro che hanno il dovere di riaprire il percorso politico e programmatico. Da mesi con violenza verbale crescente, ogni problema del paese è stato fatto scomparire. Si è lasciato intendere che siamo di fronte ad unainvasioneda parte dei poveri del mondo. C’è voluta la forza di uomini come don Ciotti per restituire con la manifestazione delle magliette rosse almeno la dignità a coloro che non accettano questo falso racconto. Ma non illudiamoci.

L’offensiva razzista continuerà fino a che non saremo capaci di cambiare i temi dell’agenda politica poiché l’unico modo per asciugare la palude xenofoba è quella di riprendere a declinare i temi antichi della sinistra italiana. E il tema centrale di ogni possibile riscatto è quello della lotta all’impoverimento generale e alla precarietà: 15 milioni di poveri contro 46 mila immigrati che attendono di entrare in Europa e si parla solo di invasione”.

In questo senso, quanto dobbiamo aspettare ancora per un progetto vero e coerente che ribalti le logiche neoliberiste che hanno trionfato anche grazie a governi di “centro sinistra? Il gioco di rimessa contro i pallidi provvedimenti del pacchetto Di Maio non serve più. O c’è un progetto credibile per combattere povertà e precarietà o quei ceti saranno preda dei demagogi di turno. Una proposta di uscita dalla tenaglia liberista richiede il coinvolgimento di ampi settori ancora vitali di associazionismo, di intellettuali e di società civile. E’ ora di iniziare questo percorso di liberazione delle energie presenti nella società.

Oltre alla povertà e alla dignità del lavoro, l’altra faccia della precarietà sociale è rappresentata dallo stato disastroso delle nostre città, ma anche di questo tema non si parla più. Provo allora a consigliare di percorrere di sera gli ultimi trecento metri che separano il centro di Pisa con la stazione ferroviaria perché li ci sono le radici delle sconfitte che abbiamo subito. Tornavo da un dibattito alla vigilia della campagna elettorale. Era sceso il buio e ogni angolo del breve portico moderno e dei cespugli dell’arredo verde si erano trasformati in una terra di nessuno con ogni tipo di emarginazione. Sono anni che è così. Sono anni, per andare altrove, che la stazione centrale di Milano è circondata da quello stesso degrado fisico e morale. Ogni città ha il suo luogo oscuro che sembra abbandonato da ogni attenzione pubblica.

Il numero di questo segmento di emarginazione è tanto esiguo quanto quello degli immigrati “invasori”, un numero che poteva essere efficacemente sostenuto con politiche di accoglienza e che è stato invece affrontato con la follia della legge Minniti. Si doveva invece ampliare l’offerta di servizi alle persone per rispondere alle nuove povertà. Tutti gli amministratori pubblici risponderanno che i comuni non hanno risorse umane ed economiche per affrontare la sfida. E’ vero, ma è proprio questo il problema. In questi anni il welfare urbano che teneva unite le popolazioni e che forniva la speranza di inclusione è stato smantellato ed i casi di degrado urbano prima tollerati perché contenuti in un quadro di evoluzione sociale, in questi tempi di crisi iniziano ad apparire come un esito generale che rischia ormai di coinvolgere tutta la popolazione.

Più si sono aggravate in questi anni le condizioni urbane a causa di politiche di bilancio cieche e restrittive, più la sinistra che le governava ha fatto di tutto per non parlarne, per non porre la questione culturale delle città come beni comuni che aiutano coesione culturale e sociale. Ed è in questo deserto umano e sociale che poche decine di migliaia di rifugiati diventano una invasione epocale. Questa menzogna si combatte alla radice culturale contrapponendole una visione di società che abbia fiducia nel futuro. Ai cantori dell’egoismo sociale e del declino dobbiamo saper contrapporre una visione evolutiva delle città che ricostruiscono il welfare e aprono all’infinita filiera di lavori produttivi ed ecologicamente innovativi.

Il Manifesto del 18 luglio 2018

 


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