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La mia Resistenza contro i fascismi di ieri e oggi: vivere con gioia la nonviolenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Sandro Canestrini   
Lunedì 20 Aprile 2020 15:34

Spesso (sempre più spesso col crescere dell’età) mi accade di raccogliermi in me stesso e guardarmi indietro, nella mia vita, per meglio capire gli sviluppi del pezzo di storia che ho dovuto attraversare. E così mi rivedo studente universitario a Firenze allievo di La Pira e di Calamandrei e attento ascoltatore delle conversazioni che gli studenti albanesi (dell’Albania fascistizzata) tenevano tra di loro, già tutti pronti a prendere le armi per la libertà del loro Paese – e ho poi saputo che sono tutti caduti nella lotta partigiana.

Mi rivedo maturare i semi dell’insegnamento antifascista di mio padre, mi rivedo chiamato alle armi, prigioniero dei nazisti, fuggito dal campo di concentramento, aderente al movimento clandestino di resistenza.

E mi domando: ma tu, Sandro Canestrini di oggi, cosa hai da conservare e cosa hai da rinnegare in quel tuo passato?

E poi quando anche nelle piazze ti battevi (duro, da finire spesso in guardina, da finire spesso la settimana per direttissima denunciato e processato), che spazio davi all’umanità dei tuoi avversari? Quelli che chiamavamo i celerini erano per te degli uomini o solo dei bianchi simboli di potere da contrastare con tutti i mezzi, compresi i sassi del selciato?

E poi avanti e avanti, quando ti trovavi nella facoltà di sociologia dell’università di Trento occupata, e partecipavi a manifestazioni non autorizzate, e quando sei saltato in una via principale della città sull’automobile d’onore che portava Saragat il 3 novembre del ’68 a celebrare il cinquantesimo dell’annessione del Trentino, e tu lì a urlare con parole infuocate contro quel presidente della repubblica, parole roventi di odio, fino a quando ti sei risvegliato in questura, rintontito dalle bastonate? E ancora: in tutta la tua vita dopo, anche nell’impegno d’avvocato al servizio di ideali nobilissimi, cosa hai “praticato” di Capitini, cosa hai capito di Gandhi? Domande amare, risposte insicure.

La storia è senza scorciatoie

So molto di un mio sanguigno e caparbio parteggiare per quanto mi sembra nobile e giusto. So anche cosa ha voluto dire Bertolt Brecht quando, rivolgendosi al rivoluzionario, gli ricorda con tristezza che “anche l’odio per l’ingiustizia travolge il carattere” e come cioè il male che tu combatti finisca, come lebbra ributtante, a rimanerti in parte addosso.

Questo però anche so: che quando, a poco a poco mi hanno conquistato, il pensiero di Gandhi e l’attività degli obiettori di coscienza, al servizio militare prima e alle spese militari poi, vi è stato in me un progressivo distaccarsi dalla vecchia pelle, proprio come quella che la biscia lascia a primavera nei prati per un quasi rinascere a nuova vita.

E ho capito che la storia non fa i salti, che la realizzazione delle idee anche più giuste non passa per scorciatoie, che le grida non hanno mai persuaso nessuno. Ho capito che dalla lotta violenta alla lotta nonviolenta è un cammino di scelta di maturità, sì, proprio, di maturazione di semi che hai dentro, di sviluppo positivo verso soluzioni solide.

Questo offro della mia esperienza ai ragazzi di oggi, né per accettare in loro, né per rinnegare in toto, secondo le tradizionali categorie, un mio passato, ma per capirmelo e per spiegarmelo a un unico scopo: di essere se possibile sempre più uomo. Perché, ragazzi di oggi (vi parla il ragazzo di ieri), il nemico è sempre lì, fermo e spietato, col sogghigno del torturatore e la bieca faccia del tutto violento.

Dico il fascismo, proprio quello stesso che ho combattuto (sì certo, con metodi violenti) cinquant’anni fa, quello che ancora oggi cerco di contrastare pur avendo la via illuminata dal quieto sole della nonviolenza.

Il fascismo è sempre lì, sempre uguale a se stesso, eterno atteggiamento della parte peggiore dello spirito umano, prima ancora che realizzazione pratica di un sistema politico. Il nemico di sempre, e basta guardarsi indietro nella storia: il settarismo, l’intolleranza religiosa, il militarismo ancora tornano – come per una dannazione di cicli storici – ad essere problemi importanti. Chi avrebbe detto solo un anno fa che i fascisti avrebbero formato per un certo periodo, ora è qualche mese, maggioranza parlamentare?

Come si fa a capire bene come mai masse anche popolari, nel sud abbandonato e disperato, raccolgono ancora una opzione che ognuno dovrebbe vedere come sicuramente negativa sotto tutti i profili?

Studiamo la storia della resistenza, viviamo la storia della nonviolenza. Mi pare che questo sia il ponte fra le due grandi epoche, il nodo di congiunzione fra due grandi periodi storici. Studiare e amare la resistenza, vivere con gioia la nonviolenza.

Articolo pubblicato su “Azione Nonviolenta”, aprile 1995

 


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