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Dare voce al silenzio (Elena Loewenthal) PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 07 Aprile 2009 09:56
Pubblicato su "Notizie minime della nonviolenza", n. 636 del 11 novembre 2008 e tratto dal mensile "Letture", n. 553, gennaio 1999, col titolo "Se potessi darei voce al silenzio"

Parlare del silenzio può essere un paradosso, ma anche una necessità, una via a senso unico. In ebraico esiste più d'una parola per indicare il silenzio: esiste, a ben guardare, o forse ad ascoltare, quel silenzio che è pace, e quell'altro che è come un macigno irremovibile, dall'insopportabile peso. In ebraico a volte si dice persino che il silenzio ha una sua voce, per quanto sottile e impalpabile. L'ha udita Elia sul monte, quella voce del silenzio. "Epifania / Oggi Dio / mi appariva così: / qualcuno alle mie spalle / i miei occhi schermava con le mani: / indovina, chi sono?" (Yehuda Amichai). Se sapessi poetare, chiederei di dare voce al silenzio.

Non a quel silenzio che sa di quiete, di appagamento e completezza. No, all'altro. A quel silenzio che in ebraico è già nel suono una parola grave, con un'eco sorda che si trascina oltre la chiusura dell'accento.
Poetare dopo Auschwitz non può che significare questo: esprimere o anche solo suggerire, indicare il silenzio delle milioni di voci sterminate, annientate.

Mancano in sei milioni all'appello La memoria è un labile meccanismo che il tempo intacca con la sua risata beffarda: la memoria fallisce, prima o poi, confonde e rimuove.
Cinquant'anni e più dopo Auschwitz quel luogo e quel tempo paiono - malgrado la massa di informazioni che va emergendo solo ora e che sino ad oggi era rimasta annidata in archivi, cuori e tombe - avere imposto una distanza insormontabile da quel tempo e quegli eventi. Auschwitz sta, malgrado monumenti e catalogazioni, entrando inesorabilmente in quella storia cui si guarda con rassicurante distanza: loro e noi, prima loro e poi noi. Tenersi lontani dal male, tanto più se infimo (o supremo), è del resto un meccanismo umano per non dire animale: fa parte delle strategie di sopravvivenza che portano a scegliere, consapevolmente ma anche inconsapevolmente, la vita e non la morte.
I testimoni se ne vanno anch'essi per una legge di natura ineluttabile: le loro voci autentiche sono sempre meno e sempre più fioche, un'eco di silenzio. Ecco perché, se sapessi poetare, sceglierei di dar voce al silenzio.
Perché quando ci si conta e si scopre che mancano all'appello sei milioni di presenti, la cifra più lampante, più clamorosa di quel conto è un'assenza, sono milioni di voci cui è stata tolta, negata la parola. E se Primo Levi, di ritorno da Auschwitz, sentì la necessità immediata di scrivere poesie per tornare alla vita, ma anche e soprattutto per esprimere, per raccontare ciò per cui non trovava le parole - tanto che i suoi libri si possono quasi configurare come il dipanarsi di quei primi strazianti versi -, dopo, per chi non è un sopravvissuto nè un testimone, parlare della Shoah non può che significare arrovellarsi su quel silenzio, cercare le parole non per ridare la voce, perché ciò è lontano da ogni forma di realtà, ma per tracciare quel macigno di silenzio che è la chiazza, la tacca della nostra memoria, scura e abissale, una specie di vortice senza fondo.
Se sapessi poetare non proverei a raccontare, per quello no, per quello, caso mai, provo a usare la mia voce la sera entro le mura di casa perché essere genitori di figli vuol dire, se non altro, anche questo. Se sapessi poetare sfoglierei lessici e dizionari in cerca delle parole che parlassero di silenzio: per onomatopea, per concetto, per risonanza interiore.
Cercherei di dar voce a che cosa si prova contandosi e trovando che mancano all'appello sei milioni di voci - un milione e mezzo di bambini.

Il buco dentro di chi è sopravvissuto Ma forse chi sa poetare mi dirà o mi direbbe che con il silenzio non si fa nulla, che con il silenzio non c'è poesia che tenga. La memoria magari, quella si può deporre in versi - e anche l'orrore, il sangue, le adunate del mattino, il fumo che sale implacabile su per il camino dei forni crematori, o la cenere che adagio adagio si deposita per terra, sul fango e sull'erba rara, dando a tutto una tinta grigia e un odore orripilante. E le morti anche, i cumuli di cadaveri, e quelli di stivali, capelli, occhiali.
Forse, di tutto questo si può fare poesia. Ma di quel silenzio di cui chiedo? Di un'assenza che è come un buco, una voragine, nella storia, certo, ma anche e soprattutto dentro. Dentro chi è sopravvissuto e chi è venuto dopo, con questo peso per corredo, per eredità. Da trasmettere a figli non in ottemperanza a chissà quale dettato, ma perché quel silenzio ce lo impone il peso stesso come un riflesso condizionato, come una necessità che nessuna parola potrà mai esprimere. Se sapessi poetare, chiederei di dare voce a quel silenzio di chi voce più non ha, nè mai avrà, non per un indecifrabile progetto divino, nè per un calcolo nelle trame della storia. Voce più non ha perché s'è spenta insieme a milioni di altre lungo una canna fumaria, dentro una fossa comune, in una baracca di legno, contro un muro. Nel tiro al piattello di un SS che al posto dei piattelli usava dei bambini.

 


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