Home Medio oriente Palestina La situazione nei Territori Palestinesi Occupati: audizione della Segreteria della Piattaforma delle ONG Italiane in Palestina alla Commissione esteri della Camera dei Deputati
La situazione nei Territori Palestinesi Occupati: audizione della Segreteria della Piattaforma delle ONG Italiane in Palestina alla Commissione esteri della Camera dei Deputati PDF Stampa E-mail
Scritto da Segreteria della Piattaforma delle ONG Italiane in Palestina   
Martedì 25 Febbraio 2020 12:41

Audizione alla Commissione esteri della Camera dei Deputati della Segreteria della Piattaforma delle ONG Italiane in Palestina sulla situazione nei Territori Palestinesi Occupati

  • Memoria audizione

  • Conclusioni e raccomandazioni

Memoria Audizione

INTRODUZIONE

Ad oltre vent’anni dalla firma degli Accordi di Oslo (1993-1995), la conclusione del processo di pace tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) risulta ancora lontana. Cinquantadue anni di occupazione hanno deteriorato sempre più la situazione sociale, economica e politica nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza1. La frammentazione territoriale determinata dallo stallo degli Accordi di Oslo, insieme alla costruzione della Barriera di separazione, iniziata nel 2002, che oltrepassa per l’85% la linea verde dell’armistizio, e, non ultimo, il costante diffondersi degli insediamenti israeliani rappresentano i principali ostacoli al processo di pace. Gli insediamenti, insieme alla barriera e al regime di permessi e check-point ad essa annesso, sono stati dichiarati contrari al diritto internazionale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 20042.

Inoltre, i permessi e le restrizioni che limitano la circolazione sia tra la Cisgiordania e Gaza che all'interno della Cisgiordania stessa, ostacolano l'accesso ai servizi e alle risorse, turbando la vita familiare e sociale e minando l’accesso ai mezzi di sussistenza3.

Queste restrizioni alla libertà di movimento producono una forte frammentazione della popolazione, la cui divisione è oltretutto aggravata dalla molteplicità di status legali creati dalle politiche di occupazione che vengono declinate in modo differente in base al luogo di residenza. Diverso luogo di residenza diventa quindi sinonimo di diverso accesso a diritti e servizi, con un forte impatto sull’identità e l’unità della popolazione palestinese.

Per quanto concerne la Striscia di Gaza sono state adottate da parte di Israele a partire dagli anni Novanta una serie di restrizioni alla libertà di movimento che si sono intensificate dall’anno 2007, a seguito dell’acquisizione del controllo dell’area da parte di Hamas. Israele ha imposto nell’area un blocco via terra, via mare e via aria, adducendo pretesti legati alla sicurezza.  Circa 2 milioni di Palestinesi risiedono a Gaza e ad essi è negato il libero accesso al resto del territorio e del mondo. L’80% della popolazione dipende dall’assistenza internazionale, pertanto le possibilità di creare posti di lavoro e l’economia sono completamente deteriorate e la Striscia si trova in una condizione di impoverimento e de-sviluppo4.

Le politiche di occupazione in Cisgiordania implicano le confische dei terreni per gli insediamenti e la costruzione delle infrastrutture a favore dei coloni poiché i Territori Palestinesi Occupati comprendono numerose risorse naturali a cui il popolo palestinese ha un accesso limitatissimo, quali ad esempio i terreni fertili, le cave di roccia, l’acqua e i minerali. Ottanta comunità palestinesi della zona non sono collegate a una rete idrica e si affidano ad alternative a basso costo e di bassa qualità. A Gerusalemme Est solo il 44% dei palestinesi residenti è collegato alla rete idrica in modo formale. Complessivamente il 22% dei palestinesi in Cisgiordania è colpito dalla mancanza di accesso all'acqua e dalla scarsa qualità della stessa5. Gaza importa più dell'60% della sua elettricità da Israele, ma tra quello che importa e quello che produce non riesce neanche a soddisfare il 50% del proprio fabbisogno energetico6. Negli ultimi due anni la fornitura della stessa è stata limitata a 4-5 ore al giorno danneggiando ulteriormente l’economia e la capacità degli ospedali di fornire assistenza. A questo si aggiungono le restrizioni alla pesca al largo della costa di Gaza e l’impossibilità per i contadini di utilizzare le terre presenti nei 300 metri di “zona cuscinetto” adiacente al muro, privando ulteriormente la popolazione di fonti di occupazione, reddito e sussistenza7.

L’occupazione ha compromesso l’accesso all’istruzione in tutti i Territori Palestinesi Occupati: in Cisgiordania è compromessa dalle operazioni militari, dagli incidenti perpetrati dai coloni e dalla carenza di infrastrutture causata dalla quasi impossibilità di ottenere permessi di costruzione nell’area C e a Gerusalemme Est. La situazione nella Striscia di Gaza è maggiormente aggravata dalle distruzioni delle infrastrutture durante i recenti conflitti e dal blocco imposto da Israele, a cui si aggiunge una situazione psicosociale negativa che influenza il benessere psicofisico degli studenti, le loro prestazioni accademiche e aumenta drammaticamente il tasso di abbandono8. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, il principale problema della Cisgiordania riguarda la mancanza di accesso a servizi sanitari di qualità e convenienti. Inoltre, molte comunità dell’Area C hanno un limitato accesso all’assistenza sanitaria di base a causa dei checkpoint israeliani e delle violenze dei coloni. Le restrizioni alla libertà di movimento delle ambulanze e dei pazienti creano enormi difficoltà ad accedere alle cure specializzate degli ospedali di Gerusalemme Est. Nella Striscia di Gaza il blocco voluto da Israele costituisce un ostacolo all’approvvigionamento di risorse mediche, aggravando la disponibilità e la qualità del servizio sanitario9.

Le politiche di occupazione rappresentano anche una limitazione alla libertà di espressione del popolo palestinese per via delle azioni delle forze israeliane contro le proteste del popolo occupato. Ciò include l'uso di fuoco vivo, proiettili rivestiti di gomma, granate d'urto, gas lacrimogeni e “acqua skunk", a volte in risposta a lanci di pietre e cocktail Molotov. Il governo israeliano limita le tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni nei Territori Palestinesi Occupati, anche bloccando le frequenze che consentono l'accesso ai servizi 4G per i fornitori di reti mobili palestinesi.

Nella Striscia di Gaza la libertà di espressione, come quella di associazione, sono ulteriormente limitate dall’autorità di fatto del territorio10. A questo si deve aggiungere la presenza di un sistema giudiziario iniquo, infatti a fronte di scontri tra la popolazione palestinese ed i coloni israeliani si rileva un massiccio intervento delle forze israeliane contro il popolo occupato. Quest’ultimo è assoggettato alla legge militare la quale è priva di garanzie di un processo equo, di un livello minimo di indipendenza, di regole procedurali chiare, che ad oggi non prevedono tutele giuridiche minime come la presunzione d’innocenza, l’obbligo di ascoltare testimoni o di esaminare tutti gli elementi di prova; al contrario, i coloni beneficiano di alti tassi di impunità e dell’applicazione dell’ordinaria legge civile11.

Le divisioni politiche palestinesi, infine, hanno inasprito la situazione di povertà e insicurezza nei Territori Palestinesi Occupati, scaricando sulle spalle della gente comune il doppio peso dell’occupazione israeliana e della mancanza di una strategia coerente con cui affrontarla.

Oltre un decennio di contrasti politici mai risolti tra Fatah e Hamas, unito alla percezione generalizzata di inerzia politica, ha ulteriormente amplificato i fallimenti degli ultimi accordi di pace. Alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 2006 ha fatto seguito un violento conflitto tra fazioni. Dal 2007 in poi la Striscia di Gaza è stata sotto il controllo di Hamas ed è fallito ogni tentativo di formare un governo di unità nazionale a Gaza e in Cisgiordania. La divisione tra le autorità de facto di Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sommata al persistere del blocco, ha avuto pesanti conseguenze politiche, economiche e sociali ed ha ampliato il divario economico tra Gaza e la Cisgiordania. Le istituzioni democratiche hanno subito una battuta d’arresto, come rilevato da Human Rights Watch (HRW): “Poiché il Consiglio Legislativo Palestinese non si è più riunito in plenaria dal 2006, il Presidente palestinese ha varato decreti presidenziali conformemente all’Art. 43 della Legge Fondamentale in attesa che il CLP torni a riunirsi e possa esaminare tutte le leggi in oggetto”. I decreti sono varati sia dal Presidente Abbas sia da Hamas, con conseguente creazione di un quadro normativo parallelo. Non essendosi più tenute elezioni generali dopo il 2006, l’Autorità Nazionale Palestinese è divenuta sempre più intollerante al dissenso e ha eliminato i meccanismi di accountability; Hamas dal canto suo adotta sistemi repressivi per conservare il potere e la stabilità.

La divisione politica ha alimentato il ricorso a provvedimenti antidemocratici e alla repressione del dissenso sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Il fenomeno è descritto dall’organizzazione HRW nel suo studio del 2018 sugli arresti arbitrari e le torture perpetrati dall’ANP e da Hamas12

A quanto descritto in precedenza si aggiunge il peso del Piano proposto dal Presidente degli Stati Uniti Trump in accordo con il Premier israeliano Netanyahu lo scorso 28 gennaio: un’iniziativa unilaterale mascherata da accordo di pace, che non tiene in considerazione le legittime istanze palestinesi, i diritti della popolazione occupata e indebolisce i cardini del diritto internazionale e di tutti gli accordi di pace precedenti. L’accettazione, formale o sostanziale, del “Deal of the Century” da parte della comunità internazionale, oltre a mettere a rischio l’esistenza stessa di uno Stato palestinese, costituirebbe un gravissimo precedente e un grave danno per i diritti e per la sicurezza a livello globale.

GERUSALEMME EST

Nel giugno 1967 Israele ha modificato i confini di Gerusalemme occupando circa 70 km2 del territorio della città13 e triplicandone l’estensione; successivamente, Gerusalemme è stata prima annessa unilateralmente allo stato di Israele14 e poi separata fisicamente dalla propria periferia e dal resto della Cisgiordania dalla costruzione della Barriera di separazione. L’ANP non è riconosciuta a Gerusalemme15 e le è ufficialmente impedito operarvi.

Attualmente, a Gerusalemme Est vivono 341,453 palestinesi16 – il 38% circa della popolazione della città - e 215.000 coloni17.

Gerusalemme Est è riconosciuta come parte dei Territori Palestinesi Occupati ed è quindi soggetta a tutte le norme e prescrizioni previste dal Diritto Internazionale in materia di Diritti Umani, dal Diritto Internazionale Umanitario e Consuetudinario.

Sin dal 1967, Israele impiega una sistematica “politica di separazione” per isolare Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania e per indurre la sua popolazione palestinese a trasferirsi in aree sotto il controllo della ANP. I Palestinesi che nel giugno 1967 si trovavano a Gerusalemme18 hanno ricevuto lo status di “residenti permanenti”, che non dà loro diritto ad avere un passaporto, rendendoli di fatto apolidi. La residenza deve essere rinnovata ogni 10 anni, e richiede ad ogni residente una moltitudine di documenti che attestino che Gerusalemme è “il centro della sua vita”19.

La revoca della residenza e dei diritti ad essa connessi è utilizzata in maniera arbitraria e, spesso, come forma di punizione collettiva20, ad esempio quando usata contro i familiari di coloro che sono accusati di essere responsabili di un attacco o della pianificazione di un attacco contro strutture, soldati, civili israeliani. Nonostante il diritto internazionale proibisca il trasferimento della popolazione occupata - la perdita del permesso di residenza ha come conseguenza diretta la perdita di ogni diritto21 nella propria città - dal 1967 al 2019 sono oltre 14.500 i permessi di residenza revocati22.

Al contrario, la Legge del Ritorno, varata nel 1950, garantisce la cittadinanza israeliana a qualsiasi ebreo/a, di qualsiasi nazionalità, che esprima la volontà di trasferirsi in Israele, compresa Gerusalemme23.

Anche il ricongiungimento familiare per i Palestinesi costituisce una barriera significativa, ed è oggi praticamente impossibile per chi abbia un coniuge proveniente dalla Striscia di Gaza o dalla Cisgiordania24, oltre che per i figli della coppia, inclusi i minorenni. OCHA e il Protection Cluster stimano che siano tra i 10.000 e i 14.000 i minori palestinesi privi di documenti, ai quali è precluso l’accesso a tutti i servizi essenziali.25

Il complesso sistema di permessi per accedere a Gerusalemme dalla Striscia di Gaza o dal resto della Cisgiordania26 ha distrutto le vitali connessioni tra Gerusalemme Est e il resto dei territori occupati, privando Gerusalemme del suo ruolo storico di punto di riferimento regionale per servizi educativi e sanitari, commercio, istruzione, culto – sia per i fedeli Cristiani che per i Musulmani.

A tutto questo si è aggiunta la costruzione del muro di separazione, che ha di fatto disconnesso oltre 140.000 abitanti di Gerusalemme dalla loro città e da tutti i servizi ad essa connessi.

Tutte queste violazioni stanno rapidamente modificando la demografia di Gerusalemme Est, in linea con l’obiettivo di “mantenere una solida maggioranza ebraica, anche se a farne le spese fossero i diritti umani”, reiterato nel 2018 dalla Ministra della Giustizia del governo israeliano.27

Nonostante i Palestinesi Gerosolimitani paghino le tasse come tutti gli abitanti di Gerusalemme, l’accesso ai servizi e alle risorse è per loro fortemente limitato: il 44% delle case non è connessa alla rete idrica formale, mancano oltre 30 km di fognature nell’area orientale della città e anche i servizi sanitari sono fortemente inadeguati28. Il tasso di povertà tra la popolazione palestinese di Gerusalemme Est è cresciuto costantemente negli ultimi anni, passando dal 64% del 2006 al 72% nel 2019, contro il 26% di Gerusalemme Ovest29.

Secondo le stime del PCBS30, l’occupazione si attesta a fine 2017 al 56.4% per gli uomini (contro il 61.7% in Cisgiordania) e al 6.7% per le donne (contro il 20% della Cisgiordania). L’economia di Gerusalemme Est - basata principalmente su turismo, vendita al dettaglio, piccole imprese - è fortemente influenzata dalle misure imposte da Israele, con la conseguenza che un crescente numero di imprese palestinesi si sposta in Cisgiordania o riduce il personale. L’impossibilità di solidi interventi da parte dell’ANP e il sostegno statale invece assicurato alla produzione israeliana, rendono prodotti e servizi palestinesi poco competitivi, con il risultato che oltre 5.000 esercizi commerciali palestinesi hanno chiuso dal 1999 ad oggi31.

Tra il 2000 e il 2014, Israele ha chiuso quaranta istituzioni palestinesi di Gerusalemme, tra cui la Orient House32, la Camera di Commercio e decine di centri e organizzazioni che si occupavano di sviluppo, giovani, assistenza sociale e sport, con il risultato che ormai quasi nessun servizio e spazio pubblico è accessibile ai Palestinesi, ed in particolare a bambini e giovani.33

Le aree urbane tagliate fuori dalla Barriera di separazione sono soggette allo stesso regime di controlli e tassazioni; tuttavia, le autorità israeliane non vi entrano e non vi erogano alcun servizio. In queste aree non c’è alcun servizio di raccolta dei rifiuti e manutenzione stradale, e i servizi educativi e sanitari sono totalmente inadeguati.

Anche la pianificazione urbana riflette il sistema fortemente discriminante: dal 1967, Israele ha espropriato oltre un terzo dell’area occupata e vi ha costruito 11 colonie riservate ad ebrei israeliani. L’esproprio di case palestinesi è una pratica quotidiana in tutti i quartieri di Gerusalemme Est oltre che una delle cause della militarizzazione della città. Dal momento che solo il 15% di Gerusalemme Est è destinato dalla Municipalità a zone residenziali palestinesi, Gerusalemme Est è caratterizzata dalla cronica scarsità di abitazioni e infrastrutture e ai Palestinesi non resta che costruire senza permessi ed esporsi al rischio di demolizioni. OCHA stima che almeno 1/3 delle abitazioni palestinesi sia a rischio di demolizione; conseguentemente, oltre 100.000 Palestinesi sono a rischio imminente di trasferimento forzato.34 Tra il 2004 e il 2019, Israele ha demolito 1.391 strutture, lasciando senza casa 3.177 persone, di cui 1.704 minori.

La demolizione delle abitazioni è largamente usata, inoltre, come forma di punizione collettiva verso le famiglie dei Palestinesi accusati o sospettati di aver compiuto o pianificato un attacco.35

Il sistema educativo di Gerusalemme Est è frammentato in quattro principali settori (pubblico israeliano per studenti palestinesi, pubblico palestinese, privato – profit e non, inclusi istituti confessionali – e UNRWA). La mancanza di coordinamento e le limitatissime risorse hanno un impatto drammatico : il 32% degli studenti non completa la scuola dell’obbligo, mancano circa 2.000 aule scolastiche e il 43% di quelle esistenti sono non idonee, sovraffollate e inaccessibili per persone con difficoltà motorie36. Il trasporto da/per scuola è praticamente inesistente, e oltre 140 insegnanti e 10.000 studenti devono attraversare ogni giorno almeno un checkpoint per recarsi a scuola.37

Il diritto all’Istruzione è ulteriormente minacciato in questi mesi dalle azioni israeliane contro UNRWA e contro il Direttorato per l’Istruzione di Gerusalemme38. La Knesset esaminerà a breve un disegno di legge per espellere UNRWA da tutti i territori sotto il controllo israeliano nel 2020. Questo implicherebbe la chiusura degli uffici UNRWA39 di Gerusalemme e delle 8 scuole che UNRWA gestisce nella città, privando centinaia di studenti di un loro diritto fondamentale.

Anche il Direttorato per l’Istruzione offre servizi essenziali che, in quanto tali, dovrebbero essere garantiti senza impedimento. Tuttavia, il 20 novembre 2019 la polizia israeliana ha fatto irruzione nei suoi uffici, arrestato il Direttore e affisso sulla porta del Direttorato un ordine di chiusura di 6 mesi, rinnovabile. L’impatto della chiusura del Direttorato è incalcolabile, poiché il Direttorato eroga servizi ad un totale di circa 85.000 studenti.40 La chiusura del Direttorato, l’arresto – seppur temporaneo – del suo massimo rappresentante e il conseguente divieto per tutto il suo staff di esercitare liberamente il proprio lavoro e di aver accesso al proprio ufficio è un attacco indiretto alle scuole e costituisce una delle 6 gravi violazioni individuate e condannate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.41 La supervisione garantita dal Direttorato è ora impossibile da garantire, e le scuole faticano a rimanere aperte. L’accusa è quella di “minare la sovranità di Israele”; tale accusa è palesemente illegittima e contraddice l’art. 50 della IV Convenzione di Ginevra, che stabilisce che “la Potenza occupante faciliterà, con il concorso delle autorità nazionali e locali, l’ordinato esercizio degli stabilimenti adibiti alle cure e all’educazione dei fanciulli”.

I servizi sanitari erogati dal sistema israeliano sono garantiti soltanto ai Palestinesi in possesso di una carta di residenza. Tutti coloro che vivono a Gerusalemme senza documenti non hanno accesso alle cure, mentre il muro di separazione e il sistema di posti di blocco impedisce, secondo l’OMS, un accesso alle cure adeguato al 35% dei Palestinesi in possesso di regolare documento di residenza.42

Gerusalemme è storicamente il centro privilegiato per i Palestinesi per quello che riguarda ospedali e servizi sanitari; per accedervi, sia dalla Cisgiordania che dalla Striscia di Gaza, è necessario ottenere un permesso per i pazienti, per gli accompagnatori, per i mezzi di trasporto e per il personale sanitario. Per i Palestinesi della Striscia di Gaza, il permesso è essenziale anche per accedere ai servizi sanitari in Cisgiordania, poiché tra le due aree non vi è contiguità territoriale. Il tasso di approvazione dei permessi è sceso dal 90% nel 2012 al 54% nel 2017.43 Solo il 14% dei feriti durante la “Grande Marcia del Ritorno” ha avuto il permesso approvato, nonostante la Corte Suprema Israeliana abbia dichiarato illegale la decisione del Gabinetto di Sicurezza israeliano di negare ai pazienti provenienti da Gaza accesso alle cure come forma di pressione contro Hamas.44

L’accesso alle cure presso ospedali di Gerusalemme e di Israele è reso indispensabile dalla cronica mancanza di medicinali e strutture causato dalla occupazione: non esiste alcun reparto di radioterapia o di medicina nucleare nei territori occupati, ad eccezione di Gerusalemme Est.

Il diritto alla salute è spesso negato anche ai prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Controlli medici, salute mentale e cure salvavita, incluse le cure oncologiche, sono inadeguati; negligenza che ha causato la morte di almeno 67 detenuti palestinesi tra il 1967 e il 2019.45

Lo status di “residenti” priva i Palestinesi di Gerusalemme del diritto di partecipare alle elezioni politiche israeliane e di candidarsi alla carica di sindaco, mentre permette loro di votare alle elezioni amministrative e di candidarsi come consiglieri comunali. Tuttavia, l’unica lista palestinese ammessa alle elezioni amministrative del 2018 si è ritirata circa un mese prima delle elezioni per le pressioni ricevute dal suo portavoce, minacciato dalle autorità israeliane del ritiro della sua carta di residenza.46 Le organizzazioni palestinesi di Gerusalemme sono esposte a continue minacce, e decine, come menzionato, sono state chiuse nell’ultimo ventennio. In seguito alla chiusura del Direttorato per l’Istruzione a novembre 2019, non esiste a Gerusalemme nessuna istituzione palestinese che possa rappresentare e proteggere gli interessi del 38% degli abitanti della città.

Dal momento che Gerusalemme Est fa parte dei territori occupati, i Palestinesi di Gerusalemme possono votare alle elezioni politiche palestinesi ed essere eletti in Parlamento. Tuttavia, questo loro diritto è negato da Israele in virtù della “Legge Fondamentale” che ha unilateralmente dichiarato Gerusalemme capitale unica e indivisibile di Israele. Alle ultime elezioni, come compromesso è stato consentito ai palestinesi di votare in seggi speciali fuori dai confini di Gerusalemme, e ai partiti palestinesi è stato proibito di svolgere la campagna elettorale a Gerusalemme est.

La stessa questione è aperta in questi mesi, dopo l’annuncio da parte dell’ANP di voler svolgere elezioni legislative e presidenziali in tutti i territori, compresa Gerusalemme Est, nel corso del 2020.

L’uso eccessivo della forza, anche al di fuori dei centri di detenzione, e l’esecuzione sommaria di civili che non ponevano alcuna minaccia imminente da parte della polizia o dell’esercito israeliano sono ormai una pratica comune a Gerusalemme Est come nel resto dei territori occupati, come evidenziato in numerosi rapporti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Ogni anno circa 700 bambini palestinesi vengono arrestati a Gerusalemme47; i reati contestati sono nella maggioranza dei casi il lancio di pietre – che prevede una pena massima pari a 20 anni di detenzione - e l’incitamento alla violenza sui social media.

Anche le zone rurali periferiche di Gerusalemme, che hanno visto le loro vitali connessioni con la città interrotte dalla costruzione del muro, registrano un costante e drammatico peggioramento delle condizioni di vita. Nell’area compresa tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim48, circa 2.800 beduini residenti in 23 comunità sono a rischio di imminente trasferimento forzato, come dimostrato dalle continue restrizioni all’accesso alle terre e alle risorse (inclusa l’acqua), dal diniego di circa il 98,5% dei permessi di costruzione, dalla demolizione/minaccia di demolizione di case, scuole e servizi essenziali. Considerando che la colonizzazione dell’area tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim renderà di fatto impossibile la contiguità territoriale di un eventuale futuro stato palestinese anche in Cisgiordania49, le comunità che si trovano nell’area ad Est di Gerusalemme e ad Ovest di E1 rischiano di trovarsi nei prossimi anni di fatto imprigionate tra il muro e la cintura di colonie.

CISGIORDANIA

Come previsto dagli Accordi di Oslo, nel 1995 la Cisgiordania è stata divisa in Area A, B e C con conseguente frammentazione del territorio e limitazione della sovranità palestinese. Questi confini permangono tutt’oggi: nell’Area A l’Autorità Nazionale Palestinese ha il massimo controllo, anche se non ancora totale, sul settore civile e la sicurezza, mentre nell’Area B detiene il controllo civile ma la sicurezza compete al governo israeliano. Nell’Area C, che costituisce oltre il 60% del territorio della Cisgiordania ed è l’unica dotata di continuità territoriale, Israele mantiene il pieno controllo civile e di sicurezza50.

Tra il 1967 e il 2017 il governo di Israele ha costruito in Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est) oltre 200 insediamenti in cui oggi vivono più di 630.000 coloni51. Benché la Cisgiordania non sia stata ancora legalmente annessa, Israele ha esteso l’applicazione della maggior parte della propria legislazione interna agli insediamenti e ai coloni, mentre i Palestinesi nell’Area C sono soggetti al diritto militare israeliano52.

L’espansione degli insediamenti53, e di conseguenza le limitazioni alla libertà di movimento, e la demolizione di case e infrastrutture minano costantemente le fonti di sostentamento dei Palestinesi; sono inoltre una delle principali cause della loro povertà e della privazione di diritti e libertà, con accesso impari alla terra e alle risorse e ingiusti vantaggi a favore dei coloni. Come sottolineato dalla Banca Mondiale, l’eliminazione delle restrizioni israeliane all’accesso all’Area C è un prerequisito che contribuirebbe enormemente al potenziamento degli investimenti e della crescita54.

In aperta violazione del diritto internazionale, le autorità israeliane hanno sistematicamente investito attraverso la costruzione di nuove comunità, strade, infrastrutture economiche e un sistema di sicurezza militare per supportare le esigenze di sicurezza dei coloni55.

L'annessione di fatto si riflette anche nella dichiarazione di aree definite come "zone militari chiuse", "riserve naturali"56, "aree archeologiche" che separano la terra palestinese dietro la Barriera di separazione.

Strettamente funzionale al tema dell’annessione di porzioni significative dei Territori Palestinesi Occupati è il tema delle demolizioni: le demolizioni hanno un impatto devastante sulla vita e sulla capacità dei Palestinesi di esercitare i loro diritti e spesso provocano traumi psicologici, sfollamenti, separazione familiare, perdita di mezzi di sussistenza e accesso ai servizi di base.

Si assiste ad un aumento significativo degli ordini di demolizione e in questo momento ne esistono oltre 13.000 contro proprietà palestinesi nella sola area C, con molti di questi ordini destinati a più strutture. Nel solo 201957 quasi 50.000 Palestinesi sono stati colpiti negativamente dalla distruzione dei loro rifugi per animali, cisterne e reti idriche, strade agricole, strutture commerciali e altre proprietà.

Infine, si sta osservando un ulteriore fenomeno che mina gravemente ed ulteriormente la sicurezza della popolazione palestinese, ovvero quello degli attacchi da parte dei coloni e la sostanziale impunità di cui godono.

Dal 2016 a dicembre 2019 i coloni israeliani sono stati responsabili di un totale di 243 attacchi contro persone palestinesi. Inoltre le Nazioni Unite registrano 658 attacchi contro strutture e proprietà private di cui 263 solo nel 2019 (+22% rispetto al 2018 e quadruplicato rispetto al 2016 dove sono stati registrati 65 incidenti); il 2019 ha visto un allarmante aumento degli attacchi contro i veicoli per un totale di 735 auto vandalizzate dai coloni israeliani, un aumento del 63% rispetto al 2018 (635) e un aumento di sei volte rispetto al 2017 (127veicoli) I dati dell'UNOCHA, infine, mostrano anche che nel 2019 sono stati vandalizzati oltre 9.510 alberi di proprietà palestinese, mentre nel 2018 sono stati 8.373 e nel 2017 sono stati 5.93458.

Di fronte a questi attacchi, i Palestinesi che vivono in Cisgiordania sono sostanzialmente privi di tutela e protezione: secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, è addirittura del 91% la percentuale di archiviazione delle indagini preliminari riguardo a crimini ideologici e danni nei confronti dei Palestinesi e solo il 4% delle indagini tra il 2017 e il 2019 sul crimine motivato ideologicamente contro i palestinesi ha portato a una condanna59.

Nel 2019, Israele ha arrestato oltre 5,500 Palestinesi60. A dicembre 2019 si registrano 5.000 prigionieri politici nelle carceri israeliane; 461 sono in detenzione amministrativa, 180 sono minorenni, 26 sono addirittura minori di 16 anni. Chiunque venga arrestato per reati legati alla sicurezza è giudicato in corti militari.61 Arresti arbitrari, detenzione amministrativa, sentenze sproporzionate rispetto a quelle comminate a detenuti israeliani62, torture e negazione dei diritti essenziali durante la detenzione sono pratica comune63 verso i detenuti palestinesi, sia adulti che minorenni64, inclusi i minori di 12 anni65.

Israele è l’unico paese al mondo che giudica i minori in tribunali militari in prima istanza66. Come documentato dalle principali organizzazioni per i diritti umani, oltre che da UNICEF in numerosi rapporti67, i bambini detenuti vengono sistematicamente torturati e abusati, sia fisicamente sia psicologicamente, interrogati senza la presenza dei genitori o di un avvocato, costretti a firmare confessioni in lingua ebraica che non sono in grado di comprendere e non messi al corrente dei propri diritti.

Israele nega ai Palestinesi della Cisgiordania il diritto fondamentale alla libertà di movimento, sancito dall’Articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Non soltanto nega ai Palestinesi la possibilità di lasciare e tornare nel proprio paese attraverso il totale controllo dei confini, ma impone dure restrizioni al movimento interno attraverso barriere fisiche e misure discriminatorie.

Nel 2019, 92 checkpoint fissi hanno controllato, ostacolato o impedito il movimento della popolazione palestinese68. Le perquisizioni ai posti di blocco, le chiusure improvvise dei checkpoint e quindi dei territori controllati, e l’arbitrarietà delle procedure che regolano i passaggi hanno pesanti conseguenze sulla vita quotidiana e sottopongono i Palestinesi a continui abusi ed umiliazioni, che oltraggiano la loro dignità e minano la loro integrità fisica e mentale69. Checkpoint temporanei, cancelli, cumuli di terra bloccano ulteriormente il libero passaggio, talvolta chiudendo l’accesso ad interi villaggi e cittadine, e costituiscono forme di punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale, che, in aggiunta a limitare le libertà personali, finiscono per scoraggiare qualsiasi forma di dissenso o protesta contro lo Stato Occupante e le sue pratiche discriminatorie e repressive70. Il sistema stradale è strutturato per garantire le esigenze dei coloni e collegare i maggiori insediamenti illegalmente costruiti nei Territori Occupati, mentre circa 35 chilometri di strade nella Cisgiordania sono totalmente interdetti ai Palestinesi71, costretti spesso a spostarsi attraverso strade secondarie il più delle volte non asfaltate e di fatto impercorribili a causa dei rifiuti sistematici da parte dell’Amministrazione Civile Israeliana di concedere ai cittadini palestinesi i permessi necessari alla riabilitazione delle stesse strade72.

Le restrizioni imposte alla libertà di movimento limitano il godimento di numerosi altri diritti civili, politici, economici e sociali, tra cui il diritto dei bambini all’istruzione e allo sviluppo in pace e sicurezza, violati dalla presenza delle barriere e dalla conseguente esposizione quotidiana dei minori a violenze fisiche, verbali e psicologiche nel tragitto verso la scuola. Infine, gli ostacoli al movimento e la stessa presenza e continua espansione delle colonie frammentano la contiguità territoriale della Cisgiordania, producendo fratture nel tessuto sociale che compromettono l’unità del popolo palestinese ed il suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione73.

Nonostante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia ribadito più volte l’applicabilità del principio di sovranità dei popoli sotto occupazione sulle risorse naturali nei territori occupati74, Israele controlla l’80% delle risorse idriche che ridistribuisce in maniera disuguale, destinandone solo il 20% ai Palestinesi75. Questi ultimi sono quindi costretti ad acquistare acqua ad un prezzo molto elevato da Mekorot, l’azienda idrica nazionale israeliana, non ricevendo, in aggiunta, i permessi per la costruzione e ristrutturazione di pozzi, tubature, cisterne e altre infrastrutture necessarie per il pompaggio o la raccolta dell’acqua. Israele detiene anche il controllo delle riserve di gas e petrolio ed esporta combustibile ed energia elettrica in Cisgiordania, anche se a molti villaggi palestinesi non viene permesso l’allaccio alla rete elettrica né l’installazione di pannelli solari o turbine eoliche, periodicamente demoliti o confiscati dalle autorità israeliane.

Lo sfruttamento e l’esproprio delle risorse hanno pesanti conseguenze sul piano economico, ambientale e sanitario e violano il diritto dei Palestinesi ad uno standard di vita adeguato e all’acqua, presupposto fondamentale alla base del diritto alla vita76.

Parallelamente, le comunità palestinesi, oltre a perdere terre, soffrono enormi danni legati alla presenza stessa delle colonie. Ad esempio, le acque nere delle colonie vengono spesso riversate su terre coltivate appartenenti a Palestinesi77 e i coloni sono attori di atti di vandalismo quali incendi dolosi78. La Barriera di separazione, inoltre, oltre a costituire un ulteriore ostacolo al libero movimento, ha isolato, e di fatto annesso ad Israele, vasti appezzamenti di terra nella cosiddetta “Seam Zone”, l’area collocata tra la Linea dell’Armistizio del 1949 e la Barriera, il cui accesso è sottoposto ad un sistema di permessi estremamente restrittivo79.



GAZA

La situazione attuale della Striscia di Gaza è gravemente compromessa. Già nel 2012 i report delle Nazioni Unite indicavano che Gaza nel 2020 sarebbe stata inabitabile80. Questi studi non potevano tenere in conto dell’intervento militare israeliano rinominato “Margine Protettivo” avvenuto nel 2014, il terzo nel giro di pochi anni, che ha radicalmente peggiorato la già complicata situazione. Otto anni dopo, la situazione di Gaza è drasticamente peggiorata e l’occupazione ha innescato un circolo vizioso di emergenza protratta da cui è difficile uscire. Tra i fattori più eclatanti, l’alto tasso di povertà, l’insicurezza alimentare, il costante aggravarsi delle condizioni igienico sanitarie e l’elevata disoccupazione rendono Gaza un territorio oggi invivibile. Tra gli indicatori più importanti per definire la situazione, costantemente monitorati e aggiornati dalle ONG locali, internazionali e dalle agenzie delle NU, possiamo citare in primis l’elevata densità abitativa (5.151 abitanti/km2)81 che rende la Striscia uno dei luoghi più densamente popolati del mondo: 2 milioni di persone sono costrette a vivere in un territorio grande all’incirca quanto un decimo della Valle d’Aosta. Un secondo fattore emergenziale è costituito dalla grave crisi energetica: 12 ore medie al giorno di fornitura di elettricità nel 2019 (6,6 nel 201882) a causa della razionalizzazione dell’energia. I tagli hanno ripercussioni gravissime sulla vita quotidiana della popolazione, dal funzionamento dei servizi sanitari e educativi, alla corretta conservazione del cibo in ambito agro-alimentare, dal settore delle comunicazioni alla desalinizzazione e distribuzione dell’acqua.

Approssimativamente 1,6 milioni di persone83 (su una popolazione totale di circa 2 milioni) si trova in stato di bisogno umanitario, con un tasso di povertà (meno di $5,5 al giorno) stimato intorno al 46%. Questo dato include circa 650.000 persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema (meno di $3,6 al giorno), non sufficiente a coprire i costi per casa, cibo e vestiti. Il tasso di disoccupazione è pari al 46,7 % (con una disoccupazione giovanile che raggiunge il 70%) e si calcola che il 47% delle famiglie sia direttamente dipendente da aiuti alimentari, delle quali il 92%, cioè 71.000 nuclei, si è dovuta indebitare per soddisfare i bisogni primari, tra cui il cibo quotidiano. La diretta conseguenza è un grave e diffuso rischio di insicurezza alimentare al quale è esposto il 40% della popolazione.

Le poche infrastrutture sono logore e il controllo statale, soprattutto dopo la divisione dall’Autorità Nazionale Palestinese nel 2007, particolarmente opprimente. In risposta alla presa del controllo di Hamas e della costituzione di un’autorità de facto all’interno della Striscia, Israele ha istituito un embargo sul movimento di persone, merci e mezzi che ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto.

I confini della Striscia sono ormai quasi interamente circondati dalla Barriera di separazione che Israele sta costruendo e, laddove esso non sia ancora ultimato, vi sono comunque barriere e presidi militari per evitare qualunque transito incontrollato. Gli unici 2 valichi che consentono il passaggio di persone sono quello di Rafah verso l’Egitto e quello di Erez verso Israele: il primo è sotto il controllo delle autorità egiziane che sottopongono i richiedenti a lunghi controlli, respingimenti arbitrari ed esose richieste monetarie per l’uscita; il secondo è sotto il controllo delle autorità israeliane che richiedono la richiesta preventiva dei permessi di uscita con lunghi tempi di attesa e arbitrari rifiuti. Israele mantiene il controllo dei permessi lavorativi concessi, che variano in base alle relazioni politiche tra le due autorità, e controlla in maniera totale il flusso di persone in entrata e in uscita dalla Striscia. Le sistematiche limitazioni ai permessi concessi alla popolazione di Gaza, ivi compresa quella impegnata in progetti umanitari finanziati da governi europei, contribuiscono ad aggravare la frammentazione della popolazione palestinese, divisa tra Striscia di Gaza e Cisgiordania. L’unico valico concesso per il traffico merci è quello di Kerem Shalom nel sud della Striscia, anch’esso sotto controllo israeliano; le autorità limitano pesantemente il passaggio di merci in entrata e in uscita, arrecando un grave danno a settori vitali come quello sanitario, educativo, agricolo e produttivo. Questo controllo ha in passato avuto ripercussioni anche sulle merci usate per la ricostruzione in seguito ad interventi militari, come nel caso del Gaza Reconstruction Mechanism istituito in seguito all’attacco del 2014: il controllo e le limitazioni arbitrarie messe in atto dalle autorità israeliane hanno fatto sì che i prezzi degli scarsi materiali edilizi come il cemento aumentassero artificialmente.

L’area costiera viene controllata dalle autorità navali israeliane che impediscono a qualunque nave di arrivare o di lasciare la Striscia di Gaza. I pescatori locali possono spingersi solamente fino a 6 miglia dalla costa pena l’arresto o l’affondamento dell’imbarcazione, riducendo così la loro azione ad un bacino ittico molto povero e pesantemente inquinato dagli sversamenti di acque reflue non trattate in mare.

Anni di limitazioni alla libertà di movimento di persone e beni, in aggiunta alla divisione politica interna e alle crisi energetiche croniche, hanno portato a un severo deterioramento delle già precarie condizioni del sistema sanitario84. Le falde fortemente inquinate hanno effetti devastanti sia per il settore agricolo che per l’uso umano: il 96% dell'acqua estratta dalla falda acquifera costiera è totalmente inadatta al consumo umano e difficilmente utilizzabile anche in agricoltura (OCHA Humanitarian Needs Overview, dicembre 2019). Dalla rete idrica di Gaza sono tagliate fuori circa 100 mila persone. Per coloro che vi hanno accesso, invece, la media di acqua disponibile è di circa 78 litri pro capite, cioè considerevolmente al di sotto del minimo necessario. L’acqua domestica non è potabile, non è sufficiente e non garantisce le minime condizioni sanitarie e di igiene senza adeguati trattamenti. Una conseguenza sono, per esempio, i 10.000 casi di rachitismo, 36.000 di diarrea su bambini con meno di 5 anni direttamente correlati al limitato accesso all’acqua potabile solo nel 201985.

La Striscia di Gaza soffre inoltre di carenze croniche di materiali e forniture mediche, tra cui farmaci essenziali per la chemioterapia e persino semplici antibiotici. Dei 516 medicinali elencati nelle liste dei farmaci essenziali, ben 223 (43%) sono praticamente introvabili. Questa situazione ha aumentato notevolmente il livello di esposizione a contagio nonché di mortalità per le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolar modo bambini, donne incinte, anziani e persone con disabilità. A numerosi pazienti non è permesso accedere alle cure necessarie in Cisgiordania, a Gerusalemme Est o all’estero perché viene loro sistematicamente negata l’autorizzazione per lasciare Gaza dalle autorità israeliane. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO - OPT Monthly Report December 2019) il 36% delle richieste di permesso per ragioni mediche sottoposte alle autorità israeliane nel 2019 è stato negato o posticipato (spesso ricevendo risposte tardive che danno il tempo al richiedente di continuare con le procedure). Particolarmente rilevanti sono le cifre che riguardano le richieste dei partner o familiari dei pazienti, di cui solo il 50% viene approvato, e quelle che riguardano i feriti durante la Grande Marcia del Ritorno, approvati solo nel 14% dei casi86.

Per quanto riguarda l’istruzione, secondo i dati forniti da UNICEF87, il 70% delle scuole gestite da UNRWA e il 63% delle scuole pubbliche operano attraverso un sistema di doppi turni a causa della mancanza di spazi e della carenza di personale. Questo sistema, basato su un’alternanza di più classi all’interno dello stesso istituto in orari differenti della giornata, riduce notevolmente le ore dedicate alle materie fondamentali e all’apprendimento di base. Si crea così un ambiente malsano per l’apprendimento caratterizzato da picchi di violenza nelle scuole e da un elevato tasso di abbandono scolastico. Tutte le attività extra-curricolari come recuperi, supporto allo studio, rinforzi, sostegno per studenti con disabilità o difficoltà di apprendimento sono inattuabili per mancanza di risorse, insegnanti e spazi, favorendo così l’abbandono scolastico. I bambini che abbandonano la scuola sono i più esposti al rischio di cadere nello sfruttamento del lavoro minorile o di partecipare in attività potenzialmente pericolose, aumentando di conseguenza il numero già enorme di persone a carico del fragile sistema di protezione sociale della Striscia di Gaza. Le persone con disabilità sono totalmente lasciate ai margini del sistema educativo e spesso non hanno accesso a nessun tipo di educazione formale: non solamente infatti le strutture non sono accessibili a studenti con disabilità, ma soprattutto gli insegnanti molto spesso non possiedono le competenze necessarie per includere studenti con bisogni specifici. Questo fa sì che il tasso di analfabetizzazione delle persone con disabilità sia del 29% nella Striscia di Gaza88.

Anche l’accesso a servizi di sostegno psico-sociale è estremamente limitato, spesso a causa dell’isolamento, della povertà diffusa e di un contesto che stigmatizza ogni tipo di disturbo psicologico. Si osserva inoltre un inasprirsi del clima di violenza che colpisce particolarmente i settori più vulnerabili della popolazione, tra cui i minori e le donne. Nelle zone di confine, la popolazione vive in una situazione di costante rischio di attacchi dalla parte delle forze israeliane, il che contribuisce al deterioramento della salute psico-sociale degli abitanti. Un esempio è dato dalle condizioni di vita della popolazione beduina della municipalità di Um Al Nasser, a nord di Gaza: oltre all’assenza di strutture e servizi per la comunità, vi si registrano elevate problematiche di tipo psico-sociale (PTSD, isolamento, marginalizzazione, etc.).

All’interno di questa quadro, il protrarsi delle proteste legate alla Grande Marcia del Ritorno a partire da marzo 2018 ha ulteriormente peggiorato alcuni degli indicatori citati: 35.450 feriti, tra cui 8.588 bambini e 219 giornalisti, hanno portato allo stremo un sistema sanitario e riabilitativo già al collasso. L’aumento delle disabilità fisiche causate dalle mutilazioni, soprattutto fra i giovani, ha influito sui tassi di abbandono scolastico e sulla disoccupazione giovanile, alzando così il numero di persone a rischio e in stato di necessità umanitaria secondo il Protection Cluster di OCHA89.

Conclusioni e raccomandazioni

Gli Accordi di Oslo portavano con sé una serie di fondate aspettative sia per i Palestinesi che per gli Israeliani, ma il lascito permanente del processo di Oslo è la cronicizzazione dell’occupazione militare dei Territori Palestinesi che dura ormai da 52 anni, corredata da continue violazioni del diritto internazionale nella totale impunità, violazioni dei diritti umani, limitazione degli spazi di vita civile in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati

Intanto, con la presentazione del ”Deal of the Century” negli Stati Uniti lo scorso gennaio, l’amministrazione Trump ha compiuto passi unilaterali senza precedenti che minano pericolosamente la soluzione di molte questioni legate allo status permanente: ad esempio lo status di Gerusalemme, la definizione dei confini, il problema dell’acqua e il diritto al ritorno dei rifugiati.

Si esprime inoltre profonda preoccupazione per la recente tendenza di diversi governi europei ad equiparare antisemitismo e antisionismo, rischiando di confondere due concetti profondamente diversi e assolutamente non sovrapponibili.

Mai più di adesso è necessario trarre dal passato insegnamenti di vitale importanza e soffermarsi nell’analisi di cosa in Oslo non ha funzionato.

Chiediamo quindi al Parlamento di incardinare una discussione che porti all’adozione di un testo che nella sua parte dispositiva impegni il Governo a:

Avere un ruolo attivo nella proposta, assieme ad altri membri della Comunità internazionale, di un nuovo processo di pace che tenga realmente conto di quelli che sono stati i principali elementi che hanno determinato il fallimento di Oslo e che quindi contenga:

Termini di riferimento precisi i cui fondamenti siano chiaramente specificati e radicati nel diritto internazionale, nel diritto internazionale umanitario e nelle leggi internazionali sui diritti umani.

Un approccio multilaterale e il coinvolgimento di parti terze, specificato e stabilito nei dettagli, con meccanismi di controllo e responsabilizzazione.

Scadenze chiare con precise conseguenze e responsabilità in caso di mancata attuazione degli obblighi da parte dei soggetti in conflitto.

Flessibilità/adattabilità/meccanismi di aggiustamento inseriti in tutti i futuri accordi relativi a periodi di interim per garantire la continua e scrupolosa osservanza del diritto internazionale.

Inclusività, attraverso un processo di pace realmente inclusivo nei confronti delle donne, dei giovani e della società civile e che rispecchi l’impegno della comunità internazionale verso le donne

Favorire un processo di dialogo per la riconciliazione tra le autorità di Gaza e Cisgiordania

Intraprendere le dovute iniziative diplomatiche sia nei confronti del Governo di Israele che nei confronti dell’Autorità Palestinese affinché si giunga a future elezioni nel Territori Occupati Palestinesi, compresa Gerusalemme Est.

Riaffermare pubblicamente e - in ottemperanza all’Articolo Comune 1 delle Convenzioni di Ginevra – adottare tutte le misure necessarie a rispettare, e far sì che tutte le parti rispettino, le proprie obbligazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario.

Riaffermare pubblicamente e adottare, in concerto con gli altri stati membri, tutte le iniziative possibili volte a dare seguito alle recenti dichiarazioni UE dove si “ribadisce che tutti gli insediamenti nel territorio palestinese occupato sono illegali ai sensi del diritto internazionale e rappresentano un grave ostacolo al raggiungimento della soluzione a due Stati e una pace giusta, duratura e globale90.”

Richiedere pubblicamente la rimozione del blocco della Striscia di Gaza e fare in modo che i bisogni del popolo sotto occupazione siano soddisfatti conformemente al diritto internazionale. Devono essere eliminate anche tutte le restrizioni alla libertà di movimento e di accesso imposte a tutti i Territori Palestinesi Occupati, ivi inclusa Gerusalemme Est.

Attivare immediatamente, qualora non fosse già stato fatto nel frattempo, canali bilaterali e multilaterali perché il diritto all’istruzione sia garantito in tutti i territori e in particolare affinché il Direttorato per l’Istruzione di Gerusalemme venga immediatamente riaperto; il diritto all’istruzione è un diritto fondamentale, le scuole devono essere luoghi di pace e devono godere della protezione loro garantita dal diritto internazionale

Sostenere un maggiore impegno economico finanziario a favore della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario per rispondere ai bisogni crescenti della popolazione palestinese

Infine, si fa appello ai membri del Parlamento affinché si vigili e si prevengano eventuali tentativi di adozione di testi finalizzati all’equiparazione della critica al sionismo con l’antisemitismo, come sta accadendo altrove.


1 OCHA. (2017). oPt: "50 years of occupation a gross failure of leadership by many". https://www.unocha.org/fr/story/opt-50-years-occupation-gross-failure-leadership-many.

2 ICJ. (2004). Legal consequences of the constructionof a wall in the occupied Palestinian Territory.

3 UNCTAD. (2017). UNCTAD Assistence to the Palestinian People: Developments in the Economy of the Occupied Palestinian Territory, (p. 10). https://unctad.org/en/PublicationsLibrary/tdb64d4_embargoed_en.pdf.

4 OCHA. Gaza Strip. https://www.ochaopt.org/location/gaza-strip.

5 UNCTAD. (2019). Report on UNCTAD assistance to the Palestinian people: Developments in the economy of the Occupied Palestinian Territory*, (p. 7-8). file:///C:/Users/Valeria/Desktop/Tesi%20ricerca/Economia/UNCTAD/Report%202019.pdf.

6 Nel 2018 queste percentuali sis ono attestate intorno al 20% con giornate dove l’energia elettrica era garantita per solo 4-5 ore: https://www.ochaopt.org/page/gaza-strip-electricity-supply

7 Ibidem.

8 OCHA. Education. https://www.ochaopt.org/theme/education

9 OCHA. Health and Nutrition. https://www.ochaopt.org/theme/health-and-nutrition

10 UN. (2014). Human Rights and Democracy Report 2013. https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-196439/

11 Amnesty International. (2017). Gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati: a che punto siamo. https://www.amnesty.it/gli-insediamenti-israeliani-nei-territori-palestinesi-occupati-punto/.

12 Human Rights Watch, Two Authorities, One Way, Zero Dissent, 23 ottobre 2018. https://www.hrw.org/report/2018/10/23/two-authorities-one-way-zero-dissent/arbitrary-arrest-and-torture-under

 

13 Cioè Gerusalemme Est (6 Km2), fino a quel momento (dal marzo 1949) sotto controllo e 28 villaggi contigui (64 Km2), alcuni dei quali sotto la giurisdizione di altri distretti (principalmente Betlemme e Beit Jala).

14 Con la "legge fondamentale" del 1980, che proclamava unilateralmente Gerusalemme, unita e indivisa capitale di Israele https://mfa.gov.il/mfa/mfa-archive/1980-1989/pages/basic%20law-%20jerusalem-%20capital%20of%20israel.aspx. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU nella risoluzione 478 del 1980, ha definito la "legge fondamentale" «nulla e priva di validità», «una violazione del diritto internazionale» e un «serio ostacolo al raggiungimento della pace in Medio Oriente» http://unscr.com/en/resolutions/doc/478

15 Gli accordi di Oslo, che sanciscono la creazione della ANP, non affrontano lo status di Gerusalemme, che viene rimandato a successivi negoziati che non si sono mai verificati

16 Fonte: Israeli Central Bureau of Statistics https://www.cbs.gov.il

17 https://eeas.europa.eu/delegations/palestine-occupied-palestinian-territory-west-bank-and-gaza-strip/57606/six-month-report-israeli-settlements-occupied-west-bank-including-east-jerusalem-reporting_en

18 il 70% dei suoi abitanti, secondo una stima del Resource Centre for Palestinian Residency and Refugee Rights

19 Tali documenti includono, ad es., prova di dove il residente lavora, vive, paga le tasse, va a scuola, si cura

20 https://www.ochaopt.org/content/concern-about-collective-punishment-new-measures-targeting-residency-rights-east-jerusalem

21 In questo caso, tra gli altri, il diritto di lavorare, guidare, iscriversi a scuola, ricevere prestazioni sanitarie.

22 https://www.btselem.org/jerusalem

23 https://www.mfa.gov.il/MFA/MFA-Archive/1950-1959/Pages/Law%20of%20Return%205710-1950.aspx

24 Conseguenza della legge su Cittadinanza e Ingresso (Citizenship and Entry Law) del 2005 https://mfa.gov.il/MFA/AboutIsrael/State/Law/Pages/Citizenship%20and%20Entry%20Law%20-Temporary%20Order-%202003.aspx

25http://www.globalprotectioncluster.org/_assets/files/field_protection_clusters/Occupied_Palestinian/files/oPt_PC_Needs_Analysis_Framework_2014-2016_EN.pdf e https://docs.google.com/viewerng/viewer?url=https://www.ochaopt.org/sites/default/files/ocha_opt_jerusalem_report_2011_03_23_web_english.pdf&chrome=true

26 I permessi sono indispensabili per ricevere cure essenziali, per visitare i detenuti, per lavorare, per recarsi nei luoghi santi.

27 https://www.haaretz.com/israel-news/justice-minister-israel-s-jewish-majority-trumps-than-human-rights-1.5811106

28 https://www.english.acri.org.il/east-jerusalem-2019

29 Ibidem

30 Palestinian Central Bureau of Statistics

31 https://unctad.org/en/PublicationsLibrary/gdsapp2012d1_en.pdf

32 Sede della OLP negli anni 80 e 90, chiusa nel 2001 come atto di ritorsione contro un attentato

33 Gerusalemme ha 1.000 parchi pubblici contro i 45 di Gerusaleemme Est; 26 biblioteche contro 2 e 531 centri sportivi contro soli 33. (Fonte: UNCTAD The Palestinian economy in East Jerusalem: Enduring annexation, isolation and disintegration, 2014)

34 OCHA, Humanitarian monthly bulletin, August 2017

35 Tra 2015 e il 2019 le demolizioni punitive hanno interessato 69 abitazioni, lasciando senza casa 360 persone, di cui 154 minori https://www.btselem.org/punitive_demolitions/statistics

36 https://www.english.acri.org.il/east-jerusalem-2019

37 https://www.ochaopt.org/sites/default/files/ochaHU0206_En.pdf

38 Che gestisce direttamente 53 scuole pubbliche e opera a Gerusalemme dagli anni ’50

39 UNRWA opera dal 1950 dietro mandato della Assemblea Generale delle NU; Gerusalemme Est fa parte del suo mandato che Israele, in quanto Stato firmatario della Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite del 1946 è obbligato a rispettare e proteggere.

40 Fonte: riunione tra Sameer Jibreel, Direttore del Direttorato, e i Rappresentanti della Unione Europea a Gerusalemme, 13 dicembre 2019

41 Risoluzione no. 1998, 2011

42 https://apps.who.int/gb/ebwha/pdf_files/WHA72/A72_33-en.pdf

43 Fonte: OMS, cit.

44 Vedi nota 82

45 http://www.addameer.org/news/phroc-condemns-death-palestinian-sick-prisoner-sami-abu-diyak

46 https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2019/west-bank

47 https://www.ochaopt.org/content/children-detention

48 La cosiddetta zona E1 o Jerusalem Periphery, in Area C, che secondo i piani israeliani sarà inglobata di fatto alla città di Gerusalemme, garantendone la continuità territoriale con il blocco di colonie che si dirama a partire da Ma’ale Adumim

49 Oltre, evidentemente, a lasciare la Striscia di Gaza isolata da qualsivoglia altro territorio sotto controllo parziale o totale dell’ANP

50 Oxfam, The Enclosure, About Area C, giugno 2017. https://enclosure.oxfam.org/

51 https://eeas.europa.eu/delegations/palestine-occupied-palestinian-territory-west-bank-and-gaza-strip/68152/six-month-report-israeli-settlements-occupied-west-bank-including-east-jerusalem-reporting_en

52 Ibid.

53 Nei 3 anni successivi all’adozione della Risoluaizone n. 2334 da parte del Consiglio di Sicurezza delle NU , Israele ha approvato la costruzione di oltre 22.000 unità abitative nelle colonie della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est https://www.haaretz.com/israel-news/un-says-israel-has-advanced-22-000-settler-homes-in-last-three-years-1.8289281

54 Banca Mondiale, Economic Monitoring Report to the Ad Hoc Liaison Committee, 18 settembre 2017. http://documents.worldbank.org/curated/en/515891504884716866/pdf/119657-WP-PUBLIC-on-Monday-1-PM-sept-11-AHLC-report-September-8.pdf

55 Il 28 novembre 2019, Netanyahu ha impegnato altri 40 milioni di shekel (circa 11 milioni di euro) per le stazioni di sicurezza e di emergenza negli insediamenti illegali in Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano. "Stiamo continuando a rafforzare il movimento di insediamento e aiutarlo, non ci sradicano da qui", ha detto Netanyahu mentre parlava con i leader del gruppo "il Consiglio Yesha".

56 Il 15 gennaio 2020, il Ministero della Difesa israeliano ha annunciato la designazione di sette nuove riserve naturali in Cisgiordania e l'ampliamento di 12 riserve naturali esistenti - tutte situate nell'area C e sotto il pieno controllo del governo di Israele. Questa è la prima volta dagli accordi di Oslo che il governo israeliano ha fatto una mossa simile

57 Per numeri aggiornati si veda: https://www.btselem.org/planning_and_building/statistics

58 https://www.ochaopt.org/page/settler-related-violence

59 Yesh Din (2020). Law enforcement on Israeli civilians in the West Bank. Data sheet, December 2019 https://www.yesh-din.org/en/data-sheet-december-2019-law-enforcement-on-israeli-civilians-in-the-west-bank/

60 https://www.aa.com.tr/en/middle-east/israel-arrests-over-5-500-palestinians-in-2019/1687720

61 https://www.btselem.org/military_courts

62 Processati in tribunali civili anche per reati commessi nei territori occupati

63 https://www.amnestyusa.org/countries/palestine-state-of/

64 In aperta violazione degli art. 3 e 37 della Convenzione Delle Nazioni Unite sui diritti del Fanciullo (New York, 1989)

65https://www.unicef.org/oPt/UNICEF_oPt_Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_and_Recommendations_-_6_March_2013.pdf

66 https://www.amnesty.org.uk/blogs/childrens-human-rights-network-blog/israeli-ill-treatment-detained-palestinian-minors-must

67 UNICEF, Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_and_Recommendations, cit.

68 B’tselem, 2019. “List of military checkpoints in the West Bank and Gaza Strip”. Disponibile a https://www.btselem.org/freedom_of_movement/checkpoints_and_forbidden_roads

69 B’tselem, 2019. “Restrictions on movement”. Disponibile a https://www.btselem.org/freedom_of_movement

70 OCHA, 2018. “Humanitarian Bulletin – occupied palestinian territory” Disponibile a https://www.ochaopt.org/sites/default/files/hummonitor_september_2018.pdf

71 B’tselem, 2017. “West Bank roads on which Israel forbids Palestinian vehicles”. Disponibile a B’tselem, 2019. https://www.btselem.org/freedom_of_movement/forbidden_roads

72 Infatti, tra il 2009 ad il 2016 l’approvazione del solo 1% del totale delle autorizzazioni richieste per la costruzione e la ristrutturazione di case ed infrastrutture è indicativo di una politica di natura discriminatoria. Peace Now, 2019. “On Israel’s Decision for Palestinian Construction Permits in Area C”. Disponibile a https://peacenow.org.il/en/on-israels-decision-for-palestinian-construction-permits-in-area-c

73 Human Rights Council, 2019. “Right of the Palestinian people to self-determination”. A/HRC/40/L.26. Disponibile a https://www.un.org/unispal/document/right-of-palestinian-people-to-self-determination-hrc-40th-session-draft-resolution-a-hrc-40-l-26/

74 The last one, General Assembly Resolution A/RES/73/255 dated 15th January 2019. “73/255. Permanent sovereignty of the Palestinian people in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and of the Arab population in the occupied Syrian Golan over their natural resources”. Disponibile a https://www.un.org/unispal/document/permanent-sovereignty-over-natural-resources-in-opt-and-golan-ga-resolution-15-jan-2019-a-res-73-255/

75 Oxfam, 2019. “Agriculture under siege”

76 See UNGA Res 64/292. 28 July 2010. UN Doc A/64/292; UNGA Res 68/157. 18 Dicembre 2013. UN Doc A/68/157.

77 Berger Y., 2018. “New West Bank Settlement's Sewage Overflowing Into Palestinian Fields”. Ha’aretz. Disponibile a https://www.haaretz.com/israel-news/new-west-bank-settlement-s-sewage-overflowing-into-palestinian-fields-1.6225848

78 B’tselem, 2019. “Video: Video: Settlers torch Palestinian fields with support of the military”. Disponibile a https://www.btselem.org/press_releases/20190522_settlers_captured_on_video_torching_palestinian_fields

79 B’tselem, 2017. “The Separation Barrier”. Disponibile a https://www.btselem.org/separation_barrier

80 OCHA - Gaza 2020: a liveable place?, Agosto 2012

http://www.unrwa.org/userfiles/file/publications/gaza/Gaza%20in%202020.pdf

81 Palestinian Central Bureau of Statistics, On the Occasion if the International Population Day, 11/7/2019 http://www.pcbs.gov.ps/post.aspx?lang=en&ItemID=3503

82 OCHA - Humanitarian Needs Overview 2019, Dicembre 2018 https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-needs-overview-2019

83 Ibidem

84 OCHA Humanitarian Needs Overview, dicembre 2019

https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-needs-overview-2019

85 OCHA, HNO, cit.

86 WHO - OPT Monthly Report, Dicembre 2019

http://www.emro.who.int/pse/publications-who/monthly-referral-reports.html

87 UNICEF - Children in the State of Palestine, Novembre 2018

https://www.unicef.org/sop/media/341/file/Children%20in%20the%20State%20of%20Palestine.pdf

88 Palestinian Central Bureau of Statistics, Press Release, 3 Dicembre 2019

http://www.pcbs.gov.ps/portals/_pcbs/PressRelease/Press_En_3-12-2019-dis-en.pdf

89 OCHA - Humanitarian Snapshot: Casualties in the context of demonstration and hostilities in Gaza, Agosto 2018

https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-snapshot-casualties-context-demonstrations-and-hostilities-gaza-30-mar-2018-0

90 http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2020/01/09/ue-insediamenti-israele-in-territori-sono-illegali-_7efa6776-7c93-46ea-bd22-69c6d08d5d0c.html

 


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