I lavavetri? Si riciclano Stampa
Scritto da Mario Pancera   
Lunedì 21 Dicembre 2009 15:04

I miserabili sono trattati come immondizia. Il cardinale di Milano li difende e viene sbeffeggiato
di Mario Pancera

Dopo le ordinanze di alcuni sindaci, tra cui quello di Roma, i lavavetri scompaiono. Roma è la capitale d’Italia, il cosiddetto faro della civiltà e, per qualcuno, anche il faro della cristianità. A Roma c’è il Vaticano, molti religiosi percorrono le sue strade, anche in automobile. I lavavetri non percorrono le strade, le subiscono: devono usarle per sopravvivere. Sopravvivere non è «vivere», è proprio sopravvivere, cercar di salvare la vita giorno per giorno. Chi va in automobile vive, chi lava i vetri ai semafori cerca di sopravvivere. Non è illuminato da nessun faro: né della civiltà né della cristianità. O lavora o muore, a meno che si affidi alla carità pubblica o privata. Nel cuore di Roma viene trovato morto un pakistano: di freddo e di fame. Due «barboni» morti a Milano e Livorno. A Padova, la città del Santo, una vigilessa sveglia un mendicante che dorme all’addiaccio per mandarlo via (e i passanti che filmano la scena, sono fermati e identificati: speriamo che almeno sant’Antonio veda e si indigni).

Perché i sindaci, cattolici (a loro dire) e laici li cacciano? Per ottenere i voti dai cittadini perbene che non li possono soffrire e che, evidentemente, sono tanti. Tali sindaci non si muovono se non nell’interesse del loro partito, che chiamano l’interesse dei cittadini. In realtà, l’interesse dei cittadini che usano i mezzi pubblici non ha niente a che fare con la cacciata dei lavavetri: invece di cacciarli bisognerebbe aiutarli.

Ma aiutare è ben più difficile che cacciar via. Per quest’ultimo esercizio può bastare una firma, ed ecco che un esercito di tutori dell’ordine tutela l’ordine facendo scomparire i lavavetri. I tutori dell’ordine hanno belle divise, sfavillanti, con pistola nelle fondine, manganelli, eleganti e autorevoli berretti a visiera. I lavavetri hanno paura, spesso sono clandestini, vivono alla giornata, sono come topi temporaneamente fuori delle fogne, alla mercè delle invettive, delle offese, delle multe, dell’arresto.

Se un romano o un fiorentino (visto che Roma e Firenze sono un po’ il faro di questa italianità del XXI secolo), comunque un qualsiasi italiano che qui caccia i lavavetri, facesse il lavavetri ad Addis Abeba sarebbe ugualmente terrorizzato, scomparirebbe. E cosa fa un miserabile che viene cacciato dal lavoro ancora più degradante del degrado in cui si trova? «Si ricicla», è la risposta di un tutore dell’ordine a chi, in tv, gli domanda dove vanno a finire i lavavetri che scompaiono dai semafori. Solo in una società iniqua, anticristiana, si può assistere a questa situazione che riguarda esseri umani, non materiale da rifiuto.

Si toglie il pane di bocca a un lavavetri, che è sporco, puzza, è fastidioso. Lo si spinge a scomparire, invece che a trovarsi un impegno decente. Lui si «ricicla» come venditore di collanine o di droga, fa il ladruncolo o l’accattone. Se si trova nell’immondezzaio sono affari suoi. C’è sempre il vecchio motto altre volte ricordato: «Chi se ne frega». Povero cardinale di Milano, povero Tettamanzi, che, in nome del Vangelo e nel ricordo di sant’Ambrogio, vuol dare voce ai miserabili. Avanti di questo passo, anche se parla dall’altare anziché a un semaforo, verrà un giorno spedito a «riciclarsi».
Mario Pancera