“Il dibattito sulle politiche d’asilo e per l’immigrazione è tipicamente contraddistinto da una forte emotività, opinioni contrastanti, e da marcati condizionamenti politico/ideologici. La gran parte delle critiche mosse agli attuali sistemi di concessione di asilo mette in risalto i loro aspetti fallimentari. Alcune voci si spingono addirittura in favore di una rottamazione definitiva del Sistema di concessione d’Asilo, vanificando di fatto la Convenzione delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che garantisce il diritto di cercare sicurezza all’estero.
Appelli di questo tipo sono assolutamente sconsiderati, e anche controproducenti. Buttare nel cestino il Sistema di concessione d’Asilo non eliminerebbe solamente ogni offerta di protezione a tutela delle vite umane. Farebbe anche ben poco o nulla per migliorare la situazione alle frontiere dei Paesi che si apprestano ad accogliere. La soluzione non è che quella di utilizzare i Sistemi di concessione Asilo nella modalità richiesta: a pieno regime ed efficacemente. A queste condizioni, allora, i molti problemi di congestione, ritardi, procedimenti arretrati inevasi e inoltri di istanze infondate potranno essere risolti; e in tal modo si riconquisterebbe anche la fiducia da parte del pubblico generale.
Indubbiamente il sistema è sottoposto ad una grande pressione. Gli iter per la concessione di asilo sono congestionati dal numero di richiedenti. Devono essere giustamente riservati a persone che fuggono da guerre, violenze e violazioni dei diritti umani. Tuttavia, anche i cittadini stranieri afflitti da povertà vedono in questi canali le uniche possibilità disponibili per raggiungere nazioni più ricche. Ingenti quantità di migranti per ragioni economiche finiscono per intasare i canali per l’accoglienza di persone in profondo stato di bisogno che rischiano seriamente la vita nelle nazioni natie. Va comunque ricordato che il principio giuridico dell’asilo, sostenuto da vari caposaldi della citata convenzione, ha permesso di salvare innumerevoli vite.
Dovremmo perciò preservare e rafforzare i sistemi in vigore, e non cestinarli acriticamente. Registriamo un indubbio malcontento e irrequietezza nel pubblico in fatto di politiche per l’asilo, ma va anche sottolineato un altrettanto chiaro supporto che si può offrire a richiedenti asilo e rifugiati autentici. Alla luce di un sondaggio condotto l’anno scorso su scala globale dall’Istituto “Ipsos”, il 73% della popolazione interpellata ha espresso l’opinione secondo la quale “Le persone dovrebbero essere in grado di trovare rifugio in nazioni estere, inclusa la propria (dell’intervistato) per fuggire da guerre e persecuzioni.” Allo stesso tempo, il 61% degli intervistati ha dichiarato che “la maggior parte dei migranti che vogliono accedere al mio Paese in qualità di rifugiati non si trovano in realtà in tale condizione”, ma sono al contrario spinti da motivazioni economiche. Empatia e scetticismo spesso si scontrano; e allora, come possiamo far davvero funzionare meglio i sistemi di concessione d’asilo?
Da parte loro, le richieste pubbliche di forti controlli doganali e di una gestione amministrativa ben regolamentata sono ragionevoli. Come primo passo urgente da compiere, i governi dovrebbero finanziare opportunamente, rafforzare e rendere più fluidi i sistemi di concessione d’asilo. Se le istanze presentate vengono gestite agilmente e all’insegna dell’equità, impedendo l’accesso a supposti richiedenti asilo privi dei requisiti, i migranti stessi avrebbero meno incentivi a provare la strada del riconoscimento dell’asilo, con una conseguente sua migliore disponibilità per chi veramente ne ha diritto.
Un passo concreto può essere quello di semplificare le procedure in modo da escludere domande di asilo infondate. Da quando la Svizzera ha introdotto un nuovo processo per gestire provenienze da nazioni per le quali lo stato di richiedente asilo aveva scarse possibilità di essere accolto, la quantità di domande presentate da tali gruppi di provenienza si è ridotta della metà in 18 mesi. In molte nazioni, i sistemi di ri-accompagnamento alle nazioni di provenienza di persone senza requisiti per il diritto d’asilo sono inefficaci e prive di adeguati finanziamenti. Alcuni Paesi, poi, stanno considerando l’allestimento di centri di permanenza per richiedenti la cui domanda viene respinta, mentre altri ancora stanno vagliando assieme a Paesi terzi sicuri delle possibilità di allestire nei loro territori centri per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo. Accordi di questo tipo sono stati indubbiamente oggetto di controversie, come nel caso riguardante il Rwanda e il Regno Unito. Tuttavia, a patto di rendere effettive le dovute misure di salvaguardia, essi possono anche essere praticabili e nel pieno rispetto della legalità. Trasferimenti di questo tipo devono garantire diritti essenziali di sicurezza, di accesso ad un equo ed efficace iter per il riconoscimento dello stato di richiedente asilo, e ovviamente condizioni decorose. Anche i Paesi che attuano i ricollocamenti di ritorno hanno il loro obblighi, come l’offerta di supporto finanziario e di ulteriori percorsi praticabili per la stabilizzazione dei ricollocamenti stessi.
Altre misure potrebbero consistere in misure di miglioramento degli sforzi per la “Ricerca e Soccorso – SAR – Search and Rescue” e per lo sbarco condotti lungo le vie a maggior tasso di mortalità, come quelle del Mar Mediterraneo. Inoltre alcune istanze di richiesta asilo presentate in Unione Europea potrebbero essere valutate e gestite anche in territori esterni all’Unione stessa, diminuendo così le possibilità che richiedenti privi di reali condizioni per ottenere asilo finiscano per disperdersi in reti per il reclutamento illegale di forza lavoro.
Indubbiamente, è anche arrivata l’ora per definire un sistema sicuro, ordinato e controllato di accoglienza dei migranti in modo da andare incontro alla richiesta di forza lavoro da parte dell’Europa. È ben noto il contributo economico garantito dai migranti occupati nei Paesi in cui sono accolti stabilmente. Meno divulgati sono i dati relativi ai contributi offerti dai rifugiati alle economie dei Paesi che li ospitano. Da uno studio condotto in Polonia è risultato che i rifugiati generano una percentuale del 2,7% del Prodotto Interno Lordo. Contributi di questa entità sono un valido argomento a sostegno di politiche per l’occupazione dei rifugiati.
In troppe Nazioni ai rifugiati è proibito di fatto accedere al mercato del lavoro.
In generale, le procedure controllate e all’insegna della sicurezza (delle parti coinvolte) presentano un beneficio ulteriore: strozzano gli introiti miliardari ottenuti da gangs criminali e trafficanti di esseri umani che fanno affari sulla morte delle persone. Nel corso dell’ultimo decennio, il numero di persone che sono morte o date per disperse nei tentativi di raggiungere l’Europa per mare è pari a circa 34000, anche se l’ammontare definitivo e assai probabilmente molto più grande.
A dispetto di ciò, le traversate disperate via mare continuano a rivestire un posto di primo piano tra le notizie di cronaca. Dei 31 milioni di rifugiati riconosciuti dal mandato dell’agenzia UNHCR, i due terzi vivono in Paesi confinanti con la propria nazione d’origine; e quasi i tre quarti vivono in nazioni dal medio/basso reddito medio, come il Bangladesh, il Chad, l’Iran, la Turchia e l’Uganda. A dispetto di tutto ciò, i finanziamenti umanitari e per lo sviluppo, già inadeguati, sono precipitati di un ulteriore terzo quest’anno. L’assistenza alimentare, la garanzia di un rifugio sicuro, la protezione dei bambini, la salute, l’istruzione e la protezione di donne e ragazze a rischio di violenza – incluse forme orribili di violenza sessuale – sono oggetto di tagli ai finanziamenti. A rimetterci non sono solo i rifugiati; i tagli si fanno sentire negativamente anche nelle comunità ospitanti. Affinchè i rifugiati possano restare vicini alla loro terra d’origine – come davvero tani soggetti desiderano – gli Stati hanno un ingente bisogno di sostegno da quelli più ricchi, così che i rifugiati possano lavorare, frequentare scuole e condurre un’esistenza sicura e all’insegna della legalità. Una tale politica (internazionale) aiuterebbe a stabilizzare intere popolazioni e regioni.
La gestione delle criticità esposte in queste righe attraverso una leadership risoluta e la giusta volontà politica è di vitale importanza per la sicurezza dell’Europa, al pari degli investimenti nella difesa. Il (vecchio) continente sta affrontando una scia di profonde crisi che vanno dal Nord-Africa, al Medio-Oriente, fino all’Ucraina. Tagliare ulteriormente le spese per azioni umanitarie e per lo sviluppo può rivelarsi presto essere un’inoculata e grave malagestione delle risorse. Potrebbe minare in generale la stabilità alle sue fondamenta, alimentare ulteriormente migrazioni di massa e incrementare ulteriormente la percezione di crisi diffusa alle frontiere dei Paesi più ricchi; ma gli strumenti per proteggere i rifugiati, sostenere i Paesi riceventi, gestire le migrazioni e offrire alle persone concrete opportunità esistono. Dobbiamo utilizzarli con saggezza, e non farne spazzatura.”
Fonte: The Economist - https://www.economist.com/