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Così lontani, così vicini PDF Stampa E-mail
Scritto da Gaetano Vacca   
Lunedì 01 Giugno 2020 09:12

Risentirsi vivi dopo mesi di isolamento, di ansia, di "andrà tutto bene"… che non c'è niente di peggio di sentirsi ripetere una cosa ad libitum per smettere di crederci.

Ti ripeti che sei fortunato, tutto sommato, ad avere un tetto sulla testa e gente che ti sopporta, ma il buon intento non sempre sortisce l'effetto sperato, perché una belva non si rinchiude. La belva non ha bisogno di troppe cose, ma per quelle poche che necessita è disposta a scagliarsi contro le sbarre della prigione fino a quando non cedono le sue ossa... o le sbarre.

Quel male oscuro che quando sei più indifeso ti divora da dentro e poi comincia a mordere chiunque ti stia intorno fino a che non resti solo e riprende a divorarti fino a consumarti completamente. Ricominciare ha il suo prezzo: come chi mettendo piede a terra dopo 30 giorni di mare è malfermo sulle ginocchia ed ha quella punta di inquietudine che lo spinge a ripercorrere a ritroso la passerella per ritornare a bordo, nella placenta sicura della routine della madre d'acciaio. Avete presente "la leggenda del pianista sull'oceano", no? Beh, quel Nick Novecento che, pur potendo, non scese mai dalla nave che lo aveva cresciuto: una metafora molto attuale di chi non riesce ad affrontare la vita restando eternamente figlio, un po' un dramma ricorrente che caratterizza la mia generazione, ma anche tutte quelle a venire...

Il mio ritorno alla vita è appunto il mio Kayak ed il mare. Quel mare che è la colonna sonora della mia esistenza dalla nascita. Anzi, pensandoci bene, anche prima, essendo stato "impostato" a bordo di una nave grazie alla follia di mia madre la cui unica paura era di stare a casa ad aspettare Godot. Ed è per questo che nelle mie vene la presenza di salmastro è in quantità decisamente importante e fino a quando non ritorno ad immergermi nel mio liquido amniotico passo i mesi peggiori che sono gli ultimi della primavera...Sfioro lo specchio d'acqua con il "cucchiaio" cercando di dare continuità ed armonia al movimento per ascoltare quella divina sinfonia composta dal canto degli uccelli marini, dal solco gentile della mia chiglia nel mare, il baluginio dei raggi del sole sulla spuma delle onde, il respiro del mare. Io lo sento quel respiro. Non sempre, ma quando riesco a lasciare il carico della mia ingombrante esistenza sulla riva, riesco a sentire il suo respiro ed anche qualche sussurro. Mi sento un po' come quell'islandese delle "Operette morali" di Leopardi che incontra la natura, dalla quale però vuole fuggire, mentre io non chiedo di meglio che esserne inghiottito. Ed è mentre faccio questo e cento altri voli pindarici con la mia fantasia che la mia attenzione si sposta su un'ombra rossa che galleggia sulla superficie argentea e grigia del mare senza sole. Le due pinne in posizione assurda ed il colore arancio intenso mi fanno subito capire che non si tratta di un'opera di madre natura, ma di un manufatto di uno dei suoi figli più indegni. Giunto vicino all'Unidentified submerged Object, capisco che trattasi di un'enorme transenna di plastica ove al centro campeggia una rosa dei venti ed una scritta: "ajuntement de Santa Susanna". Penso subito ad una lussuosa imbarcazione i cui proprietari non hanno propriamente a cuore l'ecosistema. Mi comincia a montare una sorta di rabbia facilitata anche dai mesi di clausura che mi fanno lanciare subito una serie di maledizioni che si dipanano in tutte le direzioni della "rosa" stampata sulla transenna stessa, per raggiungere i presunti criminali del mare.

Ancora una volta la presunzione sciocca mi fa vestire i panni del difensore degli oceani. Sento il sussurro divertito e canzonatorio... Ok, a questo punto la mia etica mi impone di portarla a riva, ma sono in un kayak chiuso e non ho neanche una cimetta per poterlo rimorchiare.

Decido di caricarla sulla canoa a prua. L'operazione non è semplice, ma è facilitata da un’ode al primo cerchio di cherubini. Dopo averla caricata, realizzo che mi è impossibile portarla a riva così, perché non riesco a pagaiare, quindi altre odi più o meno barbare accompagnano lo spostamento del pesante e voluminoso oggetto a poppa dove comunque rimane semisommerso e mi fa da ancora galleggiante. Decido ugualmente di ricoprire le circa due miglia che mi portano alla costa, in uno slancio di ottimismo e dimenticanza di "una certa" che ormai avanza. Inizia quindi una sorta di supplizio di Sisifo che mi porta a ricoprire la distanza che normalmente percorro in mezz'ora in un'ora e quaranta di sudore. Giungo sfinito sulla rena e carico la balaustra arancio sulla sabbia che, non appena uscita dall'acqua, sembra incredibilmente leggera quasi come a volermi ulteriormente sfottere. La fotografo sdegnato e torno alla base dove rimetto la mia "voluttuosa" amante sulla rastrelliera, saluto il mare che non vedrò per un paio di giorni e mi reco alla maison.

Dopo aver raccontato al disattento pubblico che abita la magione la mia avventura in mare, mi viene in mente di cercare su Google da dove possa provenire il manufatto stramaledetto, vista anche la mia poca conoscenza degli idiomi ispanici. Con mia somma sorpresa apprendo che la barriera non appartiene ad un grasso e laido capitalista proprietario di un megayacht chiamato "Santa Susanna", ma che "ajuntement de" vuol dire "municipio di". Esattamente Municipio di Santa Susanna: un comune della Catalogna di 1600 anime ad una manciata di chilometri da Barcellona e da 700 km circa dalla riviera apuana.

Ma come è finita in mare una transenna di plastica pesante, un atto vandalico dei soliti ragazzetti abborracciati (mal comune a tutte le latitudini) o?

E soprattutto: come diavolo ha fatto ad arrivare fin qua in condizioni, tutto sommato, buone?

Decido di condividere l'avventura sui Social con il mondo virtuale, oltre che con i miei amici in carne ed ossa in "fase 2" e vedo che la cosa desta un certo interesse per la sua peculiarità. L'associazione "Trentuno Settembre" di cui faccio parte mi fa riflettere, per sua natura stessa, sullo straordinario spunto che può dare questo oggetto che può considerarsi un ponte ideale tra diverse nazioni. Tra l’altro in un momento in cui è già difficile spostarsi tra diversi comuni, specie se si trovano a pochi chilometri ma in regioni diverse.

Questa sorta di messaggio nella bottiglia ha viaggiato per mesi in piena pandemia, totalmente indisturbato, fino ad arrivare a lambire la nostra costa, quasi come fosse un disperato bisogno di contatto umano. Decido di rispondere e vado a cercare questo comune sul motore di ricerca. Trovo la pagina Facebook del Municipio di Santa Susanna e decido di stabilire un contatto, scrivendogli della mia avventura, ma nutrendo poche speranze di una risposta, avendo anche usato il traduttore online italiano-catalano che non oso immaginare a quali fraintendimenti possa portare. Durante l'arco della giornata il messaggio viene letto da altri amici e compagni ed un vecchio lupo di mare, mi dà un primo indizio per risolvere i tanti misteri che hanno comunque acceso la mia curiosità : il 19 gennaio il maltempo si è abbattuto sulle regioni orientali della Spagna con venti che sferzarono le coste a oltre 120 chilometri all'ora. La tempesta 'Gloria' portò precipitazioni intense sino a 150 millimetri di pioggia su Barcellona e Valencia e nevicate a Granada e Albacete. Strade rallentate o chiuse per neve, specialmente nel levante spagnolo. Beh, decisamente plausibile il tutto ed esattamente 4 mesi per ricoprire la distanza di 435 miglia marine, miglio più miglio meno, in 119 giorni ad una velocitá di 3,65 miglia al giorno. Veramente un gran lupo di mare il mio amico, Domenico Lubrano.

La vera sorpresa, tuttavia arriva in serata con la risposta del Comune di Santa Susanna: “Ciao Gaetano. Grazie mille per averci contattato e inviato queste informazioni. Lo scorso gennaio abbiamo subito una tempesta che ha portato questa recinzione alla vostra bellissima costa, Marina di Massa”. BINGO!!! Il ponte è stato completato. Non sta a me stabilire o sindacare le intenzioni ed i provvedimenti che vengono presi dai governi a tutela della salute dei cittadini, ma una cosa è certa: l'essere umano è un animale sociale e non è fatto per essere "distanziato", naturalmente lo stato maggiore delle cose può sovvertire per necessità quello che è naturale, ma alla fine anche una piccola transenna può fornire uno straordinario spunto di riflessione su quanto la vicinanza arricchisca i popoli e non è un caso che il mare debba servire da straordinario contenitore che riduca le distanze tra essi e veicoli la nostra necessità di restare umani, nella buona e nella cattiva sorte.

Fonte: Associazione 31 Settembre

 


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