Sé stesso - Ovvero a proposito del semplice e del complesso Stampa
Scritto da Massimo Michelucci   
Martedì 25 Febbraio 2020 18:29

Su La Lettura del 13 gennaio 2019, Giuseppe Antonelli, in un articolo dal titolo "Ed ora l'italiano (la lingua) faccia pace con sé stesso", ha richiamato all'uso corretto di "sé stesso" con accento. Era ora! Tanto che l'avvenimento sollecita ricordi e curiosità.

Per anni quali cultori della lingua fornese (di Forno di Massa del Marchese) abbiamo dibattuto di accenti, apostrofi, troncamenti, elisioni, questioni piccolissime ma grandissime, per chi tiene all'essenza.

Per anni abbiamo litigato con i cugini linguisti casettini (di Casette, un tempo casali di pastori di Forno e di Caglieglia), alcuni anche glottologi, su innumerevoli questioni. Ad esempio abbiamo anche gridato sul "qual è", perché loro sostenevano e sostengono ancora che ci volesse l'apostrofo (tra qual ed è), noi invece, che un po' la dottrina l'abbiamo anche inventata o, per dirla con umiltà, almeno seguita al suo nascere nelle questioni fondamentali, sulla ratio che sta alla base delle scelte, etcetera, e abbiamo sempre convintamente confermato che il divieto per l'apostrofo dopo qual era assoluto, certo, imprescindibile. Ma è stato inutile da parte nostra citare le più alte grammatiche, i testi fondamentali, etc. che chiaramente avallavano i nostri assunti, loro, infatti, rispondevano che "a senso" l'apostrofo ci voleva, e con quel "senso", che forse intendevano come senso comune, ma che non era certamente buon senso, hanno continuato testardamente ad usare l'apostrofo. Dopo anni di diatribe per le quali siamo stati addirittura costretti ad abbandonare il confronto, nel 2015, a dimostrazione di come questo tipo di questioni avessero risonanza anche internazionale, l'Accademia della Crusca, che per noi rimane la fonte del sapere (al pari della rubrica "forse non tutti sanno che" della Settimana Enigmistica), emise un Comunicato Stampa, diffuso con grande risalto sugli organi di informazione e sui social, nel quale dichiarava, più o meno: "La Crusca si arrende!", sul tema del "qual è". Ripetendo che andava sì scritto senza apostrofo, ma che, viste le continue diatribe a favore dell'apostrofo, e l'uso scorretto che si era quasi imposto nella consuetudine come rilevante, concludeva seraficamente, quasi ad abbassare le armi ed a confessare una sconfitta: "Il qual è, ognuno lo scriva come vuole". I cugini casettini pomposi ci derisero con un: "Avevamo ragione noi!" Cosa che non facemmo noi quando si scoprì che si trattava di una bufala di FB, tanto non ci avrebbero dato lo stesso retta e anche per lasciarli contenti nella loro verità. Che fare? Ormai anche le bufale hanno una valenza giuridica, in base ai mi piace che ricevono, così che su queste faccende che alcuni definiscono secondarie, altri superate, altri ancora anacronistiche e per le quali veniamo spesso ormai anche offesi, con un "siete più solo voi a parlare di apostrofi, di regole, di costituzioni", ci pare davvero di essere rimasti quasi soli noi a resistere.

Ma quanto sopra è solo il preludio, per meglio affrontare l'iniziale richiamo al sé stesso, che abbiamo salutato con affetto e con un po' di vanagloria, più che giustificata. Dobbiamo infatti ricordare che nella stesura di "Anacleto di Ariodante - Omaggio di Forno a Lorenzo Viani", pubblicato nel 2007, io e Alberto, quali autori, ci abbiamo ragionato su sei mesi se mettere il sé stesso con l'accento, dato che la dottrina alla fine ammetteva l'accento ed il non accento sul sé legato a stesso. I linguisti casettini erano come al solito contro, quasi per partito preso stanno sempre dalla parte del torto, ed in questo gli riconosciamo anche un certo eroismo, anche se non capiamo la loro ostinazione di stare sempre contro di noi, dato che ci vogliamo vicendevolmente un sacco di bene. A dir la verità anche tra alcuni nostri maestri fornesi c'erano titubanze se non veri e propri dubbi, e per questo ci mettemmo appunto sei mesi di studio e di analisi comparata, e dopo centinaia e forse migliaia di classici consultati, risolvemmo convinti per il sé stesso, indefessi, perché fessi non siamo. E ora quindi con l'articolo di Antonelli rivendichiamo di nuovo, sempre col sorriso, il nostro essere sempre stati nel giusto, e ancora come sempre il nostro essere "sempre avanti!".

Ma come potevamo noi fallire? Con i nostri maestri! E vengo e giungo alla morale finale, innegabilmente legata alla questione del tempo, e per essere più precisi ai famosi citati sei mesi, per concludere davvero con l'etica che ci guida e ci governa nelle materialistiche sorti progressive. Ebbene come non ricordare quindi il maestro Rolà, già citato nel mio "Di funghi, di sassi … di Forno" (libro che risale al 2002), che mi interrogò al banco della cantina della Casa Socialista con una domanda allucinante, dati i bicchieri di vino annusati: "Face come natura fa con fuoco", che vuol dire per te Massimo, il divino?". E mentre io rimanevo impappinato ed impastato nel cercare solo di capire a che divino (o di vino) si riferisse, per poter elucubrare una risposta di senso (non comune, perché è chiaro ormai che tal senso non mi piace per niente), lui proprio con l'intento di togliermi dall'imbarazzo se ne uscì con: "Io ci sono stato sei mesi a pensarci su, senza accento" (senza accento riferito al su lo disse proprio lui, perché gli piace sempre ripetere le regole, ad evitare il rischio sempre maggiore che qualcuno le dimentichi, anche le più semplici). Al che io, prendendo la palla al balzo, lo interruppi (interrompere un maestro è sempre un atto di grande coraggio, lo si può fare solo quando si è convinti di star facendo un passo gigantesco, almeno per noi stessi, se non per l'umanità): "Non proseguire maestro, hai già vinto, cioè mi hai già insegnato, con quel rimando a sei mesi di pensieri e di studi, mentre io volevo risolvere il problema e farmi bello in pochi secondi, rivelando così di non sapere ancora cosa sia l'umiltà. Ma sono però davvero un tuo discepolo e rimedio all'incanto: Offro da bere a tutti!"

Al che Rolà sorrise, ed in verità anche tutti gli altri amici presenti, e furono tanti in vero i bicchieri, perché eravamo davvero in tanti, era un congresso della sinistra di popolo, non popolare, tantomeno populista… altri tempi.