Una coscienza pulita, ieri e lo «sfascismo» oggi Stampa
Scritto da Mario Pancera   
Mercoledì 06 Novembre 2013 22:17

Possibile che un politico e giornalista coraggioso come Giuseppe Donati non abbia più eredi tra i cattolici? 

di Mario Pancera

Nel 1923, ad Argenta, nel Ferrarese, i fascisti uccisero il parroco don Giovanni Minzoni che, poco tempo prima, in una lettera a un amico, aveva scritto: «Quando un partito, quando un governo, quando uomini in grande o piccolo stile, denigrano, violentano, perseguitano un’idea, un programma, un’istituzione, quale quella del Partito popolare italiano e dei circoli cattolici, per me non vi è che una sola soluzione: passare il Rubicone, e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre». Infatti, fu massacrato.

L’anno stesso nacque il quotidiano «Il Popolo», il cui primo direttore fu il bolognese Giuseppe Donati: rappresentava le idee del Partito popolare di don Luigi Sturzo, ma anche quelle di gran parte dei cattolici del suo tempo. Un giornale «con indirizzo di sinistra», come diceva lo storico Gaetano Salvemini, il quale già pensava di collaborarvi poi con articoli non firmati. Donati (1889-1931), aveva allora 34 anni e una vita culturale e politica molto attiva, ma tribolata: era per la democrazia contro il fascismo, che con la volgarità e le minacce stava sfasciando l’Italia.

Al «duce» Benito Mussolini, che gli aveva fatto sapere che l’avrebbe accolto volentieri nel suo partito, rispose: «Sappia che Donati non è una banderuola», e poi aveva commentato con i familiari: «Credo che d’ora in poi saremo nemici per la pelle». Attaccò pubblicamente il fascismo per l’assassinio di don Minzoni e quando, pochi mesi dopo, nel 1924, fu ucciso il parlamentare socialista Giacomo Matteotti, accusò apertamente e duramente il partito al potere.

«In Italia, e a Dio mercè , esistono ancora degli uomini d’onore che non si lasciano vincere né per fame né per paura», scrisse sul suo giornale. Non poteva continuare a vivere: era considerato il pericolo numero uno del regime. I suoi stessi amici di partito tentennavano. Fu perseguitato ovunque, e nel 1925 andò in esilio per evitare che fossero aggrediti sua moglie i suoi figli. Morì, malato e povero in canna, a Parigi. Aveva42 anni.

Ho preso queste notizie dal documentatissimo libro «Una coscienza pulita», del giornalista e storico Giacomo De Antonellis, e non ho niente da aggiungere. Siamo in pieno sfascismo (per usare un termine, mi pare, ideato anni fa da Marco Pannella), con continui assalti di berlusconismo e grillismo contro la democrazia. Una democrazia, in realtà, con molte lacune e con un governo assai debole, in cui di sinceri e vivaci cattolici come Donati o don Minzoni non c’è neppure il ricordo. Il Partito democratico, PD, che dovrebbe riunirli insieme con ex comunisti, ex socialisti e laici di varia estrazione, non rappresenta nemmeno l’ombra del coraggio di queste due figure. Eppure si tratta degli anni Venti del Novecento, non del Medioevo.

Una voce sotto la pioggia:«Vaffanculo».

Mario Pancera