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Le parole sono finestre (oppure muri) PDF Stampa E-mail
Scritto da Associazione Trentuno Settembre   
Lunedì 06 Maggio 2019 07:46

Quando un maschile e un femminile si incontrano, la seconda è una declinazione morta.

La signora grammatica da tempo vuole così: le donne sono il soggetto sottinteso della lingua italiana. Il plurale maschile rappresenta uomo e donna, c'è chi la considera un'unione forzata - visto che i soggetti di fatto restano due - e c'è chi la trova solo una convenzione complicata da cambiare.

Il primo cittadino del Comune di Massa fa parte della seconda categoria di persone. Come lui, anche i consiglieri comunali di maggioranza. Sono loro che chiedono di eliminare la declinazione al femminile dei ruoli istituzionali presenti nel regolamento comunale. Quella doppia vocale in più, divisa da una sbarra, per loro è un ostacolo, ed è superflua.

Marshall Rosenberg, psicologo e ideatore della comunicazione non violenta, diceva che “Le parole sono finestre (oppure muri)”. Dopo anni di studio sul campo, Rosemberg arriva ad affermare che: “L'uso disinvolto e approssimativo delle parole ci fa contribuire, quasi senza che ce ne accorgiamo, alla strutturazione violenta dei nostri rapporti sociali”.

In questo nostro tempo frenetico fatto di un linguaggio che definisce “sciacallo”, ordinario, giudicante, che classifica le persone e stigmatizza i comportamenti, la resistenza passa attraverso la comunicazione.

Marshall propone infatti di utilizzare un linguaggio “giraffa”, animale - metafora che sceglie per dare forma ad una trasmissione di conoscenze volta a superare i muri e a gestire i conflitti. La giraffa è l'animale che in natura ha il cuore anatomicamente più grande di tutti e che grazie al suo collo lungo riesce a “vedere lontano”.

Se è un fatto che il plurale maschile è una convenzione costruita dal mondo accademico, utilizzata per includere il genere femminile in quello maschile, è altrettanto vero che, dati alla mano, il mondo accademico tutt'oggi preserva forti discriminazioni di genere al suo interno. Ne deriva una rappresentanza linguistica ingiusta alla base della sua costruzione.

Di fronte a questi fatti ci domandiamo perché l'amministrazione non intende mettere nero su bianco le giuste parole per rappresentarli, quindi riconoscerli e interpretarli. È una questione di giustizia.

E se per il sindaco di Massa una declinazione vale l'altra da ora in poi lo chiameremo “sindaca”.

Sindaca, ci rivolgiamo a lei, sia giraffa e guardi al di là del suo naso.

La signora grammatica siamo noi. Siamo noi la realtà del nostro tempo, rappresentarla significa rappresentarci.

E se proprio le donne non vuole rappresentarle, se non vuole narrare e promuovere l'antifascismo, se non vuole confrontarsi con chi la pensa diversamente da lei, non troverebbe giusto interrogarsi sul senso della sua poltrona a palazzo civico?

 


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