L’espansione del mercato dei biocarburanti e la fame nel mondo Stampa
Scritto da ActionAid - Gruppo di Lucca   
Mercoledì 12 Ottobre 2011 07:41

I biocarburanti: “nuovi” produttori di fame

Le più recenti statistiche denunciano come il numero di affamati sia costantemente aumentato, arrivando a quasi un miliardo di persone. Lo sviluppo del mercato dei biocarburanti, che vengono spesso presentati come un’ottima arma nella lotta contro l’inquinamento, è ritenuto una delle principali cause dell’aggravarsi del problema della fame nel mondo: secondo le stime della Banca Mondiale, infatti, la produzione di biocarburanti sarebbe responsabile per il 75% dell’aumento dei prezzi che ha portato alle recenti crisi alimentari.

La corsa a soddisfare le attuali necessità di approvvigionamento attraverso biocarburanti da parte di Stati Uniti, Canada ed Europa ha alterato in modo persistente i mercati dei prodotti alimentari. In termini di prezzi, il costo della maggior parte dei generi alimentari è salito alle stelle. In termini economici, aumentando gli ettari adibiti alla produzione di biocarburante a danno dell’estensione delle superfici coltivate per l’alimentazione umana, la quantità di prodotto alimentare disponibile sul mercato diminuisce sostenendo la dinamica dei prezzi.

La crisi alimentare ha segnato un punto di svolta nell’atteggiamento dei governi sui biocarburanti e

con sempre maggiore forza sono affiorati dubbi sulle politiche favorevoli a questa nuova fonte energetica. Nell’ottobre 2008 la FAO, in occasione della pubblicazione del suo rapporto annuale The State of Food and Agriculture (SOFA) 2008, per la prima volta si è schierata apertamente in modo critico sulla questione dell’uso dei biocarburanti: politiche e sussidi ad essi relativi andavano rivisti poiché mettevano a rischio l’obiettivo della sicurezza alimentare mondiale, la protezione dei contadini poveri, la promozione del generale sviluppo rurale e la sostenibilità ambientale.

Le aspettative di un’ulteriore crescita di questo mercato hanno invece schiuso nuove prospettive di business: a livello internazionale sono ormai centinaia le imprese che investono o pianificano di investire in produzioni agricole destinate ai biocarburanti e in impianti di produzione e raffinazione degli stessi. L’espansione dei biocarburanti è stata generalmente favorita dai paesi in via di sviluppo, desiderosi di attrarre investimenti e creare nuove opportunità d’esportazione. Secondo uno studio di ActionAid, la dimensione totale dei soli progetti nel settore agricolo ha superato 13milioni di ettari (equivalenti a 130.000 km2), una superficie pari alla metà del Regno Unito. Si stima

che per soddisfare l’attuale domanda di biocarburanti, sia necessaria una superficie pari ad oltre 100 milioni di ettari, circa il 7% del terreno arabile del pianeta e di quello occupato da colture permanenti del pianeta.

 

Bio” solo di nome: i dubbi benefici ambientali e climatici della produzione di biocarburanti

Inizialmente considerati come parte della soluzione ai cambiamenti climatici, in quanto responsabili

di minori emissioni nocive, ora gli effetti dei biocarburanti sono stati rivalutati: è vero che le piante utilizzate per produrre i biocarburanti assorbono anidride carbonica durante la loro coltivazione riducendo le emissioni nocive ma, se si considera l’energia utilizzata lungo tutta la filiera della produzione, i guadagni in termini di emissioni dell’uso dei biocarburanti nella gran parte dei casi sembrerebbero essere marginali o inesistenti. Infatti, la riduzione delle emissioni complessive rispetto al carburante di origine fossile è molto variabile e può essere del 90% ma anche solo del 10% nel caso di biocarburanti prodotti da colture ad uso intensivo da macchinari agricoli a motore, trasportati per lunghe distanze o che richiedono un cambiamento d’utilizzo dei terreni.

Convertire foreste in terreni agricoli per la produzione di biocarburanti può compromettere la capacità stessa del terreno di assorbire anidrite carbonica, a causa della perdita della vegetazione originale. A titolo d’esempio, secondo uno studio americano la conversione di parte della foresta amazzonica in coltivazioni per i biocarburanti avrà un saldo negativo della produzione di Co2 che si potrà recuperare solo in 250 anni. Lo stesso taglio della vegetazione causa di per sé un rilascio di anidride carbonica, così come l’aratura dei terreni. Il drenaggio di terre umide per usi agricoli, inoltre, può provocare enormi emissioni iniziali di anidride carbonica.

Se si considerano tutti questi effetti, i presunti benefici a livello climatico, derivati dalla produzione di biocarburanti, risultano molto inferiori rispetto ai danni sulla sicurezza alimentare globale.

 

Un copione che si ripete: il Sud del mondo paga il prezzo più alto

Lo sviluppo della produzione di biocarburanti non è privo di rischi per le popolazioni locali: spesso, infatti, le multinazionali del settore operano in paesi caratterizzati dalla presenza di regimi non democratici, che per fare spazio alle piantagioni procedono ad espropri di terreni senza consultare le parti in causa e in assenza di adeguati indennizzi. Le imprese che si approvvigionano di prodotti agricoli per fini non alimentari rischiano di causare con i loro investimenti effetti disastrosi sulla sicurezza alimentare delle popolazioni locali, quando i prodotti agricoli destinati al mercato dei biocarburanti entrano in diretta competizione con quelli destinati al consumo alimentare.

Uno dei principali fenomeni legati all’espansione della produzione di biocarburanti nei paesi in via

di sviluppo è, spesso, l’emergere di una politica di concentrazione della terra nelle mani di pochi

proprietari, con conseguente esclusione dell’agricoltura a conduzione familiare e precarizzazione del mercato del lavoro. Le conseguenze sulle popolazioni locali sono allarmanti: trasferimenti forzati, minore disponibilità di cibo per i più poveri e aumento dei prezzi sui mercati locali e internazionali. Spesso risultano inadeguati sia i processi di consultazione prima dell’esproprio sia i risarcimenti per le famiglie che vengono costrette ad abbandonare le proprie terre. Questo fenomeno è noto con il nome di land grabbing, ossia l’accaparramento indebito delle terre.

In Brasile, l’aumento della produzione di zucchero di canna destinato all’etanolo contribuisce all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e alla concentrazione della terra: da qui al 2015, la superficie destinata alla canna da zucchero potrebbe di fatto aumentare dagli attuali 7 milioni di ettari a 13. La pressione esercitata dai produttori di canna da zucchero su altre attività agricole e zootecniche sta spingendo gli altri produttori e gli allevatori a spostarsi dal Sud al Nord del paese, con seri rischi per i delicati ecosistemi locali. Secondo fonti del governo brasiliano, inoltre, la progressiva meccanizzazione della raccolta della canna da zucchero comporterà, entro il 2010, la perdita di circa 400-500 mila posti di lavoro nell’industria dell’etanolo.

In Senegal, dove tra marzo e aprile del 2008 si sono verificate rivolte per l’aumento dei prezzi del cibo, il governo locale, invece, ha promosso ambiziosi programmi d’espansione delle coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti, concentrati in particolare nelle cosiddette terre marginali. Nell’area di Bignona, ad esempio, il locale dipartimento delle Risorse forestali ha stimato

che la deforestazione per far spazio alle piantagioni di jatropha (una pianta siccitosa ad alto rendimento di olio) potrebbe decurtare di quasi il 70% il reddito delle popolazioni rurali.

 

L’Italia in prima fila in Europa

Ad eccezione del Brasile, le principali industrie dedicate alla produzione di biocarburanti si trovano nei paesi del G8 (escludendo Russia e Giappone). Gli Stati Uniti ne mantengono la leadership mondiale, ma Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna occupano le prime posizioni tra i principali paesi europei. Nonostante gli ingenti problemi che derivano dai biocarburanti siano evidenti, le politiche dei paesi europei, pressati dalle lobby industriali, puntano all’espansione.

Esempio di questa ambivalenza è la politica dell’Unione Europea: la direttiva (2009/28/CE) sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili - inserita nel cosiddetto “pacchetto clima” proposto dalla Commissione Europea nel gennaio 2008, approvato dal Parlamento il 17 dicembre 2008 e successivamente sottoposto all’ulteriore approvazione da parte del Consiglio - impone agli Stati membri di raggiungere, entro il 2020, un limite minimo del 20% di energia da rinnovabili sul totale dei consumi e un limite del 10% nel settore dei trasporti. I paesi membri sono lasciati liberi di

scegliere le strategie più appropriate, adottando un piano d’azione nazionale specifico per le energie rinnovabili entro giugno 2010, nel quale ciascun paese dovrà decidere il proprio mix di fonti

energetiche e le misure da adottare per ottemperare alle prescrizioni dei criteri di sostenibilità dei biocarburanti. La direttiva, infatti, non specifica se il mix debba essere composto da biocarburanti, anche di seconda o terza generazione, o da altre fonti rinnovabili (eolico, idroelettrico o fotovoltaico); appare però improbabile che i suddetti obiettivi possano essere raggiunti senza il ricorso ai biocarburanti, date le limitate possibilità di sviluppo di eolico, idroelettrico e fotovoltaico.


L’Italia è uno dei principali produttori di biocarburanti, facendone un utilizzo rilevante, pari a

circa il 3% del totale dei combustibili per autotrazione, percentuale destinata ad aumentare.

Ciononostante, il dibattito sui biocarburanti nel nostro Paese non è ancora molto diffuso. Nel gennaio del 2010, l’ex Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha firmato, con il concerto dei Ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare), Giulio Tremonti (Economia e Finanza), Luca Zaia (Politiche agricole Alimentari e Forestali) un decreto per aumentare sin dal 2010 la quota minima di biocarburanti da miscelare nella benzina e nel gasolio.

Tale decreto fissa il limite del 3,5% nel 2010, il 4% nel 2011 e il 4,5% nel 2012.

Il biodiesel (la cui produzione industriale è cominciata negli anni Novanta) è prodotto prevalentemente con materia prima d’importazione, poiché l’Italia possiede limitate superfici da destinare a questa coltivazione. Fino al 2005, operavano nel nostro Paese solo una manciata di imprese, che si sono però moltiplicate negli ultimi anni, insieme agli impianti di produzione e raffinazione, sorti un po’ ovunque.

Ma difficilmente si potranno produrre biocarburanti senza un massiccio ricorso alle importazioni, il che minaccia di annullare qualsiasi vantaggio ambientale, anche a causa delle emissioni connesse al trasporto dei prodotti agricoli dai luoghi di produzione a quelli di trasformazione. Questo vale anche per il resto d’Europa.

Fonte: ActionAid - Gruppo di Lucca