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Elogio del disertore che ripudia la guerra: "viva la vita" è il nostro motto PDF Stampa E-mail
Scritto da Sandro Canestrini   
Domenica 19 Aprile 2020 21:08

Memoria difensiva che l’avvocato Canestrini ha inviato il giorno 11 aprile 2005 alla Procura della Repubblica di Rovereto contro l’esposto di “Alleanza Nazionale” che lo aveva denunciato per “istigazione di militari a disobbedire alle Leggi”. Il 6 novembre 2004 Canestrini aveva inaugurato a Rovereto il “monumento al Disertore” che gli amici della nonviolenza roveretani avevano esposto in omaggio ai 470.000 giovani che non avevano obbedito alla chiamata alle armi per la Prima guerra mondiale.

Il testo è tratto dal n. 1 del 2020 di Azione Nonviolenta dedicato interamente alla figura dell'avvocato Sandro Canestrini, deceduto lo scorso anno, che stato presidente onorario del Movimento Nonviolento, la cui vita, dedicata alla difesa dei diritti, va dalla Resistenza alla Nonviolenza. Spirito libero, intellettualmente onesto, generoso nella difesa di chiunque subisse una limitazione di libertà.

Nel piccolo ambito roveretano l’episodio di cui all’oggetto [n.d.r. inaugurazione del monumento ai disertori nel novembre 2004] si inquadra in una situazione morale dove ognuno di noi è sospinto dalla necessità di prendere delle decisioni spesso in materia giudicata difficile. Ma tale “presa di posizione morale” – che può essere esternata o rimanere nel segreto della coscienza – è possibile solo ad una condizione: che il contesto sociale favorisca, o addirittura solleciti l’azione alla coscienza di ciascuno.

È sempre vero che “fatti non foste per seguirvi virtute e canoscenza”. È chiaro che un sistema oppressivo è contrario per principio alla libera discussione sui temi fondamentali della coscienza e della società. I governi autoritari stabiliscono una gerarchia di principi – la cosiddetta concezione etica della società e della storia – ai quali si deve obbedire e talvolta “credere e combattere”.

Ogni dissenso è punibile in tutto un ventaglio che va dalla semplice ammonizione fino alla condanna a morte. Coloro che si appellano a questi principi si richiamano chiaramente ad una visione della società per cui il principio della violenza per schiacciare chi non è d’accordo si incarna nella figura del cosiddetto eroe; così classificano quelli che si appellano alla violenza.

Lo scrittore italiano Marinetti, in una dichiarazione fatta successivamente propria dal fascismo, definisce la guerra “igiene del mondo”. In questa logica un generale generale franchista urla in una riunione “viva la morte”, il filosofo Unamuno gli risponde “viva la vita”, e sono queste le ultime parole che egli pronuncia prima della sua esecuzione.

Secondo la legge fondamentale dello stato, la Costituzione Repubblicana, il ripudio della guerra è stabilito come principio fondamentale. Da questo principio è risultata anche l’obiezione di coscienza. La ripulsa ai falsi valori della guerra e della violenza è entrata nelle coscienze.

Anche Rovereto si è dichiarata “città della pace”.

Coloro che ci hanno denunciato, invece, ripudiano i valori della pace, della comprensione, del progresso e si richiamano ad un articolo del Codice penale, art. 266 che, come da loro interpretato ci condannerebbe al carcere dai 2 ai 6 anni. Tutta la giurisprudenza, e in particolare quella legata alle denunce per manifestazioni pacifiste, osserva che l’art. 266, modernamente applicato, può convivere anche con le manifestazioni pacifiche ed espressamente pacifiste.

Sull’articolo 266: è uno scandalo oggi in Italia che parlare di “disertori” causi denunce se una legge regionale, quella del 27 novembre 1995 n. 12 riconosce espressamente la “equiparazione dei detenuti e prigionieri nei campi di concentramento, dei disertori e dei partigiani ai reduci e combattenti di cui alla legge regionale 19 dicembre 1994 n. 4”.

Nell’articolo 1 n. 4 si legge: “...a tutte le persone che tra il 1939 e il 1945 si siano rifiutate di prestare servizio militare nel Trentino Alto Adige, sottraendosi a tale servizio con la fuga, o che abbiano opposto resistenza passiva o attiva, nonché a quelle persone che per questo siano state vittime di persecuzioni violenza e prigionia è riconosciuto lo stato di partigiano/a che ha combattuto nella resistenza contro il fascismo e il nazionalsocialismo”.

Diremmo perciò che, per vanificare la pretestuosa ed infame calunnia dei denuncianti, basterebbe solo citare questa legge, dove non solo la parola “disertori” assume una qualifica positiva, ma addirittura viene indicata come situazione di chi ha sofferto lesioni per tale sua testimonianza.

Osserviamo che i neofascisti, i nostri denuncianti, vivono in uno stato nato dalla Resistenza. Il fascismo è condannato dalla Costituzione. Questa condanna vale soprattutto per quei principi che hanno trascinato con le guerre l’Italia al massacro e al disastro, che hanno causato morte di civili, di ebrei, di militari, di resistenti.

Anzitutto è chiaro che è da scartare l’istigazione, così come contemplata dal codice penale. L’essersi espressi in favore a principi di pace e di civiltà non può costituire elemento di reato.

Avere segnalato coloro che hanno praticato questi principi “a ricordo di coloro che abbandonando la divisa divennero uomini liberi” è un’affermazione di principi in linea con la civiltà e la Costituzione italiana. Gli eredi di un regime che fu servo di Hitler – nei suoi comunicati e nei suoi commenti al monumento – definisce gli obiettori e i nonviolenti “vigliacchi”. Questa loro affermazione è in linea con quanto Benito Mussolini dichiarò: “La cosiddetta cultura in fine dei conti è un lusso inutile”.

La storia invece è un crogiolo di movimenti e di persone che per cultura e umanità si sono opposte alle guerre e alle ingiustizie; da Galileo a Giordano Bruno, dal quel pontefice che definì nel 1916 la guerra una “inutile strage” fino al giorno d’oggi, dove la maggioranza della popolazione europea si oppone all’invasione dell’Iraq.

Nel corso della nostra storia interi movimenti si sacrificarono alla pace e alla nonviolenza. Solo in epoca nazista citiamo alcuni esempi: dall’organizzazione religiosa “Testimoni di Geova” che in Germania venne distrutta nei campi di concentramento, ai ragazzi della “Rosa Bianca”, uccisi a Monaco, a J. Joeraus che a Parigi fu trucidato, a tutti gli esuli che lottavano contro il fascismo. Le sentenze pronunciate per gli esiliati a Ventotene e i condannati ai campi di concentramento sono raccolti in volumi la cui lettura consiglieremmo a nostri rozzi detrattori.

Chi ci denuncia non sa evidentemente nulla dei ventimila soldati tedeschi che furono fucilati per essersi opposti non solo alla guerra, ma al massacro delle popolazioni inermi. Sono anche questi dei vigliacchi o non invece degli eroi che diedero la vita per un ideale universale?

In questi giorni il nostro paese sta discutendo il processo per i massacri di Sant’Anna di Stazzema: si tratta di un eccidio con più di 500 i morti, per la maggior parte donne, vecchi e bambini.

Chiediamo: gli omicidi, soldati della Wehrmacht, erano degli eroi? Anche qui possiamo applicare la teoria che chi era contro la Wehrmacht era un vigliacco?

L’illustre storico roveretano Fabrizio Rasera ha così commentato il nostro episodio: “Segni monumentali dedicati a disertori non mancano, a Rovereto e in Trentino.

Sono numerosissimi quelli in memoria dei volontari per l’Italia che, evitando di vestire o strappandosi di dosso la divisa militare di uno stato in cui non si riconoscevano, andarono a morire indossando quella che sentivano propria”.

Ai percorsi, spesso avventurosi, che consentirono a centinaia di trentini di passare dalla parte legalmente imposta a quella scelta dalla propria coscienza sono dedicati due libri. Mario Ceola, divenuto direttore del Museo della Guerra, è uno degli autori; il suo libro si intitola “Diserzioni”, una parola sottratta, per una volta, al possente tabù che le è connesso.

Disertore, oltre che traditore, era per l’Austria quel Fabio Filzi, il cui profilo “eroicamente” stereotipato, assieme a quello del “dioscuro” Chiesa, viene eternato davanti al municipio di Rovereto. Qualche anno fa il monumento fu oggetto di un aggressivo spruzzo di colore, con un gesto che voleva esprimere una forte ripulsa antimilitarista.

Paradossalmente il vero Filzi, non l’icona di marmo, era stato ufficiale austriaco, presidente di un’associazione studentesca repressa dalla polizia, fiero avversario alla pena di morte, e uomo di legge democratico e angosciato dallo scatenamento della guerra.

L’altro impiccato del 12 luglio 1916, Cesare Battisti, è un esempio per eccellenza dell’ironica relatività di categorie categorie che si vorrebbero assolute. Battisti era un patriota o un disertore? Chiedeva nel 1965 don Lorenzo Milani ai cappellani militari che avevano definito l’obiezione di coscienza estranea al comandamento cristiano dell’amore e “espressione di viltà”. E la più bella biografia del socialista trentino, quella scritta dal sudtirolese Claus Gatterer, ripete ironicamente, nel sottotitolo, la motivazione dei carnefici: Ritratto di un alto traditore. Renitenza alla leva, diserzione, obiezione di coscienza, tradimento sono concetti differenziati, che capita spesso di usare come se fossero equivalenti, rendendo ancor più difficili discussioni e scontri dialettici.

A due disertori in senso stretto sono dedicate alcune epigrafi roveretane del primo dopoguerra. La prima è nel Cimitero di S: Marco: “In quest’urna/ dalla cittadina pietà raccolti /riposano i resti mortali dei roveretani/ Renato Gasperini/ Fausto Gerla/ fucilati dall’Austria/ il XV marzo MCMXVI/ rei di aver abbandonate le odiate insegne /per attendere nascosti/ tra le crollanti rovine della loro città/ l’alba redentrice”.

La seconda è sul muro esterno del carcere: “Condannati a morte/ dall’austriaco tribunale di guerra/ in questo cortile delle carceri il 15 marzo 1916/ cadevano fucilati nel fior degli anni /i lavoratori roveretani/ Renato Gasperini e Fausto Gerla / rei del delitto di aver rifiutato allo straniero/ di servirlo nelle armi/ contro i fratelli d’Italia aspettati come liberatori”.

La terza epigrafe, che si legge su casa Corbelli in S. Maria, lascia trapelare nello stile (come la precedente) l’impronta socialista di un’iniziativa celebrativa che coinvolse peraltro, in quella fase, l’intera “città politica”: ricordati i due “lavoratori aborrenti di servire le armi dello straniero”, il testo conclude “nell’esecrazione d’ogni tirannide”. Durò poco, peraltro, la celebrazione di questa anticonformistica tipologia di martirio.

Gasperini e Gerla furono destinati, in un primo tempo, alla sepoltura nella tomba dei cittadini illustri, il cosiddetto “famedio”. Le loro spoglie rimasero poi sotto le arcate del cimitero, posizione che testimonia la rinuncia a fare dei due fucilati l’oggetto di una rilevante memoria pubblica. In effetti non entrarono mai a far parte del calendario della religione della patria, che esigeva modelli attivamente eroici, tanto più dopo che all’“esecrata tirannide” straniera subentrò quella domestica del fascismo.

Portare le scolaresche in pellegrinaggio alla tomba di chi era semplicemente scappato piuttosto che combattere per una causa “aborrita”, avrebbe comportato l’apertura a domande pericolose sulla libertà di coscienza e sui suoi confini, in assoluta antitesi con la pedagogia del “credere, obbedire, combattere”.

Torniamo in conclusione ai monumenti “alla rovescia”. Moltissime iniziative ispirate nel primo dopoguerra dall’internazionalismo di matrice socialista ebbero questa caratteristica. Le documentò in studi esemplari Gianni Isola, per alcuni anni docente di storia contemporanea a Trento.

Le epigrafi da lui recuperate negli archivi hanno spesso testi di sorprendente forza di denuncia. Non rinunciamo a citare l’incipit di quello scolpito su una lapide nel cimitero militare di Schio, a ricordo di due soldati fucilati per ordine del generale Andrea Graziani nel corso della ritirata di Caporetto: “Vittime insanguinate/di sanguinario militarista”.

Messaggi come questi erano destinati a rimanere per poco nei luoghi della memoria pubblica: Isola li disseppellì dai giornali militari o dalle carte di polizia, perché successivamente rimossi non solo dalle piazze, ma anche dai cimiteri. La pietas verso gli “uomini contro” si è trasmessa peraltro e malgrado tutto per altre vie: attraverso la memoria famigliare e comunitaria, la scrittura, il cinema, la canzone.

Don Milani, parroco di Barbiana nel Mugello, ha alzato la sua voce contro tutte le tipologie di condanna a morte. Egli sarebbe stato sicuramente d’accordo con il monumento appena inaugurato, causa di questa memoria: perché mostra un gesto, l’abbandono di un elmetto, un fucile spezzato, delle tracce di piedi nudi che si allontanano. Sul monumento non vi è raffigurato nessun disertore; solo l’imitazione una divisa militare; c’erano soprattutto delle orme di piedi nudi che si allontanavano.

[...] Chi ha eretto il ricordo incriminato era d’accordo con Giorgio La Pira, Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, Pietro Pinna, Aldo Capitini, con l’attività del Movimento Nonviolento, e in assoluto disaccordo con quel generale che a Spoleto denunciò una canzone “O Gorizia tu sei maledetta”.

I giornali pubblicano che noi abbiamo “gettato fango sulle istituzioni”. Ci sia concesso considerare ciò solo una speculazione politica di basso profilo etico, così come è una speculazione definire il monumento: “una barriera dissacrante dei valori e dell’impegno per la libertà”. Ci sia concesso citare Bertolt Brecht: “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.

[...] Con tali premesse e con riferimento a quanto qui sostenuto si confida che l’esposto-denuncia venga archiviato perché per sostanza giuridica non contiene affatto l’incitamento di cui all’art. 266 del codice penale, e perché il contenuto della denuncia stessa contrasta con i valori di libertà e di civiltà trasmessi dall’antifascismo e dalla Costituzione.

Pubblicato sul n. 1 del 2010 n. 1 di Azione Nonviolenta, rivista del Movimento Nonviolento - http://www.azionenonviolenta.it/

 


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