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Senza armi contro Hitler: in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Bravo   
Giovedì 19 Dicembre 2019 14:19

Dal libro di Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Roma-Bari 2013, riportiamo il capitolo quarto "Senza armi contro Hitler: in Italia" (pp. 90-126).

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Premessa

Se c'è un conflitto che i tre quarti del mondo hanno cercato disperatamente di evitare, è la seconda guerra mondiale. Ci si illudeva che la Germania, una volta riacquistato prestigio e ruolo internazionali, avrebbe fermato la sua aggressività; si pensava che fosse comunque un baluardo contro l'Unione Sovietica; si teneva in conto la maggioritaria tendenza pacifista delle opinioni pubbliche (1). Premeva soprattutto il ricordo dei massacri della grande guerra. Trova origine da qui la politica dell'appeasement: conciliazione a tutti i costi, fino all'inerzia di fronte alle violazioni degli accordi internazionali, al regime di terrore instaurato in Germania, alla persecuzione razzista, agli attacchi contro altri paesi.

Sebbene concepisse la politica estera come pura azione di forza, Hitler non avrebbe potuto, inizialmente, ignorare pressioni e sanzioni severe e rigorosamente applicate. Che però mancano. Dopo l'occupazione dei Sudeti, il primo ministro inglese Chamberlain chiede addirittura la mediazione di Mussolini. Salutata come la vittoria della pace, la Conferenza di Monaco del settembre 1938 è il momento di maggior acquiescenza verso Hitler (2).

Nel marzo '39, la Germania occupa Praga, reclama dalla Polonia Danzica e il "corridoio polacco" (3), mentre Mussolini assoggetta l'Albania. Nessuna reazione di rilievo. Gli europei non vogliono "morire per Danzica", e non lo nascondono, mentre Hitler fa apertamente l'ipotesi di un conflitto generale.

La storia di questi anni si può leggere come lo sforzo, infelice, di "tramare la pace" da parte dei maggiori paesi europei, che per stornare da sè l'aggressività tedesca tentano di "ammorbidire" Hitler e di stringere alleanze in Europa. Ma il vecchio sistema di equilibri e contrappesi ha smesso di essere decisivo con la grande guerra, e Hitler non è Guglielmo II. Per battere la Germania, dice Churchill, bisogna accordarsi anche con il diavolo, vale a dire con Stalin. Parole inascoltate: il negoziato con l'Urss si trascina e il 21 agosto fallisce. Due giorni dopo Stalin stringe con il Terzo Reich il Patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov.

Quando il primo settembre 1939 truppe tedesche passano il confine occidentale della Polonia, mentre l'Urss la invade da est, si arriva alla dichiarazione di guerra alla Germania da parte di Francia e Gran Bretagna.

Vissuto e interpretato come la resa dei conti fra civiltà e barbarie, il secondo conflitto mondiale è oggi l'unico a conservare un'immagine di tragica necessità. Che le armi siano indispensabili non vuole però dire che rappresentino l'unica risorsa, o che bastino da sole.

Quello del Terzo Reich è un progetto di dominio totale, "biopolitico" (4), che pretende di annettersi via via l'intera gamma delle prerogative e delle potenzialità umane, e dunque deve sottomettere la società e le sue strutture. Che provano a resistergli, sia pure attraverso azioni di netta minoranza. In Norvegia, per esempio, quando i pronazisti al governo vogliono imporre una associazione obbligatoria per tutte le professioni del servizio pubblico e iniziano a precettare le federazioni sportive, queste reagiscono smettendo ogni attività: non ci sarà più alcuna gara in Norvegia fino alla fine della guerra, una decisione che contagerà varie altre istituzioni; con la Chiesa di Stato luterana c'è un crescendo di scontri che sbocca nella rottura ufficiale di qualsiasi legame con il regime. In Olanda sono i medici a opporsi alla nazificazione del loro mestiere. In tutta Europa scoppiano agitazioni e scioperi per migliori condizioni materiali, per ostacolare la deportazione in Germania di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici (5), per impedire lo sfruttamento delle risorse e la distruzione di beni essenziali. E per testimoniare con manifestazioni pubbliche la propria identità nazionale.

La resistenza civile - preziosa definizione per indicare le pratiche antinaziste dei cittadini e delle istituzioni (6) - ha molte facce, e alcune armi immateriali: coraggio morale, duttilità, capacità di manipolare il nemico, inventiva; usa modalità pacifiche, anche se non sempre, e non necessariamente per principio. Che abbia o meno un pedigree nonviolento importa però poco. Importa la sua capacità di risparmiare il sangue, come nel caso delle prede di Hitler: antifascisti, sbandati, partigiani, prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, persone che per i motivi più diversi il Reich colloca fra i suoi nemici, come le popolazioni zingare. E gli ebrei. Con l'eccezione della Danimarca, a combattere la soluzione finale è sempre una minoranza, dalle organizzazioni ebraiche di soccorso a gruppi strutturati, a singole persone, figure o settori istituzionali, Chiese, reti informali. Sempre con l'eccezione della Danimarca e, in parte, della Bulgaria, di alcuni grandi soccorritori e delle donne tedesche di Rosenstrasse (7), a essere salvati sono piccolissimi gruppi, spesso una sola persona.

Ma la gloria dei soccorritori sta nella capacità di agire nell'intervallo cruciale del "mentre". Mentre tedeschi e collaborazionisti danno la caccia a partigiani, antifascisti, prigionieri alleati. Mentre per la prima volta in Occidente un popolo viene condannato in quanto tale alla sparizione. Mentre i paesi democratici centellinano l'accoglienza, l'Unione Sovietica arriva a consegnare alle SS molti ebrei delle regioni polacche che ha occupato, il Vaticano evita di esprimere una condanna esplicita; mentre nella condotta della guerra fermare le deportazioni e il genocidio non è mai una priorità strategica.

Certo neppure le lotte inermi da sole bastano. Ma conta il loro significato: la nonviolenza è stata possibile anche di fronte al nazismo, anzi, proprio quel picco di distruttività la rendeva essenziale. Se si voleva uscire da questa guerra senza che la propria umanità fosse annichilita, era necessario sì spargere il sangue, ma bisognava anche risparmiarlo. Diversamente, il mondo dopo Hitler sarebbe pur sempre assomigliato al mondo di Hitler. Come diceva Gandhi in otto parole, "l'hitlerismo non sarà mai sconfitto da un controhitlerismo" (8).

Meritevoli fantasmi

Ci sono casi in cui l'incapacità di dare valore alle resistenze senza armi sembra politicamente autolesionista. In Italia la memoria pubblica ha ignorato per decenni due grandi e visibilissimi fenomeni: la protezione dei militari sbandati nei giorni successivi all'8 settembre 1943, e l'aiuto offerto ai prigionieri alleati evasi in quegli stessi giorni dai campi di concentramento italiani.

Il paese aveva molto di cui provare vergogna, dalla primogenitura del fascismo alla persecuzione degli ebrei, dall'Asse con Germania e Giappone all'attacco alla Francia alle violenze in Jugoslavia. Perché non includere nella costruzione di una nuova immagine nazionale vicende che avevano coinvolto centinaia di migliaia di persone e contribuito alla salvezza di decine di migliaia di altre? La risposta è penosamente semplice: in sintonia con la cultura dell'epoca, si erano scelti come terreno elettivo del riscatto la lotta in armi e l'antifascismo militante. I protagonisti e protagoniste delle azioni disarmate restano a lungo anonimi, fusi e confusi nello scenario della guerra civile, al più presentati come un supporto della "vera resistenza", un contorno utile ma secondario. Meritevoli fantasmi.

L'8 settembre

Nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre 1943, sulle strade italiane si vedevano "file praticamente continue di gente [...] tutti abbastanza giovani, dai venti ai trentacinque, molti in divisa fuori ordinanza, molti in borghese, con capi spaiati, bluse da donna, sandali, scarpe da calcio. Abbondavano i vestiti da prete [...]. Pareva che tutta la gioventù italiana di sesso maschile si fosse messa in strada, una specie di grande pellegrinaggio di giovanotti, quasi in maschera, come quelli che vanno alla visita di leva" (9).

Si era appena sparsa la notizia dell'armistizio di Cassibile, che segnava il passaggio dall'alleanza con la Germania a quella con gli angloamericani. Mentre tedeschi e fascisti occupavano velocemente i due terzi del paese e predisponevano la creazione della neofascista repubblica di Salò, i Savoia e gli alti comandi avevano abbandonato Roma senza dare alcuna direttiva, e decine di migliaia di militari erano rimasti abbandonati a se stessi, con l'unico pensiero di tornare a casa. Solo due minoranze circoscritte si erano subito schierate: contro i tedeschi, alcuni settori delle forze armate e gruppi di militari e di civili; contro gli angloamericani, i fascisti dichiarati, insieme ad alcuni cui l'armistizio sembrava un tradimento.

Se si vuole dare credito allo stereotipo dell'italiano codardo e figlio di mamma, i giorni dello sbando sono un buon argomento. Già all'epoca. Lisli Basso, giovane intellettuale madre di due figli, scriveva: "perduta l'occasione di separare la nostra responsabilità da quella del fascismo [...]. Il tedesco in casa, il nazismo con tutto quello che significa di bestialità crudeltà e orrore, tutto questo non vede, non pensa, non sente questo popolo diseducato a meditare sui propri destini [...] tutti a casa, dalla mamma". Molti anni dopo aggiungerà: "Mi scuso di queste parole tracotanti; ma allora la delusione, la rabbia, è stata tremenda" (10).

Ma per un ex prigioniero inglese: "Eravamo al quarto anno di conflitto, troppi personaggi troppo lontani dalla realtà della guerra avevano [...] impartito troppi ordini a troppi uomini, perché i soldati non finissero per gettare le armi al mero scopo di salvare la pelle. Sarebbe stata una pazzia pretendere che questi soldati italiani morissero per difendere un casamento vuoto" (11).

Rischiano ugualmente la vita: per un disertore cattura vuol dire fucilazione o nel migliore dei casi deportazione nei campi di concentramento tedeschi, cui decine di migliaia non sfuggiranno - considerati tutti i fronti di guerra, sono 700.000 i militari finiti in lager. Ma in Italia un numero imprecisato (e vasto) si salva perché molte case si aprono per accoglierli e nasconderli, molti armadi ormai sguarniti sono setacciati in cerca di capi per rivestirli in borghese, molte guide improvvisate cercano di accompagnarli sulla strada del ritorno. Come se nella confusione del momento la sola scelta capace di imporsi fosse impedire a tedeschi e fascisti di mettere le mani su di loro.

Non ci sono leader a ispirare i soccorritori, nè direttive politiche, nè appelli di figure eminenti, che del resto non si erano attivate neppure dopo le leggi antiebraiche del '38. L'8 settembre l'Italia esce da vent'anni di un regime che ha frantumato l'opposizione, infiltrato le strutture sociali e avviato la nazionalizzazione delle masse; i sentimenti civici, già storicamente deboli, sono sbriciolati, le risorse miserrime; le istituzioni statali hanno perduto ogni credibilità, mentre i partiti mancano di radicamento, quadri, mezzi, conoscenze, una condizione che di per sè quasi azzera le loro possibilità di direzione e organizzazione.

Ad agire sono microcerchie amicali, famiglie, singole persone senza particolari ruoli, impiegati pubblici - come quelli, lontanissimi dallo stereotipo del passacarte zelante, che in Trentino riempiono centinaia di fogli di via con i nomi degli sbandati, per farli viaggiare verso casa come se fossero in regolare licenza (12). A Torino, è un piccolo gruppo di giovani antifascisti a impadronirsi dei permessi e a passarli ai soldati (13). Rapidi ed efficienti, questi exploit sono a volte improvvisati, ma più spesso si reggono sulle nervature tenaci e complesse della coesione sociale - reti di parentele, quartiere, caseggiato, comunità.

È la più grande operazione di travestimento e salvataggio della storia italiana (14), realizzata in ordine sparso e in spirito nonviolento: nè armi nè scontri fisici, in loro vece la capacità di simulare, dissimulare, confondere le carte in tavola - le tattiche elettive per risparmiare il sangue.

Un maternage

Tante le donne - proletarie e contadine, aristocratiche e borghesi, giovanissime, mature, vecchie. In una guerra che dilaga su interi territori nazionali, assottigliando i confini tra fronte bellico e fronte interno ed esponendo masse di uomini alla cattura, le donne diventano mobili e visibili come mai prima; in tutta Europa passano ore davanti ai negozi e alle rivendite clandestine, attraversano le città e percorrono le campagne in cerca di cibo e di ricoveri di fortuna, prendono treni per sfollare, peregrinano fra comandi tedeschi e collaborazionisti per conoscere la sorte di mariti, fratelli, figlie, figli; e da questa moltiplicazione dei compiti e delle responsabilità ricavano esperienza e consenso sociale.

In Italia il fascismo ha presto dimostrato di non saper garantire la sicurezza e l'organizzazione dei consumi. Già un anno prima dell'ingresso in guerra i prezzi dei generi alimentari crescono in modo incontrollato; per un fenomeno di accaparramento precoce cominciano a scarseggiare beni di prima necessità. Tra giugno e dicembre del '40 vengono razionati caffè, sapone, zucchero, olio, farina, pasta, riso; il primo dicembre '41 tocca al pane; nel '42 le calorie previste dalle tessere scendono a un quarto di quelle allora ritenute necessarie. E il mercato nero invade il paese marcando divisioni profonde fra chi può usufruirne e chi no. Quanto ai rifugi, il loro numero resterà sempre insufficiente e la qualità pessima; i bombardamenti con la tecnica dell'area bombing fanno migliaia di vittime e distruggono milioni di case, dando origine a flussi di sfollamento che arrivano a dimezzare le città.

Nel frattempo la serie strabiliante di sconfitte militari ha travolto l'illusione di una guerra lampo e indolore. Mentre anche le istituzioni civili faticano a reggere, il malcontento si esprime in proteste individuali, assalti a treni che trasportano viveri e combustibili, finché, nel marzo 1943, un'ondata di scioperi scoppia nelle fabbriche del Nord.

Questo tracollo complessivo fa delle donne le titolari quasi in esclusiva della manutenzione della vita, a costo di uno sfruttamento esponenziale delle energie. È a loro che si affidano i molti uomini costretti a rimanere nascosti, è a loro che tocca scegliere fra i comportamenti possibili. È a loro che gli sbandati si rivolgono quasi naturalmente, come a figure forti e salvifiche, vale a dire materne. E proprio a causa della loro vulnerabilità, le donne li vivono come una sorta di figli virtuali. L'8 settembre ha in sè questa singolare componente di maternage che rappresenta una delle espressioni specificamente femminili della resistenza civile italiana. Descrivendo la stazione di Vicenza, affollata di militari e perlustrata da tedeschi, ancora Luigi Meneghello, uno dei pochissimi a capire il significato del fenomeno, racconta di gente che gridava: "'Per di qua, alpini! per di là': il popolo italiano difendeva il suo esercito, visto che si era dimenticato di difendersi da sè: non volevano saperne che glielo portassero via [...] fummo afferrati e passati praticamente di mano in mano finché fummo al sicuro. Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane, qualcuna più o meno provò" (15). Un testimone racconta con commozione di ragazze emiliane che "aspettavano i soldati, portavano da mangiare e poi dicevano: 'se volete fermarvi qua...'" (16).

Si tratta per lo più di donne cosiddette comuni, che agiscono senza il sostegno di ideologie politiche, che non hanno armi per difendersi, e se le avessero non saprebbero nè probabilmente vorrebbero usarle. Ci si aspetterebbe di vederle assistere in dolorosa rassegnazione alla cattura degli sbandati. Invece li contendono a un esercito strapotente.

Anche loro rischiano. Nascondere un disertore è equiparato al coinvolgimento diretto nelle attività antifasciste e antitedesche.

Donne

Rosa S., torinese di mezza età, moglie di un lavoratore della Fiat Fonderie, di sentimenti antifascisti, era nata e cresciuta in Borgo San Paolo, una moderna barriera operaia - popolazione proletaria e piccolo-borghese, molte officine e medie fabbriche, ai margini dell'abitato qualche anticipo di campagna in cui si può cercare rifugio. Ci si conosceva e ci si frequentava - con discrezione, perché il regime aveva infiltrato i luoghi della coesione sociale.

Rosa S. è una donna "tremenda" (17), per lo spirito d'iniziativa e la determinazione. Si rende subito conto delle dimensioni di massa del pericolo e del bisogno, e comincia a fare incetta di indumenti borghesi un pò dovunque, da familiari e conoscenti fino alle suore di un istituto di carità. La sua casa diventa un centro di raccolta dei militari, il suo dopo 8 settembre un exploit imprenditoriale. Riveste i primi sbandati, la voce gira, ne arrivano sempre di nuovi: "signora, non ha qualcosa da mettermi?". Allora lei: "venga con me".

Li fa dormire nelle cantine dell'edificio, li sveste, li riveste. Comprese le scarpe, perché quelle dell'esercito li tradirebbero; allora ne dà un paio di "civili" a uno, gli toglie le sue, le tinge, e appena asciutte le passa a un altro - modello catena di montaggio, in più l'amore del lavoro ben fatto che può salvare una vita. "Alla fine li accompagnava alla stazione, li baciava, li abbracciava, così e cosà, mio parente, e li metteva sui carri bestiame, perché allora non c'era altro". Di notte bruciava nel cortile le divise abbandonate, perché farsele trovare era una condanna a morte, e buttava le armi nei tombini, perché di guerre non ne poteva più.

Quello di Rosa S. è un 8 settembre raro per l'ampiezza e l'organizzazione; a renderlo possibile è il suo radicamento nel quartiere, che le consente di chiedere vestiti e scarpe ai vicini, implicitamente garantendo che in caso di "complicazioni" non li coinvolgerà.

Altre storie sono meno spettacolari, ma non per questo meno importanti. La ragazzina Maria Assunta Fonda, figlia di un ufficiale degli alpini, poi staffetta partigiana, cattolica credente, ha in mente la visione "penosa" dei militari mandati a presidiare la Corsica, "una compagnia scalcagnata in tutto e per tutto, con le sue fasce e pezze da piedi scomode e assurde, le camionette senza benzina tirate dai muli"; ricorda gli alpini del corpo di spedizione in Russia, stipati nei carri bestiame, "poveri ragazzi", "tristi e spaesati", davanti ai quali si simula allegria per tenerli su. È già predisposta al suo 8 settembre. Quando vede i "soldatini" di Abbadia Alpina, un piccolo centro del Pinerolese, appostarsi sul sagrato della chiesa e rimanerci in attesa di ordini che non verranno, senza mangiare nè dormire, resta con la sorella a sorvegliare la zona, finché vengono riportati in caserma, disarmati, imprigionati, e i loro abiti civili chiusi a chiave. Li sente chiedere aiuto, "aggrappati alle finestre, disperati", corre a casa, bussa ai vicini, raccoglie abiti civili quanti più può. Li riveste, li vede partire per la via di casa, "un lungo e pericoloso viaggio".

Fiorella Pachner, studentessa di famiglia borghese, racconta quei giorni come un'impresa familiare. Quando la IV armata italiana si disfa sul confine francese, lei è in montagna a Sauze d'Oulx, vede arrivare di corsa "frotte e frotte di ragazzi in cerca di aiuto". E per giorni la madre e le zie tolgono le coperte dal letti per fare i pantaloni per i soldati. "Mia madre... era una precisina che faceva solo quello che sapeva fare, e in altri momenti si sarebbe ritenuta assolutamente incapace di inventare dei pantaloni maschili... e tanto più con una coperta, e tanto più in una casa di montagna... Però questi dovevano coprirsi in qualche modo ed è stato bello vedere queste donne oltretutto privilegiate, ricche, coi loro bambini, che si mettevano alla macchina da cucire e giù cuciture su cuciture... per mettere dei panni addosso a questi ragazzi che fuggivano".

A Castelnuovo Berardenga, un paese in provincia di Siena, una ragazzina è andata a un forno dove si dice diano il pane senza tessera; mentre ne porta a casa "due filini" incontra "un soldatino: mi guardava con quegli occhi azzurri, guardava il pane, mica guardava me, sai mamma. E allora gliel'ho dato. Senti, vuol dire che si lesserà due patate anche stasera" (18).

Ma Domenica Cecchinelli, romana, che ha nascosto in casa un carrista della divisione Ariete gravemente ustionato e rifiuta di aprire ai tedeschi che le ordinano di consegnarlo, muore crivellata di colpi di mitragliatore sparati attraverso la porta chiusa (19).

I prigionieri alleati

Ai primi di settembre 1943 in Italia esistevano settantadue campi di concentramento per i militari alleati caduti in mano a tedeschi e italiani in Nord-Africa e in Grecia a partire dal 10 giugno 1940, per un totale di circa 79.543 prigionieri (20), più qualche centinaio catturati in Sicilia e alcuni piloti abbattuti. Insieme ai britannici, la maggioranza, c'erano americani, indiani, neozelandesi, sudafricani, francesi, australiani (21).

Al momento dell'armistizio (22), in qualche caso l'ufficiale alleato più alto in grado aveva deciso di rimanere nel campo aspettando l'arrivo delle proprie unità, secondo gli ordini del War Office, che contava su una resa italiana senza occupazione tedesca. Altrove si cercava di organizzare la fuga con l'aiuto dei comandanti italiani dei campi - ma alcuni di questi fingevano di favorire il progetto solo per dilazionare il momento della liberazione. Oltre 35.000 uomini, circa la metà, avevano deciso autonomamente e si erano dispersi sul territorio.

Dispersi, e smarriti. Se le guerre del Novecento hanno segnato un tracollo dell'identità maschile, nella prigionia se ne raggiunge il culmine. Spogliati degli oggetti personali, trasportati in massa verso destinazioni sconosciute, i prigionieri vivono una dimensione arcaica del dominio in cui ci si sente sempre meno soggetti, sempre più schiavi di guerra, costretti alla passività e logorati dall'ansia. Persino l'imprevista libertà può essere vissuta come una minaccia ulteriore (23). Con ragione.

Non sanno dove si trovano nè di chi fidarsi, cosa può esserci dietro una collina, una svolta della strada, uno sguardo, un cenno; quelli che avendo accettato di lavorare in campagna o in fabbrica (24) si sono fatti nuovi amici, si dirigono subito verso di loro. Ma i più non conoscono che qualche parola di italiano, e dell'Italia hanno solo una idea vaga, e altamente negativa. Dopo mesi o anni di prigionia sono sottonutriti, deboli, a volte ammalati, confusi - e quel che vedono intorno, dagli sbandati dell'8 settembre alle macerie dei bombardamenti anglo-americani, aumenta l'insicurezza. Non sanno neppure come sta andando la guerra, e a chi chiedere notizie. Le sole certezze sono l'armistizio e la necessità di mettere la propria vita nelle mani di sconosciuti.

Come per i salvataggi dei soldati italiani, non esistono direttive politiche o appelli in grado di indirizzare i comportamenti della popolazione.

Eppure più della metà dei prigionieri riesce a non farsi ricatturare: una parte raggiunge la Svizzera, il fronte sud o le formazioni partigiane, grazie all'opera dei servizi segreti alleati, della nascente resistenza, di reti improvvisate a livello locale da professionisti, industriali, parroci, antifascisti riapparsi nel periodo dei quarantacinque giorni - o da qualche compagno intraprendente (25). Ma sono ben più numerosi quelli che restano nascosti, a volte per settimane o mesi, a volte per tutto il resto della guerra - il 20% degli ex prigionieri presenti in Piemonte all'8 settembre 1943 era ancora nella regione ai primi di maggio 1945 (26).

Dati stupefacenti, che testimoniano una estesa solidarietà da parte della maggioranza degli italiani con cui i militari entrano in contatto, per lo più contadini - braccianti, mezzadri, piccoli proprietari, fittavoli - perché è nelle campagne, dove all'epoca lavorava metà della popolazione attiva, che cercano scampo.

In genere povera o poverissima, la comunità contadina era già in quegli anni più sfaccettata e meno impermeabile all'esterno di quanto si pensasse. Il fascismo aveva infiltrato le campagne con la sua modernità di facciata e con l'insediamento di funzionari locali; in ogni paese c'era un "americano" rientrato in Italia, o un parente al di là dell'oceano di cui si leggevano le lettere durante le veglie intorno al fuoco. Variamente filtrati, arrivavano i messaggi e le relazioni a distanza tipici della società di massa - l'espressione "donne comuni" nei primi anni Quaranta indicava donne che ancora mantenevano attivi i rapporti faccia a faccia, ma che potevano sognare la macchina da cucire, migliori rapporti con gli uomini, la radio, il cinema, la città. "Furono prima le donne - scrive Salvatore Satta - con l'udito e l'animo esercitato dalla solitudine, a sentire la loro [dei prigionieri] presenza nelle campagne" (27).

Una strana alleanza

Il rapporto inizia spesso sotto il segno di un'incredulità gioiosa e confusa, nell'illusione comune che gli alleati arriveranno in qualche settimana, che la guerra sia finita. È una luna di miele punteggiata di magri festeggiamenti, brindisi, raduni, in cui gli ex prigionieri sono i benvenuti, e i contadini quasi se li disputano come ospiti interessanti e non troppo pericolosi - tedeschi e fascisti non hanno ancora fatto una priorità della loro cattura, occupati come sono a dare la caccia agli sbandati dell'esercito italiano.

Lungo i mesi di ottobre e novembre, molto cambia, più o meno drammaticamente a seconda dei luoghi. Diventa chiaro che la guerra non finirà a breve, e cosa significa occupazione nazista. Beninteso, non si tratta della strategia di sterminio e dissanguamento economico attuata in Polonia e all'Est, territori per i quali il Terzo Reich prevede un destino similcoloniale. Ma anche nell'Europa occidentale, dove non si punta a distruggere programmaticamente il tessuto sociale e si cerca di guadagnare, se non la simpatia, la tolleranza delle popolazioni, l'obiettivo è organizzare l'annientamento di interi gruppi, sfruttare all'estremo le risorse locali, impadronirsi di macchinari, raccolti, opere d'arte, e di milioni di lavoratori da impiegare nelle fabbriche e nell'agricoltura tedesche.

In Italia il rovesciamento delle alleanze trasforma da un momento all'altro l'alleato in nemico incline a vendicarsi. Per stroncare ogni appoggio alla resistenza, per stanare i prigionieri alleati e colpire i loro soccorritori, si impiegano tutti i mezzi del terrore, dai rastrellamenti alle retate, dagli incendi di case e di interi paesi agli assassini alle stragi di civili. Si instaura una pratica di requisizioni selvagge che ancora decenni dopo porta a identificare i tedeschi non solo come persecutori senza pietà, ma come ladri di coperte, lenzuola, suppellettili, farina, vino. Nelle campagne si disseminano spie in uniforme inglese e si fanno circolare voci (e verità) sul trattamento riservato ai soccorritori. Le prime vittime sono probabilmente quattro contadini che hanno nascosto alcuni prigionieri nei boschi intorno a Sulmona; arrestati il 27 ottobre, sono uccisi tre giorni dopo, senza processo (28) - l'esecuzione non verrà considerata crimine di guerra, probabilmente perché poco prima, il 9 ottobre, era stato emanato da Salò un decreto militare in cui si comminavano la deportazione o la pena di morte per chi avesse fornito documenti falsi ai ricercati, rifugio a prigionieri e militari alleati o ne avesse facilitato la fuga (29). Singolare formalismo.

Ma l'assistenza ai prigionieri - di qualsiasi paese, religione, colore - continua, e comprende sostentamento, abiti civili, cure ai malati, una guida sul territorio, a volte denaro per il viaggio verso le linee alleate. E, sempre, l'ospitalità: nelle case, in rifugi di fortuna o costruiti appositamente, in conventi, nelle parrocchie, nei boschi vicini, dove si può andare ogni giorno a portare cibo. Proteggere un prigioniero è spesso un'impresa collettiva, organizzata a livello familiare o grazie alle reti informali già così preziose per la salvezza degli sbandati. In casa Cervi a Gattatico nel giro di pochi mesi passano oltre ottanta uomini fra sbandati e prigionieri, alcuni presi poi in carico da altre famiglie (30). Nella grande tenuta agricola dei marchesi Origo, in Val d'Orcia, sono distribuiti fra la villa padronale e le case coloniche (31).

Alcuni militari raccontano di aver presto imparato che era meglio presentarsi alla porta delle case visibilmente più modeste: "più povera la famiglia, più generosa l'accoglienza". Altri ricordano la maggiore disponibilità delle donne, sorrette - dicono alcune protagoniste ai "loro" prigionieri - dall'idea di una parentela femminile capace di scavalcare le frontiere, alimentando la speranza che chissà dove e come, un'altra avrebbe soccorso il marito, figlio o fratello. Quasi il mito di un'Internazionale delle donne, combinato con la fede in una giustizia retributiva. "Pensammo così di dar da mangiare ai nostri prigionieri - spiega una ragazzina di allora - nella speranza che qualcuno provvedesse a aiutare nostro zio", e conclude trionfalmente: "e infatti arrivò a casa ben pasciuto" (32). La provvidenza aveva fatto il suo dovere.

"Fino al giorno della liberazione la maggioranza degli italiani formò una strana alleanza con i prigionieri" - dirà il 17 maggio 1946 (33) Sir Noel Charles, ambasciatore inglese in Italia. Ma è un'alleanza sbilanciata su un punto cruciale: i prigionieri sono, almeno in teoria, tutelati dalla normativa internazionale (34); sui loro protettori incombe l'accusa capitale di tradimento, mentre la delazione è doppiamente incoraggiata: 1800 lire per chi farà catturare militari alleati, oppure il rimpatrio di altrettanti prigionieri italiani internati in Germania.

Il mondo alla rovescia

Il rapporto dei prigionieri con i soccorritori può avere una componente economica, come quando partecipano al lavoro nei campi. In questi anni, con il disfacimento del sistema degli ammassi e la penuria di viveri, i contadini hanno per la prima volta avuto un incremento di reddito, che consentirebbe ai non proprietari di realizzare il sogno di possedere un pezzo di terra, e ai piccoli proprietari di ampliarlo - se non fosse per la drammatica mancanza di manodopera che impedisce di estendere le coltivazioni. Il lavoro dei prigionieri può compensare l'assenza di tanti giovani maschi partiti in guerra, mai più tornati o tornati invalidi.

Ma questo scambio non è la sola nè la principale modalità di relazione. Da sempre i contadini hanno vissuto il rapporto città-campagna come polo debole, nel segno di uno scacco fatto di sfruttamento materiale e di mancanza di rispetto: la città comandava sull'economia delle campagne, decideva prezzi, insediamenti, percorsi di strade e ferrovie, giudicava su cultura e consuetudini, identificando nelle proprie una forma superiore di civiltà.

Con la guerra, c'è stato un rovesciamento in cui è la città a dipendere dalla campagna, a dover accettare le sue condizioni, i suoi usi e valori. Ora i contadini si sentono riconosciuti come eguali, a volte migliori, grazie alla loro capacità di garantire la propria sopravvivenza e quella altrui. È una ridistribuzione del potere e un terreno di rivincita da cui nascono sia benevolenza, sia taglieggiamento, sia chiusura a priori; nella società contadina convivono tradizioni di ospitalità e diffidenza verso gli estranei; capacità di sacrificio, attaccamento alla "roba" e grandi generosità; compassione, indifferenza, durezza.

Molto dipende dall'immagine del forestiero. I prigionieri sono giovani, spaesati, esotici con la loro altezza svettante, con la pelle chiara degli anglosassoni, quella scura degli indiani, quella nera degli afroamericani; vengono da terre lontane, irradiano ansia e paura, hanno la fame negli occhi.

Molto dipende dai comportamenti. Questi sconosciuti non arrivano per sfruttare e comandare; chiedono aiuto, dipendono in tutto e per tutto dai loro soccorritori, ne seguono i consigli e gli ordini, ne assorbono le conoscenze geografiche, ambientali, climatiche essenziali per sopravvivere nascondendosi e passando da un luogo all'altro. Mostrano gratitudine e affetto, rispettano gli usi locali a volte con disarmante semplicità, come quando, per adattarsi a quella che credono un'abitudine italiana, alcuni riempiono di pane spezzettato la scodella della minestra prima di mettersi a mangiare, e se vedono gli altri stupirsi chiedono: "Non si fa?" (35).

Come scrive Absalom, nel suo repentino materializzarsi il prigioniero allude in embrione al grande mito popolare del mondo alla rovescia (36), in cui il povero si trasformerà in ricco, il debole in forte, il perseguitato in ospite d'onore - e l'illetterato in sapiente. Il millenarismo contadino sopravvive anche quando nelle campagne si sono già sperimentate moderne espressioni di coscienza politica e mobilitazione sociale. E ora si nutre di nuove proiezioni incrociate.

Per Eric Newby (37) (e non per lui solo), l'Italia della campagna e della montagna è insieme una magica arcadia traboccante di fiori, frutta, animali dei boschi, e uno sprofondo arcaico abitato da un popolo strano, che spesso si lamenta: "poveri noi!", ma sa organizzare scherzi e ridere a pochi chilometri dal fronte. Per i soccorritori, il fuggiasco è il messaggero della mitica Inghilterra dei cinque pasti al giorno, della ricca America sognata dagli emigranti, dell'Africa, dell'India, un "figlio di milionari", un "gentiluomo" che inanella "grazie" e "per favore" a ogni occasione.

Le costruzioni fantastiche non ostacolano affatto la nascita di legami affettivi.

La spirale del bene

Non tutto è deciso in partenza. Per lo più i soccorritori entrano a poco a poco nella spirale del bene, che include una sorta di apprendistato al rapporto con la paura. Si comincia offrendo cibo, breve gesto che si spera non attiri l'attenzione; si procura un rifugio nei boschi, si passa all'ospitalità nei fienili, nelle case, scelta più impegnativa e più pericolosa; si inventano strategie complesse nel tentativo di contenere il rischio; a volte non basta, e si attiva una meravigliosa prontezza di spirito: sapendo che due inglesi sono in giro e vedendo i tedeschi arrivare di sorpresa, la vecchia Nicolina Marzialetti di Montegiorgio, nelle Marche, fa finta di inciampare e si butta a terra davanti al loro sidecar urlando per il dolore - e i prigionieri capiscono e si infilano nel loro nascondiglio (38).

L'impegno può durare mesi e anni, può ampliare il suo raggio: la spirale del bene è vischiosa come quella del male. Più persone si soccorrono, più si sente di doverne soccorrere; più se ne scopre la vulnerabilità, più ci si sforza di farsene carico. Come Rosa S., che accompagna i suoi sbandati fino a "metterli sul treno"; che, una volta finita la scorta di vestiti, si affanna per tutto il quartiere a cercarne altri, a volte mezzi stracci da rendere velocemente presentabili. Ci sono famiglie che si trovano in casa cinque prigionieri senza averlo deciso, perché lasciano che uno si aggiunga all'altro.

Non che sia tutto un idillio. Fra i contadini c'è chi sfrutta i prigionieri allo stremo; fra i prigionieri, specie tra gli ufficiali, c'è chi si fa servire come gli fosse dovuto, usa "cattive maniere", "pensa solo ai fatti suoi" (39) - è la convinzione "coloniale" della propria superiorità, sono gli stereotipi avvilenti sugli italiani che altri hanno abbandonato. A volte è totale incomprensione: come quando un prigioniero, vedendo la preoccupazione generale per la probabile presenza di una spia, si chiede infastidito: "ma se sanno chi è, perché diavolo non lo linciano?" (40). Un ragazzo di allora ricorda una scazzottata furibonda fra due inglesi, il primo che sosteneva: "adesso i padroni siamo noi", l'altro che lo invitava al rispetto e alla gratitudine verso una popolazione coraggiosa e generosa (41).

Più spesso, nella condivisione della vita quotidiana, nel sentimento di un destino comune, molti rapporti assumono un'impronta parafamiliare. Non è solo l'uso diffusissimo di mamma, papà, fratello, sorella. È un'adozione reciproca che riproduce il modello della responsabilità familiare: alcuni militari si preoccupano dei pericolo e dei costi che la nuova "famiglia" affronta ospitandoli, qualcuno esita a passare le linee perché sente che esporsi ad altri rischi tradirebbe i tanti sforzi per proteggerlo.

Racconta Newby che quando tedeschi e fascisti cominciano a rastrellare la provincia di Parma, un gruppo di capifamiglia della zona lo convoca per comunicargli che è diventato impossibile ospitarlo nelle case. Non è un preludio all'abbandono: visto che ormai ha bisogno di un rifugio tutto suo, glielo costruiscono in fondo a un canalone, con un focolare, due letti ("casomai ti volessi sposare", scherzano), qualche arredo elementare - e una parola d'ordine per le ragazze incaricate di salire a portargli i viveri. Fra i promotori, c'è lo scorbutico valligiano che lo aveva fatto lavorare durissimamente su un suo terreno pietroso (42).

Quando in un paesino alcune famiglie devono dividersi i prigionieri fra loro, tirano a sorte, perché sceglierne uno potrebbe mortificare gli altri (43). Tra gli ospiti non si fanno differenze. O tra i figli?

Una famiglia poverissima cede i vestiti più caldi al suo soldato - "noi ci scaldiamo lavorando" (44) - un'altra si toglie letteralmente il pane di bocca per calmare la fame immensa del suo americano. "Ma che mangiavano 'sta gente! - ricorda una donna di Castelnuovo - noi quello che si poteva dare si dava", anche il letto matrimoniale se il prigioniero si ammala (45). Nei racconti dei soccorritori, risuonano spesso le parole dell'appartenenza e della cura: "Ne ho tre di prigionieri, me ne prendi uno?". Se qualcuno si è allontanato per "fare un giro": "c'è pericolo, riportalo a casa". E al momento dell'addio: "Non dimenticarci, noi ti ricorderemo sempre".

Di massa, ma una minoranza

Il soccorso ai prigionieri ha risparmiato molto sangue; era lo scopo, è stato raggiunto, ma talvolta a un prezzo definitivo. In una lettera indirizzata al Foreign Office, il soldato J.W. Leys di Aberdeen descrive l'irruzione dei militari tedeschi nella casa dei coniugi Santemarroni, contadini delle montagne abruzzesi, che lo avevano curato, sfamato e nascosto per mesi, e riporta le parole con cui la signora Annita aveva cercato di difenderlo: "Sono anziana, loro giovani. La mia vita l'ho vissuta, la loro è solo agli inizi. Non sono i primi che aiuto nè saranno gli ultimi, se sarà necessario. Non li ho ospitati in casa in quanto inglesi ma perché sono una donna cristiana e anche loro lo sono" (46) - qui "cristiano" è usato come metafora per "essere umano".

Annita verrà deportata a Mauthausen, dove morirà. E dove finiranno parecchi altri soccorritori, fra cui padre Davide Perniceni, che a Lodi raccoglie denaro per far passare i prigionieri in Svizzera e viene arrestato il 16 novembre 1943. Sarà deportata a Ravensbrueck la studentessa padovana Milena Zambon, attiva in una rete che fa passare in Svizzera i prigionieri alleati. Subito dopo il ritorno, entrerà in un convento di clausura (47).

Italiani brava gente? Vale la pena ricordare che la solidarietà verso gli ebrei scatta nel momento in cui è chiaro che è la loro vita a essere in pericolo, ma anche che la Germania sta perdendo; che i soccorritori sono una minoranza, di massa, ma pur sempre una minoranza. Usarli per accreditare il mito estensivo del buon italiano non è solo un inganno storiografico, è un oltraggio ai protagonisti, che a volte sono scoperti in seguito a delazioni mosse dalla paura, da violenze subite, dall'odio politico o personale - e dall'avidità.

Molti soccorritori possono trovarsi drammaticamente soli e a loro volta vulnerabili. Dopo che si è sparsa la voce dell'aiuto ai prigionieri, l'uomo che aveva ceduto il letto matrimoniale al militare ammalato, viene preso a causa di una spiata, e verrà liberato soltanto al passaggio del fronte (48). La piccola comunità è un luogo solidale, ma alberga invidie e rancori, e così le innervature della società civile, le associazioni professionali, la chiesa.

Subito dopo l'arresto di padre Perniceni, il vescovo di Lodi scrive all'ufficio politico fascista locale dichiarando di averlo sospeso a divinis perché trascurava i doveri parrocchiali, era impegnato in "attività misteriose", dava scandalo girando in abiti civili (49).

C'è probabilmente una spiata dietro la morte di Dino Ravaioli, 27 anni, contadino di Santo Stefano vicino a Ravenna: quando il 29 dicembre '43 viene abbattuto un aereo americano, Dino accorre con i suoi due fratelli, porta a casa il pilota ferito e sotto shock, gli fa bere un bicchiere di grappa, gli lava i piedi incrostati di fango, si toglie le scarpe e gliele mette perché possa sfuggire a una pattuglia che si sta avvicinando, lo accompagna attraverso i campi. Il pilota non riesce a correre, sono catturati tutti e due. Pochi giorni dopo, Dino Ravaioli viene picchiato a morte e finito con un colpo di pistola alla nuca - quel che merita, secondo la stampa fascista locale, chi si è "abbassato a lavare i piedi al pilota nemico" (50). Confliggono due mondi; da un lato l'empatia di Dino, un Buon Samaritano (51) così perfetto da sembrare un personaggio letterario, così sicuro delle proprie ragioni da non smentire l'accusa, dall'altro la feroce imbecillità di chi non conosce la compassione e la scambia per servilismo.

Se non è resistenza quella di Dino, di Annita Santemarroni, di padre Perniceni, di Milena Zambon (e di Rosa S. e di tanti altri), cosa può definirsi tale?

Questioni d'onore

Nei racconti delle protagoniste dell'8 settembre i soldati sono invariabilmente giovani; anche se le classi richiamate comprendono trentacinquenni e oltre, non compaiono uomini fatti, solo "ragazzi", come nel gergo militare - e come a scuola, all'oratorio, in famiglia.

In questa guerra un'immagine di estrema giovinezza connota tutti gli eserciti (52), ma c'è qualcosa di specificamente italiano nell'assunzione del ragazzo in divisa a simbolo di una mascolinità pericolante. Nessuna fra le soccorritrici sembra sfiorata dall'idea che i suoi protetti debbano o possano fare altro che fuggire dalla guerra - nè loro, nè quei prigionieri alleati mortalmente stanchi che non se la sentono di tornare al fronte o di unirsi ai partigiani (53). Assolti abusivamente dalla guerra fascista, anzi dichiarati sue vittime - il che non incoraggia l'autocoscienza loro e del paese - i "soldatini", i "poveri ragazzi disperati" si sentono tranquillamente imbelli, legittimati alla fuga; e in diritto di chiedere protezione e di riceverla senza imbarazzo.

Dov'è finito l'onore militare? Nelle mani del tenente colonnello Eugenio Vicedomini, per esempio, comandante del campo PG49 presso Fontanellato, che, prima dell'armistizio, avendo saputo dell'intenzione tedesca di portare tutti i prigionieri in Germania, prepara accuratamente la loro fuga insieme all'ufficiale anziano britannico; e, "gallant to the end" (54), resta da solo a affrontare i tedeschi, finisce in lager e ne torna fisicamente distrutto; morirà poco dopo.

Ma non è questa la cifra dominante del soccorso. All'epoca, l'onore patriottico e militare non ha in genere buona fama. La tradizione imperial-bellicista è vecchia di 2000 anni, e per fortuna la retorica romano-antica del fascismo non è riuscito a rinverdirla, anzi. Confiscato dal regime, l'onore marcia al passo dell'oca, calpestando la contegnosità e la moderazione tanto apprezzati nella cultura contadina. L'andamento della guerra ha trasformato l'entusiasmo iniziale di molti in una estraneità rassegnata o rabbiosa, meno che mai permeabile al richiamo dell'agonismo militar-patriottico.

Ma le radici affondano più lontano, nella storia pluricentrica del paese, nell'ostilità dell'influentissima Chiesa cattolica verso lo Stato, nell'internazionalismo socialista, in un'unificazione ancora meno rispettosa delle singolarità di quanto siano stati gli altri processi di costruzione nazionale. Un insieme che aveva disseminato quell'estraneità a largo raggio, mentre nelle guerre combattute sotto dinastie straniere era cresciuta una resistenza alla coscrizione che si era trasferita, a dispetto della propaganda, all'esercito unitario. Una delle canzoni più diffuse nella grande guerra, che recita:

"Ero povero ma disertore

e disertai dalle mie frontiere

e Ferdinando l'impè, l'imperatore

che mi ha perseguità",

era nata in Trentino nella prima metà dell'Ottocento; si tollerava che fosse cantata perché il disertore apparteneva all'esercito asburgico.

Neppure la migliore letteratura pedagogica dell'Ottocento (55), attenta a distinguere fra principio di nazionalità e nazionalismo, aveva saputo divulgare un'idea accettabile di onore patriottico. Nel 1916-17, mentre nelle città si guardava con disprezzo agli "imboscati", sulle colline piemontesi delle Langhe vivevano stabilmente gruppi di disertori nutriti e protetti dalle contadine, mentre l'autolesionismo praticato per sottrarsi al reclutamento poteva giovarsi delle conoscenze di medici e farmacisti di paese. In Italia è impensabile il successo popolare di un libro come Le quattro piume, dove Alfred E.W. Mason racconta di un ufficiale britannico accusato ingiustamente di codardia, che dedica la vita a far ammettere ai calunniatori il loro torto.

Per ampi strati della popolazione, fuggire dalla guerra non equivaleva affatto a una patente di vigliaccheria nè implicava riprovazione sociale. Se mai il contrario: in Toscana, un paesano, dopo aver capito che un prigioniero era partito volontario, gli dice, fra stupore e delusione: "ma allora volevi davvero la guerra!?" (56).

Ennesimo tassello per lo stereotipo dell'italiano codardo? Lorenzo Rossi, uno dei contadini che rischiano la vita per proteggere un gruppo di ufficiali alleati non aveva più un dente in bocca: se li era fatti togliere nella speranza di essere riformato. Evidentemente il suo senso dell'onore gli consentiva di voltare le spalle alla "patria in pericolo", non a un altro uomo in condizioni di bisogno; e non aveva niente a che fare con le armi e lo spirito marziale. Come per i salvataggi dell'8 settembre, il punto di orgoglio, con le sue componenti di autoaffermazione e di cura del buon nome personale e familiare, sta nella capacità di "tenere vivo" il proprio soldato, e di non mandare via senza un pezzo di pane chiunque bussi alla porta.

Che questa idea dell'onore sia peculiare è vero. Ed è grande. È grande che nei racconti di alcuni soccorritori manchi del tutto la cifra eroica o melodrammatica, a volte sostituita da quella beffarda, con i tedeschi che si precipitano sul luogo dove è caduto un aereo e restano "con un palmo di naso", perché il pilota è già stato messo in salvo. Con i fascisti che buttano scioccamente all'aria una casa, mentre il prigioniero è ben nascosto in una botte di vino (57). Più che all'epopea del garibaldino, del patriota "irredentista", dell'ardito fiumano, il registro narrativo attinge al repertorio della commedia dell'arte. Solo il registro narrativo, però: forse per non vedersi applicare lo stereotipo del buon campagnolo sempliciotto, un ragazzo di allora precisa: "Non eravamo degli sprovveduti, c'era un minimo di collegamento tra le famiglie [...] e dunque se c'era notizia di qualche pericolo la voce subito circolava" (58).

La lezione della Grande Guerra - non esiste un modo onorevole di nominare l'onore - non vale solo per tanti italiani. In Addio alle armi, Hemingway scriverà: "parole astratte come gloria, onore, coraggio o dedizione sembravano parole oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e alle date" (59). Dal fondo delle loro trincee, i soldati inglesi fantasticavano di stritolare con i carri armati "gli stupidi music-hall patriottici" e pregavano dio "affinché i tedeschi mandassero gli Zeppelin contro l'Inghilterra, perché la gente capisse così cosa significa guerra" (60).

Ma un riflesso dell'aura romantica di cui è avvolto l'agosto 1914 si è tramandato in alcune ballate e in grandi testi letterari.

Nel repertorio popolare italiano non c'è una Tipperary cui tornare, c'è solo tristezza infinita, compianto per i morti, invettiva contro l'ingiustizia della guerra. Gorizia, una delle canzoni (di anonimo) più note, proibitissima all'epoca e denunciata per vilipendio alle Forze Armate ancora nel 1962, recita:

"Voi chiamate campo d'onore

questa terra di là dai confini.

Qui si muore gridando 'Assassini!',

questa terra c'insegna a punir".

E Addio padre madre addio, sempre di anonimo:

"Sian maledetti quei giovani studenti

che hanno studiato e la guerra voluto,

hanno gettato l'Italia nel lutto

per cento anni dolor sentirà".

Dietro il disgusto per la guerra, c'è l'esperienza del troppo sangue versato.

Gente buona in tempi bui

Fra quanti e quante soccorrono gli sbandati dell'8 settembre e i prigionieri alleati, la grandissima maggioranza non conosce l'idea di nonviolenza (ma il Sermone della montagna sì), probabilmente nessuno sa che fra i resistenti c'è chi ha rifiutato di portare le armi per convincimento etico-religioso - Aldo Capitini, Lidia Menapace. Molti neppure si definirebbero oppositori in senso stretto. Del resto, al di là della maggioritaria fisionomia femminile e contadina, i/le protagonisti/e sono così eterogenei - medici, insegnanti, parroci e suore, aristocratici toscani e romani, proletari, credenti e non, politicizzati e non - che c'è posto per tutte le inclinazioni.

Ma, anche se il mondo contadino non è affatto un'oasi di mitezza primigenia, le pratiche hanno spesso a che fare con la nonviolenza, innanzitutto nel rifiuto di considerare ineluttabile l'estensione della distruttività e nello sforzo di non farsene contagiare. Al di là di questo aspetto, non esistono tipologie dei soccorritori, se non in negativo: non sono angeli nè aspiranti martiri, non sono programmati per l'eroismo. Il loro talento sta nel saper riconoscere quando i criteri di innocenza e colpa sanciti dal potere sono ingiusti, nel vedere, dietro il nemico che fascisti e tedeschi additano, un giovane uomo da proteggere.

Nel Terzo Reich, dove l'azione morale di aiuto ai perseguitati era illegale, l'azione criminale era la legge, a resistere all'omertà totalitaria non è in genere la rispettabile gente "per bene", "che aveva sempre sottomano le regole della buona condotta, ma persone che non erano affatto convinte, anche prima dell'imbarbarimento complessivo, del valore di quegli standard", persone che non si distinguevano per il bagaglio etico o intellettuale, se mai per la forza dell'individualità e per un certo scetticismo verso il potere, e che spesso erano socialmente marginali (61).

E in Italia, a dispetto della propaganda ruralista e maternalista, donne e contadini non erano certo fra i soggetti egemoni - il che potrebbe aver favorito il ritiro del consenso. Ma non sappiamo se l'ipotesi si adatti ai nostro protagonisti.

In quegli anni, nelle campagne abruzzesi vivevano decine di migliaia di donne cristiane, ma non si incontrano molte Annita Santemarrone. E non si incontrano molte contadine come la vicentina di cui Ignazio Silone narra il dialogo con il giudice che la sta processando: "'Conoscevate prima quell'uomo?'. 'Nossignorè. 'Sapevate che era un croato?'. 'Nossignorè. 'Sapevate che era un nemico?'. 'Nossignorè. 'E allora perché lo nascondevate?'. 'Perché anche quello era un figlio di madrè" (62). È il più universale attestato di appartenenza al genere umano, che tornerà tre decenni dopo in Nato di donna, uno dei testi classici del neofemminismo (63).

A chi spetta il merito di aver ispirato quelle scelte? alla politica, alla pietas, cristiana e non, alla tradizione popolare del soccorso ai bisognosi, all'odio per la guerra? al dovere della bontà che risuona nelle parole di una contadina ciociara: "Non c'è che fà: s'à da esse boni" (64). Per non aggiungere male al male: "occhio per occhio e il mondo diventa cieco", diceva Gandhi.

Hannah Arendt, che sui comportamenti morali in tempi bui ha scritto parole definitive, li riconduce non a imperativi categorici di qualsiasi natura, ma all'attaccamento verso se stessi, verso "quel partner silenzioso che accompagna ciascuno di noi" e che si esprime non tanto in un "non devo" quanto in un "non posso", perché "se facessi il male, sarei condannato a vivere insieme a un malfattore per il resto dei miei giorni" (65).

È questo attaccamento, la più terrena e spiritualmente autoprotettiva delle passioni, la più simile all'amor proprio, che fa dire a un soccorritore: "era impossibile mandare via qualcuno se aveva fame" (66). Che in un traumatizzato fante tedesco della grande guerra persisteva anche sotto ipnosi, facendolo urlare: "Vedete il nemico laggiù? Ha un padre e una madre? Ha una moglie? Io non lo uccido!". Diagnosi: simpatia nevrotica con un nemico (67); scartando il "nevrotica", una buona diagnosi.

Probabilmente è, anche, quell'attaccamento a fare di Annita Santemarroni una combattente, che nel faccia a faccia con i tedeschi non si fa piccola, non si arrende, li sfida in nome di principi che proclama superiori. È il segno di una soggettività tenace, della capacità di fronteggiare la paura che è all'origine di tanti atti mancati, dell'autonomia di giudizio, forse della fede nella resurrezione, forse di una scelta antifascista. Non c'è materia per uno scioglimento narrativo. Per una riflessione sì.

Racconti

In glorioso contrasto con i criminali e i complici, i salvatori di ogni epoca hanno raccontato poco e spiegato poco: "era normale", "era la situazione", "cos'altro potevo fare?". Forse perché non avevano avuto bisogno di meditare "a lungo su problemi complicati - il minor male, la lealtà al proprio paese o la fedeltà al proprio giuramento"; gli era bastata la consapevolezza "che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo" e tollerati dalla maggioranza (68). Forse perché sentivano che queste cose si capiscono oppure no, e se no, non c'è molto da dire.

Anche chi ha protetto gli sbandati e gli ex prigionieri ha raccontato poco, e quel poco spesso ci arriva filtrato dai ricordi di parenti e amici, dal linguaggio dei verbali di interrogatorio, soprattutto dalle dichiarazioni-rievocazioni dei prigionieri, a oggi la fonte più ricca. Difficile applicare a questi materiali, a volte flash e squarci, il consueto lavoro sui testi di memoria, l'analisi delle tensioni fra vita e racconto, la ricerca delle tradizioni discorsive, dei simboli popolari e religiosi, dei messaggi politici attivati nelle parole dei protagonisti.

Categorie come "personalità altruistica" o "personalità autoritaria" sono rimaste scatole vuote; etichette seducenti come umanitarismo offrono spiegazioni che vanno a loro volta spiegate.

In un generoso tentativo di dare valore ai salvataggi, Salvemini ha scritto che sarebbe sbagliato non riconoscerne il significato politico. Vero. E aggiunge: "Quella umanità fu sempre umanità 'in senso unicò. I nostri contadini furono umani con quei nostri che avevano bisogno del loro aiuto per fare la guerra partigiana; e furono umani anche coi tedeschi e coi fascisti, ma dopo che erano stati vinti e domandavano pietà [...]. Nello scegliere chi dovevano aiutare, seguirono sempre una linea, che non deviò mai" (69).

Ma quella linea non necessariamente è la stessa per tutti. Come hanno raccontato tre ex ragazzine di Alpignano, un paese della cintura torinese, una operaia, l'altra aiutotipografa, la più piccola ancora a casa: "C'era una signorina, Miliota, che quando ha saputo dell'uccisione di un tedesco è partita da casa sua, è andata dalla falegnameria e ha chiesto la cassa da morto, si è portata il lenzuolo, ha messo la paglia, il lenzuolo, ha messo 'sto tedesco dentro, l'ha lavato, l'ha pulito. Un'altra volta, quando hanno ammazzato 'sti due poveretti, partigiani, è andata a chiedere chi avesse fiori per aggiustarli, uno aveva un buco qui, la testa mezza staccata, lei ha fatto una corona di fiori perché non si vedesse...!

Brava, brava, brava!".

"Quella era veramente una donna!".

"Lei lo faceva per tutti" (70).

Forse, in polemica con l'azione semplificatrice della guerra civile, in cui è facile che l'individuo sia schiacciato sulla sua appartenenza, Miliota aveva trasferito la semplificazione all'estremo opposto: tutti e ciascuno sono innanzi tutto uomini. Forse, metà mater dolorosa, metà fata benefica, metteva in scena qualcosa che dalla politica prescinde totalmente. Per lei non è necessario che sia sconfitto l'esercito tedesco, le basta la sconfitta definitiva della morte.

Ma prima di appellarsi a qualcosa di inusitatamente profondo, è meglio fare un passo a lato. Anche in questi casi, non spetta alla storia guardare come le persone erano fatte dentro.

"Siamo dell'avviso"

L'aiuto ai prigionieri non ha avuto fortuna. Dopo la liberazione, molti militari alleati cominciano a fare pressione sulle autorità inglesi e americane perché si renda giustizia ai loro soccorritori. Gli ufficiali della Allied Screening Commission, incaricati di verificare le dichiarazioni per poi conferire i certificati Alexander e un parziale rimborso delle spese sostenute per assistere i prigionieri, lavorano scrupolosamente, organizzano visite in loco, scoprono che non tutti hanno risposto ai bandi che invitavano a fare domanda di riconoscimento; per alcuni è stato un caso, per altri una questione di principio: la compassione non si paga, e neppure l'aiuto offerto per scelta politica.

Alla fine la Commissione raccomanda che a centinaia di italiani vengano assegnate medaglie ed altre onorificenze al valore e/o alla dedizione (71).

Ma mentre gli Stati Uniti danno corso alle proposte, i 443 riconoscimenti britannici non andranno mai a buon fine, neppure quelli relativi a fascicoli segnati con la lettera "D", per indicare che riguardano famiglie in cui l'"assistente" è morto a causa dell'aiuto dato: "Siamo dell'avviso - dichiara il Foreign Office - che uno scambio di onorificenze individuali con l'Italia costituirebbe senza dubbio un'offesa alle famiglie di questo paese che hanno subito la perdita di un congiunto per mano italiana" (72). La grande storia sembra inchinarsi ai sentimenti.

Non a quelli degli ex prigionieri, però. "Mi vergogno - scrive un soldato sudafricano - a pensare che la famiglia che ha protetto Gunner Young e me per 12 mesi e mezzo mentre i tedeschi occupavano quella zona, sia ricompensata con una somma ridicola. Ci hanno dato asilo, da dormire, cure mediche, attenzione, speranza, un senso di sicurezza, tutto questo a rischio della loro vita. Gemma fu duramente picchiata [...], ma ha avuto il coraggio di prendersi cura di noi come fossimo suoi figli e ci ha dato l'amore di una madre". Si sentono umiliati anche i soccorritori, cui si è chiesto di dichiarare le spese fatte per poi ricompensarli con un'elemosina.

"Mio marito da solo è stato capace di salvare un centinaio di prigionieri, voi non siete capaci di aiutare la sua famiglia", dirà la vedova del pastore Michele Del Greco di Aversa, cui quel salvataggio è costato la vita (73).

Uno sguardo lento

La storiografia italiana non è stata più manchevole di quelle europee - eccetto la Germania, tutti i paesi fondano la loro identità post-bellica sulla figura del giovane maschio combattente. Da noi la cecità appare più marcata perché i salvataggi hanno avuto in alcune occasioni un carattere di massa. Ma va anche detto che non era facile collocarli. I reticoli informali, fulcro di tante iniziative, sfuggivano alle categorie della politica, monopolisticamente identificata nei partiti e nelle loro organizzazioni collaterali. Ecco perché la resistenza civile italiana sembra particolarmente discontinua, meno strutturata, meno "politica" di quanto non sia in Francia, in Olanda, soprattutto in Danimarca (74), e perché viene a lungo ricompresa nella categoria seducente quanto vaga di spontaneità.

Non solo: le due componenti di massa, donne e contadini, intersecano le categorie di classe, ceto, popolo, senza rientrare pienamente in nessuna, e non senza innescare diffidenze. Sopravviveva lo stereotipo dell'incompatibilità femminile con la politica, che pur fluttuando da un'epoca all'altra e da una cultura all'altra, può riprodursi anche in presenza di cambiamenti nelle immagini di femminilità e mascolinità. Ai contadini, specie ai piccoli proprietari, si imputavano misoneismo, attaccamento al particolare, bigottismo, spirito conservatore (75). I "buoni" erano i mezzadri e i braccianti - ma nel paese veneto di Lison, l'unica famiglia che si espone è di piccoli proprietari, perché "la maggior parte erano mezzadre e temevano che se il padrone fosse venuto a conoscenza di quello che facevano, li avrebbe buttati in strada" (76).

Più che malevolo, lo sguardo della storiografia è stato, salvo splendide eccezioni, molto lento a distinguere. Rimpiccioliti da categorie modellate sulla città e sulla classe operaia, misurati sulla dicotomia tutta politica fascismo-antifascismo, casi lampanti di auto-organizzazione venivano scambiati per un assemblaggio di buone volontà indistinte, grandi exploit rimanevano fuori dalle narrazioni maggioritarie - sia nella versione comunista, che ipotizzava una improbabile generale maturazione antifascista, sia in quella azionista delle due Italie, una incarnata dai "troppi savi" votati in esclusiva a proteggere se stessi, l'altra dai "pochi pazzi" disposti a sacrificarsi per l'onore comune. Troppo numerosi i soccorritori e le soccorritrici, e troppo lontani dal modello dell'avanguardia per essere accolti nella cerchia dei pochi pazzi. In fondo per donne e contadini non c'era un posto di rilievo neppure nella cultura egemonica cattolico-democristiana, che pur valorizzando l'azione inerme e la pietas, si è impegnata a lungo più nel rivendicarne l'esclusiva che nel ricercarne le singole espressioni.

Meritevole fantasma, la manager del salvataggio e esperta di pubbliche relazioni Rosa S. stava in un altro intreccio narrativo, nè poteva rientrare in quello mainstream come cittadina, una categoria allora di scarso pregio, imputata di scavalcare sia le distinzioni di classe sia la legge di dio.

Eppure quella di Rosa S. non è una vicenda privata: cambiare status a un individuo, da militare trasformarlo in civile, attiene al giuridico allo stesso modo del suo precedente inverso, che ha trasformato il civile in militare. Se per rivestire i suoi sbandati avesse svaligiato armi in pugno un magazzino di abbigliamento, forse sarebbe entrata nell'agiografia resistenziale. E con lei Annita Santemarroni, se solo avesse afferrato un mitragliatore, come la protagonista del premiatissimo romanzo-simbolo della resistenza femminile, L'Agnese va a morire (77).

Al di là delle contingenze locali e temporali, lo spartiacque passava ancora e sempre dall'aver portato o no le armi.

Ne nasceva una pratica dei due pesi e due misure, di cui si ha buon gioco a mostrare l'ingiustizia. Tanti e tante hanno motivazioni politiche vaghe, o nessuna? È lo stesso fra i partigiani; come scrive Claudio Pavone, si sale in montagna per motivi i più diversi - dall'antifascismo al senso di ribellione ai soprusi, dall'odio di classe all'istinto di autodifesa allo spirito di avventura. E, fattore spesso decisivo, per sottrarsi ai bandi di Salò (78). L'universo dei soccorritori è un coacervo di diversità? È così anche per i partigiani, ma in questo caso è apprezzato come attestazione del nuovo carattere popolare e nazionale della lotta. Che tanto nuovo non è, se il certificato di appartenenza al movimento passa dall'aver sostenuto almeno tre scontri a fuoco.

Vanno in controtendenza (ma a lungo sono costrette in una sorta di enclave), le ricerche promosse in area nonviolenta.

Solo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta una costellazione di fattori, dal nuovo interesse per la storia sociale, alla crescita degli studi dell'area nonviolenta e delle donne, dallo sgretolamento di alcuni tabù politici e storiografici innescato dalla fine della guerra fredda, all'uscita del saggio Una guerra civile di Claudio Pavone, portano a maturazione un nuovo sguardo. Esce il libro capitale dello storico britannico Roger Absalom, ex ufficiale reduce dalla guerra negli Appennini, che dopo aver setacciato gli archivi inglesi e americani, percorso le campagne italiane intervistando i soccorritori e i loro parenti, ascoltato ex prigionieri, costruisce un quadro originalissimo di quel mondo e di quegli anni. Storiche in stretto legame con il femminismo lavorano su guerra e resistenza delle donne. Anche se nella formulazione originaria è riservato alle iniziative tendenzialmente di massa e organizzate, il concetto di resistenza civile apre un'infinità di strade. Partigiane e partigiani hanno sostenuto le ricerche. Si pubblicano molte storie locali, fonte preziosissima di notizie e riflessioni.

Oggi sembra acquisito che le lotte inermi siano piena parte di una narrazione realistica della resistenza, mentre gli stereotipi hanno assunto l'aria datata dei reperti storici. Ma anche le nuove configurazioni sono fluttuanti, e vanno riaffermate a scanso di ritorni all'indietro. In compenso hanno qualche alleato imprevisto.

Ricordare insieme

L'affetto nato negli anni o mesi della vita comune è spesso rimasto vivo. Parecchi ex militari sono tornati in Italia per le vacanze e per far conoscere le loro due famiglie, alcuni ci sono rimasti definitivamente, contribuendo al popolamento angloamericano, specie in Toscana.

Negli ultimi due decenni, probabilmente in coincidenza con l'età della pensione e la nuova libertà di seguire i propri desideri, i fili di memoria che legano gli ex prigionieri e i soccorritori (più spesso i loro figli, nipoti, amici) si sono rafforzati. Cercando sulla Rete, si scopre che nel 1989 in Gran Bretagna un gruppo di veterani ha fondato il Monte San Martino Trust per onorare il coraggio e la generosità degli "ordinary Italian people who aided thousands of escaping Allied PoWs", e per offrire borse di studio per la lingua inglese agli studenti del posto. Si sono organizzati i Liberty trails, marce attraverso i luoghi dell'ospitalità e della fuga, che fanno tappa nei municipi e nelle piazze accolte da grandi festeggiamenti, con i discorsi del sindaco, la banda musicale, le scuole, i giornali e tv locali; in chiusura si consegnano le medaglie un tempo negate dal governo inglese. Il figlio di un reduce ha scoperto grazie a internet i nomi dei partigiani romani Silvia e Eugenio Elfer, che avevano accompagnato il padre verso le linee alleate a costo della vita (79): la prossima stazione del suo viaggio intorno al padre - scrive - sarà alla sezione ebraica del cimitero del Verano dove sono sepolti i due fratelli.

Memoria glocal, galà dei buoni sentimenti? Quel che è certo è che in queste rievocazioni dove si sta insieme per ricordare insieme, il termine "campo d'onore" prende un significato in cui gli "antipatriottici" soldati della grande guerra si sarebbero riconosciuti.



Note

1. Sugli aspetti "punitivi" della pace di Versailles - secondo molti studiosi una concausa della guerra - Niall Ferguson sostiene invece che il problema a proposito della pace non era il fatto che fosse troppo dura, ma che gli Alleati non riuscirono a farla rispettare, cfr. La verità taciuta. La Prima guerra mondiale: il più grande errore della storia moderna, Corbaccio, Milano 2002, cap. "Come (non) pagare per la guerra", pp. 511-550.

2. La Francia stringe un patto di non aggressione con la Germania, e la Gran Bretagna si impegna a dirimere qualsiasi controversia attraverso negoziati.

3. La guerra è già in atto in Oriente, dove il Giappone sta espugnando le regioni della Cina più ricche e modernizzate.

4. In nome dei criteri "eugenetici" e "razziali", si classificano i corpi a partire dal loro statuto demografico positivo o negativo, fino a dividere gli individui fra degni di vivere (gli "ariani") e indegni: i riottosi, gli "imperfetti", gli oppositori, gli zingari e, prima di ogni altro, gli ebrei.

5. In Francia, Belgio e Paesi Bassi, nella primavera-estate '43 si arriva alla più ampia lotta di fabbrica e di strada nella storia dell'occupazione nazista.

6. La messa a punto di questo concetto si deve a Jacques Semelin, nel suo importantissimo Senz'armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in Europa. 1939-1943, trad. it., Sonda, Torino 1993.

7. Tra febbraio e marzo 1943, migliaia di donne "ariane" protestano a Berlino in manifestazioni nonviolente contro la deportazione dei loro mariti ebrei, e riescono a farli liberare: il regime ha la fobia delle reazioni interne; cfr. Nathan Stoltzfus, Resistance of the Heart: Intermarriage and the Rosenstrasse Protest in Nazi Germany, Norton, London-New York 1996.

8. Gandhi, in "Harijan", June 26, 1940, citato in M. K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, trad. it., a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1973 (ora 2006), p. 240.

9. Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1986, p. 23.

10. Cfr. Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 69-70.

11. Eric Newby, Amore e guerra negli Appennini, trad. it., il Mulino, Bologna 1995, p. 57.

12. Giuseppe Ferrandi, Una ricerca sulla "resistenza civile" in Trentino, in Giorgio Giannini (a cura di), La lotta non armata nella resistenza, Centro studi difesa civile, Quaderno n.1, Roma 1994 (in realtà 1995).

13. L'informazione mi è stata data della partigiana piemontese Lucia Testori.

14. Ernesto Galli Della Loggia, Una guerra "femminile"? Ipotesi sul mutamento dell'ideologia e dell'immaginario occidentali tra il 1939 e il 1945, in Anna Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 3-28, che rende onore alla mobilità, visibilità, politicizzazione delle donne in questi anni, e nel confronto fra prima e seconda guerra mondiale, mostra che anche gli eventi sono interpretabili attraverso il genere sessuale.

15. Meneghello, I piccoli maestri cit., p.27.

16. Così Carlo Rameri, in Daniele Borioli e Roberto Botta, I giorni della montagna. Otto saggi sui partigiani della Pinan Cichero, WR Ediprint, Alessandria 1990, p. 80.

17. L'espressione è della figlia Chiara S., il cui racconto è in Bravo e Bruzzone, In guerra senza armi cit., al capitolo "Madri", dove compaiono anche le due successive citazioni.

18. Il racconto è in Alida Soldani e Silvia Vugliano (a cura di), Donne valorose. Raccolta di testimonianze del passaggio del fronte, Associazione Quinquatrus, Castelnuovo Berardenga 2011, p. 20.

19. Racconto di Maria Teresa Regard, in Simona Lunadei (a cura di), Donne a Roma 1943-1944. Memorie di una indomabile cura per la vita, Cooperativa Libera Stampa, Roma 1996, pp. 43 e 44. Nel 1990, per iniziativa di alcune partigiane romani, viene apposta una lapide a Porta San Paolo per ricordare Domenica Cecchinelli e altre 27 donne uccise durante la difesa di Roma.

20. Secondo l'ultima statistica attendibile, raccolta dal War Office britannico a metà agosto 1943. Tutti i dati quantitativi sono in Roger Absalom, A Strange Alliance. Aspects of Escape and Survival in Italy 1943-45, Olschki, Firenze 1991.

21. 42.194 gli inglesi, 26.126 i sudafricani, 2.000 i francesi, 1.310 gli americani, 49 relativi ad "altri alleati europei", 1.689 i greci, 6.153 gli jugoslavi, 12 i russi.

22. Una clausola dell'armistizio imponeva al comando italiano di liberare tutti i prigionieri e impedire, se necessario con le armi, che ricadessero nelle mani tedesche e fasciste; ma un esercito allo sbando non era in grado neppure di difendere se stesso.

23. Nell'amplissima letteratura sulla prigionia, abbondano termini come limbo e morte civile, a indicare la separazione radicale da quel che si era; molti si definiscono nullità, derelitti, branco, schiavi. Questi stati d'animo ricorrono da un continente all'altro, da una guerra all'altra, come ricorrono ansie violente all'idea di qualsiasi cambiamento e fantasie di abbandono tipiche di chi è recluso.

24. Al Nord, nella primavera del 1943, molti campi erano stati suddivisi in piccoli sottocampi, contenenti tra cinquanta e duecento prigionieri che si erano dichiarati disponibili a lavorare, in genere in campagna, compensati da un rancio migliore e da un assaggio di vita "normale".

25. Il 22 novembre, 2.000 prigionieri avevano passato le linee raggiungendo il Sud ed altri 2.000 erano riusciti a spingersi in Svizzera: gli alleati agivano soprattutto con le missioni dell'IS9 e di altre organizzazioni, la resistenza aveva messo in piedi al Nord, già a partire dal 20 settembre 1943, l'Ufficio assistenza prigionieri di guerra alleati. Cfr. Absalom, A Strange Alliance cit., cap III.

26. Roger Absalom, L'assistenza agli ex prigionieri alleati in Piemonte. Una storia "scritta sull'acqua"?, in "L'impegno", XI, 2, agosto 1991.

27. Salvatore Satta, De profundis, Adelphi, Milano 1980, p. 69.

28. Absalom, A Strange Alliance cit., p. 225.

29. Seguirà a breve un analogo decreto tedesco.

30. Quaderno dell'Istituto Alcide Cervi dedicato alla madre Genoeffa Cocconi, 2004, racconto di Maria Cervi, pp. 59 e sgg.

31. Vedi la storia di quei mesi nel classico Iris Origo, Guerra in Val d'Orcia, Bompiani, Milano 1986, pp. 76 e sgg.

32. Racconto di Lina Gerolin, di Pravisdomini Mosto nel Veneto Orientale, in Lucia Antonel, I silenzi della guerra: prigionieri di guerra alleati e contadini nel Veneto Orientale: 1943-1945, Nuova Dimensione Edizioni, Portogruaro 1995, p. 65.

33. In un discorso al Teatro Adriano a Roma, in occasione della Allied Screening Commission Ceremony, citato in Absalom, A Strange Alliance cit., p. 11.

34. Ma ci sono casi di eccidi di prigionieri, cfr. per esempio a Nozzano vicino a Pisa, dove sono portati in campagna e mitragliati, vedi Anna Calloni, La memoria, in Alessandra Peretti e Stefano Sodi (a cura di), La popolazione civile, le istituzioni ecclesiastiche, il clero a Pisa durante la II guerra mondiale, Quaderni del Centro per la didattica della Storia, 11, 2006, p. 88.

35. In Arrigo Benedetti, In montagna con gli inglesi, in Italia e Gran Bretagna nella lotta di Liberazione, Atti del convegno tenuto a Bagni di Lucca nel 1976, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 46.

36. È una delle tesi più forti e convincenti di A Strange Alliance cit.

37. Eric Newby, Amore e guerra negli Appennini cit., passim.

38. Racconto di Abramo Marzialetti, in Filippo Ieranò, Antigone nella valle del Tenna, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, 44, agosto 2002, p. 106.

39. Racconto di Lina Gerolin in Antonel, I silenzi della guerra cit., p. 65.

40. Absalom, A Strange Alliance cit., p. 136.

41. Racconto di Neno Brugnolini, in Ieranò, Antigone cit., p. 70.

42. Newby, Amore e guerra cit., pp. 205 e sgg.

43. Racconto di Diva Papiri, in Ieranò, Antigone cit., p. 57.

44. Absalom, A Strange Alliance cit. p. 108.

45. Soldani e Vugliano (a cura di), Donne valorose cit., p. 3. Temi simili in Angela Spinelli, Le comunità contadine nel Pratese nella lotta di liberazione e nell'assistenza ai prigionieri evasi britannici, 1943-1945, in "Argomenti storici", VIII, 1981.

46. In ASC, Claim Folder 9631, del 13 settembre 1944, al nominativo di Annita Santemarroni; lettera di J.W. Leys e appunti del Foreign Office in ASC Correspondence File 7-5. In Absalom, A Strange Alliance cit., p. 275.

47. Pierantonio Gios, Dal soccorso ai prigionieri inglesi ai campi di sterminio tedeschi, Associazione Volontari della Libertà, Padova 1987.

48. Soldani e Vugliano (a cura di), Donne valorose cit., pp. 3-4.

49. Absalom, A Strange Alliance cit., p. 269.

50. Elios Andreini e Saturno Carnoli, Camicie nere di Ravenna e Romagna tra oblio e castigo, Edizioni Artestampa, Ravenna 2006, p. 227; Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 116-117.

51. Sulle interpretazioni e sulle incarnazioni del concetto di prossimo, cfr. Adriano Sofri, Chi è il mio prossimo, Sellerio, Palermo 2007.

52. Paul Fussel, Wartime: Understanding and Behavior in the Second World War, Oxford University Press, Oxford-New York 1989, dedica al tema un capitolo, "School of the Soldier", pp. 52-65; nella seconda guerra mondiale l'età minima, fatta eccezione per la Germania, è simile a quella della grande guerra, ma è nuova la preponderanza numerica di ragazzi che dovrebbero ancora andare a scuola.

53. Racconto di Enrico Marziali, in Ieranò, Antigone cit., p. 53.

54. Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 127-128.

55. Vedi l'analisi di Alberto Maria Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, Roma-Bari 2011.

56. L'episodio, come quello successivo, è in Absalom, A Strange Alliance cit., p. 138.

57. Antonel, I silenzi della guerra cit., pp. 68-69.

58. Enrico Marziali in Ieranò, Antigone cit., p. 52.

59. Ernest Hemingway, Addio alle armi, trad. it., Mondadori, Milano 2010, p. 198.

60. Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, trad. it., il Mulino, Bologna 1984, p. 111.

61. Hannah Arendt, La responsabilità personale sotto la dittatura, trad. it., in "Micromega", 4, 1991. Ormai c'è ampio consenso sull'impossibilità di ricondurre a un tipo sociale e umano i protettori degli ebrei, da Giorgio Perlasca, commerciante, ex volontario franchista nella guerra di Spagna, alla giovane milanese Liuba Bandini, moglie del profugo dall'Ucraina Giorgio Scerbanenco, che per venti mesi tiene nascosti in casa i coniugi Campelung, da Raoul Wallemberg, aristocratico svedese, a Oskar Schindler, affarista amante del lusso, a Andrè Trocmè, pastore protestante e guida spirituale del villaggio di Chambon-sur-Lignon, dove molte famiglie vivono nascoste per quattro anni.

62. Citato da Gaetano Salvemini, Partigiani e fuoriusciti, in "Il Mondo", 6 dicembre 1952, ripubblicato in "Una città", 172, marzo 2010.

63. Adrienne Rich, Nato di donna, trad. it., Garzanti, Milano 1977.

64. Salvemini, Partigiani e fuoriusciti cit.

65. Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, trad. it., Einaudi, Torino 2003, pp. 49 e 54. Sulla sua posizione vedi Simona Forti, I nuovi demoni, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 249 e sgg.

66. Così Enrico Marziali, in Ieranò, Antigone cit., p. 50.

67. Cfr. Eric J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1985, p. 144, che riporta molti casi simili negli ospedali militari tedeschi.

68. Arendt, Alcune questioni cit., pp. 35-36.

69. Salvemini, Partigiani e fuoriusciti cit.

70. Intervista di Anita Oleari, Maria Bosio e Angiolina Ariusso, in Bravo e Bruzzone, In guerra cit., pp. 193-194.

71. Absalom, L'assistenza agli ex prigionieri alleati in Piemonte cit.

72. Roger Absalom, Hiding History: The Allies, The Resistance and the Others in Occupied Italy 1943-1945, in "The Historical Journal", 38, 1 (March 1995), p. 129.

73. La citazione e quella precedente sono in Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 225-226 e 47.

74. Semelin (Senz'armi di fronte a Hitler cit.) non fa quasi cenno agli italiani.

75. Molti vedevano una conferma agli stereotipi nelle scelte elettorali moderate di donne e contadini.

76. Lina Gerolin, in Antonel, I silenzi della guerra cit., p. 67.

77. Renata Viganò, L'Agnese va a morire, Einaudi, Torino 1949.

78. Claudio Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 31.

79. Silvia, che morirà all'ospedale di una unità americana in seguito ai colpi di "fuoco amico", è citata in Michele Sarfatti, Ebrei e partigiani. Una storia da scrivere, in "L'Unità", 13 gennaio 2008; e in Micaela Procaccia, Italy, in Jewish Women 2000 a cura di Helen Epstein, Hadassah Research Institute on Jewish Women, Brandeis University, Waltham, MA 1999 (policyarchive.org), dove però non si fa cenno al salvataggio del prigioniero.

Pubblicato sulla newsletter del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani del 18-19 dicembre 2019

 


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