Home Nonviolenza Figure significative della nonviolenza Gandhi testimone della nonviolenza
Gandhi testimone della nonviolenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Mohandas Gandhi   
Venerdì 05 Ottobre 2018 17:02

"Cinquant’anni dopo la sua morte con violenza, 30 gennaio 1948": Scuola di Pace “Ernesto Balducci”, Torino 31 gennaio – 1 e 2 febbraio 1998

(dal libro di E. Peyretti, Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini editore, 2005, alle pp. 88-102)

** ** **

Autoritratto di Gandhi


Non pretendo di essere perfetto. Ma pretendo di essere un appassionato ricercatore della Verità, la quale non è altro che un sinonimo di Dio. È nel corso di tale ricerca che ho scoperto la nonviolenza. La diffusione di essa è la missione della mia vita. Non ho altri interessi nella vita che lo svolgimento di questa missione.

«Harijan», 7 luglio 1940 [p. 250]


(Le pagine indicate tra parentesi quadra si riferiscono all’antologia di Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, a cura e con saggio introduttivo di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino, 1996)


Non sono un profeta, sono soltanto un comune mortale che procede dall’errore verso la verità.

«Harijan», 28 marzo 1936 [p. 5]


In qualsiasi momento ti sembri che le mie conclusioni siano fondate su dati inadeguati o su un ragionamento scorretto, richiama la mia attenzione su ciò. Potrai avere fede nei principî che io propugno, ma le conclusioni che deduco da certi fatti non possono essere materia di fede. La fede non ha posto in cose che possono essere colte dalla ragione.

Lettera a Mathuradas, 13 dicembre 1928 [p. CXXXVII]


Che il gandhismo sia distrutto se sostiene l’errore. La verità e l’ahimsa non saranno mai distrutte, ma se gandhismo non è altro che un nome per settarismo, esso merita di essere distrutto. Se dopo la mia morte dovessi venire a sapere che ciò che ho sostenuto è degenerato in settarismo, ne sarei profondamente addolorato... che nessuno dica di essere un seguace di Gandhi. Basta che io sia seguace di me stesso. E so di essere io stesso un seguace imperfetto in quanto so di non vivere in perfetta coerenza con le convinzioni che sostengo.

«Harijan», 2 marzo 1940 [p. CXXXVIII]


Che cos’è la nonviolenza


Non credo sia presuntuoso da parte mia voler tracciare sinteticamente le caratteristiche e le condizioni del successo della nonviolenza. Esse sono:

1. La nonviolenza è la legge della razza umana ed è infinitamente più grande e più potente della forza bruta.

2. Essa non può essere di alcun aiuto a chi non possiede una fede profonda nel Dio dell’Amore.

3. La nonviolenza offre la più completa difesa del rispetto di se stesso e del senso dell’onore dell’uomo, ma non sempre garantisce la difesa della proprietà della terra e di altri beni mobili, sebbene la sua pratica continua si dimostri anche nella difesa di questi ultimi un baluardo migliore del possesso di uomini armati. La nonviolenza, per la sua stessa natura, non è di nessun aiuto nella difesa dei guadagni illegittimi e delle azioni immorali.

4. Gli individui e le nazioni che vogliono praticare la nonviolenza debbono essere pronti (le nazioni fino all’ultimo uomo) a sacrificare tutto tranne il loro onore. La nonviolenza dunque è incompatibile con il possesso di paesi di altri popoli; vedi ad esempio l’imperialismo moderno, il quale deve chiaramente basarsi sulla forza per difendersi.

5. La nonviolenza è un potere che può essere posseduto in egual misura da tutti - bambini, ragazzi, ragazze e uomini e donne adulti, posto che essi abbiano una fede profonda nel Dio dell’Amore e che quindi possiedano un uguale amore per tutto il genere umano. Quando la nonviolenza viene accettata come legge di vita essa deve pervadere tutto l’essere e non venire applicata soltanto ad azioni isolate.

6. È un profondo errore supporre che questa legge sia applicabile per gli individui e non lo sia per le masse dell’umanità.

«Harijan», 5 settembre 1936 [pp. 10-11]


La prima condizione della nonviolenza è la giustizia, dovunque, in ogni settore della vita. In questa guerra nonviolenta, il contributo delle donne deve essere maggiore di quello degli uomini. Chiamare le donne il sesso debole è una calunnia; è un’ingiustizia dell’uomo contro la donna. Se per forza si intende la forza bruta, allora è vero che la donna è meno forte dell’uomo. Ma se per forza si intende la forza morale, allora la donna è infinitamente più forte dell’uomo. Non possiede forse una maggiore capacità di intuizione, una maggiore capacità di sacrificio, una maggiore perseveranza, un maggiore coraggio? Senza di essa l’uomo non potrebbe sopravvivere. Se la nonviolenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è delle donne.

«Young India», 10 aprile 1930 [p. 206]


La parola yajna indica un atto diretto al bene degli altri compiuto senza alcun desiderio di ricompensa, materiale o spirituale. Il termine «atto» deve essere inteso nel suo senso più vasto, e oltre all’azione vera e propria comprende anche il pensiero e la parola. Per «altri» si intende non soltanto l’umanità ma tutti gli esseri viventi.

From Yeravda Mandir, capp. XIV-XV [p. 39]


A rigor di termini nessuna attività e nessuna occupazione è possibile senza un certo grado, per quanto limitato, di violenza. La stessa vita è impossibile senza una certa misura di violenza. Ciò che dobbiamo fare è limitare questa violenza quanto più possibile.

«Harijan», 1 settembre 1940 [p. XXXII]


Agisci in modo tale che la tua azione porti alla maggior riduzione possibile della violenza a lungo termine e in tutte le sue forme!

Imperativo etico della nonviolenza gandhiana secondo Arne Naess [p. XXXIII]


Il lavoro costruttivo


Nella lotta per l’indipendenza la disobbedienza civile senza la collaborazione di milioni di uomini, realizzata attraverso un lavoro costruttivo, è soltanto una bravata, ed è peggio che inutile.

Gandhi, citato da Dhawan, The political philosophy of Mahatma Gandhi, p. 191 [p. CXVI]


I punti fondamentali del programma costruttivo sono:

1. Promozione della riconciliazione tra i vari gruppi religiosi in cui è suddivisa la popolazione nel subcontinente indiano e in particolar modo tra indù e musulmani;

2. Abolizione dell’istituzione della intoccabilità come primo ma decisivo passo verso l’abolizione del sistema delle caste;

3. Lotta contro l’abuso delle bevande alcoliche e delle droghe;

4. Filatura e lavorazione casalinga del cotone vista come efficace strumento di sensibilizzazione e organizzazione politica, espressione della dignità e importanza del lavoro manuale, protesta contro una civiltà industriale disumanizzante, valorizzazione del capitale umano e simbolo dell’indipendenza;

5. Promozione della piccola industria di villaggio come momento della realizzazione di un programma più vasto di decentramento e di autonomia a livello di villaggio;

6. realizzazione di un nuovo sistema di educazione dei bambini fondato sui principi della nonviolenza e volto a coltivare in essi il rispetto per quanto di buono e duraturo vi è nella tradizione culturale dell’India invece che sradicarli da essa in nome di una «più progredita» civiltà occidentale;

7. Educazione degli adulti;

8. Parificazione dei due sessi in base all’assunto che in un sistema di vita fondato sulla nonviolenza la donna ha altrettanti diritto quanto l’uomo di forgiare il proprio destino;

9. Opera di miglioramento sia fisico che psichico dell’individuo sì da portarlo a capire e apprezzare l’importanza e la dignità di una vita semplice in cui lavoro manuale e mentale si alternino in modo da permettere una più piena realizzazione di un ideale di umanità;

10. Propagazione della lingua nazionale;

11. Promozione dell’uguaglianza economica in base all’assunto che un sistema di governo fondato sulla nonviolenza è impossibile sintantoché esiste una società divisa in ricchi e poveri, capitale e lavoro.

Constructive programme: its meaning and place, Ahmedabad, 1941, [p. LXXVIII]


Mezzi e fini


Mezzi impuri producono un fine impuro. [...] Non si può raggiungere la verità con la falsità. Soltanto con una condotta libera da ogni falsità si può raggiungere la verità. La nonviolenza e la verità sono o no due cose simili ma distinte? La risposta è un categorico «no». La nonviolenza è compresa nella verità e viceversa. Per questo è stato detto che sono le due facce di una stessa moneta. Sono inseparabili l’una dall’altra.

«Harijan», 13 luglio 1947 [p. 126]


La convinzione che non vi sia un rapporto tra mezzi e fine è un grande errore. A causa di tale errore anche uomini considerati religiosi hanno commesso gravi crimini. Affermare questo è come sostenere che si può ottenere una rosa piantando della gramigna. [...] I mezzi possono essere paragonati al seme, e il fine all’albero; tra i mezzi e il fine vi è lo stesso inviolabile rapporto che esiste tra il seme e l’albero.

Hind Swaraj or Indian home rule, cap. XVI [p. 44]


Codardia, violenza e nonviolenza


Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. [...] Tuttavia sono convinto che la nonviolenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione.

«Young India», 11 agosto 1920 [pp. 18-19]


Non ho mai considerato la violenza come una cosa permessa. Ho semplicemente distinto tra il coraggio e la codardia. L’unica cosa lecita è la nonviolenza. La violenza non può mai essere lecita nel senso che io intendo, ossia non rispetto alla legge fatta dall’uomo, ma rispetto alla legge fatta dalla natura per l’uomo. Tuttavia, sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi, essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione. Quest’ultima non reca beneficio a nessun uomo e a nessuna donna. Nella violenza esistono molti gradi e varietà di coraggio. Ciascun uomo deve saperli giudicare da solo. Nessun altro può farlo o ha il diritto di farlo al suo posto.

«Harijan», 27 ottobre 1946 [p. 22]


Ricordo un incidente avvenuto vicino a Bettiah, quando la non-collaborazione era al suo apice. Erano state saccheggiate le case di alcuni abitanti di un villaggio. Questi erano fuggiti lasciando le mogli, i figli e i parenti alla mercé dei saccheggiatori. Quando io li rimproverai per la codardia che avevano dimostrato non compiendo il loro dovere, essi impudentemente si appellarono alla dottrina della nonviolenza. Io denuncia pubblicamente la loro condotta e affermai che la mia nonviolenza giustificava pienamente la violenza usata da coloro che non credevano nella nonviolenza e che erano chiamati a difendere l’onore delle loro donne e dei loro bambini. La nonviolenza non è una giustificazione per il codardo, ma è la suprema virtù del coraggioso. La pratica della nonviolenza richiede molto più coraggio della pratica delle armi. La codardia è assolutamente incompatibile con la nonviolenza.

«Young India», 12 agosto 1926 [p. 23]


Verità e Amore


Per vedere faccia a faccia l’universale e onnipresente Spirito della Verità si deve essere in grado di amare il più infimo degli esseri creati come se stessi. E un uomo che aspira a ciò non può permettersi di estraniarsi da nessun campo di attività umane. È per questo che la mia devozione alla Verità mi ha condotto alla politica; e posso dire senza alcuna esitazione, anche se con assoluta umiltà, che coloro che affermano che la religione non ha nulla a che fare con la politica non sanno che cosa significa religione.

An Autobiography or the Story of my experiments with Truth, pp. 370-371 [p. 31],

trad. ital. La mia vita per la libertà, Newton Compton, Roma 1973


Per me Dio è Verità e Amore; Dio è etica e morale; Dio è coraggio. Dio è la sorgente della Luce e della Vita e tuttavia egli è al di sopra e al di là di esse. Dio è coscienza. Egli è persino l’ateismo dell’ateo... Egli è un Dio personale per coloro che hanno bisogno della Sua presenza personale. Egli è incarnato per coloro che hanno bisogno del Suo contatto. È l’essenza purissima. Per coloro che hanno fede Egli semplicemente è. Egli è le cose più diverse per le persone più diverse. Egli è in noi e tuttavia è al di sopra e al di là di noi.

La forza della verità. Scritti etici e politici. Vol. I: Civiltà politica e religione,

Sonda, Torino 1991, pp. 505-506 [p. CXL]


Il credente deve imparare a capire che ai milioni di diseredati, disoccupati e affamati l’unico modo in cui Dio può apparire è sotto forma di lavoro e promessa di stipendio e cibo; ai poveri del mondo Dio può solo apparire come pane e burro.

«Young India», 15 novembre 1931


La preghiera è la vera e propria anima della vita dell’uomo perché è la parte più vitale della religione. La preghiera è supplica, ma è anche, in un senso lato, comunione spirituale. In entrambi i casi il risultato finale è lo stesso. Persino quando supplica, essa dovrebbe purificare e pulire l’anima, liberata dallo strato di ignoranza e di oscurità che la avvolge. Perciò colui che desidera ardentemente riconoscere il divino in sé deve ripiegare sulla preghiera. Ma la preghiera non è puro esercizio di parole o di orecchie, non è pura ripetizione di formule vuote. [...] Nella preghiera è meglio avere un cuore senza parole che parole senza cuore. [...] Senza preghiera non vi è pace spirituale. [...] A parte sostenere la condizione dell’uomo dopo la morte, la preghiera ha un incalcolabile valore per l’uomo durante la vita in questo mondo. La preghiera è il solo mezzo per portare correttezza, pace e calma nelle nostre azioni quotidiane.

«Young India», 23 gennaio 1930 [La forza della verità, Vol. I,

Sonda, Torino 1991, pp. 491-492]


Quando l’attentatore gli sparò, Gandhi cadde invocando il nome di Dio: «He Ram». Dieci anni prima, in una conversazione aveva detto di avere continuamente il nome di Dio sulle labbra: «Una persona che ha rinunciato alla violenza - diceva Gandhi con voce appassionata - dovrebbe pronunciare il nome di Dio a ogni respiro». Egli lo faceva da più di venti anni, tanto che adesso il nome di Dio si ripeteva da se anche durante il sonno.

[Resoconto di conversazione fedelmente trascritto da Pyarelal, segretario di Gandhi.

Si legge in italiano in E. Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano,

Sonda, Torino 1990, p.190]


Uguale rispetto per tutte le fedi religiose


Dio ha creato fedi diverse così come ne ha creato i rispettivi fedeli. Come posso anche segretamente accogliere il pensiero che la fede del mio prossimo è inferiore alla mia e desiderare che rinunci alla sua fede e che abbracci la mia? Come suo vero e fedele amico, posso soltanto desiderare e pregare che egli viva e cresca perfetto nella propria fede. Nella casa di Dio ci sono molte dimore, e tutte ugualmente sante.

[Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1963, pp. 104-105]


Dal momento che noi non penseremo mai tutti nello stesso modo e che vedremo la Verità in maniera frammentaria e da angoli e visuali diverse, la regola d’oro della condotta è quella della tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa cosa per tutti. Anche per le persone più coscienziose vi sarà sempre posto per oneste differenze di opinione. L’unica possibile regola di condotta in ogni società civile è pertanto quella della tolleranza reciproca.

«Young India», 23 settembre 1926 [p. CXLII]


L’ahimsa ci insegna a nutrire per le fedi religiose degli altri lo stesso rispetto che abbiamo per la nostra, concedendo così che anch’essa è imperfetta.

Lettera del 23 settembre 1930, La forza della verità, Vol. I, p. 479 [p. CXLII]


La sofferenza è l’arma umana


La ricerca della verità non ammette l’uso della violenza contro l’avversario, ma che questo deve essere distolto dall’errore con la pazienza e la comprensione. Infatti ciò che sembra la verità ad uno può sembrare un errore ad un altro. E pazienza significa disposizione a soffrire. Dunque il senso della dottrina è la difesa della verità attuata non infliggendo sofferenze all’avversario ma a se stessi.

«Young India», 14 gennaio 1920 [p. 16]


Sono andato sempre più convincendomi che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. [...] La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana.

«Young India», 5 novembre 1931 [p. 6]


L’uomo è incapace di conoscere la verità assoluta, e dunque non ha il diritto di punire.

Moral and political writings of Mahatma Gandhi,

ed. by R. N. Iyer, Oxford University Press, 1986, II, p. 168 [p. CXXXVIII]


La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della nonviolenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo. [...] Così il satyagraha si distingue dalla resistenza passiva: nella resistenza passiva è sempre presente l’idea di molestare la parte avversa e la contemporanea disposizione a sopportare le sofferenze che da tale azione conseguono; al contrario, nel satyagraha, non vi è la più lontana idea di arrecare danno all’avversario. Il satyagraha postula la conquista dell’avversario attraverso la sofferenza nella propria persona.

«Young India», 8 ottobre 1925 [p. 6]; Satyagraha in South Africa, pp. 112-114 [p.18],

tr. ital. Una guerra senza violenza. La nascita della nonviolenza moderna,

Libreria Editrice Fiorentina, 2005, p. 107.


Il digiuno come strumento per risvegliare le coscienze


Il fine della nonviolenza è sempre di risvegliare in chi commette il male quello che di migliore c’è in lui. La sofferenza si rivolge alla parte migliore dell’anima del malvagio mentre la ritorsione si rivolge alla parte peggiore. Nelle circostanze adatte il digiuno è il migliore strumento in tal senso. Se i politici non si rendono conto dell’efficacia del digiuno in campo politico ciò è dovuto al fatto che si tratta di una utilizzazione inusitata di questa meravigliosa arma.

«Harijan», 26 luglio 1942 [p. 187]


Il digiuno è una potente arma [...]. Esso non può essere intrapreso da tutti. La semplice capacità fisica di sopportarlo non è una qualità sufficiente. Il digiuno è completamente inutile senza una profonda fede in Dio. Esso non deve mai essere uno sforzo meccanico o una semplice imitazione. Deve essere ispirato dal profondo dell’anima. Per questo è estremamente raro.

«Harijan», 18 marzo 1939 [p. 188]


I miei digiuni sono sempre riusciti a risvegliare la coscienza delle persone che vi partecipavano e di quelle che con essi si cercava di influenzare. Con quei digiuni non è stata mai commessa alcuna ingiustizia. In nessun caso in essi era presente l’idea di esercitare qualsiasi coercizione su qualcuno. [...] Naturalmente non si può negare che i digiuni possono essere realmente coercitivi. Sono tali i digiuni per scopi egoistici. Un digiuno intrapreso per estorcere del denaro ad una persona o per qualche altro analogo scopo personale implica l’esercizio della coercizione o di influenza illecita. Non esiterei a schierarmi per la resistenza contro tale illecita influenza.

«Harijan», 9 settembre 1933 [pp. 189-190]


[Cinque giorni prima di venire ucciso, Gandhi accettava di interrompere l’ennesimo digiuno, dopo aver ottenuto non solo la cessazione di gravi scontri fra indù e musulmani nella città di Nuova Delhi e in altre parti dell’India, ma commoventi gesti di riconciliazione e di accoglienza con reciproci doni tra i contendenti].

La cessazione del digiuno è avvenuta secondo l’usuale cerimonia di preghiera, durante la quale sono stati recitati passi delle sacre scritture giapponesi, musulmane e parsi, seguiti dal mantra: «Conducimi dalla falsità alla verità / dalle tenebre alla luce / dalla morte all’immortalità». Sono state poi cantate dalle giovinette dell’ashram un inno indù e l’inno cristiano Quando contemplo l’ammirabile croce, a cui ha fatto seguito il Ramadhun. Il Maulana Saheb ha portato un bicchiere di succo di frutta, e Gandhi ha interrotto il digiuno dopo che la frutta era stata distribuita e divisa tra tutti i presenti.

«Harijan», 25 gennaio 1948 [p. 351]


Il compromesso e la democrazia


È proprio la mia insistenza sulla verità che mi ha portato ad apprezzare la bellezza del compromesso.

Gandhi, citato da Dhawan, The political philosophy of Mahatma Gandhi, p. 138 [p. CXX]


Sono essenzialmente un uomo incline al compromesso perché non sono mai sicuro di essere nel vero.

Gandhi, citato da Dhawan, The political philosophy of Mahatma Gandhi, p. 138 [p. CXX]


L’India sta cercando di sviluppare una vera democrazia, ossia libera dalla violenza. I nostri strumenti sono quelli del satyagraha che si esprimono nel Charkha - ossia l’arcolaio -, le industrie di villaggio, l’istruzione elementare combinata con il lavoro manuale, l’abolizione dell’intoccabilità, l’armonia delle comunità, e l’organizzazione non-violenta dei lavoratori [...]. Questo comporta un impegno di massa e un’educazione di massa. Abbiamo grandi organizzazioni per portare avanti queste attività. Queste hanno un carattere interamente volontario, e il loro unico scopo è il servizio degli umili.

«Harijan», 18 maggio 1940 [p. 141]


La mia concezione della democrazia è che sotto di essa il più debole deve avere le stesse possibilità del più forte. Questo può avvenire soltanto attraverso la nonviolenza. [...] Prendiamo un caso. Negli Stati Uniti la terra appartiene a pochi capitalisti. Lo stesso avviene in Sud Africa. Queste grandi proprietà possono essere mantenute soltanto con la violenza, velata o aperta. La democrazia occidentale, nelle sue attuali caratteristiche, è una forma diluita di nazismo o di fascismo. Al più è un paravento per mascherare le tendenze naziste e fasciste dell’imperialismo. Perché oggi vi è la guerra, se non per la brama di spartizione delle spoglie del mondo?

«Harijan», 18 maggio 1940 [p. 140]



Le macchine e l’uomo


Come potrei essere contro tutte le macchine quando so che persino il nostro corpo è la più delicata delle macchine? Il filatoio è una macchina; uno stuzzicadenti è una macchina. Ciò che rifiuto è il fanatismo per le macchine; non la macchina in se stessa. Il fanatismo per ciò che viene definito uno strumento per risparmiare fatica. L’uomo continua a «risparmiare fatica» mentre migliaia di persone sono senza lavoro e vengono gettate in strada a morire di fame. Io voglio risparmiare tempo e fatica non per una parte dell’umanità ma per tutti. Desidero la concentrazione della ricchezza non nelle mani di pochi, ma di tutti. Oggi le macchine servono solo a consentire a pochi di dominare milioni di persone. Il movente di tutto ciò non è la filantropia per risparmiare fatica, ma ingordigia. È contro questa impostazione delle cose che sto combattendo con tutte le mie forze. La considerazione suprema è per l’uomo. La macchina non dovrebbe portare all’atrofizzazione degli arti dell’uomo. Come esempio farò delle debite eccezioni. Consideriamo la macchina da cucire Singer. È una delle poche cose utili mai inventate, e la sua stessa invenzione è un romanzo.

[Hind Swaraj or Indian home rule, Introduzione all’edizione del 1938,

trad. ital. Civiltà occidentale e rinascita dell’India,

Edizioni del Movimento Nonviolento, 1984, p. 25]


L’odio può essere sconfitto solo con l’amore


A quanto mi è dato di vedere, la bomba atomica ha distrutto i sentimenti più nobili che hanno sostenuto l’umanità per millenni. Una volta esistevano le cosiddette leggi di guerra, che rendevano le guerre tollerabili. Ora abbiamo visto la nuda verità. La guerra non conosce altra legge che quella della forza. La bomba atomica ha fatto ottenere una vuota vittoria agli eserciti alleati, ma ha significato la distruzione dell’anima del Giappone. È ancora troppo presto per vedere che cosa è avvenuto nell’anima della nazione che ha impiegato la bomba atomica. [...] La morale che si può legittimamente trarre dalla spaventosa tragedia provocata dalla bomba atomica è che una bomba non può essere distrutta da un’altra bomba, come la violenza non può essere eliminata dalla violenza. Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore.

«Harijan», 7 luglio 1947 [pp. 353-354]


Io sarò contento se, quando qualcuno venisse per uccidermi, io potessi restare calmo, lasciarmi uccidere e pregare Dio che mi conceda di avere un buon sentimento per chi mi uccide.

[Discussione con alcuni visitatori, New Delhi 17 luglio1947,

in The collected works of Mahatma Gandhi, vol. 88, Ahmedabad 1983, p. 357]


** ** **

Per la ricerca e la raccolta dei testi, grazie a Beppe Ceraolo, Elena Giglia, Enrico Peyretti, Laura Bounous, Teresella Parvopassu

 


Powered by Joomla!. Designed by: joomla templates vps Valid XHTML and CSS.