Il bambino somalo e la mutinazionale Stampa
Scritto da Maria R. Calderoni   
Giovedì 04 Agosto 2011 10:51

Il bambino somalo (lo avete potuto vedere in quelle foto agghiaccianti apparse in questi giorni sulla stampa) che muore di fame e la multinazionale, per esempio la Unilever, che certifica astronomici bilanci a nove zeri. Il bambino somalo e la multinazionale alimentare: un tragico caso di estremi che si toccano. Anzi che sono tra loro connessi e drammaticamente interdipendenti. La anglo-olandese Unilever, uno dei colossi in campo agro-alimentare, operante con i suoi 400 marchi (è la casa del Lipton e della Knorr) in tutti i continenti, eccettuato l'Antartide, esibisce nel 2010 un giro d'affari di quasi 45 miliardi di euro (non per niente 13 dei suoi famosi prodotti sono chiamati "one billion brand", perché fatturano oltre un miliardo l'anno ciascuno) e insieme ai suoi diretti concorrenti - Nestlé e Procter&Gamble - domina il mercato (e per il suo olio di palma ha licenza di saccheggiare per esempio le foreste pluviali dell'Indonesia).
Quelle benemerite multinazionali del cibo. Un editoriale dell'inglese The Indipendent, non recentissimo ma del tutto attuale, illustrava efficacemente uno "strano" paradosso. «Mentre la Banca Mondiale denuncia che 100 milioni di persone muoiono di fame», nello stesso tempo (dati del 2009) «alcune delle più grandi multinazionali agro-alimentari stanno realizzando profitti da record». Il giornale dà alcune cifre. La Monsanto vanta un utile netto, negli ultimi tre mesi, praticamente raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (da 543 milioni di dollari a 1102 e incassi da 1,44 miliardi di dollari a 2,22). Come la Cargill che nello stesso periodo ha aumentato i suoi utili netti dell'85%; e così la Daniels Midland; e così pure la Mosaic Company, una delle più grandi società mondiali nel campo dei fertilizzanti, che ha visto i suoi guadagni netti schizzare in alto 12 volte tanto.
Contemporaneamente, appunto, i prezzi di grano, mais, riso «si sono impennati a tal punto che i poveri della terra - i quali già spendono l'80% del loro reddito per il cibo - sono portati alla fame totale». Né sono sfuggiti agli aumenti i fertilizzanti, i cui prezzi sono «più che triplicati». In sintesi, conclude il giornale, affari a gonfie vele per le industrie dell'alimentazione e, nello stesso tempo, milioni e milioni di persone che muoiono per fame. Ma non è un paradosso. E' il delitto perfetto del Sistema.
Lo racconta lucidamente Luciano Gallino nel suo ultimo libro ("Finanzcapitalismo", Einaudi, ne abbiamo già parlato su Liberazione). Lui lo chiama «assalto al sistema agro-alimentare del mondo», ferocemente perpetrato ormai da una ventina d'anni. «Lo scopo non è quello di assicurare alla popolazione del mondo una alimentazione migliore e più sicura; bensì di trasformare ogni segmento del sistema in una fonte di profitto».
Meccanismo collaudatissimo e micidiale, che procede secondo direttrici che non lasciano scampo: la formazione di monopoli nei settori di primaria importanza, cioè sementi, alimenti di base e distribuzione; l'industrializzazione dell'agricoltura e degli alimenti; l'acquisto su larga scala di terreni agricoli per mano di corporation strettamente collegate ad altre che a loro volta hanno in mano il mercato. Così il gioco mortale è fatto.
«Al presente la metà esatta del mercato globale delle sementi è controllato da dieci corporation. Tre di queste sono americane (Monsanto, Du Pont e Land O' Lakes) e si spartiscono il 64 per cento del totale». Allo stesso modo, l'85% del commercio totale delle granaglie è controllato da tre società (Cargill, Bunge e Daniels Midland); mentre un quarto del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle bevande se lo dividono tra loro una decina di industrie. «In cima alla catena si colloca la svizzera Nestlé, che nel 2007 ha ricavato 83,6 miliardi di dollari». Gli altri nomi noti, sono la Kraft e la citata Unilever. Naturalmente, l'assalto agro-alimentare ha a monte l'accaparramento di immense superfici di terreni agricoli in ogni parte del mondo. «In Africa si stima che dal 2006 al 2009 almeno 15 milioni di ettari siano stati acquistati da società e fondi di investimento».
Praticamente padrone del campo, il finanzcapitalismo alimentare pratica i prezzi che vuole e infligge alla civiltà-mondo parecchie deformazioni. Una di queste si chiama produzione di biocarburanti. E diconsi biocarburanti i prodotti agricoli in grado di sostituire la benzina e il diesel. «Le superfici il cui uso è stato così dirottato dagli esseri umani alle automobili sono concentrate in Usa, in Brasile, in Ue. Gli Stati Uniti destinano ai biocarburanti un quarto della produzione annua di mais e di grano; quanto basterebbe per sfamare mezzo miliardo di indiani».
Epilogo. La situazione alimentare del pianeta è peggiorata, non migliorata. «Oltre al miliardo di individui sottonutriti, ossia affamati, che si contavano al 2007, e potrebbero salire verso il 2017 a 1,2 miliardi, vi sono al mondo altri due miliardi di individui che non ricevono in quantità e qualità adeguata i micronutrienti necessari a una vita lunga e sana».
Il bambino somalo e la multinazionale, quella deformazione detta anche fame.

Fonte: Liberazione del 30/07/2011