Home Economia Disuguaglianze Recensione: "Non chiamatemi zingaro" di Pino Petruzzelli (Buratti Gino
Recensione: "Non chiamatemi zingaro" di Pino Petruzzelli (Buratti Gino PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 29 Settembre 2008 20:03
Troppo spesso la "non-conoscenza" aumenta la paura dell'altro e del diverso, riducendolo, magari aiutati dal pregiudizio, semplicemente a luoghi comuni.
Per questo motivo mi piace suggerirvi la lettura del libro "Non chiamatemi zingaro", di Pino Petruzzelli (edizioni chiarelettere), il cui sottotitolo è quanto mai indicativo: "tutti hanno paura dei Rom, ma nessuno li conosce. Perseguitati e diversi da sempre, a loro la parola".
Un libro che si limita semplicemente a dare ai Rom la parola, del quale tuttavia farne una recensione mi sembra di sminuirne i racconti di vita, per cui mi limito a riportarvi alcuni pezzi che hanno attirato la mia attenzione... pezzi sicuramente scollegati, che e estrapolati perdono tanto, ma che spero vi incuriosiscano, aiutando, come è successo con me, la conoscenza.

Gino Buratti
"...Questa dei rom viaggiatori - attaccò il mio amico dopo aver brindato alla nostra salute - è un mito tutto vostro. A forza di dircelo abbiamo iniziato a crederci sul serio anche noi. Se noi viaggiamo è solo perché qualcuno, rompendoci le palle, ci obbliga a farlo..."

"...Vivete solo di pregiudizi. Per voi noi si nasce con il fagotto in mano e con due sole strade possibili: il furto o il violino. Non si scappa di lì: o rubi o suoni. Il fatto che ci possano essere rom onesti e rom stonati a voi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello... una buona idea sarebbe quella di vederci come realmente siamo, e cioè la vostra immagine riflessa in uno specchio che esagera e deforma..."

"...Abbiamo un’idea di vita diversa dalla vostra. Non è detto che sia migliore, ma è giusto rispettarla. Armonia nelle diversità. Se tu ad una chitarra metti sei corde uguali mi sai dire, scusa il termine, che cazzo di musica fai..."

"...certo - mi rispose, portando alla bocca l’ennesimo bicchiere di grappa, che sembra scivolargli in corpo senza nessuna conseguenza - soprattutto amo pregare. Mi piacciono la preghiera cattolica, quella ortodossa, quella islamica, quella evangelica. Io prego ovunque perché Dio, Devla, è in ogni luogo. Una volta in Turchia, sono entrato in una mosche e ho pregato Devla con i riti musulmani. Loro dicevano Allah e io dicevo Devla. Dio è uno anche se si pronuncia in modi diversi, secondo dove ti trovi e dove sei nato. Dio aiuta chi ha bisogno e chi è onesto verso se stesso in primo luogo e verso gli altri in secondo..."

"...L’idea fu quella di mescolare bulgari e rom. Nella periferia di Plovdiv, che è la seconda città della Bulgaria, vennero costruite case in cui avrebbero abitato gli uni e gli altri. Vicini. Era la politica degli anni settanta. Integrazione, o più propriamente, assimilazione..."

"...Per partire si vende tutto, dalla radio ai vestiti e quando si ritorna si è più poveri di prima..."

"...Probabilmente - mi sussurrò Manush - ha creduto di ridurre la distanza che c’è tra te e lei raccontando qualcosa che ti avrebbe fatto piacere sentire. Molte volte siamo costretti a mentire per essere accettati..."

"...tre giorni fa, da un mio amico che vendeva rose, rom anche lui, ma in regola sono arrivati un ragazzo e una ragazza e hanno chiesto: "Quanto vuoi per queste rose?". "un’euro l’una". "Allora le prendiamo tutte". Ha dato loro le rose, loro gli anno dato i soldi e poi la ragazza ha tirato fuori un tesserino dalla tasca e ha detto: "Vigili urbani. Favorisca la licenza. Intanto il corpo del reato lo teniamo noi". "Le rose?" ha chiesto il mio amico. "Sì, le rose". Ha pensato che stessero scherzando, ma alla fine gli hanno fatto il verbale con tanto di multa e come corpo del reato c’era davvero scritto: quindici rose..."

"...Ti sembra vita questa qui? Se, invece, il lavoro lo prendi in regola e il datore di lavoro non collega la tua via al campo nomadi, la preoccupazione principale non è lavorare bene, ma non ammalarsi, perché se ti ammali e arriva il controllo medico, la storia che non sei zingaro al datore di lavoro non gliela puoi più raccontare. Da quel momento in avanti in azienda, mancassero pure un paio di calzini sporchi, il colpevole sarà sempre lo zingaro. Tanto per i gagé siamo noi stessi la prova della nostra colpevolezza. Sono generazioni che siamo colpevoli sulla fiducia. capisci che dobbiamo sempre nasconderci altrimenti, tac! ti marchiano..."

"...Proviamo a guardarci tutti da questo punto di vista e forse saremo dei giudici meno severi sia con noi stessi sia con gli altri. Chi vede il mondo solo esteriormente non potrà arrivare a capirsi..."
 


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