Intervista Annette Wieviorka sulla memoria dell'irreparabile Stampa
Scritto da Annette Wieviorka   
Venerdì 27 Aprile 2007 17:33


Pubblicato sul n. 60 del foglio "Minime della nonviolenza", del Centro di Ricerca per la Pace.


"Una città" intervista Annette Wieviorka sulla memoria dell'irreparabile

Dalla rivista "Una città", n. 84, marzo 2000 (disponibile anche nel sito: Una città) riprendiamo la seguente intervista lì apparsa col titolo "La memoria dell'irreparabile" e con il seguente sommario: "La convocazione del testimone in quanto "presenza del passato fra di noi" rischia di contribuire alla banalizzazione della Shoah. Tanti superstiti non vollero identificarsi nel sopravvissuto. Il cambiare delle testimonianze nel tempo.
- "Una città": Lei si è occupata più volte del ruolo della testimonianza soprattutto in riferimento alla Shoah. Ma fra il discorso della testimonianza e il discorso storico propriamente detto, basato sulla ricerca negli archivi, la raccolta di dati, la valutazione critica delle fonti, orali e scritte che siano, non esiste una contraddizione?
- Annette Wieviorka: Nel mio lavoro ci sono due punti di partenza: da un lato, il mio profondo interesse per le testimonianze sulle quali ho lavorato moltissimo; dall'altro, due avvenimenti, per così dire, congiunturali. Il primo di essi è la raccolta di testimonianze filmate ai superstiti della Shoah fatta da Spielberg; il secondo, che mi ha fatto riflettere moltissimo, è il cosiddetto affaire Aubrac, cioè tutta la polemica intorno all'arresto di Jean Moulin, comandante in capo della Resistenza francese, la ridiscussione delle versioni successive della testimonianza resa da Aubrac che è sfociata in una tavola rotonda organizzata dal giornale "Liberation" nell'estate del '98. Si tratta di questo: gli storici hanno sottoposto a critica le variazioni e le incoerenze della testimonianza. Ma, così facendo, si sono rapportati a un testimone vivente nella veste di pubblici ministeri in un processo, quasi intimando al testimone di dire che mentiva, mentre in realtà non mentiva affatto. Tutto ciò mi ha fatto riflettere molto sulla relazione fra testimone e storico, sulla rivalità fra il discorso pubblico del testimone e il discorso dello storico. Quasi che, prima di recepire una storia che non sia più una storia del tempo presente, ossia una storia definita dalla presenza fra di noi degli attori e dei testimoni, ci fosse una sorta di lotta per sapere in quale discorso, se meramente testimoniale o veramente scientifico, collocare questa storia.
Devo dire subito che non ho la religione della storia. Occuparmi di storia è il mio mestiere; non penso, tuttavia, che sul passato gli storici abbiano un monopolio. Ci sono altri modi di conservare il passato nel tempo presente: il cinema, la letteratura, la discussione filosofica.
Tornando al ruolo della testimonianza, mi ha sempre colpito che la testimonianza emerga dalla Shoah, nel momento stesso in cui il genocidio si svolge. Significa che in molti ebrei, polacchi soprattutto, nel pieno svolgersi del genocidio, c'era la coscienza che non sarebbero sopravvissuti e che la loro scomparsa non sarebbe stata solo una morte individuale, ma una morte totale, nella misura in cui la società in cui vivevano, la civiltà di cui facevano parte erano destinate a scomparire con loro.
Era un sentimento acutissimo, che li spingeva a salvare le tracce del loro mondo, attraverso tutta un'opera di archiviazione cui si sono dedicati gli Judenratte dei ghetti delle città polacche, a partire da quello di Varsavia, attraverso la stesura di memorie e diari privati, scritti con la coscienza di non esprimere semplicemente la propria individualità, ma anche del proprio mondo, affinché gli ebrei non siano privati della memoria e della storia.
A me colpisce in modo particolare che queste testimonianze non siano mai state considerate al di fuori della piccola sfera degli studiosi, che mai un pubblico più vasto se ne sia interessato. Eppure molte di queste testimonianze, scritte in lingue poco accessibili, come lo yiddish, l'ebraico, il polacco, sono state tradotte in francese, in italiano, ma non hanno mai fatto parte del canone delle testimonianze della Shoah, che, costituitosi ai nostri giorni, contiene un certo numero di opere, per esempio l'opera di Primo Levi, ma non questo genere di testimonianze. Questo significa che non sono mai state integrate in modo da essere studiate, commentate, lette, insegnate. Eppure quelle testimonianze sono fondamentali perché permettono di scrivere una storia del genocidio che non sia semplicemente la storia di ciò che ha compiuto il carnefice.
Paradossalmente, oggi, più di cinquant'anni dopo gli avvenimenti, si convocano i testimoni e si pretende che parlino. E li si convoca in una situazione che è particolare e che non può distaccarsi dall'epoca nella quale viviamo. Noi viviamo - sto dicendo delle banalità, che però non sono meno vere - nella società dello spettacolo, in una società che non conosce più il tempo, in cui conta solo l'hic et nunc. E questo implica che, per parlare del passato, con la scusa di mostrare che c'è una profondità storica, si convoca il testimone perché è la presenza del passato fra di noi. Lo si convoca non perché faccia un discorso sul passato, ma perché mostri che quel passato è presente in lui e, tramite lui, anche in noi. In questo senso, totale diventa la banalizzazione del genocidio perché il testimone entra in un dispositivo identico a quello in cui rientra chi testimonia, che so, di essere scampato alla tempesta che ha sconvolto la Francia a fine anno.
In altri termini, la banalizzazione nasce dal dispositivo, dal modo di prendere la parola e dai temi che vengono affrontati, che sono gli stessi di ogni catastrofe. Ogni volta che c'è una catastrofe si sente lo stesso discorso. E il discorso del superstite della Shoah è codificato in questo dispositivo.
Primo Levi in Se questo è un uomo narra il sogno ricorrente che ha fatto nel lager, al pari di molti altri. Levi insiste sul bisogno profondo che ha avuto di raccontare. Al ritorno tutti parlano; molti hanno scritto, come Primo Levi, un pò di tempo dopo; alcuni hanno dimenticato quanto avevano scritto immediatamente dopo il ritorno. Quindi c'era una necessità impellente di raccontare, quasi il bisogno di essere riconosciuti nella propria identità, in modo che si riconoscesse che l'uomo che era davanti a noi è lo stesso che era nel lager, lo stesso che era prima del lager. Il bisogno di essere riconosciuti nella totalità della propria identità è stato molto forte, e lo è sempre. In questo senso, è più che legittimo che il testimone testimoni, ma un certo numero di testimoni non hanno voluto testimoniare per ragioni molto diverse.
Qualche tempo fa è uscito un libro molto interessante di uno psichiatra, Stanislav Tomkievic, dal titolo L'adolescence volee. Tomkievic era un adolescente ebreo-polacco, frequentò il primo anno di Medicina nel ghetto di Varsavia, venne arrestato, inviato a Treblinka, ma riuscì a saltare giù dal treno; dopo la guerra scelse di venire in Francia diventando neuropsichiatra infantile. Ora, Tomkievic ha iniziato a scrivere molto tardi, quindi rientra fra coloro che non hanno mai voluto che l'identità derivante dall'essere un superstite avesse maggior peso di quella derivante dal proprio successo professionale.
Credo che ci sia anche il problema di sapere come si vuole essere considerati: qualcuno non vuole essere considerato solo come un superstite del ghetto. Penso che questo fosse anche uno dei problemi di Primo Levi.
Ritengo abbia sofferto del fatto di non essere riconosciuto nella propria identità di scrittore e di essere considerato solo come un testimone. Anche se è vero che è proprio a partire dalla sua testimonianza che è diventato scrittore. Però, in qualcuno questa identità multipla costituisce un problema; c'è il timore che l'identità di vittima della Shoah sia tale da annullare il successivo cammino esistenziale.

- "Una città": Nel libro afferma che c'è il "pericolo" di un'americanizzazione della Shoah, in cosa consiste?
- Annette Wieviorka: Quando parlo di "americanizzazione" della Shoah intendo il meccanismo seguente, particolarmente presente nella cultura statunitense: si prende un avvenimento che si è svolto sul suolo europeo, e il genocidio degli ebrei resta un evento europeo, e lo si trasporta negli Stati Uniti adattandolo ai valori americani, che sono la tolleranza, la democrazia, la libertà, in modo da servire all'educazione dei giovani americani. Insomma l'Olocausto viene chiaramente usato a fini di educazione interna delle giovani generazioni. In questo modo, l'avvenimento viene svuotato della sua dimensione storica per diventare un simbolo dell'esemplarità della democrazia americana. Il rischio è che, così facendo, finiscono per rimandarci questo avvenimento immerso in un'altra componente dello spirito americano: l'ottimismo. L'ottimismo è qualcosa che colpisce molto. Se si guarda al modo in cui sono costruiti i prodotti di Spielberg, Schindler's List o il documentario Gli ultimi giorni, costruito sulle testimonianze di cinque ebrei ungheresi sopravvissuti, ci si accorge che la materia di cui sono costituite è la sopravvivenza. Sono storie di sopravvivenza, storie ottimiste, in cui si racconta la Shoah senza volerne dare il senso di completa disperazione con cui viene in realtà vissuta dalle vittime. La Shoah diventa un episodio che mostra la forza umana. Ma se si guarda alla realtà storica, non è questo lato che emerge: la Shoah è più una storia di morte che una storia di sopravvivenza; è più una storia che permette di riflettere sull'omicidio di massa che una storia sulla sopravvivenza individuale.
Per fare un esempio, non giudico negativamente Schindler's List, la ricostruzione del ghetto di Cracovia è straordinaria, ma l'ultima immagine che rappresenta le persone salvate da Schindler e la loro discendenza è un'immagine che annulla la morte di massa poiché mostra che c'è di nuovo una discendenza. Si è distrutto un popolo e nel film non si pone la questione di sapere se la discendenza annulla la morte della civiltà dell'yiddishland. E questo è l'irreparabile. Nel film l'irreparabile è come se fosse riparato dalle generazioni successive. A ben vedere, questo è anche il leit-motiv del film di Benigni, per cui si può dire che anche dopo la Shoah la vita è bella.
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- "Una città": E le nuove generazioni non fanno più parte di quella civiltà scomparsa...
- Annette Wieviorka: Certo, stiamo vivendo adesso il passaggio delle generazioni: la generazione dei contemporanei dell'avvenimento, pur essendo ancora viva, non è più al comando. Nei media, nell'editoria, in politica, il potere è nelle mani delle generazioni nate dopo la guerra. Ancora la mia generazione, pur non avendo vissuto quegli avvenimenti, è cresciuta alla loro ombra, ma le generazioni più giovani non possono avere una qualche sensibilità nei confronti della Shoah.

- "Una città": C'è una differenza fra le testimonianze dell'immediato dopoguerra, come quella di Primo Levi, e l'attuale ricerca di testimoni, intrapresa mediante il video e non attraverso la scrittura? Nel libro, cita l'episodio del sopravvissuto che ha scritto la propria testimonianza immediatamente dopo la guerra, ma che, chiamato davanti al video, non si riconosce più negli episodi sgradevoli della vita nel lager, di cui aveva scritto...
- Annette Wieviorka: Beh, quest'ultima è un'esperienza che ognuno di noi può fare: si mettono a posto vecchie carte, si trovano cose scritte dieci o vent'anni prima e ci si chiede se veramente le abbiamo scritte noi. È un'esperienza banale, che però ci dice che non si può mai prescindere da chi testimonia e da quando testimonia. Oggi, abbiamo testimoni che parlano quando sono ormai giunti alla fine della loro vita, e ne sono coscienti.
Sotto molti aspetti, la testimonianza è anche un bilancio.
Per cui credo che chi torna dalla deportazione, ossia chi non è morto nel lager o subito dopo il ritorno e che non è diventato pazzo (non si sono fatti studi in merito, ma nei manicomi ci sono molte persone che hanno vissuto questi avvenimenti oppure che hanno perso tutta la famiglia, rimanendo i soli sopravvissuti), chi non è stato distrutto, direttamente o indirettamente, dagli avvenimenti, nonostante tutto ha l'avvenire davanti a sè. E questo avvenire se lo costruisce.
Fra coloro che sono sopravvissuti alla deportazione ci sono persone con una straordinaria forza vitale che gli ha fatto conquistare un successo eccezionale nel proprio campo; penso a Simone Veil, a Elie Wiesel. Ora, quando si è alla fine della propria vita, ognuno fa un bilancio, testimonia con le parole di oggi e non con le parole di quel tempo, testimonia a partire da cosa è oggi, riscrivendo il suo racconto, ricodificandolo. Non c'è un racconto neutro, ogni testimonianza è un racconto che ha un proprio senso interno, altrimenti è un'agenda, non un racconto. E questo racconto viene fatto a partire da ciò che si è; non si può prescindere dalla soddisfazione o meno, dal sentimento di fallimento o di successo, che non è obiettivo; è in relazione alle proprie speranze e delusioni; è pervaso dal sentimento della fine della propria vita.
Queste testimonianze non sono un racconto sull'esperienza che si è vissuta nei campi, ma un racconto sul modo in cui si pensa che l'esperienza vissuta nei campi abbia determinato la persona che si è nel momento in cui si racconta.
Questa, molto spesso, è la convenzione tacita che si stabilisce fra la persona che fa l'intervista e la persona che rende testimonianza.
Credo che la caricatura di questa relazione sia leggibile nell'affaire Wilkomirski. Wilkomirski è l'autore di un resoconto della propria infanzia sconvolta dalla Shoah, che si è scoperto essere un falso. Gli interrogativi vertevano solo sul fatto se fosse un'opera falsa o vera, insomma sull'autenticità del testo. Ma la cosa interessante non è questa, bensì l'interrogativo sul perché un testo del genere sia stato fatto oggetto di un tale entusiasmo senza che ci fosse stato alcun lancio editoriale, del tipo di quello che ha preceduto il Libro nero del comunismo. Il libro di Wilkomirski si è fatto strada da solo attraverso il passaparola, perché, a ben vedere, dice esattamente quel che oggi vogliamo sentirci dire della Shoah.
Oggi, abbiamo voglia di sentirci dire che non si è mai usciti da questa storia e il talento di Wilkomirski risiede appunto nel mostrare che si può capire il mondo solo attraverso questa esperienza.
È l'anti-Levi, in un certo senso: "Non si esce mai dal campo", che corrisponde al discorso che si sente oggi, e che non si sentiva vent'anni fa, che afferma: "Non sono mai uscito da Auschwitz" e che molti deportati sostengono. Questo discorso corrisponde a quel che ci si aspetta oggi da questa storia e la genialità, probabilmente psicologicamente perturbata, di Wilkomirski sta nell'essere riuscito a percepire questa attesa, scrivendo il racconto che forniva la prova di ciò che ci si attendeva. L'affaire Wilkomirski pone il problema non solo del testimone ma anche dell'accoglienza della testimonianza e dell'influenza giocata dall'attesa nei confronti del racconto stesso.

- "Una città": Nell'iniziativa di Spielberg lei vede un pericolo per la storia, consistente nella possibilità di sostituire la storia così come la conosciamo con le storie individuali?
- Annette Wieviorka: Il pericolo dal mio punto di vista risiede nell'incapacità che abbiamo oggi di pensare in termini collettivi, cioè di avere la coscienza che un avvenimento storico non è solo la giustapposizione di racconti individuali. Se la storia dovesse essere questo, non c'è più storia. È proprio della letteratura dare una visione individuale della storia, anche se spesso il vero romanziere in questo modo raggiunge una certa verità sull'epoca.
Spielberg mostra quindi l'odierna capacità a pensare gli avvenimenti solo in funzione del fascino che possono esercitare sugli individui. Mentre nelle testimonianze del dopoguerra o in quelle scritte durante la "soluzione finale" nei ghetti c'era il sentimento della dimensione collettiva. Questo è un pericolo molto grave per la storia, e mostra anche come funziona la società odierna: ognuno per sè, ognuno la propria storia.

- "Una città": La raccolta di video-testimonianze sulla Shoah non potrebbe rientrare nella disciplina della storia orale, in cui si va ad intervistare appartenenti alle classi sociali che non hanno lasciato tracce scritte di sè nella storia?
- Annette Wieviorka: Quello della storia orale è un altro discorso. La storia orale dell'esperienza dei lager è esistita fin dall'apertura dei campi, ed è stata importante perché si inseriva in un progetto collettivo.
Quella di Spielberg non è storia orale ed è tanto meno indispensabile dal momento che si hanno centinaia di migliaia di testimonianze raccolte e catalogate. La domanda che ci si pone è: ma perché ora è come se si fosse i primi a fare una raccolta del genere? Quando non si è affatto i primi. A cosa sono destinate queste testimonianze? A volte mi chiedo se la cosa importante non sia tanto la testimonianza da inserire in archivio, ma l'atto stesso del testimoniare, ossia l'atto di testimoniare per coloro che testimoniano nel momento in cui testimoniano e per coloro che raccolgono le testimonianze. Se questo è vero, allora quanto risulta dall'atto di testimoniare non è più così interessante. Coloro che hanno dato una prima testimonianza subito dopo gli avvenimenti dicono che questa testimonianza è la memoria dell'avvenimento quindi conservano questa testimonianza come la matrice delle testimonianze e riflessioni ulteriori; è a questa che fanno riferimento e questo permette loro di conservare lo stato di quello che sapevano e come lo capivano in un momento precoce, e di farvi riferimento loro stessi.
Qui, invece, c'è una testimonianza resa a una grande distanza dall'avvenimento, quando fra l'avvenimento e l'atto del testimoniare ci sono molte cose che sono state dette, rappresentate, viste in documentari, film e filmati. Per cui quando ci sono state molte rappresentazioni dell'avvenimento, che la gente ha visto, letto, non si può più, secondo me, separare bene ciò che appartiene all'esperienza personale da quello che è stato visto e sentito dopo.
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- "Una città": La molla che spingeva a scrivere memoriali e ricordi era la sensazione che il proprio mondo stesse scomparendo...
- Annette Wieviorka: È vero che in altri periodi della storia ebraica si sono diffusi sentimenti di fine del mondo, ma non con la stessa intensità di quelli provati durante la "soluzione finale". La testimonianza di massa, con tutta una popolazione in grado di scrivere, è sorta per la prima volta durante la guerra '14-'18, in particolare fra gli ebrei dell'Est. Quello fu un periodo terribile, tanto più che la maggior parte degli ebrei dell'Est viveva nella zona di residenza dell'impero zarista, una larga fascia di territorio che andava dal Mar Baltico al Mar Nero, più volte attraversata dal fronte. E fu terribile perché subito dopo scoppiò la guerra civile in Russia fra Bianchi e Rossi, descritta da Isaak Babel ne L'armata a cavallo, accompagnata da pogrom in cui gli ebrei vennero decimati a decine di migliaia. Quello fu un salto di vaste proporzioni nella storia delle persecuzioni contro gli ebrei: il periodo che va dal 1915 al 1920 segnò la prima distruzione del mondo ebraico tradizionale. Nel 1903 c'era stato il grande pogrom di Kishinev, che suscitò proteste a livello internazionale.
Ma se consideriamo il numero di morti provocati, si contano sulle dita di una mano.
I pogrom dell'impero zarista causavano morti che si contavano per unità, al limite per decine; con la prima guerra mondiale i morti si contano a migliaia. È in quel momento che nel mondo ebraico compaiono le prime raccolte di racconti di massacri.
Un americano, David Roskies, ha lavorato molto sui racconti di distruzione, che lui chiama "la letteratura della catastrofe", una letteratura che si sviluppa in quel periodo per via delle grandi dimensioni delle stragi e della secolarizzazione del mondo ebraico. Questi racconti, in generale, sono stati scritti da ebrei che, anche se praticanti, hanno avuto un'esperienza politica, che quindi non vivono più all'interno di un universo mentale unicamente religioso, dove la catastrofe viene inserita nel rituale religioso. Come sapete, nel calendario ebraico c'è un certo numero di feste e di celebrazioni che sono la memoria di avvenimenti storici rimaneggiati: per esempio, l'espulsione dall'Egitto, la cui verità storica è accertabile o meno, rientra nel rituale della Pasqua; le persecuzioni antiche, la storia di Esther, corrispondono alla festa di Purim; le crociate e le stragi verificatesi nel XIV secolo in Polonia sono inserite nel rituale. Ma a partire dal XX secolo c'è una sorta di laicizzazione della società ebraica che consente questo tipo di scrittura memorialistica, non più rituale, per cui anche il carattere, il senso della strage subita cambia. Quindi, la testimonianza moderna è un risultato della secolarizzazione del mondo ebraico. Roskies, poi, mostra anche come in questi racconti, nel modo stesso di scrivere, si ritrovino certi paradigmi essenzialmente religiosi, delle matrici che provengono dalla tradizione. E queste si ritrovano anche nei racconti dell'immediato dopoguerra, al ritorno dal lager.

- "Una città": Nel passaggio dalla scrittura al mezzo audiovisivo?
- Annette Wieviorka: Penso che quelle testimonianze siano più influenzate da altri modelli, soprattutto psicanalitici, per cui appartengono ad un altro universo culturale. Dipendono anche dal destinatario della testimonianza e sappiamo bene qual è il sistema di valori che la persona che pone le domande in televisione ha in mente...