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Bisogni e Progetti delle Donne Immigrate (Rosalba Peraltra) PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosalba Peraltra   
Mercoledì 18 Gennaio 2006 18:41
L’amico Guglielmo, ci ha inviato questa presentazione di un ricerca fatta dalla Dr.ssa Rosalba Peraltra, amica di sua figlia che studia a Roma, su “Bisogni e progetti delle donne immigrate”.
L’interesse per le caratteristiche dei progetti e dei bisogni delle donne immigrate nel nostro Paese, nasce dall’esigenza di considerare la realtà migratoria femminile da una prospettiva diversa da quella esclusivamente numerica e occupazionale che, sebbene indicativa della portata e della natura di questo fenomeno, ne rappresenta solo un aspetto e certo non il più significativo.
Una delle dimensioni che caratterizza fortemente i flussi migratori nel nostro Paese Ë quella del policentrismo, si calcola che siano ben 191 gli Stati di provenienza degli stranieri soggiornanti in Italia, con una conseguente presenza di donne appartenenti a sistemi socio-culturali assai diversificati. Una realtà, quella di genere che per la sua articolazione, pone sfide e domande differenziate al nostro sistema di politiche sociale e di cui è necessario tener conto nell’ipotesi di un intervento che miri a soddisfarle.
Questo lavoro fa parte, infatti, di una ricerca più ampia, nata all’interno dell’Area di Promozione della Salute della ASL RM/B di Roma, diretta dalla Dr.ssa Simonetta Martorelli con l’obiettivo di predisporre un intervento che risponda alle necessità denunciate nelle interviste dalle donne alle quali la ricerca si Ë rivolta.
Le realtà indagate, oltre a quella di Roma, di cui si parla nel presente lavoro, sono state quella di Palermo e di Torino.
L’indagine ha riguardato i dieci gruppi d’immigrate che, in base ai dati statistici dei Dossier Caritas degli ultimi anni, sono risultati a maggior incidenza nel nostro Paese e ben rappresentati nella città di Roma che sono quelli della Romania, Polonia e Ucraina per l’Europa dell’Est; Marocco ed Egitto per l’Africa del Nord; Filippine, Cina e Sry Lanka per l’Asia e Perù ed Ecuador per l’America Latina.
Sono state intervistate 100 donne, circa 25 per ogni area continentale. Sono tutte donne che sono in Italia da non più di tre anni, in quanto Ë alle donne dei flussi giovani, di recente migrazione, che la ricerca si Ë rivolta. Sono state escluse le rifugiate e le zingare.
La raccolta delle informazioni relative ai bisogni e ai progetti di queste donne è avvenuta tramite la somministrazione di un’intervista costruita ad hoc dalla Prof.ssa Mara Tognetti Bordogna, docente di politiche immigratorie presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Milano Bicocca e impegnata da anni sui temi legati all’immigrazione, svolgendo attività di consulenza per l’implementazione di politiche sociali in presenza dell’utenza che cambia.
Si tratta, nello specifico, di una traccia d’intervista organizzata intorno a sei aree d’indagine che, nell’ordine, sono:


1 Progetto migratorio (alla partenza, all’arrivo, attuale)
2 Rete relazionale (alla partenza, all’arrivo, attuale)
3 Bisogni (appena arrivata, ora, in prospettiva)
4 Uso dei servizi
5 Qualità della vita
6 Dati socio-anagrafici.

La somministrazione delle interviste è avvenuta, nei casi in cui le donne intervistate non avevano dimestichezza con l’italiano, grazie al contributo di alcuni mediatori culturali donna, regolarmente assunti; dove la lingua costituiva, invece, un limite, ho potuto procedere personalmente.
Le interviste sono state effettuate face to face, audioregistrate e completamente trascritte.
Il contenuto delle interviste è stato di volta in volta supervisionato dalla Prof.ssa Tognetti Bordogna che, attraverso feedback continui, ha cercato di orientare gli intervistatori verso le forme più idonee in cui porre le domande e rapportarsi alle intervistate.
L’obiettivo di questa ricerca è stato quello d’indagare gli aspetti progettuali che stanno alla base della biografia migratoria delle donne alle quali la ricerca si Ë rivolta e come, questi aspetti si siano articolati nel nuovo contesto d’approdo.
Si è cercato, inoltre, di far emergere le difficoltà, i bisogni incontrati e le eventuali aree sentite come maggiormente carenti per una qualità della vita che possa essere ritenuta soddisfacente. A tal fine sono state prese in considerazione le forme relazionali attraverso le quali si esplicitano i percorsi d’inserimento di queste donne.
Data l’esiguità del campione, certamente non rappresentativo delle 10 nazionalità indagate, la ricerca ha un intento puramente esplorativo e si è avvalsa di una modalità d’analisi qualitativa che partendo dai testi, integralmente trascritti delle interviste audioregistrare, ha cercato di ricostruire il significato che nella vita di queste donne e in base alle aree tematiche indagate, rivestono le relazioni tra le condizioni sociali, storiche e le scelte individuali.
I risultati sono stati discussi nel rispetto delle aree delle intervista e in riferimento ai gruppi geo-culturali, con l’obiettivo di evidenziare come le caratteristiche dei sistemi socio-culturali d’appartenenza, unitamente a quelle individuali, condizionino il modo di relazionarsi delle donne dei vari gruppi alle singole dimensioni indagate.
L’appartenenza all’uno o all’altro gruppo si è rivelato un fattore discriminante importante sia per la natura e la durata del progetto migratorio che per il modo di articolarsi delle donne nel nostro Paese.
Se per tutte, alla base dell’esperienza migratoria, si colloca la ricerca di una condizione di maggior benessere, non perseguibile nei Paesi d’origine per case dovute a guerre, calamità naturali, forte deprivazione e povertà, le forme attraverso le quali tale ricerca si esplica si differenziano in base alle relazioni che si sono consolidate tra il Paese d’origine e l’Italia e alla struttura e funzionamento delle reti che entrano in gioco tanto nella fase di elaborazione del progetto migratorio, quanto in quella di approdo nella nostra società.
In linea generale si possono distinguere due tipologie di progetto migratorio: da un lato quello autonomo delle donne che decidono di partire da sole, dall’altro quello delle donne che, a seguito soprattutto del ricongiungimento familiare, fanno parte di un progetto migratorio più ampio che ha coinvolto prima di tutto il marito.
Tra le prime si possono ulteriormente distinguere coloro che sono mosse dal desiderio di emancipazione economica e professionale e dalla voglia di costruirsi delle possibilità di autorealizzazione maggiori, che non necessariamente prevedono il coinvolgimento diretto o indiretto dei familiari. Sono donne che hanno un progetto indeterminato o, almeno nelle intenzioni, di breve durata e provengono principalmente dall’Europa dell’Est, soprattutto polacche e rumene, ma in alcuni casi anche dall’America Latina, dalla Cina e dal Marocco.
Ci sono poi le donne che, anche se intraprendono l’esperienza migratoria da sole, prevedono il coinvolgimento successivo dei familiari che, in ogni caso, sono i beneficiari dei vantaggi economici derivanti dal loro inserimento nel mercato del lavoro. Hanno un progetto determinato nel tempo e finalizzato, seppure a lungo termine, al rientro in patria. Si tratta, in questo caso della maggior parte delle donne ecuadoriane, ucraine e filippine.
Nel caso delle filippine, tuttavia, è il gruppo d’appartenenza a predisporre le condizioni d’inserimento al loro arrivo e a svolgere un ruolo di tutela e controllo sociale, garantendone la conservazione del patrimonio culturale e identitario, durante la parentesi migratoria.
Diversamente avviene per le donne ecuadoriane e ucraine che, comparse più di recente, rispetto alle filippine, sulla scena immigratoria italiana, non dispongono di supporti relazionali di questo tipo e risultano particolarmente esposte ai rischi migratori di sfruttamento e marginalità.
Tra le donne non sole si distinguono, coloro che sono coinvolte a pari titolo dei familiari di sesso maschile nell’elaborazione e nella realizzazione del progetto migratorio, e coloro che, invece, giungono al seguito del marito e ne sono dipendenti.
Fanno parte delle prime le donne cinesi, srilankesi e marocchine; delle seconde le egiziane.
Mentre le donne cinesi hanno in genere un progetto d’installazione, funzionale allo sviluppo di quelle pratiche non solo culturali, ma anche economiche, che caratterizzano le strategie insediative di questo particolare gruppo, nel caso delle donne srilankesi si tratta di un progetto per la sopravvivenza non definito e caratterizzato dalla provvisorietà, oscillante tra scelte ambivalenti nell’attesa che gli accadimenti esterni le indirizzino verso forme più precise.
Le donne marocchine, seppure inserite nel mondo del lavoro al pari del marito, sono simili alle egiziane per il loro ancoraggio a pratiche e tradizioni del Paese d’origine.
I numerosi eventi critici che le donne di tutti i gruppi indagati sperimentano nel periodo di transizione, che intercorre tra l’arrivo e l’inserimento nella nuova realtà, tuttavia, mettono a dura prova il loro immaginario di speranze e aspettative, modificando la natura e la durata del progetto migratorio che diventa più complesso da definire, rendendole, in un certo senso, più disponibili all’adeguamento. Infatti, anche se, quanto meno a livello d’intenzioni espresse il ritorno in patria resti l’obiettivo condiviso dalla maggioranza, la tendenza Ë di spostarlo ripetutamente nel tempo e assume la funzione del mito, attenuando i vissuti di frustrazione derivanti dalla segregazione sociale che, spesso, caratterizza l’approdo di queste donne in terra d’immigrazione.
Sono solo le donne che sono riuscite a soddisfare le proprie aspirazioni di mobilità sociale e, nel caso di egiziane cinesi, di ricongiungimento familiare, a esprimere senza remore la volontà di insediarsi nel nostro Paese. Sono, tuttavia, una minoranza e non stupisce viste le caratteristiche non certo di sviluppo del mercato del lavoro italiano.
Un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella riuscita del progetto migratorio,tanto nella fase di partenza quanto in quella di arrivo e inserimento nel nostro Paese, è svolto dai reticoli sociali, la cui natura e funzione variano in base al gruppo geo-culturale di appartenenza.
Si tratta per lo più di reticoli familiari e parentali nel caso delle donne egiziane, marocchine, srilankesi, cinesi, filippine e peruviane e, in alcuni casi anche tra le polacche e rumene. Prevalgono, invece, i reticoli amicali e illegali tra le ucraine e le ecuadoriane, ma anche tra le polacche e rumene, per le quali, diversamente dagli altri gruppi, la migrazione verso l’Italia costituisce un fenomeno di recente espansione e, quindi, povera di quei legami interetnici in grado di veicolare, sostenendole, il loro inserimento.
I reticoli presenti nel Paese ospitante assolvono a funzioni diverse in relazione al motivo, che ha spinto le donne che ne fanno parte, a intraprendere il percorso migratorio.
Per le donne che arrivano nel nostro Paese per restare, come nel caso delle donne cinesi, l’attivazione di questi reticoli ne facilita l’integrazione, preservandole, tuttavia, dall’assimilazione.
Per le donne che hanno un progetto di ricongiungimento, per lo più egiziane, srilankesi e marocchine, la presenza dei familiari garantisce la conservazione del patrimonio culturale e identitario, assumendo anche una funzione regolatrice della durata della migrazione.
Per le donne, infine, che hanno intrapreso l’esperienza migratoria per motivi economici e, quindi, per un periodo limitato, Ë questo il caso delle donne filippine e latino-americane, il ritrovarsi, l’aggregarsi, costituisce un reticolo su base etnica fondamentale per il mantenimento della propria identità e appartenenza.
Se da un lato la presenza di reti relazionali su base etnica può limitare le relazioni delle donne immigrate con gli autoctoni e con la società di accoglienza, dall’altro si rivela un prezioso ancoraggio che rende l’esperienza migratoria meno rischiosa dal punto di vista del singolo facilitandone paradossalmente l’inserimento. Questo aspetto è particolarmente visibile per le donne prive di forti legami comunitari, come nel caso delle esteuropee, in particolare le ucraine, e delle ecuadoriane, per le quali la mancanza di meccanismi di sostegno e controllo sociale anziché facilitare l’integrazione rischia di comprometterla.
Sono, infatti, la solitudine sociale e affettiva gli aspetti con cui è più difficile convivere e che rendono ancora più problematico il superamento dei numerosi rischi e difficoltà che l’evento migratorio introduce. L’approdo in terra straniera non solo implica una rottura evidente e immediata con il Paese d’origine, quella sorta di ecosistema in cui si è vissuta la propria esistenza adattandosi, ma comporta, inoltre, l’incontro con altri valori, con un altro modo di vivere e di pensare che spesso mette a dura prova le capacità risolutive di queste donne. La lingua, la ricerca di una casa e di un lavoro, le procedure di regolamentazione, la presenza dei figli e la difficile integrazione tra funzioni produttive e riproduttive, l’adattamento al nuovo status spesso in contraddizione con quello originario, sono solo alcuni dei compiti di sviluppo che le donne immigrate devono affrontare la cui risoluzione rimanda all’attivazione di risorse, tra cui i reticoli sociali si rivelano spesso i più efficaci.
Non a caso, sono le donne appartenenti a gruppi maggiormente organizzati, nello specifico filippine, cinesi ed egiziane, a muoversi più facilmente nell’ambito dei servizi presenti sul territorio di cui hanno una maggiore conoscenza e a cui fanno più ricorso, rispetto a coloro che appartengono a comunità meno coese e che, per la mancanza di informazione riguardo il loro diritto di tutela o per la paura di essere espulse, tendono a passare il più possibile inosservate, vivendo isolate rispetto alla popolazione autoctona con la quale limitano i contatti all’ambito lavorativo.
Questo aspetto deve far riflettere sulla necessità di favorire un’informazione corretta e accessibile sul diritto all’assistenza, che riguarda tutti gli stranieri presenti sul territorio nazionale, a prescindere dal loro stato di regolarità.
Il problema è che spesso da parte degli autoctoni Ë della cosiddetta società d’accoglienza si sviluppa la tendenza a considerare gli stranieri, in generale, e le donne nel caso specifico, esclusivamente come forza lavoro piuttosto che come persone aventi dei diritti, dei bisogni e dei valori oltre che delle competenze.
Le attività lavorative che vengono riservate alle donne straniere sono quelle del settore domestico e dell’assistenza che non solo sono squalificanti rispetto a quelle svolte in patria (soprattutto per le esteuropee e le ecuadoriane che dispongono di elevati titoli di studio ai quali nel Paese d’origine corrispondevano delle occupazioni adeguate), ma anche alienanti date le condizioni di segregazione e invisibilità che le contraddistinguono. Le possibilità di uscire dall’isolamento e dall’emarginazione sono inoltre ridotte dalla scarsissima disponibilità di tempo libero, soprattutto per coloro che coabitano con i datori di lavoro.
L’unica possibilità di mobilità sociale in questo caso Ë rappresentata dal passaggio al lavoro ad ore, che tuttavia implica un aumento notevole del costo della vita e la conseguente riduzione dei guadagni, per le spese di vitto e alloggio che una sistemazione indipendente comporta.
Quando l’abitazione è indipendente da quella del datore di lavoro è perché sono presenti i familiari. Il tempo libero dal lavoro diventa allora tempo per la cura della casa e della famiglia che comunque non permette di avere relazioni, distrazioni, o comunque tempo per sé in nessuna delle molteplici dimensioni. Molte, infatti esprimono il desiderio di voler frequentare dei corsi di formazione, ma spesso gli unici perseguibili sono quelli offerti, gratuitamente e in coincidenza dell’unico giorno libero dal lavoro, dalle associazioni volontaristiche o dalle organizzazioni parrocchiali presso le quali le comunità, in genere s’incontrano.
Gli unici momenti in cui le donne escono dalle mura domestiche proprie e dei datori di lavoro sono quelli tanto attesi della domenica in cui avvengono gli incontri rituali con i propri connazionali che si sostanziano nel mantenimento delle abitudini alimentari folcloristiche e religiose che contribuiscono a rafforzare lo spirito di appartenenza e identità.
» ancora il gruppo etnico di appartenenza ad attenuare i vissuti di emarginazione sociale seppure limitando la possibilità di scambio con altre nazionalità.
Sono le donne che si trovano in Italia per motivi di studio o comunque diversi dall’impiego nei settori domestici e dell’assistenza le uniche che sono riuscite ad instaurare con gli autoctoni legami che trascendono dallo scambio di beni e di servizi, come testimonia l’unione matrimoniale di una donna rumena con un italiano.
Molti sono tuttavia gli episodi di discriminazione e intolleranza con cui spesso i “padroni di casa” si relazionano agli “ospiti” che si pongono da ostacolo al processo di avvicinamento di molte donne al nuovo contesto.
Non stupisce, quindi che molte di loro non si ritengano affatto soddisfatte dei cambiamenti avvenuti nella propria vita in seguito all’approdo nella cosiddetta modernità che implica delle rinunce sul piano affettivo e personale troppo grandi per i vantaggi economici che ne derivano.
Se diamo uno sguardo alle caratteristiche socio-anagrafiche, emergono, inoltre, ulteriori elementi utili alla comprensione di alcune dinamiche sopraesposte.
Si tratta in generale di donne che al momento dell’intervista hanno un’età compresa tra i 24 e i 42 anni. Le più giovani vengono dal Marocco e dal Perù, a seguire le donne srilankesi, cinesi, polacche, rumene, ecuadoriane, ucraine filippine e, infine le egiziane. Sono quasi tutte coniugate le donne appartenenti al gruppo egiziano, srilankese e filippino; la maggior parte quelle del gruppo marocchino, ucraino ed ecuadoriano. Si capisce, quindi in questi casi l’importanza che riveste la famiglia nel progetto migratorio sia che partecipi in prima persona all’evento sia che sia destinataria delle rimesse inviate in patria.
La maggior parte delle donne degli altri gruppi sono, invece,nubili e ad eccezione delle donne cinesi e di alcune rumene, vivono tutte segregate all’interno delle case dei loro datori di lavoro dove svolgono attività domestiche e assistenziali.
L’elevato grado d’istruzione sembra essere una caratteristica che a parte il caso delle donne egiziane, accomuni un po’ tutte le donne di questi ultimi flussi. Sembra quindi una variabile, che insieme alle reti sociali attivate nel contesto migratorio, svolga un ruolo determinante nella decisione di emigrare. Essa tuttavia assume un peso diverso a seconda della presenza o meno dei familiari.
Le donne sole e dotate di un elevato grado d’istruzione difficilmente si adattano a lavoro domestico, manifestando maggiormente aspirazioni di mobilità sociale che solo raramente riescono però a realizzare viste le caratteristiche della domanda del mercato del lavoro italiano, limitate ai settori domestici e dell’assistenza.
La presenza dei familiari e di forti legami comunitari se da un lato può limitare aspirazioni di mobilità sociale, dall’altro, tuttavia si rivela funzionale all’accettazione dei ruoli lavorativi di tipo subalterno che si assumono nel contesto migratorio, in quanto vissuti come una forma di promozione sociale tutta interna alla comunità.
Data l’esiguità del campione, certo non rappresentativo delle dieci comunità indagate, le conclusioni tratte dall’analisi delle interviste non possono e non vogliono avere un valore inferenziale, ma descrittivo delle caratteristiche della realtà di un gruppo di donne che, seppure di ridotte dimensioni, esprime un bisogno su cui Ë importante riflettere: quello di essere riconosciute.

 


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