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La porta aperta PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanna Providenti   
Sabato 17 Luglio 2010 16:13

Pubblichiamo la seguente relazione svolta il 17 aprile 2009 a Pistoia in un incontro sul tema "Tolleranza/intolleranza: uguali e diversi nella storia", relazione dal titolo completo "La porta è aperta. Donne e uomini oltre il velo dell'intolleranza" . Il tema su cui sono stata invitata a parlare, l'intolleranza e la tolleranza, l'uguaglianza e la differenza nella storia, va affrontato a prescindere dalle idee e dai colori politici, con occhi attenti a quella che è la realtà concreta delle persone in carne e ossa.
Il fatto di essere o meno tolleranti non ha a che vedere con un'idea, un pensiero. Riguarda semmai un atteggiamento di vita. Non c'entra tanto con i contenuti della visione del mondo che una persona ha, ma con il modo in cui una persona si relaziona al mondo. Chi è intollerante, sia che veda nero sia che veda bianco, non sopporta la violazione a quello che per lui è la legge, non accetta l'idea che la sua legge è solo una delle tante leggi possibili, una delle possibili visioni del mondo (più o meno aderenti alla realtà). E si relaziona a ciò che è diverso da essa e a chi la pensa in modo diverso non tollerando, appunto. Come spiegherò meglio più avanti l'intolleranza ha anche a che fare con una difficoltà (psicologica?) a concedere, e soprattutto concedersi, la libertà di pensare in modo diverso, la libertà di spostarsi di posizione, di immedesimarsi nel punto di vista dell'altro.
Com'è invece una persona tollerante?  Premettendo che la parola "tolleranza" non mi piace molto (richiama troppo il concetto di sopportazione!), proverò a proporvi una modalità di relazionarsi al mondo, che, a mio parere, è un presupposto molto utile per andare oltre il velo dell'intolleranza. Per aiutarmi a mostrarvi questa visione userò la metafora della porta aperta e vi dirò che la figura, a mio parere, più "tollerante" è quella dello scienziato-ricercatore interessato ad indagare direttamente il territorio delle cose di cui si occupa, qualsiasi sia la sua materia.
Nel titolo ho voluto accostare la parola ignoranza all'intolleranza, perché secondo me le due cose vanno spesso insieme. Non è però necessariamente vero il contrario. Non è per niente detto che un accumulo maggiore di conoscenze aiuti a rispettare di più la libertà e l'esistenza di tutto ciò che è altro da noi. Aanzi spesso succede che persone molto colte abbiano un atteggiamento di "supponenza" molto poco tollerante.
La mia ipotesi è che una attitudine alla curiosità scientifica, alla ricerca e al fare esperienza delle cose, non necessariamente a livelli accademici, anche a livelli di scuola elementare, aiuti ad oltrepassare il velo dell'intolleranza. Mi riferisco ad un atteggiamento mentale "scientifico" (nel senso di sperimentata o sperimentabile in prima persona) più radicato nel territorio, nella realtà per come realmente è, più che nella mappa.
Secondo me una persona che abbia voglia di attraversare e oltrepassare il velo dell'intolleranza (un velo che distorcendo la visione dell'altro impedisce di incontrarlo) ha bisogno di una mente "ecologica" che possieda almeno queste due peculiarità:  1. riesce a integrare mappa e territorio, ovvero possiede una percezione della realtà abbastanza "realista" (non nel senso della "realpolitik", che è tutt'altra cosa), nel senso che riesce a vedere, a sperimentare la complessità del territorio che indaga. A colmare la distanza tra ideale e reale. In modo che l'ideologia non condizioni la realtà al punto da trasformarne la visione.
2. tende ad accogliere diversità e novità grazie a un'attitudine a non arroccarsi in un unico stereotipo di se stessa, ma ad aprire porte, morire e rinascere in continuazione così come, del resto, avviene a ogni singola cellula di cui è composta.
"La mappa non è il territorio" è una frase pronunciata da Alfred Korzybski e ripresa sia dallo scienziato della natura e antropologo Gregory Bateson sia dal fisico Fritjof Capra. Quest'ultimo afferma che tutti i concetti che usiamo per descrivere la natura sono limitati, essendo parti della mappa, non del territorio. Invece ogni volta che estendiamo il campo della nostra esperienza, i limiti della nostra mente razionale diventano evidenti e siamo costretti a modificare, o persino abbandonare, alcuni dei nostri concetti. In questo senso lui paragona l'esperienza degli scienziati moderni e la scoperta di cose come le particelle subatomiche, lo spazio curvo, la teoria dei campi, la teoria della relatività all'esperienze dei mistici.
Capra dimostra che la visione del mondo che viene fuori dalle indagini della fisica moderna è molto simile a quella del misticismo e delle filosofie orientali che si fondano sulle indagini mistiche. Ad accomunare fisici e mistici è innanzitutto la modalità di indagine: che non cade nella confusione tra mappa e territorio perché non si accontenta delle descrizioni della realtà ed anela a scoprire la realtà dietro la superficie, dietro la semplicistica spiegazione meccanicistica della vita quotidiana. Anela a scoprire/liberare l'essenziale dei loro oggetti d'indagine, che per i fisici è la realtà più profonda della materia; per i mistici è la realtà più profonda della coscienza.

Cosa significa entrare nella realtà più profonda di qualcosa?  Per i mistici approfondire la comprensione della coscienza consiste nell'indagare dentro se stessi ed immergersi nel mondo sconosciuto del nirvana, rinunciando alla conoscenza, e considerando saggio non sapere di sapere.
Gli scienziati, spesso partendo da una saggezza opposta (quella socratica di sapere di non sapere), approfondiscono la comprensione della materia e dei processi naturali indagando con strumenti di indagine sempre più sofisticati e precisi.
Per entrambi, sia i mistici che gli scienziati moderni, scopo dell'indagine è ridurre la distanza tra mappa e territorio e cogliere la natura essenziale delle cose, con la disponibilità a mettere in discussione le certezze preesistenti.
Tra queste certezze messe in discussione dalle indagini scientifiche, in vari ambiti del sapere, da un secolo a questa parte, va nominato il determinismo rigoroso e la fondamentale divisione fra l'Io e il mondo introdotta da Cartesio. La famosa frase di Cartesio "Cogito ergo sum", "penso dunque sono", ha portato l'uomo occidentale a identificarsi con la propria mente invece che con l'intero organismo. La mente divisa dal corpo ha provocato la comparsa di un conflitto tra volontà cosciente e istinti volontari. Conflitto che, come scrive Fritjof Capra in Il tao della fisica ha generato nei singoli individui "una continua confusione metafisica e altrettanta frustrazione. Questa frammentazione interna dell'uomo rispecchia la sua concezione del mondo esterno, che è visto come un insieme di oggetti e di eventi separati, [... ed è] ulteriormente estesa alla società, che viene suddivisa in differenti nazioni, razze, gruppi religiosi e politici. La convinzione che tutti questi frammenti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separati può essere vista come la causa fondamentale di tutte le crisi attuali, sociali, ecologiche e culturali. Essa ci ha estraniati dalla natura e dagli esseri umani nostri simili. Essa ha provocato una distribuzione delle risorse naturali incredibilmente ingiusta, che crea disordine economico e politico".
Questa frammentazione sia personale sia sociale spiega la diffusione di abitudini di pensiero, o mentalità, rigide e tendenti a vedere nel diverso il nemico. Si tratta di mentalità poco "ecologiche", nel senso che a questo termine dà Gregory Bateson, perché più aderenti alla mappa che al territorio.
In questa mia relazione voglio provare a persuadervi del fatto che è possibile ridurre la distanza tra mappa e territorio, a partire dalle nostre menti e abitudini di pensiero, e che ridurre questa distanza è un primo passo per oltrepassare il velo dell'intolleranza.
Quello successivo è aprire la porta, metafora che ho scelto come titolo.

Il titolo dato a questa relazione richiama il titolo del mio ultimo libro: La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza. La metafora della porta aperta, suggeritami dalla scrittrice italiana Goliarda Sapienza è una metafora di rinascita.
Tutta l'opera di Goliarda Sapienza e la sua stessa vita è permeata da quella che potremmo definire una pratica della rinascita, della capacità di rinascere continuamente a se stessi. La protagonista de L'arte della gioia, suo romanzo più famoso, ambientato dal 1900 agli anni Settanta del XX secolo e scritto tra il 1969 e il 1976, è una donna, di nome Modesta, dotata di una coscienza in continua crescita di consapevolezza personale, che trova la propria strada verso la libertà e la gioia attraverso continui processi di rinascita. Nel romanzo, una sorta di saga siciliana, torna spesso l'idea di aprire porte piuttosto che chiuderle, di rinascere continuamente invece di morire lentamente. Una delle forme in cui questa continua rinascita si manifesta è la disponibilità d'animo a lasciarsi alle spalle qualcosa e intraprendere qualcos'altro. Sembra facile a dirsi, ma a farsi... è molto più complicato... soprattutto quando si possiede una modalità tendenzialmente predisposta a identificarsi in specifici ruoli o modi di essere.
Vi leggo un breve brano tratto da L'arte della gioia, in cui la protagonista, Modesta, alla soglia della vecchiaia ed anche di una potenziale depressione-rinuncia a continuare a perseguire i propri sogni e a lottare per la giustizia e la libertà, sceglie di non mollare e di aprire la porta: "la vecchiaia... nessuno ha mai osato parlarne per timore - sempre l'eterno timore - di rovesciare i falsi equilibri stabiliti. Davanti alla porta chiusa... la tentazione di entrare, osservare tutto ti prende, vero Modesta? Certo, a ogni cantone, dopo aver imboccato quella porta, puoi incontrare la tua morte. Ma perché aspettarla lì fuori, le spalle curve, le mani molli nel grembo? Perché non andarle incontro e sfidarla giorno per giorno, ora per ora, rubando a essa tutta la vita possibile? [...] È ora di muoversi, di lottare con tutti i muscoli e i pensieri in quella partita a scacchi con la Certa che attende. E ogni anno rubato, vinto, ogni ora strappata alla scacchiera del tempo, si fa eterna in quella partita finale. Pensa, Modesta, forse invecchiare diversamente non è che un ulteriore atto di rivoluzione...".
Oggi la vecchiaia è uno dei topoi su cui si accaniscono molte intolleranze e nei confronti dei quali si hanno molti pregiudizi, una "diversità" che si preferisce interdire, rifiutare, relegare in cantina invece di accogliere e vivere intensamente e con gioia. Altre vittime di simili trattamenti sono l'omosessualità, gli zingari, gli extracomunitari e in passato sono state le donne e i neri.
Nella storia ci sono sempre state intolleranze motivate da presunte "diversità" trasformate in disuguaglianze: porte sbarrate alla ricchezza del territorio variegato dell'umanità. Mappe disegnate per semplificare, illudendosi di ridurre i problemi provenienti dalle pluralità. Mappe che hanno stabilito, nel lungo corso della Storia, il privilegio di pochi e la sofferenza di molti.
E se, invece di ridurre e semplificare, si aprisse la porta alle pluralità con spirito libero e curioso?  
Per spiegare cosa intendo, quando parlo di "accogliere/aprire la porta al diverso", andrò a scomodare il sè, ovvero il nostro mondo interiore.
Ma prima vorrei aprire una breve parentesi sul signiicato di "libertà".
Rosa Luxemburg diceva che "libertà è sempre soltanto la libertà per chi la pensa in modo diverso".
In Italia, dove domina un partito che fa della libertà il proprio vessillo, presente anche nel nome, è un'altra l'idea di libertà. Per i nostri governanti chi la pensa in modo diverso dalla maggioranza sta con la morte e non con la vita e chi bussa alle porte per cercare libertà viene bollato come clandestino da rispedire indietro. Nel nostro "belpaese" libertà è sinonimo di privilegio e permissivismo dentro una trincea di mattoni che diventerà sempre più fitta grazie a condoni e proprietà estendibili.
Il successo dell'attuale coalizione al governo, che si prepara a vincere anche le elezioni europee, si fonda sul presupposto (purtroppo rinforzato dai fatti!) che a giudicare l'operato governativo non siano dei cittadini in grado di capire che cosa stia succedendo intorno a loro, ma degli utenti-consumatori da corteggiare con proposte allettanti e facendo loro credere di stare dalla parte dei vincenti. Di essere dei privilegiati: nei confronti degli sfigati di sinistra, di tutti coloro che non possiedono nemmeno una piccola proprietà, degli immigrati clandestini a cui negare persino il diritto di curarsi, e, addirittura, nei confronti di tutti gli abitanti del mondo, che subirebbero le conseguenze della crisi internazionale in maniera molto più grave che in Italia.
Questa idea di libertà come privilegio è molto lontana dalla concezione di Rosa Luxemburg e delle molte donne e uomini che nella storia hanno combattuto per la libertà di tutti e di ciascuno anche a costo della vita.
Libertà non è chiusura, ma apertura alle e verso le diversità.
Ed ecco che ritorno al punto: aprire la porta al diverso per superare il velo dell'intolleranza, presuppone un atto di libertà che consiste nell'aprire la porta al diverso.
Ma cosa significa esattamente questa apertura al/verso il diverso? Prima di essere un'apertura verso il diverso da sè è un'apertura verso il diverso dentro di sè.
Cosa voglio dire con questo?  Voglio dire che per aprire davvero la porta a chi la pensa in modo diverso servirebbe prima aprirla alla possibilità di pensare in modo diverso dentro di noi. Spesso le persone più intolleranti lo sono innanzituto verso se stessi. Non "tollerano" di sbagliare, stanno male se gli capita di accorgersi di stare facendo o dicendo qualcosa che è contrario alla morale che hanno scelto di perseguire (e poiché la contraddittorietà, o meglio la dualità/pluralità, fa parte della natura umana, gli capita molto spesso di contraddirsi, ma, se sono dei veri intolleranti, non se ne accorgono, e quando se ne accorgono potrebbe essere tragico per loro).
Voglio dire che in ognuno di noi alberga sia Mr Hyde che il dottor Jekyll, e che il problema non è nel fatto che loro sono due e non uno, ma nel fatto che entrambi, sia Jekyll che Hyde, vorrebbero essere cittadini esclusivi e privilegiati e giudicano l'altro peggiore di sè.
Lo scrittore Robert Stevenson nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, coglie bene la natura duale dell'essere umano e ha avuto una grande intuizione (non a caso ha avuto, e ha tuttora, grandissimo successo: sul dottor Jekyll e Mr Hyde sono stati fatti moltissimi film, persino cartoni animati, ed è uno dei testi più noti e più citati a livello internazionale e interdisciplinare).
In ognuno di noi alberga sia Mr Hyde che dottor Jekyll. Il guaio è se si permette solo a uno dei due di essere cittadino, inebetendolo di privilegi, e si relega l'altro in cantina non permettendogli di sviluppare le sue migliori potenzialità.
Il limite della prospettiva dell'autore de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, tendente a identificarsi più con Jekyll che con Hyde (considerato come "una maledizione", "la parte peggiore di me", una "tentazione" da mettere alla catena, un male interiore che finisce per distruggere l'equilibrio della sua anima), è l'atteggiamento di rifiuto nei confronti dell'alter ego Mr Hyde, giudicato malvagio perché trasgredisce la sua visione ordinata del mondo. Ma la trasgressione di Hyde è direttamente proporzionale alla repressione subita da parte di Jekyll, il quale, non riuscendo a cogliere la propria natura duale, si identifica solo con il sè rappresentato dal dottore socialmente vincente, "buono" e bravo, che si ritrova ad essere "invaso" da un clandestino indesiderato, che non è altri che lui stesso, diventato criminale in reazione al divieto di esistere. Jekyll non comprende che il suo problema non è Hyde, ma la propria visione riduttiva e bipolare del mondo, che, definendo cosa è bene e cosa è male, crea il mostro cattivo.
A livello intrapersonale il mostro cattivo è Mr Hyde, colpevole di distruggere equilibri e da mettere alla catena.
A livello sociale il mostro cattivo diventano i "diversi", contro cui altri che invece si percepiscono "uguali" si accaniscono. Come spesso è successo nella storia, trasformando le diversità in disuguaglianze e discriminazioni, attribuendo a qualcuno qualità positive e a qualcun altro qualità negative, andando a toccare anche differenze molto relative come il colore della pelle, trasformando la differenza sessuale in una categoria storico-sociale discriminante (il "gender"), riducendo la bellezza sia dell'essere umano che dell'universo, che consiste proprio, a mio parere, nella pluralità e poliedricità.

In questa operazione di riduzione del reale e di discriminazione dei diversi, un capitolo a parte meriterebbe il ruolo dei mass-media quando caratterizzano "etnicamente" un delitto (lo strupatore sempre rumeno o marocchino; il terrorista palestinese, etc). La paura dello straniero, amplificata dai mass-media, sembra volere frenare il processo in corso di un mondo in cui il trasferimento di persone da un paese all'altro è (per le più svariate ragioni) una necessità... di un mondo di dimensioni sempre più internazionali (in Europa la popolazione proveniente dai paesi extraeuropei è aumentata a livelli esponenziali negli ultimi decenni).
Non ha senso chiudere le frontiere, impedire questa internazioalizzazione del mondo. La mente umana dovrebbe trovare soluzioni di diverso tipo, molto più creative e articolate, rispetto ai semplicistici chiudere, sterminare, combattersi a vicenda, etc.
Ma questo è un argomento da affrontare a parte.

L'abitudine a semplificare, a ridurre e a perseguire abitudini di pensiero bipolari è oggi responsabile di alcune "ipersoluzioni" con cui le istituzioni politiche pensano di risolvere le questioni sociali, non basandosi sulla conoscenza reale di ciò che succede nel quotidiano di cittadini e cittadine e dei loro reali bisogni, ma sulla base di convinzioni astratte: il bene che deve dominare sul male, la verità che deve trionfare. In Italia oggi stiamo assistendo a una serie di "ipersoluzioni" di questo tipo: la questione "testamento biologico" risolta con una legge poco rispettosa dei diritti umani dell'individuo; il "pacchetto sicurezza", rivolto a mettere a norma i campi nomadi e combattere la clandestinità, che prevede cose come la segnalazione da parte dei medici e i campi di concentramento per gli immigrati; il problema della violenza contro le donne affrontato fomentando la paura dell'estraneo e dello straniero, cercando "capri espiatori" e garantendo branchi di ronde contro ipotetici branchi di violentatori, ottenendo il risultato di aumentare l'insicurezza delle donne invece di incoraggiarle a rafforzarsi.
Il problema della violenza alle donne (che avviene soprattutto dentro le case e che è spesso dovuto a irrisolti conflitti interpersonali) non verrà certo risolto dalla polizia! Le persone che bussano alle nostre frontiere sono esseri umani come noi (e come noi italiani siamo stati fino a pochi decenni fa in America e in nord Europa) da aiutare più che da respingere.
I problemi di singole persone e/o di collettività non si risolvono con "ipersoluzioni", ma vanno affrontati caso per caso, rinunciando agli slogan e imbrattandosi le mani a contatto con la realtà concreta. Oggi, è soprattutto nella pratica quotidiana dei singoli che molte questioni vengono affrontate. Ad esempio la questione del razzismo, in moltissime persone è superata a partire da sè: nel percepire se stessi personalità plurime o nomadi. La crisi economica è ben affrontata da reti del terzo settore, da cittadini che si auto-organizzano in gruppi di acquisto, che trovano strategie per ridurre gli sprechi o che si rivolgono allo sviluppo dell'agricoltura di prossimità, come avviene nel Parco Sud di Milano; da stili di consumo, di imprenditorialità, di management e persino di finanza che danno più valore alla solidarietà e alla costruzione di relazioni e legami sociali che all'accumulo di capitale. Non è forse un caso che Banca Etica, in totale controtendenza alla crisi, ha chiuso il 2008 con un utile netto superiore al 25% rispetto al precedente anno.
Qualsiasi crisi, sia personale che collettiva, sia politica, finanziaria che di identità, si affronta meglio rafforzando autonomia e fiducia nelle proprie capacità piuttosto che affidandosi al semplicistico ottimismo di chi offre privilegi a scapito di qualcun altro. Una persona autonoma è in grado di individuare la bugia nascosta dietro promesse seduttive, è in grado di decodificare i progetti di chi sa sfruttare le debolezze individuali: si accorge di essere vittima delle suggestioni che vanno a nutrire la parte di sè a cui piace sentirsi privilegiata e capisce di essere più libera quando è padrona di se stessa, anche se non possiede piccole proprietà di immobili estendibili. Una persona davvero libera non si barrica in false certezze e, invece di  morire lentamente per conformarsi ai valori dominanti, rinasce giorno per giorno, affrontando a piccole dosi, con coraggio e curiosità, le novità che la vita può offrire. Per questo non teme tutto ciò che è differente da sè ed auspica una libertà che comprenda anche chi la pensi in modo diverso. Non teme di scoprire cosa può esserci dietro uno qualsiasi dei sintomi di malessere che attanagliano individui e società al giorno d'oggi: per questo fa diagnosi precise e dettagliate. Invece spesso, sia in politica che in medicina, si trova la cura prima di comprendere la malattia, trascurando l'ipotesi che un sintomo o una crisi, prima di essere un male che distrugge l'equilibrio, è un segnale di un cambiamento che bussa alle porte: che sarebbe meglio ascoltare e comprendere prima che si decida di sfondare tutto, pur di attraversare la soglia.

La capacità di ascolto di tali segnali è possibile se si sviluppa la capacità di concedere e concedersi la libertà di pensare in modo diverso, a partire dale istanze contrastanti dentro di noi.
Permettendo loro di dialogare e vivere insieme senza distruggersi l'un l'altro, in una sorta di stato federalista integrato. Uno stato che fa delle pluralità e differenze motivo di continuo arricchimento e non di problemi da risolvere, semplificando e depauperando.
I conflitti interiori credo facciano parte dell'esperienza di ognuno di noi: una parte vorrebbe cambiare lavoro, partner, vorrebbe fare un viaggio verso mete lontane e comunemente considerate pericolose, e un'altra parte, invece, teme questi cambiamenti. Semplificando molto potremmo dire che una parte è più conservatrice o tradizionalista e l'altra più progressista e innovatrice. O anche può capitare che una è stanziale e l'altra è zingara, nomade. O una tollerante e l'altra intollerante. Potrebbe anche essere che una sia eterosessuale e l'altra gay. Una più femminile e l'altra più maschile. Una razzista e l'altra terzomondista... sì, insomma, un pò scherzando e un pò no, credo che ognuno di noi possa accorgersi che anime diverse albergano dentro di noi...
In ogni caso, il punto non è se una delle due parti abbia più ragione dell'altra, ma il modo in cui si compie la scelta quando si decide a chi dare più ragione: se chiudere la porta alle istanze altre rispetto alla propria scelte identitarie oppure se, pur scegliendo una identità prevalente, si lascia la porta aperta, o anche solo socchiusa, a tutto ciò che è altro rispetto alla identità scelta.
Goliarda Sapienza aveva scelto di tenere aperte le porte della sua esistenza, portando quasi all'eccesso una dimensione di pluralità o poliedricità esistenziale: sceglie di non aderire ad alcuna "chiesa", di immergersi nella contraddittorietà e paradossalità della vita portando all'estremo il suo anticonformismo e sperimentando in prima persona esperienze forti, come ad esempio il carcere, da cui apprende nuove conoscenze (scriverà L'università di Rebibbia) immedesimandosi nel quotidiano delle ospiti del carcere di Rebibbia e comprendendo come certi meccanismi, personali e sociali, siano uguali sia dall'una che dall'altra parte delle sbarre. In quanto a se stessa, lei diceva di perseguire solo le certezze del dubbio, come ha voluto intitolare uno dei suoi ultimi libri. Per lei era più importante potere continuare a rinascere, a rialzarsi ogni volta che cadeva, piuttosto che appoggiarsi su verità consolidate. Era più importante aspirare a un benessere quotidiano concreto fatto di relazioni interpersonali arricchenti piuttosto che arroccarsi ad un'idea di bene assoluto che l'avrebbe portata lontana dalla realtà.
Ma la tendenza a cercare (e trovare) verità consolidate è un bisogno umano. Un bisogno talmente tanto importante che, come ci insegna la storia culturale dell'umanità, si è spesso preferito cadere nel riduzionismo piuttosto che ammettere la presenza di dubbi, la possibilità che una "novità" clandestina vada a mettere in crisi anni e anni di organizzazione del pensiero rivolto a spiegare quale fosse il funzionamento ordinato e categorizzato del mondo.
Ma, paradossalmente, non ci sarebbe stata storia della scienza e non saremmo arrivati al livello di conoscenze scientifiche e tecnologiche attuali se non ci fosse stato qualcuno che, attraversando la soglia di porte aperte, avesse messo in dubbio la conoscenza ordinata del momento facendo nuove scoperte. È anche vero che senza quella conoscenza ordinata, senza un sistema matematico e la possibilità di farne uso per comprendere il mondo dei fenomeni fisici e per decodificare il funzionamento della natura e per creare strumenti di conoscenza sempre più sofisticati, nessun Einstein avrebbe potuto scoprire che la misura di lunghezze, tempi, forze, masse ed energie dipende dal sistema di riferimento, ovvero che le leggi della natura non sono assolute ma relative al proprio sistema di riferimento (semplificando potremmo dire al proprio punto di vista) e che ciò che rimane sempre uguale e che permette di verificare il ripetersi di determinate "leggi" della fisica all'interno di uno stesso sistema di riferimento è la relazione tra grandezze. Tanto che Einstein stesso ha definito delle importanti formule scientifiche (E=mc2).
Ma la soluzione trovata, la verità rivelata finisce prima o poi per rivelarsi incompleta, riduttiva rispetto alla complessità non solo del mondo ma della stessa mente umana.
Il fatto è che nella mente umana c'è sia il desiderio di trovare, che quello di continuare a cercare. C'è sia ansia di verità che curiosità. Sia certezze che dubbi.
Ed il grado di evoluzione cui siamo arrivati oggi, funzionale alla nostra sopravvivenza, ci porta ad accogliere questi ed altri paradossi, piuttosto che rigettarli come inammissibili.
Questo gesto mentale di accoglienza è un ulteriore passo oltre il velo dell'intolleranza.

Mi fermerei qui. Ma prima vorrei domandarvi cosa ne pensiate voi di una concezione del mondo più ampia e complessa. Cosa ne pensiate dell'idea di incrementare la nostra mente con abitudini di pensiero che comprendano l'apertura di porte a/verso tutto ciò che è straniero e sconosciuto (sia che si tratti di persone o di conoscenze, di saperi, culture, meccanismi della natura, nuove scoperte nell'Universo). Secondo voi tali abitudini di pensiero, che vanno oltre il velo di ogni intolleranza, possono migliorare il nostro modo di stare insieme?  A me piace indagare la realtà più profonda della comunicazione e della relazione umana facendo uso di una mentalità simile a quella degli scienziati e dei mistici di cui parla Capra. E penso che, accogliendo la compresenza sia dell'odio che dell'amore, si possa superare l'idea di doversi sempre difendere dagli altri. Si possa andare oltre le paure, l'attaccamento a rancori, rabbia e giudizi negativi verso gli altri. Si possa indagare il territorio ancora sconosciuto dell'amore, amore anche del diverso da me, che, come ogni cosa che si conosce poco, che è diversa dalle nostre solite abitudini di pensiero... fa molta paura.

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Giovanna Providenti (Messina, 1965) è ricercatrice nel campo dei peace studies e women's and gender studies, saggista, si occupa di nonviolenza, studi sulla pace e di genere, con particolare attenzione alla prospettiva pedagogica. Ha due figli. Collabora alle attività del Centro studi Montessori e partecipa al Circolo Bateson di Roma. Scrive per la rivista "Noi donne". Ha curato il volume Spostando mattoni a mani nude. Per pensare le differenze, Franco Angeli, Milano 2003, e il volume La nonviolenza delle donne, "Quaderni satyagraha", Firenze-Pisa 2006; ha pubblicato numerosi saggi su rivista e in volume, tra cui: Cristianesimo sociale, democrazia e nonviolenza in Jane Addams, in "Rassegna di Teologia", n. 45, dicembre 2004; Imparare ad amare la madre leggendo romanzi. Riflessioni sul femminile nella formazione, in M. Durst (a cura di), Identità femminili in formazione. Generazioni e genealogie delle memorie, Franco Angeli, Milano 2005; L'educazione come progetto di pace. Maria Montessori e Jane Addams, in Attualità di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano 2004; il suo libro più recente è: La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza. Scrive anche racconti, di cui alcuni pubblicati sulla rivista "Marea"; sta preparando un libro dal titolo Donne per, sulle figure di Jane Addams, Mirra Alfassa e Maria Montessori

Fonte: Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo

 


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