Le donne e l'Italia. 150 anni di presenza Stampa
Scritto da Giancarla Codrignani   
Sabato 25 Giugno 2011 08:49

Giacomo Leopardi, per le nozze della sorella Paolina, da patriota consapevole che in Italia "tra fortuna e valor dissidio pose il corrotto costume", raccomandava: "donne, da voi non poco la patria aspetta". Diciamo che le donne ci hanno provato, ci provano; ma al "corrotto costume", che nella storia patria ogni tanto umilia valori che pur si pensano universali, vorrebbero contribuire con maggior riconoscimento. Il contributo non mancò neppure quando, per "fare l'Italia" il prezzo da pagare era alto e si rischiava la vita. Aveva fatto da antesignana Eleonora Fonseca Pimentel che si battè per la rivoluzione di Napoli e finì al capestro pagando di persona passione politica e impegno. Tante - la maggior parte - rimasero anonime: "le giardiniere", le carbonare, le garibaldine, le tante popolane delle quali si perse anche il nome. Ebbero qualche fama le più visibili, spesso ritenute strane, se non poco virtuose. Infatti talora si travestirono da uomo per partecipare agli scontri con maggior libertà di azione; sfilarono perfino in formazione e, secondo i criteri del tempo, non fu per loro onorevole. D'altra parte molte ebbero a cuore la promozione di scuole per bambine, gli interventi assistenziali e gli istituti educativi, in coerenza con la loro lotta per una "nuova" Italia. Nè fu senza rilevanza che quasi tutte, anche quante ricorsero alle armi, portassero attenzione ai bisogni della società: la prima inchiesta sulla povertà e il degrado di Napoli fu di Jessie White Mario: "La miseria in Napoli" del 1877.
Il "genere" del contributo corrisponde alle grandi patriote, nomi che andrebbero meglio memorizzati. Come Bianca De Simone Rebizzo, nel cui salotto genovese si progettò sia la spedizione di Pisacane, sia l'impresa dei Mille. La contessa Clara Maffei, che, quando si separò da un marito donnaiolo, riceveva in casa i patrioti - i salotti sono prerogativa femminile e il suo fu dovuto all'iniziativa del conte per distrarre la moglie dopo la morte della figlioletta - e condivise "le trame" fino alla repressione austriaca dopo i moti del '53. Luigia Battistotti Sassi, sicuramente sconosciuta, ma non una timorata da retrovie, se le cronache del tempo dicono che nelle Cinque giornate fosse a Milano "la migliore fra gli uomini" per combattività. Luisa Solera Mantegazza che, anticipando la Montessori, istituì il primo asilo-nido e creò un centro educativo per lavoratrici, ma che, dopo il 1848, accolse nella sua villa disertori e garibaldini feriti e più volte tenne testa alle perquisizioni austriache. Antonietta De Pace, una pugliese antiborbonica, audacissima e pronta a tutti i travestimenti, imprigionata e sottoposta a carcere durissimo, che resistette senza denunciare i compagni e al processo si appellò alla stampa e alla pubblica opinione; fu lei che, con Emma Ferretti, sfilò a fianco di Garibaldi a Napoli nel 1860. Jessie White Mario, la giornalista inglese che diffuse le idee risorgimentali in Europa e in America; seguendo Garibaldi si impegnò in tutti i luoghi di conflitto insieme con il più noto marito Alberto. La stessa Virginia Oldoini contessa di Castiglione, la "seduttrice" che, per ordine di Cavour (una bella donna può essere una complice consapevole?), "conquistò" Napoleone III inducendolo all'alleanza franco-piemontese. E anche Elisabetta Caracciolo, una suora ribelle, che già in convento era conosciuta come rivoluzionaria; non avendo ottenuto la dispensa, durante un permesso per malattia, entrò nel movimento, venne liberata da un arresto pericoloso, si fece clandestina, finché nel 1860, ottenuta la riduzione laicale, scrisse il romanzo della sua vita, Misteri del chiostro napoletano, uno dei best-seller del tempo, tradotto in diversi paesi europei.
Il Risorgimento va riletto, dunque, e, come ogni pagina della storia, andrebbe ripensato a misura non dei soli dati oggettivi, ma dalle testimonianze dei contemporanei e dalle nuove ricerche storiche e archivistiche, in particolare quelle innovative delle storiche. Infatti, sembra che ancor oggi bastino due righe nei libri scolastici per dire che "parteciparono anche le donne", senza definire quante sono state e che cosa hanno fatto e, soprattutto, pensato.
Tra le iniziative memorabili di queste celebrazioni mi sembra abbastanza provocatorio il film di Mario Martone sul volto nascosto del Risorgimento, Noi credevamo. Una donna che lo abbia visto si accorge di aver memorizzato solo idee e figure maschili, anche se ci sono due "protagoniste", Giuditta Bellerio e Cristina di Belgioioso, compagne del movimento risorgimentale. Infatti interpretano ruoli tradizionalmente femminili che fanno dell'una la consolatrice e dell'altra la donna libera che dispone di sè, finanzia i patrioti e sceglie gli amanti.
Donne che, invece, sono da ricordare per qualche motivo più originale. La baronessina Giuditta Bellerio, andata sposa giovanissima al ricco patriota carbonaro Sidoli, che, morto precocemente, la lasciò con quattro figli, immediatamente sottratti alla madre dal suocero austriacante che l'accusò di incapacità perché di idee sovversive. Incarcerata a Modena, in Toscana, a Milano imprigionata da Radetzky, è lei che aveva consegnato ufficialmente nel 1832 alla guardia civica di Reggio Emilia il tricolore ed è lei che, esule a Lugano e a Marsiglia, aveva ospitato gli esuli e tra essi Mazzini. Con lui, divenuto suo partner e padre dell'ultimo figlio, fondò la Giovane Italia continuando la campagna di sostegno al Risorgimento in Europa e in Italia. Stabilitasi infine a Torino, aprì un salotto politico in cui la nuova politica consolidava le vie dell'unità.
Quanto alla figlia di Gerolamo Trivulzio, Cristina, nonostante i dodici nomi datile nel 1808 al fonte battesimale e nonostante l'enorme patrimonio di cui divenne a quattro anni erede universale, per ribellione al matrimonio con il figlio del tutore sposò il bel principe di Belgioioso. Quando il marito le propose un menage à trois, Cristina ha diciotto anni: scandalizzando i benpensanti, lascia il marito e Milano per trascorrere un paio d'anni di viaggi in Italia, incontrando patrioti e rivoluzionari. Quando la polizia austriaca l'obbligherà al rientro, fuggirà in Francia, dove continuerà ad impegnarsi per la causa. Recuperata parte del patrimonio, nel 1840 ritorna in Italia dove, senza abbandonare l'interesse per la politica, si dedica al riformismo sociale. Vive con la sua bambina "illegittima" a Locate, nel feudo Trivulzio, a contatto con la povertà dei contadini lombardi. Rifacendosi alle teorie di Saint-Simon e Fourier, crea un asilo esemplare (secondo il giudizio di Ferrante Aporti), poi scuole elementari maschili e femminili, contestata dal perbenismo borghese di chi - lo stesso Manzoni - riteneva che i contadini non avessero bisogno di cultura. Pubblica libri (un "Saggio sulla formazione del dogma cattolico"), traduce in francese il Vico, ha contatti con le grandi personalità del Risorgimento da Cavour a Cattaneo, si impegna nell'editoria liberale e collabora con contributi propri, critici anche delle contrapposizioni litigiose dei patrioti, a sostegno della necessità della mediazione monarchica. Tuttavia, quando scoppiano le "cinque giornate di Milano" porta alla città i 200 volontari della "divisione Belgioioso". Dopo il cedimento di Carlo Alberto torna a Parigi, ma, quando anche i francesi "tradiscono", va a sostenere la Repubblica romana, organizzando anche il corpo delle infermiere. Dopo la fine tragica della Repubblica, Cristina torna alle peregrinazioni, da Malta ad Atene, alla Turchia (in Cappadocia compera un terreno per fondare una colonia per gli esuli italiani), alla Terrasanta; pubblica le sue esperienze in Ricordi e in articoli che, contro l'esotismo di moda, registrano le piaghe della povertà e dell'ignoranza in Oriente. Una volta che l'unità si è realizzata, non cessa l'impegno: fonda un giornale di impianto europeo, "L'Italie", e produce saggistica fino alla morte, nel 1871. Di sè disse che sapeva di essere stata una bambola da salotto, ma voleva essere ricordata come topo di biblioteca.
Non è senza interesse aggiungere la menzione delle donne che approfittarono della rivoluzione risorgimentale per alzare anche la bandiera di una propria libertà, per "fare" l'Italia con le idee, l'esperienza, le proposte delle donne che speravano nel grande cambiamento, liberatorio anche per il genere femminile. "Anche noi credevamo...". Nel 1861 le condizioni delle donne erano, anche giuridicamente, di assoluta subalternità e il costume restava totalmente patriarcale: gran parte delle prime notti nuziali erano stupri; se una vedova era incinta, riceveva la tutela di un "curatore al ventre" perché la legge la riteneva inaffidabile; se studiavano, erano ritenute strane e, comunque, erano loro vietate cattedre e potere culturale; se condividevano le lotte del lavoro, i sindacati le collocavano in prima fila nei cortei per la speranza che il regio esercito non sparasse sulle donne. Chiesero il voto - e la Repubblica romana lo aveva implicitamente ammesso nella sua Costituzione - ma lo ebbero dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia in Italia circolava un centinaio di riviste e rivistine femminili non sempre modellate sul perbenismo ufficiale. Lo scorrere dei decenni avrebbe comprovato che ai grandi fermenti femminili non corrispondeva alcuna volontà politica paritaria. Infatti, nonostante la pressione del movimento suffragista, nel 1912 il voto fu dichiarato "universale" solo per i maschi maggiorenni e il socialista Turati provocò lo sdegno delle lavoratrici (e di Anna Kuliscioff, rappresentante del partito e sua compagna di vita) sostenendo in Parlamento che si trattava ancora di una richiesta borghese. La donne contestarono le guerre e nel 1912 si sdraiarono sui binari per impedire la partenza delle tradotte per la conquista della Libia. Come genere furono umiliate dal fascismo, che le rese riproduttrici di corpi da cannone o da fabbrica. Parteciparono alla Resistenza e le partigiane vennero chiamate "staffette", termine riduttivo - rispetto allo sparare in montagna - per chi portava armi smontate nelle sporte piene di verdura lungo strade pattugliate da SS e fascisti. Subirono la Shoà e trovarono in Etty Hillesum la donna che, senza essere teologa, sciolse in anticipo i dubbi di chi non riconosce più Dio dopo Auschwitz: non è Dio - disse Etty - che aiuta noi, siamo noi umani che, proprio nel lager, lo aiutiamo. Sotto le dittature e le repressioni ancora poco lontane da noi nel tempo, in America Latina come in Urss, in Asia come in Africa subirono - e subiscono - torture specializzate e verranno - vengono - stuprate per odio etnico e politico. Troppe subiscono tuttora violenza, una violenza specifica che diventa spesso mortale, anche nei paesi definiti civili, all'interno della famiglia delle relazioni amicali e sociali: non riesce a diventare "universale" il diritto all'inviolabilità del corpo; e anche gli aborti, conseguenza dell'irresponsabilità di rapporti di forza, sono a loro carico. Le donne sono il 52% dell'elettorato, ma la rappresentanza in Parlamento è del tutto sproporzionata (1). Anche nelle Chiese c'è anomala sproporzione tra la partecipazione di fede e l'autorevolezza di parola. Sono diventate soldate, secondo un criterio di parità che non tiene conto della necessità di riflettere se chi partorisce la vita può disporsi ad uccidere altri corpi, nati come i propri figli da un corpo che come il suo con fatica dà vita. E sembra che, in questi ultimi tempi, l'adeguamento al "modello unico" comporti altre intriganti complicazioni: se il corpo diventa merce, si può farne oggetto di compravendita mediatica. Ancora una volta la differenza gioca a danno: l'uomo può diventare schiavo sul lavoro, mentre la donna, oltre ad avere meno diritti e paghe inferiori, da un lato diventa un ammortizzatore sociale per il lavoro domestico che le viene assegnato per ruolo e che è sostitutivo dei servizi sociali; dall'altro subisce la distorsione della propria immagine, distruttiva di ogni rispetto, formale e sostanziale, della dignità femminile.
Il summit di questa primavera di Women in the World, tra i casi di paesi sessisti, dopo Iran, Arabia Saudita e Cambogia registrava l'Italia. Non è lusinghiero, anche perché sono dati non contestabili. Tutti i dati statistici italiani indicano l'eccellenza delle competenze femminili in ogni campo e sembra francamente autolesionista che il sistema non si giovi della metà del contributi qualitativamente alti a disposizione. Mazzini diceva che "dovunque ci sia stato uno schiavo, c'è stato anche un padrone e ambedue distorcono e corrompono l'idea della vita". A prescindere dall'art. 3 della Costituzione (letto anche nel suo secondo comma), una filosofa come Martha Nussbaum assegna ai governi il compito di creare i presupposti per "la vita buona", rappresentata dallo sviluppo delle capacità dei cittadini, la buona salute, la visione morale, la sintonia con la natura, e l'apprezzamento per l'aspetto ironico e giocoso dell'esistenza. Sarebbe come "prendersi in braccio la società" per vedere se, insieme, si riesce a cambiare l'ordine delle priorità attualmente valide per i governi. L'Associazione internazionale delle economiste femministe da anni propone la trasformazione del concetto di Pnl, tuttora, nonostante la finanziarizzazione, fondato sulla sola produttività: se lo si incrociasse con la riproduzione (da intendersi non in termini biologici, ma nel legame con i valori della sopravvivenza e della convivenza) dovrebbe cambiare l'ordine delle priorità politiche. Appare davvero uno spreco l'oscuramento della cultura delle donne. Forse neppure noi siamo così felici come sperava Cristina di Belgioioso che nel 1866, sul primo numero della "Nuova Antologia", scriveva "della presente condizione delle donne e del loro avvenire": "Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!".

Note1. In Italia il Parlamento è composto di 191 donne su 945 eletti (il 20,2 %) e, in particolare, 133 donne alla Camera (21,5%) e 58 al Senato (18,4). Nei Comuni, fino al maggio 2011, su 118.000 amministratori il 18,2 sono di genere femminile (ma per i sindaci la percentuale cala al 10,6 %).

Fonte: Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo