Un commento, a caldo, sull’attentato di ieri (22/02/2021) in Repubblica Democratica del Congo Stampa
Scritto da Alessandro De Filippo   
Mercoledì 24 Febbraio 2021 17:14

Ieri, sulla strada che da Goma porta a Rutshuru, sono stati uccisi due Muzungu.

Non ce lo aspettavamo. Non eravamo pronti.

Accettiamo di buon grado il quotidiano stillicidio emorragico di 7, 9, 19 morti africani, massacrati in vari attentati a Butembo, a Beni, nel Nord Kivu, ma non siamo pronti a veder cadere delle facce bianche. Non sappiamo ancora neanche se si tratta di vittime collaterali, che sono morte in un attentato nel quale non erano loro i bersagli diretti. Morti per caso, forse, per errore. E siamo spaesati.

«Muzungu» in swahili vuol dire «uomo bianco», inteso in senso dispregiativo. Un Muzungu è una specie di alieno, un disadattato che mai potrà integrarsi in quella regione dell’Africa, spaccata in due dall’equatore. I Muzungu si preoccupano di cose senza importanza, come la carica della batteria del telefonino. Queste sono le loro assurde priorità. Rischiano di impazzire quando finisce la batteria. Per questo, talvolta, vengono presi in giro. Però non capita quasi mai che un bianco venga coinvolto in una sparatoria. Che sia la vittima predestinata di un attacco armato di ribelli.

Ci sono scontri quotidiani tra i vari gruppi. Attacchi e fughe, vendette e imboscate. Ma i ribelli si combattono in foresta per una porzione di territorio da sfruttare, da bucare per l’oro, oppure per il controllo dei villaggi sui quali imporre un jeton, una specie di pizzo sulla popolazione civile. Questo fanno, ma evitano accuratamente di coinvolgere negli scontri armati gli europei. Per questo, stupidamente, pensavamo che la pelle bianca fosse uno sorta di scudo bullet-proof. Pensavamo che nessun guerrigliero avrebbe osato mai uccidere un Muzungu. Per questo, oggi siamo frastornati. Perché adesso cambiano gli equilibri.

La morte, adesso, ha il volto dei nostri poveri connazionali, di due giovanissimi italiani, servitori dello Stato, che facevano un lavoro che amavano entrambi e di cui entrambi andavano fieri. L’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono caduti in uno scontro a fuoco all’uscita della città di Goma, sede del centro di controllo della più grande e inutile operazione ONU della storia, 17.000 caschi blu della MONUSCO, osservatori attoniti e imbelli.

Una foto che circola su diversi gruppi whatsapp (e che qui non vogliamo proporre, per rispetto della vittima) mostra il povero ambasciatore esanime, sorretto su un carro da un soccorritore, che lo cinge con le braccia. Sembra una pietà. Irradia la luce del sacrificio, nella quale si riconosce la tradizione dell’iconografia cristiana. Eppure persiste anche un unico dato di realtà quasi del tutto rimosso dai media. A morire è stato anche l’autista congolese, Mustapha Milambo Baguma.

Di lui si può anche tacere, a quanto pare, come si tace di tutti i morti nella regione che mensilmente bagnano con il loro sangue la terra delle foreste congolesi.

Possiamo cominciare, ora, a raccontare veramente cosa succede in quei territori?

Possiamo abbandonare il rumore di fondo dell’agenda politico-circense italiana per iniziare a dire qualcosa delle tragedie che avvengono anche a causa della nostra cinica indifferenza?

Perché in quella stessa regione, ci sono interessi spaventosi delle potenze mondiali: Cina, Stati Uniti ed Europa hanno bisogno delle materie prime e sono ben contente di non doversi confrontare con un Stato Sovrano, forte delle sue istituzioni, pronto a gestire le proprie risorse minerarie e ambientali. Meglio mantenere l’anarcoide confronto armato – tutti contro tutti – tra bande di briganti, tra ribelli senza arte né parte, tra uomini che vivono come bestie feroci, nella foresta, pronti ad attaccare e uccidere, a stuprare, distruggere villaggi e terrorizzare. Questo terrore sposta lo sguardo dalle risorse, dal petrolio, dall’oro, dai diamanti, dal cobalto e dal coltan, sullo spettacolo del sangue di povere famiglie smembrate, fatte a pezzi col machete e lasciate agonizzare tra le capanne incendiate. Il terrore, quando diventa narrazione, si trasforma in terrorismo. Funzionale alla politica internazionale che gestisce lo status quo da decenni. Funzionale alle multinazionali che banchettano grazie a quelle risorse, depredate nel buio pesto dei media distratti e silenziosi.

 

Catania, 23 febbraio 2021

Alessandro De Filippo – Catania

Pubblicato su “La Gazzetta di Sicilia”

Segnalato da Antonella Cappè

Alessandro De Filippo è un insegnante di Italiano agli stranieri, che negli ultimi anni è stato a Muhanga, uno dei tanti villaggi della foresta dei Virunga, nel nord Kivu.