Educare alla nonviolenza oggi: uno sguardo d'insieme Stampa
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Domenica 04 Dicembre 2005 00:49
Articolo di Angela Dogliotti Marasso, tratto dal sito del Centro Studi Sereno Regis
In questi ultimi anni l’educazione alla pace si è sempre più frequentemente identificata con l’educazione al conflitto e alla sua trasformazione nonviolenta.
E’ certamente, questo, un processo molto positivo; sembra tuttavia giunto il momento di ampliare ulteriormente lo sguardo , per arricchire di nuovi percorsi la strada che porta alla costruzione di una cultura di pace e nonviolenza, nel decennio a ciò preposto anche dalle Nazioni Unite.
Oggi, infatti, il conflitto a livello macro ha assunto due dimensioni sempre più evidenti e ineludibili, dalle quali non si può prescindere perché comportano rilevanti conseguenze, anche in ambito educativo.
Potremmo chiamare queste due dimensioni quelle della sostenibilità economico-sociale e della sostenibilità ambientale della globalizzazione neo-liberista nel sistema-mondo.
La sostenibilità economico-sociale.
Conosciamo tutti la situazione di grave disuguaglianza esistente tra i 4/5 degli abitanti del globo che consumano 1/5 delle risorse e il restante quinto che ne consuma i 4/5. Non è questa la sede per fornire i dettagli, ma sappiamo che tale divario è andato crescendo negli ultimi decenni, al punto che l’indice di sviluppo umano (ISU), indicatore utilizzato dal programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, calcolato in funzione di tre variabili (speranza di vita, livello di istruzione, reddito per abitante a parità di potere d’acquisto), nel 2000 vedeva buona parte del continente africano tra lo 0,26 e lo 0,50, mentre Europa, USA e Australia erano oltre lo 0,90. (Ma bisogna ricordare che anche all’interno delle aree ricche e delle aree povere esistono grandi disuguaglianze, tra un “centro” privilegiato e “periferie” diseredate. Nei paesi ricchi, dove più ampia è la fascia dei ceti medio-alti, è in costante crescita l’area delle nuove povertà, mentre nei paesi poveri, a fronte di una ristretta èlite privilegiata, la precarietà delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione induce forti e inarrestabili movimenti migratori, cui assistiamo ormai da alcuni decenni.)
Basterebbe un solo dato per evidenziare l’assurdità e l’insostenibilità di tale situazione: in un mondo che vede ogni anno “da 40 a 60 milioni di esseri umani morire di fame o di patologie legate alla malnutrizione” , circa la metà delle risorse alimentari prodotte nei paesi ricchi viene distrutta per i meccanismi protezionistici del “libero” mercato.
Il modello sudafricano dell’apartheid serviva per difendere i privilegi della minoranza bianca dalla maggioranza nera, costretta a vivere al di sotto del livello di sussistenza: la situazione internazionale può essere rappresentata oggi come una estensione a livello mondiale del sistema dell’apartheid.
La minoranza privilegiata del globo può garantirsi la possibilità di mantenere il proprio livello di vita e di consumo attraverso la guerra. La guerra è oggi rilegittimata, dunque, perché appare come un mezzo per imporre la globalizzazione neoliberista al resto del mondo e per allontanare la resa dei conti.
Dire NO alla guerra significa perciò non solo affermare che essa è in ogni caso un mezzo miope e illusorio per affrontare i conflitti, ma significa in primo luogo dire NO anche a questo modello di sviluppo insostenibile e ingiusto.
La sostenibilità ambientale.
Questo stesso modello di sviluppo è caratterizzato dal mito della crescita illimitata.
Già il Club di Roma aveva evidenziato nell’ormai storico testo “I limiti dello sviluppo” (1972) l’insostenibilità di una economia fondata sulla crescita illimitata in un mondo finito.
Ma il paradigma economico prevalente è rimasto quello, e con la crescita quantitativa della produzione e dei consumi sono cresciuti a vista d’occhio i problemi ad essa collegati (smaltimento dei rifiuti, rarefazione delle risorse primarie come l’acqua, effetto serra, cambiamenti climatici….)
Oggi alcuni grandi paesi come la Cina si affacciano a questo modello di sviluppo . Sul mercato cinese si prevede un forte aumento del tasso di vendita delle automobili private. Secondo il paradigma della crescita illimitata questa potrebbe essere una buona occasione per il rilancio di aziende in crisi come la FIAT, ad esempio, che si potrebbe assicurare una fetta cospicua di mercato, o trovare manodopera a basso prezzo delocalizzando la produzione….Ma se i cinesi nei prossimi anni avranno in proporzione il nostro stesso consumo di automobili non vi è chi non veda quale disastrose conseguenza ciò potrebbe avere a livello ambientale.
Un modello di sviluppo energivoro e a forte impatto ambientale come il nostro non sarebbe sostenibile a livello planetario. Bisogna allora impedire ai cinesi di avere anche loro la loro utilitaria e al resto del mondo di raggiungere il livello di vita dei paesi ricchi?
Chi vuole difendere il nostro livello di vita contro la concorrenza delle maggioranze “in via di sviluppo” lo deve fare armi in pugno e comunque non può consentire che tutto il mondo abbia gli stessi standard di consumo dei paesi ricchi, pena l’invivibilità del pianeta.
Se si rifiutano simili prospettive non c’è che una strada: quella del radicale cambiamento del nostro tipo di vita, di produzione e di consumo.
Essere per la pace oggi sempre più significa per noi, abitanti dei paesi ricchi, scegliere la strada della semplicità volontaria e un modello di economia eco-compatibile, se vogliamo che condizioni di vita dignitose siano accessibili a tutti.
Anche il terrorismo, presentato e vissuto con paura come la maggiore fonte di insicurezza in ogni parte del mondo, non può essere contrastato senza averne comprese le radici profonde, che trovano alimento nell’humus di questi squilibri globali , in questo fertile terreno si propagano rapidamente e non potranno essere disseccate fintanto che esso non sarà stato bonificato da profonde trasformazioni.
Ecco allora che da questi due cruciali processi del mondo contemporaneo scaturiscono chiare indicazioni su ciò che può voler dire oggi educare alla pace.
Educare alla pace e alla nonviolenza
Per passare dal paradigma della crescita illimitata a quello della sostenibilità ambientale e sociale, che non ha bisogno della guerra per la difesa di privilegi, disparità e disuguaglianze e la rapina legalizzata di risorse, occorre agire a più livelli e coinvolgere attori e processi diversi.
Ci sono importanti trasformazioni strutturali che devono essere realizzate sia a livello locale, sia in ambito internazionale (comprese le riforme delle istituzioni internazionali come l’ONU).
Ma c’è un livello più profondo, quello culturale, che agisce anche attraverso i modelli di socializzazione e l’educazione dei giovani a nuove prospettive di futuro, ad essere sfidato da questi problemi, da tempo sul tappeto, ma oggi particolarmente rilevanti.
- La delegittimazione della guerra , la sua denuncia come prodotto del sistema militare-industriale, parte essenziale del modello di sviluppo che ha portato alla globalizzazione neoliberista, è il primo passo di un percorso culturale orientato alla pace, passo che potremmo chiamare di “Educazione al disarmo”. Ciò deve tradursi anche in un radicale rifiuto della cultura della violenza in tutte le sue forme, e mettere in discussione i miti e i presupposti del “pensiero armato” come l’ idea di “nemico”, la sindrome DMA (dualismo, manicheismo, armageddon) e la tendenza alla polarizzazione “noi” (buoni), “loro” (cattivi)
- La nonviolenza come scienza del conflitto offre poi le riflessioni e gli strumenti per trovare alternative alla violenza negli inevitabili conflitti che attraversano tutti i livelli della convivenza umana, da quelli micro, a quelli macro. (Educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti).
- Il programma costruttivo ci può aiutare , infine, a immaginare, qui e ora, scelte di vita fondate sulla responsabilità personale nei consumi, nel modo di vivere, nella vita civile e nella partecipazione politica, a partire dalla consapevolezza di queste grandi sfide che il mondo contemporaneo ci pone (educazione alla sostenibilità e alla sobrietà).
Come tradurre tutto ciò in concreti ed efficaci percorsi di lavoro formativo è il compito che ci attende.

Angela Dogliotti Marasso