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Le cene che uniscono: incontrando le persone nel quartiere dei Poggi a Massa PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Tommaso Giani   
Giovedì 29 Luglio 2021 04:59

Quando visito una città che non conosco, il quartiere che mi attira di più non è il centro storico ma quello delle case popolari. Mi piace avventurarmi grattando sotto la superficie, nelle parti della città dove scompaiono la segnaletica per i turisti e le zone a traffico limitato, e dove il reddito medio pro-capite degli abitanti si abbassa maggiormente.

Nei quartieri delle case popolari solitamente non ci si imbatte in altri tipi di fruitori dello spazio cittadino diversi dai residenti: niente studi di avvocati o commercialisti, niente palestre, niente servizi che attirano persone da altre parti della città o da fuori.

Nei quartieri delle case popolari ci trovi la vita vera senza bisogno di scremare alcunché, e nei quartieri delle case popolari misuri meglio che altrove la qualità di un’amministrazione pubblica locale: se il verde pubblico, la raccolta dei rifiuti, i passaggi degli autobus e i servizi di prossimità sono ben organizzati intorno ai palazzoni dei poveri, vuol dire che questi servizi funzioneranno dappertutto.

Per questo mi viene naturale cominciare questi miei tre giorni di full immersion nella provincia più a nord della Toscana dal quartiere dei Poggi, che su internet ti esce subito se digiti “case popolari Massa”.

I palazzoni di cui vado in cerca pedalando sul mio biciclettino pieghevole si trovano addossati all’autostrada Genova-Rosignano, in una terra di nessuno che galleggia fra il centro città e il mare. Lo stile di questo tipo di edilizia, purtroppo, è molto riconoscibile: dinosauri anni 80 a 15-20 piani, squadrati e messi in fila, uno uguale all’altro; a Scampia le hanno chiamate le Vele, mentre a Massa ci sono i Formaggini, mi spiegano i primi passanti a cui chiedo informazioni, chiamati così forse per il colore bianco dei palazzoni.

Sui piazzali del parcheggio ci sono svariate macchine senza targa spiaggiate lì da chissà quanto: alcune di esse sono usate come magazzino dagli abitanti degli appartamenti, che ogni tanto aprono i mezzi per frugare in un mare di cianfrusaglie.

Salta all’occhio anche la presenza di una scuola materna ben tenuta, con solo le bidelle presenti a custodire l’ambiente in questi giorni di vacanza. E poi il solito parchetto buono per le passeggiate dei cani al guinzaglio e per gli spinelli delle compagnie di ragazzotti e ragazzotte già operativi al tavolo da pic-nic.

Negozi: zero.

La grande arteria di viale Roma, con l’Esselunga, i bar e le attività di tutti i tipi, non è lontana. Però se sei un anziano senza macchina e senza gambe buone, qui ai Formaggini la spesa piccola sotto casa è impossibile: ai piani terra di questi edifici lo spazio per i negozi proprio non è previsto (altro tratto tipico dell’edilizia popolare all’italiana).

La mia perlustrazione in bicicletta contempla diversi giri degli isolati: immagino signore alle finestre che mi vedono transitare più e più volte, chiedendo informazioni e attaccando discorso con chiunque: si staranno chiedendo chi diavolo è questo qui e cosa sta facendo sotto casa nostra. Già, magari ve lo state chiedendo anche voi che mi leggete, e allora ve lo dico.

Sto organizzando una cena, per dopodomani sera, nel centro di Massa. Cerco 10 invitati: 5 li sto reclutando fermando le persone a caso qui alle case popolari; gli altri 5 invece li cercherò domani nel quartiere più ricco della città.

Voglio provare a fare incontrare a tavola 10 persone dei quartieri agli antipodi dello stesso centro abitato: quartieri che pur essendo geograficamente vicini, di fatto quasi mai comunicano; scuole diverse, compagnie diverse, potere d’acquisto diverso, divertimenti diversi, livello culturale diverso… Ci voglio provare nella speranza che quando la cena sarà finita e io avrò lasciato la città, i 5 massesi del quartiere dei ricchi e gli altri 5 di quello dei poveri possano continuare a frequentarsi e a fare amicizia, lanciando un messaggio di speranza a tutti noi che un po’ ci stiamo arrendendo all’inevitabilità delle città a compartimenti stagni.

Una città diventa bella solo quando è capace di mescolarsi al suo interno. Per dimostrarlo però non c’è tempo da perdere, e dunque mi metto all’opera fermando per strada chiunque mi capiti a tiro. Le donne come da copione sono più cortesi degli uomini. “Mi dispiace ma io la sera lavoro: faccio le pulizie negli uffici della Asl e il mio lavoro è di sera, quando gli uffici chiudono, per cena non sono mai a casa”. “Bella idea, però io sto facendo la stagione come lavapiatti in un locale in Versilia”. Attacco bottone anche con le mamme straniere, ma anche con loro all’inizio ricevo picche: “Devo chiedere a mio marito, grazie comunque!”. E poi c’è un via vai di macchine sui piazzali di cui dopo un po’ capisco il motivo: “No, guarda, io non abito qui. Vado a trovare un mio amico che mi vende il fumo buono”, mi apostrofa da toscanaccio un omone nerboruto e super-tatuato.

La svolta arriva quando mi decido a lasciare provvisoriamente i Formaggini per andare a fermare gli abitanti del condominio subito dietro, che si trova sì nel quartiere popolare, ma è tenuto meglio ed è composto da appartamenti di proprietà, non di edilizia pubblica. Qui la gente è più ciarliera e più abituata a relazionarsi con uno sconosciuto. Subito mi metto a parlare con Andrea, un traduttore e interprete, che appena capisce qual è la mia impresa mi porta a spron battuto al campanello della sua vicina di casa Ilde: farmacista nonché prof di scienze in pensione, appassionata di erboristeria, attivista dell’associazione Luca Coscioni per i diritti al fine vita dei malati terminali, Ilde e suo marito mi accolgono con una naturalezza incredibile, manco fossi un amico di famiglia. “Vuoi un caffè? Davvero sei un figlio spirituale di don Gallo? E’ un grande! Noi siamo stati tante volte a mangiare alla sua trattoria!”. Nel salotto di Ilde colpisce una libreria sterminata e munitissima, con tanto di quotidiani sul tavolo. La sua casa mi fa venire in mente la scelta di vita di Edoardo Sanguineti, il poeta genovese che aveva deciso di vivere nel quartiere delle case popolari della sua città, perché a Begato trovava più autenticità e si trovava più a suo agio che ad Albaro o Castelletto (i quartieri in della mia città del cuore). Anche Ilde e suo marito sono due tipi intellettuali ma non snob, che i poveri di cui parlano li vogliono avere vicino: non a caso fino alla pandemia prestavano servizio attivamente in una casa gestita dalla Caritas di Massa per persone senza tetto. Ovviamente la sintonia fra noi è altissima: e Ilde una volta arrivato il mio invito non ci pensa due volte e mi risponde “noi ci saremo!”.

Esco di nuovo sotto il solleone e la mia ricerca continua: mi imbatto in un ragazzo africano con il giubbino catarifrangente addosso e la pedalata stanca. Lo fermo, e mi va bene. Si mette ad ascoltarmi. Si chiama Rachid, viene dal Ghana, vive con altri uomini africani in un appartamento condiviso qui in zona: lavora a Montignoso come facchino nel mercato generale della frutta di Massa. “Mi alzo alle 2 di notte per andare a lavorare, faccio andata e ritorno in bici, ora sto tornando dal lavoro e vado a riposarmi”, mi spiega, e io capisco il motivo della pedalata ingobbita. Gli faccio l’invito, e mi dice sì! Numeri scambiati, un selfie portafortuna, un luogo e un’ora orientativa per incontrarci giovedì, e siamo a 2.

Pausa pranzo. Devo fermarmi perché la mia faccia e le mie braccia stanno prendendo fuoco. Esco dal ghetto e torno su viale Roma, la strada transitata coi negozi e i bar. All’incrocio col quartiere dei Poggi c’è il bar più frequentato dagli abitanti delle case popolari, che mi ha segnalato Ilde: lo gestiscono due fratelli, Stefano e Fabrizio, che sono cresciuti ai Poggi e che ultimamente hanno messo su famiglia in quartieri migliori.

Fabrizio mi ascolta con gli occhi che brillano mentre mi serve la pizza e mi regala un dolcino: “Io i Poggi li conosco come le mie tasche. Da noi è facile prendere delle brutte strade. Io ho avuto fortuna e mi sono salvato grazie alla passione per le riprese televisive, il mio precedente lavoro prima di mettere su il bar. Lo sai che una volta facevamo un servizio televisivo al carcere di Massa, e tutti mi riconoscevano: Fabrizio! Fabrizio! Cos’hai preso? Spaccio? Rapina? Non ti avevo ancora visto! E io a rispondere: ma che dici, no, sono qui per lavoro… Insomma, c’era pieno di ragazzi del mio quartiere, tanto per dire gli incroci pericolosi della mia vita; devo dire che mi è andata di culo”.

Dopo pranzo e dopo una pennichella ristoratrice su una panchina del parchetto in mezzo ai ragazzotti e alle ragazzotte impegnate in un altro tipo di ozio, ricomincio a pedalare come un’ape intorno ai Formaggini cercando persone che entrano o escono di casa. Mi metto a chiacchiera con le signore anziane radunate nell’androne del palazzo a prendere il fresco, e poi mi lancio su Giuliana e sua figlia appena salite in macchina: “Siamo qui a trovare mio cugino, ma abitiamo anche noi nel quartiere”. Giuliana mi racconta abbassando il finestrino della macchina che fa la casalinga e che suo marito è operaio di una dittarella esterna della General Electric, una delle poche multinazionali, se non l’unica, che ancora dà lavoro in città costruendo turbine. “Io e mia figlia veniamo volentieri. Prendi il mio numero, ti do la posizione!”. Giro le foto anche a Rachid e Ilde: “Ragazzi abbiamo trovato la terza invitata!”. La stanchezza avanza, ma anche il divertimento aumenta sempre di più.

Nell’androne al piano terra di un altro Formaggino avvisto Aniello, un pensionato a torso nudo intento a riparare delle bici: anzi no, forse le sta vendendo; passa Mustapha, un suo cliente, e si mettono a trattare. “Guarda per 30 euro te la lascio!”. “Dai grazie, vado a cambiare i 50 euro in un bar e torno”. Aniello è di origine napoletane e quindi simpaticissimo: mi racconta della sua vita da muratore (esercita tuttora), del carcere che si è fatto suo figlio, dello sketch degli youtuber napoletani “Bello Bello e Cocò” che la scorsa estate lo hanno immortalato nel suo paese natale, Afragola, ingaggiandolo per il ruolo di un vecchio buttato dentro il camion dell’immondizia (800mila visualizzazioni!). “Guarda che bello che sono!”. E naturalmente si mostra entusiasta dell’idea della cena: Aniello non ha lo smartphone e non ha Whatsapp, ma mi lascia il suo biglietto da visita da muratore estratto dal portafoglio, come ai vecchi tempi. “Ci sarò, ma guarda che i ricchi domani farai più fatica a imbarcarli”. Speriamo bene. Intanto trovo il tempo anche per un ultimo invito in extremis: Silvio, che scende di macchina e rimane incantato ad ascoltare il mio ultimo pistolotto pubblicitario di oggi: “Lo sai che mi hai davvero sorpreso? E se accetto che succede? Guarda, l’idea è proprio bella, l’unica cosa che mi piace poco è che sei di chiesa”. Nessuno è perfetto. Però tempo poco e Silvio mi perdona questo grosso neo nel curriculum, e mi lascia il suo numero di telefono. “Mandami la posizione per giovedì”. Ci siamo. Metà squadra è fatta.

Don Tommaso Giani

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Segnalato da: Andrea De Casa

 

Non ci dimentichiamo




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