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2020, come sono gli orizzonti? 5 note sul paradossale tempo politico latinoamericano PDF Stampa E-mail
Scritto da Emiliano Teran Mantovani   
Martedì 25 Febbraio 2020 11:46

Emiliano Teran Mantovani è un commentatore politico venezuelano il cui sguardo acuto va oltre le vicende interne del proprio paese per coprire l’intera America Latina. Sono molte le analisi che in questi giorni si possono leggere sulle movimentate vicende di quell’area geografica, ma la maggior parte di esse muovono da cliché politici convenzionali e fanno previsioni in base ad essi. Ma così non è detto che sarà, e questa analisi di Mantovani sembra fornire scorci interessanti su una situazione che presenta importanti fatti inediti.

Incidentalmente, il quotidiano messicano La Jornada del 19 febbraio informa che alla verifica periodica degli iscritti ai partiti, eseguita dall’Istituto Nazionale Elettorale, prevista per legge per confermarne di poter operare come partito, risultano complessivamente perduti 9,2 milioni di iscritti e il PAN, il partito dell’ultimo presidente prima di AMLO, è riuscito a mantenere il diritto alla registrazione solo per poco più di 500 iscritti rispetto al numero minimo previsto. Il Messico può costituire un’eccezione legata al fenomeno populista di AMLO (il cui partito, MORENA, Movimento di Rigenerazione Nazionale, per la cronaca, vede una dura e conflittuale competizione per la leadership interna e nonostante il successo elettorale ultimo e il favore popolare riscosso risulta anch’esso aver perduto un 12% di militanti), ma il fenomeno dello scavalcamento dei corpi intermedi (partiti e sindacati) da parte dei movimenti in lotta è evidente anche altrove, in particolare in Colombia, Ecuador e Cile.

Non siamo in grado di fornire l’intera traduzione del testo di Mantovani (almeno al momento: qualcuno può aiutare?) ma solo una sintesi che può sollecitare gli ispanoparlanti a leggere il testo originale. In corsivo i brani originali dal testo. I tagli fatti sono molti e certamente impoveriscono il testo, ma non mi era possibile fare meglio. I neretti sono miei. E scusate la traduzione frettolosa. AZ

* Emiliano Teran Mantovani è sociologo e membro dell’Osservatorio di Ecologia Politica del Venezuela

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L’originale premette una breve sintesi che traduciamo per intero: Dopo il declino del periodo progressista il 2020 mostra per l’America Latina l’evoluzione di un nuovo tempo politico convulso e minaccioso. E questo tempo particolare è il meno vicino a un tempo lineare e prevedibile. È un cambiamento, un tempo strano, amorfo, frammentato, volatile. E anche paradossale, perché contemporaneamente a questa straordinaria crisi che viviamo, sbocciano nuove soggettività, solidarietà, pulsioni di vita e di emancipazione, nuovi modi di fare politica. Proponiamo cinque note preliminari che, senza pretesa di completezza o prescrizione, cercano di riassumere il cruciale dibattito latinoamericano.

Il quinquennio che va concludendosi in questo 2020 in America latina mostra, dopo il declino del periodo progressista, l’evoluzione di un nuovo tempo politico convulso e minaccioso. Tempo in cui si vedono acutizzarsi le contraddizioni sociali, economiche, politiche, geopolitiche, territoriali e ambientali, Chi non è stato colpito, in un modo o nell’altro, nel corso del 2019? Non siamo di fronte solo alla tormenta; sono state mosse le placche tettoniche. Su scala globale tutto trema sotto i nostri piedi. E continuerà a succedere. Gli inizi del 2020, con fatti come gli incendi in Australia o i confronti bellicosi in Iran, mostrano come ci stiamo muovendo fra punti di cambiamento e eventi limite.

Ma questo tempo particolare è il meno vicino a un tempo lineare e prevedibile. In cambio è un tempo strano, amorfo, frammentato, volatile. E anche paradossale, perché contemporaneamente a questa strana crisi nascono nuove soggettività, nuove solidarietà, nuove pulsioni di vita e di emancipazione, nuovi modi di fare politica, Quello che è stato interpretato come un tempo ‘distopico’ è in realtà un tempo profondamente paradossale.

Riemerge continuamente la domanda: cosa abbiamo imparato dalla recente esperienza progressista? Sono riflessioni necessarie, vitali. Il frenetico cambiamento d’epoca (che) ci sovrasta il cammino ci impone anche di cercar di capire cos’è che sta accadendo oggi; verso quali scenari ci stiamo dirigendo; quali sono le minacce che ci troviamo di fronte, e di quali potenzialità e possibilità disponiamo.

Proponiamo alcune riflessioni relative al tempo presente in America Latina, che in realtà sono parziali, preliminari, sperimentali e in qualche modo frammentate,. Tentano di aggiungersi al dibattito, senza alcuna pretesa di completezza o di precettualità. Sono cinque annotazioni che cercano appena di situarci, e che si uniscono a una catena di voci, pensieri e sensazioni che navigano in questo fiume ‘nostramericano’.

1 – Il nuovo tempo politico: instabilità e neoliberismo di terza generazione

Alcuni in questi ultimi mesi/anni hanno annunziato quello che sarebbe il ri-nascere di un ‘nuovo ciclo’ o ‘nuova ondata’ progressista (… AMLO in Messico e Fernández in Argentina, assieme a altre figure politico-partitarie emergenti in altri paesi), altri invece hanno pronosticato l’arrivo di una ondata distruttiva delle destre che imporrebbe una prolungata sconfitta ai progressismi e restaurerebbe il vecchio ordine precedente.

Tuttavia, il nuovo tempo latinoamericano non sembra posizionarsi su una matrice ideologica predominante, su una discorsività e simbologia egemonica, o su una correlazione di forze consolidata. Quello che sembra caratterizzare questo tempo è l’alta instabilità e l’ibridazione. […] che ci consente di pensare ad almeno tre aspetti:

  1. che la politica è divenuta molto più contingente, e che questo è in relazione con diversi fattori materiali e simbolici che sono in profonda crisi […];

  2. che, in questo senso, i fattori che producono conflittualità salgono al massimo esasperando la situazione attuale; e

  3. che l’esaurimento, il discredito e l’insostenibilità dei progetti politici che sono stati dominanti stanno facendo prevalere un pragmatismo […] che scolorisce ancor più la differenza binaria sinistra/destra e progressismo/neoliberismo. Questo dà la preminenza a una politica di breve termine, del fatto, dello strumentale. […]

Il tempo ibrido e instabile che viviamo pertanto è un tempo di enorme incertezza, atomizzante, accidentato, di effetto domino. Ma non per questo le forme politiche dominanti si evaporano. Cambiano, si camuffano, si fusionano. Il progressismo non scompare bensì riappare con la forma che è propria del tempo che stiamo vivendo. Mentre Alberto Fernández (l’attuale presidente argentino, ndt) nel 2019 affermava di stare inaugurando il filone del “liberismo progressista peronista”, il Foro di San Paolo si ‘decaffeinizza’ e più che parlare della rivoluzione, oggi rivendica nel suo linguaggio cose come la “Prosperità” (termine appartenente più ai liberisti e neoliberisti).

Ma la stessa cosa accade al neoliberismo. […] Pertanto quest’ultimo potrebbe stare configurandosi come un neoliberismo di terza generazione:

  • se dagli anni 80 e 90 (prima generazione) si è riusciti a imporre la ricetta ortodossa del cosiddetto ‘Consenso di Washington’, che ha causato grandi esplosioni sociali e cadute di governi;

  • se dalla decade del 2000 si apre la strada a quello che è stato definito ‘neoliberismo mutante’ (seconda generazione), che presenta invece un modo eterodosso, ibrido, più versatile e flessibile di realizzare le proprie politiche, combinando ad esempio corporativizzazione, de-regolamentazione o finanziarizzazione assieme a forme di intervento statale, ad alcuni meccanismi di redistribuzione sociale degli eccedenti ed a forme di inclusione culturale;

  • attualmente, di fronte all’acutizzazione delle tensioni e contraddizioni sociali, politiche e geopolitiche dell’epoca e dell’alto livello di contestazione causato da questo modello capitalista contemporaneo, si sta verificando un certo esaurimento dei meccanismi di potere di imposizione/egemonia neoliberale, cosa che ci colloca di fronte alla potenziale conformazione di un neoliberismo estremo che, senza rinunziare alle sue logiche privatistiche, mercatistiche, deregolarizzanti e corporativiste, ricorre a modelli di un molto maggiore livello e intensità di violenza organizzata e sistemica. In questo senso resta l’interrogativo se la restaurazione e il mantenimento del tasso di reddito capitalista, l’appropriazione delle risorse strategiche e il controllo dei mercati neoliberisti si renderebbe possibile al prezzo dell’instaurazione di un regime di guerra permanente.

2. Regimi di governabilità e di malcontento sociale: polarizzazione fra lo stato di eccezione e la rivolta?

L’esaurimento di alcuni meccanismi tradizionali di mediazione (stato del benessere e intense politiche assistenziali, sistemi di partiti e istituzioni elettorali, quadri giuridici di diritti civili), o a causa dell’erosione della loro legittimità o perché rappresentano un ostacolo di fronte alla necessità del capitale di un mutamento radicale, ha aperto canali importanti a espressioni più estreme per risolvere i problemi politici: esplosioni sociali, parapolitica e crimine organizzato, migrazioni di massa, militarizzazioni della società, stati di guerra e sospensione di fatto di diritti.

Oltre a pulsioni di libertà e ribellione, le rivolte e mobilitazioni sociali di massa del 2019 in A.L. sono anche il sintomo di questo e le varie contraddizioni descritte in questo articolo vengono portate al punto di ebollizione. Sono a fior di pelle, all’angolo della strada e possono emergere in qualsiasi luogo e in ogni momento, anche nei meno pensati (come è accaduto in Cile e in Colombia). Sono congiunturali, certo, ma legati a questo fatto, e sono anche costitutive di questo particolare tempo politico.

L’altra faccia (delle ribellioni) è resa evidente dallo sviluppo di uno scenario di “situazione straordinaria” o di “emergenza”, che serve da supporto al rendere normali e stabilizzare regimi di eccezione nella regione. Da molti anni, sia nei governi conservatori che in quelli progressisti (da quello di Bolsonaro in Brasile, passando per quello di Lenin Moreno in Ecuador, a quello di Nicolás Maduro in Venezuela), hanno iniziato a moltiplicarsi le normative di emergenza e nuove dottrine di sicurezza nazionale, dove prevalgono i criteri di efficienza politica a detrimento dello stato formale di diritti sociali consacrati; aumento drammatico della militarizzazione della vita, come pure narrazioni bellicose alludendo alla lotta contro il “nemico pubblico” (o qualunque altra categoria che rende tipiche “minaccie”, come quella del “terrorista”). […]

3. La situazione insurrezionale del nuovo tempo: malessere, disobbedienza e nuove soggettività

All’interno delle diverse modalità, motivazioni e intensità delle mobilitazioni di massa latinoamericane del 2019, possiamo individuare su scala regionale alcuni elementi comuni, che sono anche risposta all’avanzata dei processi di neoliberalizzazione e conservatorismo (propri di governi sia di destra che di sinistra) in questo nuovo tempo politico.

Una sensazione condivisa nelle proteste è quella di una profonda intollerabilità delle politiche neoliberiste che impoveriscono, di una corruzione assolutamente generalizzata, dell’impossibilità di costruire un futuro per i giovani, di governi e elite difficili da sostituire, delle enormi difficoltà di vedere concretizzato un cambiamento sociale. Ed è una intollerabilità non solo congiunturale, ma di lungo periodo.

Da queste mobilitazioni inoltre sorgono e/o si evidenziano nuovi codici della politica e nuove soggettività, che in molti casi non corrispondono né necessariamente si collegano con le narrazioni e le organizzazioni tradizionali delle sinistre, ma che rivelano ugualmente una interessante e particolare dimensione politica di insubordinazione, contagiosità sociale e disponibilità al cambiamento (oltre a altri modi di organizzare, guardare e sentire la politica).

Queste nuove soggettività sono presenti in maggior misura nei gruppi di giovani (alcuni molto giovani); scavalcano le convocazioni dei gruppi di sinistra tradizionali (come ad esempio è accaduto in Colombia o Ecuador con i sindacati) e si mobilitano con dinamiche di ‘auto-convocazione’ (facendo ricorso in buona misura alle reti sociali); e agiscono frequentemente con un forte spirito di disobbedienza, potendo presentare una perdita della paura della repressione (come appare evidente ad es. nel caso della Colombia, con la sua brutale storia di repressione; o nel caso del Cile, dove nelle misura in cui il Governo aumentava la violenza degli organi di sicurezza, le mobilitazioni crescevano di intensità).

Tutto questo risentimento generalizzato può essere molto significativo se, più che essere congiunturale, è l’espressione dello spirito dell’epoca. Lo è perché con la persistenza della sua forza va fiaccando, erodendo e facendo cadere i modi dominanti della governabilità politica, le forme con cui il potere viene esercitato (mettendo in campo lo scenario di potenziale cambiamento dello stato delle cose); lo è perché sembra negarsi a subordinarsi ad essi. Tuttavia la sua forza positiva è molto eterogenea ed esistono problemi per elaborare un progetto ampio, articolato e sostenuto organicamente. È attraversata dalla frammentazione propria di questa epoca. E soprattutto possiede una poderosa componente nichilista, che sebbene sia provocatoria può anche essere atomizzante. Questa condizione è espressione anche della paradossalità del tempo politico latinoamericano.

Ad ogni modo, questa enorme diversità dello scontento ha comportato anche elementi agglutinanti di narrazioni, pratiche e codici dei movimenti sociali, principalmente dei principali movimenti femministi, che hanno ottenuto non solo un posto nei dibattiti e nelle politiche di difesa dei diritti delle donne nella società, di trasversalizzare la critica al patriarcato in numerosi temi politici centrali, ma anche di ottenere, in vari paesi, forte dimensione nella capacità di convocatoria e nelle mobilitazioni, divenendo referenziale e contemporaneamente in linea di orizzonte per molte di queste prospettive di cambiamento che sono in gioco. Ciò è accaduto anche ai diversi ecologismi latinoamericani e le lotte dei popoli indigeni e dei campesinos sono riuscite anch’esse a permeare gli immaginari e le narrazioni delle richieste sociali, imprimendo inoltre valori e dimensioni socio-ecologiche chiave per pensare la politica, rendendo visibili le lotte nei territori e per i beni comuni, che in molti casi si trasformano in bandiere e simboli delle mobilitazioni sociali di un paese.

La grande domanda che si è posta è se dopo il declino del periodo progressista in America Latina siamo di fronte a un nuovo ciclo di lotte sociali. […]

4. Il malessere nella tarda globalizzazione: fino a dove può giungere lo scontento popolare?

Il malessere delle masse è praticamente la condizione propria del regime neoliberista e della globalizzazione. È esteso, sempre più esteso. Ma questo non garantisce necessariamente, come credeva Marx nel XIX° secolo, l’inevitabilità della rivoluzione sociale e la caduta del capitalismo. […]

Come è accaduto negli anni 30 del secolo passato una ondata di scontento può catapultare anche processi reazionari. […]

Malgrado che i poteri, gruppi e figure tradizionali si mantengano in concorrenza fra loro, evidenziamo in modo generale e panoramico altri attori che hanno e avranno importanza crescente in questa disputa regionale:

  1. Chiese evangeliche e fondamentalismi religiosi: con un notevole lavoro di espansione, diffusione e formazione, le chiese evangeliche e pentecostali hanno registrato in A.L. una crescita straordinaria (in alcuni paesi più che in altri), principalmente fra le classi popolari. Bolsonaro viene catapultato alla presidenza del Brasile partendo dall’appoggio di queste chiese; l’avanguardia del golpe consumato in Bolivia dopo la rinunzia di Evo Morales nel novembre scorso annuncia il ritorno della bibbia al Palacio Quemado; e in Venezuela Nicolás Maduro, a dicembre del 19, dichiara senza pudore la sua alleanza con il settore evangelico e propone la creazione di un poderoso Movimento Cristiano Evangelico per il Venezuela”. La chiesa evangelica ringiovanisce il capitalismo individualista con una nuova teologia della prosperità, mentre promuove una teocratizzazione della politica, cioè una penetrazione della logica religiosa nelle pratiche del potere e dell’organizzazione. […]

  2. Il crimine organizzato : è evoluto sensibilmente negli ultimi quinquenni, migliorando e flessibilizzando notevolmente la propria inclinazione agli armamenti, alle tecnologie, all’addestramento e finanziamento rispetto alle forze di sicurezza dei governi; nel medesimo tempo si è espanso geograficamente, ha trans-nazionalizzato il proprio modo di operare, ha accresciuto i volume delle entrate, si è diversificato economicamente e ha infiltrato in modo considerevole le istituzioni dello Stato (in misura diversa nei vari paesi).

  3. Nuove destre e destre estreme: dal seno della politica latinoamericana è scaturito con forza un nuovo profilo di destra estrema che ha in Jair Bolsonaro la sua figura principale. Bolsonaro, che da outsider che era si convertì in un outsider guadagnando rapidamente popolarità e divenendo il presidente del Brasile, si caratterizza per una posizione nazionalista conservatrice, sostenitore di uno Stato religioso (antisecolarista), difensore dei militari e del militarismo, ultra-liberale, anti-comunista e anti-sinistra, anti-femminista e nemico della diversità sessuale, razzista e con posizioni allineate con gli Stati Uniti.

L’analisi delle nuove destre è sviluppata nel recente libro di Zibechi e a questo rimandiamo per un approfondimento. Il testo di Mantovani prosegue ricordando la Figura di L. Fernando Camacho in Bolivia, candidato alle prossime elezioni presidenziali nonché l’ex-candidato alle presidenziali in Cile, J. Antonio Kast e il suo movimento Acción Republicana che nel 17 ottenne l’8% dei voti. […]

È necessario ricordare che una parte delle destre latinoamericane (che non sono solo partiti ma anche settori economici, dei media, accademici etc.) è divenuta, in generale, più flessibile e adattabile ai nuovi scenari politici e dell’elettorato; proponendo nuove figure politiche (alcune di giovani), ammettendo alcune concessioni sociali, culturali e anche ambientaliste (puntuali sia nei discorsi che nella pratica) e relazioni geopolitiche più aperte. Queste ‘nuove destre’, che inoltre si presentano come alternativa per uscire dalla ‘minaccia’ del progressismo, cercano di tradurre e catturare, in modo più moderato, la protesta sociale.

  1. Le sinistre : dopo la debacle del periodo progressista, le sinistre cercano rinnovamento e un nuovo volto. È certo che esperienze come quella di Colombia Humana, il leaderismo di Gustavo Petro e di diverse coalizioni locali e regionali, sono riuscite a unire gente impegnata e elettori nella presa del potere statale in questo paese; potremmo anche ricordare gli sforzi del movimento Nuevo Perú guidato da Verónica Mendoza, o il collettivo ‘Gabinetona’ capeggiato dalla deputata Áurea Carolina (Cámara Municipal de Belo Horizonte, Brasil), come altre espressioni di questo tentativo di rinnovamento. […]

Tuttavia a abbiamo ricordato che stanno avvenendo profondi cambiamenti anche nelle prospettive sociali e culturali della regione e che le sinistre sono di fronte a un importante fenomeno di esaurimento che deve essere discusso e messo in conto. [...]

Qui Mantovani ricorda un fatto importante, spesso dimenticato, che le sinistra andate al potere sotto le spinte popolari si impantanano nel riformismo che finisce per esaurire la spinta verso il cambiamento. Questi modelli producono profondi solchi con le correnti politico-culturali che promuovono panorami e modi di operare alternativi dentro ma anche fuori della sinistra. Come se fosse poco, queste sinistre al potere hanno criminalizzato questa alterità di questi settori critici, ridicolizzandola o denunciandola come sostenitori dell’imperialismo statunitense, per il fatto di cercare di mettere in discussione temi fondamentali che dovrebbero essere affrontati. Per citare degli esempi, chi scrive questo ‘mini’ desidera ricordare il caso eclatante dell’Ecuador di Correa ma anche il Brasile di Lula durante le trasformazioni urbane per i giochi olimpici o i mondiali di calcio nonché le manifestazioni per il pase libre del 2013. [...]



  1. Movimenti sociali, organizzazioni popolari di base e piattaforme organizzative: come abbiamo già ricordato, diversi movimenti hanno potuto incidere politicamente in processi rivendicativi, di esercizio dei diritti, di difesa dei territori e comunità, e di discussione nei dibattiti pubblici di tematiche particolari. Fra queste la difesa dei diritti di uguaglianza di genere e di diversità sessuale, diritti della natura, rifiuto di grandi progetti estrattivisti come miniere e centrali idroelettriche, diritti dei popoli indigeni e consultazioni popolari, oltre ad altri. […]

5. Siamo dentro il ‘futuro’: ripensare ciò che è comune in tempi paradossali

L’A.L. si trova oggi di nuovo al centro dell’attenzione del mondo perché a livello planetario è la regione dove è esplosa la maggioranza delle mobilitazioni verificatesi in vari paesi del pianeta. Queste manifestazioni popolari rappresentano un forte rinnovamento del clima politico regionale, sebbene sembrino inserite in uno scenario che potrebbe essere caratterizzato da un lungo periodo molto contraddittorio e conflittuale.

I paradossi dei tempi che sono in corso si svilupperanno fra aperture e chiusure di opportunità, processi, possibilità. Ogni ambito, spazio, scala in disputa è e sarà vitale: diritti del lavoro, megaprogetti estrattivi bloccati, espansione di economie locali comunitarie, foreste salvate, transizioni verso energie rinnovabili, terre recuperate, politiche climatiche globali, revisioni e moratorie nel pagamento del debito estero, organizzazione popolare delle lotte, e un assai lungo eccetera.

Tuttavia, quando pensiamo non solo alla necessità imperiosa di un cambiamento civilizzatorio, di superare il sistema storico capitalista, ma anche gli scenari drammatici che potrebbero cambiare drasticamente le condizioni di vita sul pianeta Terra, è obbligatorio riconoscere che ci troviamo di fronte a uno straordinario paradosso temporale rispecchiato nel dilemma centrale, transizione/rottura (trasformazioni graduali/cambiamento radicale), dilemma che sembra giungere a un punto di massima tensione. Da un lato la trasformazione di una serie di modelli, infrastrutture, cosmovisioni, sistemi, strutture di potere, istituzioni e tecnologie predominanti richiedono tempi relativamente lunghi per concretizzarsi; dall’altro la possibilità che si scateni un collasso sistemico quale un pianeta socio-ecologicamente ostile, esige una svolta molto rapida rispetto alle tendenze attuali. Le sinistre e l’ampia diversità dei movimenti sociali, organizzazioni popolari e popolazioni mobilitate tracciano diversità di percorsi per la trasformazione (locale, attraverso lo Stato, orientata al simbolico, territorializzando, etc.); tuttavia tutti si dibattono, implicitamente o esplicitamente, fra queste temporalità opposte. Le scelte e i percorsi da prendere saranno cruciali nell’esito dei prossimi avvenimenti.

Questa epoca di confusione e di sommovimenti ci pone molte più domande che risposte e con un carico molto grande di incertezze. Gli orizzonti si opacizzano, la vista sembra impedita. Cosa è il futuro? Come ci immaginiamo l’evolversi dell’attuale straordinaria crisi? Come ci immagineremmo il collasso del sistema globale? Che succede se pensiamo che questo collasso, invece di un’onda gigantesca che distrugge una città (in stile hollywoodiano), o dell’idea religiosa o letteraria della “fine del mondo” o “della fine dei tempi”, è un lungo periodo di crisi nella storia recente dell’umanità nel quale le strutture sociali e le condizioni di vita cambiano drasticamente; ma nel quale la vita continua però in altre condizioni?

Crediamo di essere già dentro questa crisi. Siamo all’interno del “futuro”, del cambiamento climatico, dei limiti del pianeta, della crisi straordinaria dei modelli energetici e dei metabolismi sociali. Si tratta di un processo continuo, che continua a svilupparsi, sebbene abbiamo tentato in dieci anni di diminuire drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra. È necessario, vitale, assumere questo nostro essere dentro il “futuro”, imparare a lottare con esso, e ripensarci a partire da lì. Qualcosa che in nessun modo implica che percorreremo passivamente un sentiero che è già tracciato. Conviene piuttosto ricordare che il gran cumolo di incertezze che determina il sistema globale, prevede anche la possibilità di un percorso aperto per la creatività, la produzione del nuovo.

Le insperate e ispiratrici mobilitazioni in Cile, come pure quelle in Colombia, per citare due buoni esempi, da un lato mostrano che le previsioni lineari e deterministe hanno la vista corta; il fattore sorpresa supera gli stessi attori che stanno operando questi processi. Dall’altro, mostrano come nella stessa insubordinazione sociale, dallo stesso interno del conflitto, si generano anche nuovi contesti di relazioni e solidarietà. Nuove soggettività, cariche di pulsioni vitali e di irriverenza. Anche negli scenari più sfavorevoli si evidenzia tale sostanza e emergono fattori costitutivi della comunità.

Il nuovo tempo politico latinoamericano, in cui la frammentazione diviene normalità, in cui si rivelano con molta chiarezza i limiti dei progetti dominanti delle sinistre, in cui i grandi referenti sono in crisi e si ergono enormi ostacoli, sembra segnalarci l’importanza vitale di incentrare di nuovo la politica intorno al ‘comune’. Si tratta di questo, collocare al centro del punto di ripartenza una politica in sintonia con la riproduzione della vita umana e non umana sul pianeta Terra, con l’espansione di reti di solidarietà e resilienza; di celebrare l’alterità, la diversità; della simbiosi e del mutualismo; della difesa di una cosmovisione complementare, olistica, immanente e riproduttiva; però anche della sfida collettiva allo statocentrismo e agli irrealizzabili progetti politici dominanti.

Non sembra che il turbolento tempo che ci tocca vivere possa essere superato con successo senza privilegiare una politica della cura. Cura dell’altro (umano e non umano), dell’alterità, in difesa della vita.

Anziché alla ‘fine dei tempi’, siamo di fronte a una storia particolare che sta appena iniziando. E.T.M.


Fonte: Aldo Zanchetta, “Mininotiziario America Latina dal Basso”, n. 3/2020 del 18 febbraio 2020

 


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