Premessa
Averi voluto, in occasione della giornata della memoria, ripubblicare, rivisto, un testo, anche di memorie personali, "Even - La shoah inizia sul Lago Maggiore" sulla prima strage di ebrei italiani avvenuta a settembre del 1943. Data la lunghezza, però non sono riuscito a importarlo su Facebook (verrà pubblicato sul prossimo numero dell'Ecoapuano). Ho ripiegato, perciò, su questo intervento, relativamente più breve, che credo non inutile, in quanto, quando si parla di campi di sterminio, si pensa alla shoah, e si dimentica che c'erano stati altri gruppi e minoranze destinati al genocidio e allo sterminio da parte dei nazisti.
27 gennaio 2025
Contro lo studio della storia
Da qualche tempo, alcuni momenti della storia contemporanea (se contemporanei si possono considerare, oggi, fenomeni come la shoah e il nazismo) sono diventati oggetto di attenzioni istituzionali, anche se è probabile che l’interesse non sia stato dettato da una presa di coscienza maggiore rispetto al passato o da desiderio di verità e giustizia, ma, al contrario, dalla consapevolezza che l’uso politico opportunistico della storia di questi avvenimenti sta diventando molto più utile che in passato.
Si sa, le destre con la storia hanno qualche difficoltà. Ai tempi dell’Ulivo, il ministero della pubblica istruzione propose di dedicare maggior spazio, nelle superiori, allo studio della storia (ma anche della letteratura, della filosofia, della storia dell’arte, insomma delle cosiddette scienze umane, in generale) del ‘900. Le destre si opposero strenuamente, perché, invece di considerare la proposta, naturale e logico adeguamento dei programmi scolastici allo scorrere del tempo e alle cesure storiche verificatesi, nel secolo scorso, la considerarono una pericolosa forma di politicizzazione e ideologizzazione, da sinistra, della scuola.
Si aprì così un lungo periodo di polemiche, da destra, contro molti libri di testo di storia, accusati di partigianeria, perché non avrebbero contenuto riferimenti alle foibe, ai gulag staliniani e alle vittime fasciste delle Resistenza, fenomeni che avrebbero dovuto, invece, essere considerati alla pari o più gravi della shoah, dei campi di sterminio nazisti o delle attività antipartigiane delle brigate nere. Accusa pretestuosa e nostalgica del il tempo in cui i libri di testo dovevano passare attraverso la censura e il placet fascista, dimostrazione evidente della paura delle destre di fronte alla prospettiva di dover veramente fare i conti con il proprio passato. Però fece breccia, presso l’opinione pubblica media e qualunquista.
Solo una lettura del passato che annulli le distinzioni storiche, culturali, politiche, ideologiche, sociali, attraverso una macabra e turpe contabilità di morti e violenze - shoah, Auschwitz e stragi, nelle uscite; foibe, Porzus e gulag, nelle entrate -, viene considerata dalle destre, oggi, “oggettiva”, al di sopra delle parti e perciò ufficialmente insegnabile, ricordabile e, magari, celebrabile. In nome di una “pacificazione” tra i “combattenti” sui due fronti contrapposti, tutti “in buona fede” e “mossi dall’amore per la patria”. Ma dietro questo revisionismo c’è ben altro e molto più pericoloso: facendo pari e patta, tra nazifascismo e comunismo (dieci, venti o trenta milioni di morti in più o in meno, nessuno, a destra, si formalizza, per ora, basta che non si vada a cercarne cause e giustificazioni ideologiche), si può mettere una bella pietra tombale sulla storia del ‘900, giocata tutta sui “contrapposti totalitarismi”. Resta, alla fine, vittorioso e “necessario”, autentica legge di natura, il liberismo autoritario, di cui, si censurano e dimenticano non solo le responsabilità dirette nella nascita e affermazione di fascismo e nazismo, ma anche le stragi coloniali, le infinite guerre condotte durante tutto il ‘900, il neocolonialismo e, perfino, l’invenzione dei campi di concentramento, ecc.). Solo in questi termini mistificatori, si vorrebbe far entrare, nella scuola, la storia contemporanea e la celebrazione della giornata della memoria di Auschwitz e della shoah. Perché, anche se non sarà possibile, nell’immediato, come da destra si auspica e tenta, una celebrazione congiunta delle vittime dei lager, dei gulag e delle foibe, si è aperta, con successo, la strada a una contrapposta giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata (tutta nazional-patriottica), per “riportare in parita” la partita doppia degli orrori e in vista della rivalutazione del fascismo e, ormai, anche del nazismo.
Nessuno può mettere in dubbio che chi è morto nei campi sovietici debba venir ricordato, rivalutato, rivendicato, ma lo studio della storia non ha il compito di istituire confusioni ed equiparazioni fasulle, al fine di assolvere questo o quel regime, questo o quel periodo storico o per dare una patente di democraticità a questa o quella forza politica, ma piuttosto di cogliere le distinzioni tra i vari fenomeni e movimenti, allo scopo di comprendere meglio il passato, senza preoccupazioni politiche immediate e propagandistiche.
Shoah
Il parlamento fatica a ricordare
In questa prospettiva diventa significativo anche ricordare il lungo e tortuoso iter, che ha dovuto seguire la proposta parlamentare di istituzione del “giorno della memoria” dedicato al ricordo delle vittime della Shoah, sull’esempio di quanto già era avvenuto in Gran Bretagna, Germania e Francia.
Un dovere ineludibile per l’Italia, che aveva varato, nel ‘38, le leggi razziali; le aveva rese immediatamente operative (il fascismo impose l’esclusione di studenti e insegnanti ebrei dalle scuole, prima che un provvedimento analogo venisse introdotto in Germania); aveva schedato e discriminato gli ebrei italiani e, successivamente, collaborò col nazismo, per deportarli nei campi di sterminio, compreso quello italiano di San Sabba a Trieste, dove era in attività anche un forno crematorio per far scomparire le vittime.
Dopo che la Camera dei deputati aveva varato, il 28 marzo 2000, la legge istitutiva del giorno della memoria dedicato alle vittime della shoah, il senato ne aveva rimandato l’approvazione, perché i senatori del Polo (tra i quali gli antisemiti sommersi e i razzisti devevano essere più che qualcuno) volevano estendere la giornata a tutte “le vittime delle repressioni politiche e del lavoro forzato, dovunque è mancata sotto le dittature di ogni regime, la libertà in Europa”, cioè diluire e stemperare le responsabilità di Auschwitz e della Shoah, nel mare indistinto e assolutorio dei totalitarismi contrapposti. E se, in un secondo momento, si è giunti all’approvazione di questa giornata della memoria, dedicata esclusivamente alla shoah, ad Auschwitz e ai campidi stermino è perché vi si è intravista la possibilità di sfruttarla proprio ai fini del revisionismo.
Dal punto di vista storico, fascismo e nazismo da una parte (senza dimenticare il colonialismo e il liberismo, come invece si tende volutamente a fare), stalinismo dall’altra, sono stati fenomeni differenti e non equiparabili, se non superficialmente e la confusione e l’indistinzione propagandistiche non servono a farceli comprendere meglio.
Sintetizzò in modo definitivo, a suo tempo, i termini reali della necessità dell’istituzione di una giornata specifica per la memoria della Shoah, Tullia Zevi, reagendo alla pochezza opportunistica dei senatori italiani: “Tutti i morti contano e tutti sono degni di rispetto, ma contano anche le ragioni per cui si muore. Se le ragioni dei massacri del XX secolo sono tra loro così antagoniste, mi chiedo perché non si debbano trovare modi efficaci, ma distinti per commemorarli”.
Parole risolutive anche nei confronti della ricorrente querelle sul 25 aprile, festa istitutiva della Repubblica italiana, nata dalla Resistenza e denunciata dalle destre come “divisiva” e segno della presunta mancata pacificazione tra italiani, dopo la guerra civile degli anni ‘43-45. Pacificazione c’è stata e ben pochi hanno pagato per i delitti e gli orrori della dittatura fascista, segno che chi ha vinto ha voluto, anche troppo, la riconciliazione da subito; ma non ci poteva essere e non ci può essere invece l’azzeramento delle differenze ideologiche, politiche e di parte, tra chi lottava contro una dittatura e contro il dominio nazista in Italia e in Europa e chi, invece, lo sosteneva e puntava a perpetuare il fascismo, il nazismo, l’antisemitismo, il razzismo, la schiavitù, la mancanza di libertà e di democrazia e i campi di sterminio.
La memoria censurata
Un limite grave, della giornata della memoria istituzionalizzata, in coincidenza con la data della liberazione di Auschwitz, sta invece nel fatto che si continua a non prendere in considerazione e a dimenticare, tra le vittime della shoah e delle politiche di genocidio e sterminio naziste, altri gruppi, magari meno numerosi e noti e meno accettabili degli ebrei, ma non per questo meno perseguitati.
Il problema, anche storiografico, se la Shoah (impropria la definizione di Olocausto, nonostante il suo utilizzo già al tempo dello svolgimento dei fatti) sia stata o no un orrore unico o ripetuto o ripetibile, può avere e ha avuto risposte differenti, ma resta il fatto che fu Shoah anche per tutti i rom e i sinti europei, il “barò poraimos”, il grande sterminio, come qualcuno lo ha definito, utilizzando, analogamente agli ebrei, parole di una loro lingua.
Lo denunciava, anni fa, anche Simon Wiesental, che, nel suo “Giustizia, non vendetta”, sentendo la necessità di dedicare un capitolo a “Ebrei e zingari”, ha riconosciuto che “La tragedia del popolo zingaro non è mai entrata nella consapevolezza degli uomini” e che il silenzio mantenuto su di loro, durante e dopo le persecuzioni, è ancor più duro di quello che è stato denunciato a proposito degli ebrei. Anche lui, che aveva visto gli zingari rinchiusi negli stessi lager in cui era passato, confessa di aver iniziato a prendere coscienza dell’esistenza e gravità del loro sterminio, solo molto dopo che si occupava di quello degli ebrei.
Testimone oculare della notte del 2 agosto ‘44, quando gli ultimi “zingari” rimasti ad Auschwitz vennero, nottetempo, avviati ai forni crematori, fu l’ebreo italiano Pietro Terracina: «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C’erano tante famiglie e bambini, di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pensavano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritornare liberi. Ma quella notte sentii all’improvviso l’arrivo e le urla delle SS e l’abbaiare dei loro cani. I rom avevano capito che si preparava qualcosa di terribile. Sentii una confusione tremenda: il pianto del bambini svegliati in piena notte, la gente che si perdeva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all’improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall’altra parte del filo spinato. Non c’era piu nessuno. Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c’era sempre tanto vento. C’era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall’altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzio era una cosa terribile che non si puo dimenticare. Ci bastò dare un’occhiata alle ciminiere dei forni crematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeunerlager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944».
Solo Primo Levi ha colto, nella sua attività di testimone dell’indicibile, senza pregiudizi, anche questo aspetto del nazismo, come nell’articolo “Lo zingaro”, comparso su La Stampa del 2 dicembre 1979.
Del resto, quella di rom e sinti, è storia secolare di esclusioni, di maledizioni, di persecuzioni, di stragi, di pogrom, di schiavitù, di negazioni e di dimenticanze, che non ha niente da invidiare, quanto ad orrori, a quella degli ebrei, compreso il comune destino nei campi di sterminio, ma mentre quella degli ebrei, anche se in modo molto tardivo, contraddittorio e faticoso, è emersa e si è poi imposta all’attenzione e alla memoria collettive, quella degli "zingari" resta sconosciuta e negata.
Perfino Eichmann, impudente e spudorato fino alla fine - avendo dimenticato che le SS avevano ricevuto l’ordine di non parlare a nessuno delle loro attività di sterminio e che, di fronte all’avanzata dell’Armata rossa e in previsione della sconfitta, avevano iniziato, con molto anticipo, a distruggere quante più tracce possibili dei lager istituiti per la “soluzione finale”, delle stragi, dei forni crematori e degli archivi delle deportazioni -, si è potuto permettere di rinfacciare al mondo intero che, a favore di rom e sinti, durante il dominio nazista e il periodo della soluzione finale, non era intervenuto nessuno.
Tentativo bieco di giustificarsi, non senza ragioni, però, questo di chiamare in correo gli alleati, il mondo liberaldemocratico e i sovietici per l’ermetico silenzio e l’indifferenza, mantenuti davanti alla shoah, pur essendone pienamente informati. Solo dopo, a guerra vinta, si erano scandalizzati dello sterminio degli ebrei, ma senza prendere posizione sul fatto che la stessa sorte era stata riservata ad altre minoranze, in particolare, agli "zingari".
E’ vero che di questi non si preoccupò nessuno, né prima né dopo. Non ci furono interventi e pressioni per salvarli e non ci fu nessun “giusto” per rom e sinti. Non si verificò, per loro, nessuna “banalità del bene”, ma solo quella, terrificante, del male, di un Eichmann qualsiasi e di un qualsiasi Höss o Stangl. Perché il razzismo “antizingaro” era molto più radicale, totale e aproblematico dell’antisemitismo e non riguardava solo la Germania nazista.
In Francia, democratica e antinazista, i rastrellamenti dei rom e sinti e la loro segregazione in campi di concentramento, erano stati attuati dal governo Reygnaud, già nell’aprile del 1940, cioè prima ancora dell'attacco di Hitler al territorio francese. E entro la fine di quell’anno, sotto Pétain, il numero di questi campi, anticamera della deportazione e dello sterminio, superava abbondantemente i 100.
E niente venne risparmiato a sinti e rom, durante i terribili anni del nazismo e in quelli dello sterminio, in nessuno dei paesi occupati da Hitler. “Nel lungo elenco dei crimini tedeschi, nulla è paragonabile al martirio degli zingari (neppure quello degli ebrei, che spesso hanno avuto almeno la fortuna di morire in fretta): tutti i possibili modi di assassinio sono stati sperimentati su di loro. Più spesso di qualsiasi altro popolo essi hanno dovuto servire da cavie per le “sperimentazioni” scientifiche e a Ravensbrück, dove alcune tedesche sono state sterilizzate a titolo punitivo e individuale, le sterilizzazioni in serie sono state praticate alle zingare, comprese le bambine” (Germaine Tillon, Le Cahiers du Rhône, 1946).
16 dicembre 1942
E’ perciò molto probabile che quasi nessuno sappia, oggi, che cosa significhi la data del 16 dicembre 1942. E’ quella del decreto di Auschwitz, con cui i nazisti decisero la soluzione finale, per rom e sinti europei, destinati a condividere con gli ebrei, l’annientamento, dopo che, già a partire dal ‘33, la “Convenzione tra i Länder per la lotta contro la piaga zingara” aveva dato inizio, contro di loro, a campagne di arresti di massa, uccisioni e segregazione in campi di detenzione e lavoro forzato, per periodi più o meno lunghi. I campi di concentramento riservati a loro, nei territori tedeschi, erano già varie decine, nella seconda metà degli anni ‘30 e, col “Decreto di stabilizzazione” del 17 ottobre 1939, era stato loro proibito il nomadismo.
Ma la persecuzione dell’“Impero nomade degli zingari”, come vaneggiava Himmler, era iniziata, come quella degli ebrei, ben prima del nazismo e affondava le sue radici in una storia secolare di esclusione, repressione e razzismo.
Certo gli “zingari” sono ed erano un gruppo o, meglio, una serie di gruppi “imbarazzanti” e malvisti e nessuno, neppure gli ebrei, sono stati mai molto favorevoli a considerarli, dopo la guerra, allo stesso titolo loro, tra le vittime del nazi-fascismo.
Come ricorda Mirella Karpati, “ancora nel 1985, il Consiglio centrale ebraico rifiutò la partecipazione di Sinti e Rom, alle commemorazioni di Bergen-Belsen, e il presidente dell’US-Holocaust Memorial Council, Elie Wiesel (autore de' “La notte”, ebreo, passato, anche lui, dai campi di sterminio, ndr) si oppose energicamente all’ingresso di rappresentanti rom nell’associazione che ha lo scopo di impedire che la tragedia delle vittime del regime nazista cada in oblio. Nel 1986 Wiesel, ottenne il Nobel per la Pace, ma solo quando si dimise, un rom poté entrare nel Council”.
Al processo di Norimberga i giudici rifiutarono di accettare gli “zingari” tra i testimoni contro il nazismo e, a nessuno di loro, venne riconosciuto il diritto a qualche forma di risarcimento, perché si fece passare la tesi (che i giudici delle potenze vincitrici ritennero ovvia) che i nazisti avessero rinchiuso nei campi e sterminato gli "zingari", in quanto delinquenti comuni e non per razzismo. Eppure nei campi di sterminio o, molto più sbrigativamente, abbattuti lungo le strade d’Europa, in ogni paese occupato dai nazisti, ne erano stati trucidati tra i 250.000 e i 500.000, una percentuale enorme, in relazione alla consistenza di questi gruppi e, tra loro, altissimo era stato il numero dei bambini eliminati. Che cosa convinse i giudici di Norimberga a considerare, in modo indiscriminato, questa minoranza come naturalmente criminale, nessuno escluso, neppure i neonati, i lattanti e i bambini di pochi anni e a giustificare, come legittime forme di lotta al crimine, le torture inflitte loro, la loro utilizzazione come cavie, la sterilizzazione in massa delle donne, le fucilazioni indiscriminate e il loro sterminio, se non quello stesso razzismo e quegli stessi pregiudizi contro i quali stavano per emettere una condanna esemplare nei confronti dei responsabili maggiori del nazismo? Perché solo in questi termini può diventare comprensibile un’ingiustizia così grave e discriminatoria.
Solo nel 1957, l’Assia abolì la “Legge per la lotta contro la piaga zingara”, emanata dal Ministero dell’Interno nazista; in Baviera una legge analoga “per la lotta contro gli zingari, i girovaghi e i renitenti al lavoro”, del 1926, cioè pre-nazista, rimasta in vigore anche durante il Terzo Reich, venne cancellata nel 1947, ma dall’esercito di occupazione Usa, e già nel 1953, ne veniva promulgata una nuova, sempre contro rom e sinti, ricalcata sul modello di quella del ‘26. Ed è stato necessario attendere il 1970, perché venisse abolita. Solo nel 1985 è giunto il riconoscimento, da parte della Germania, dei sinti e dei rom come vittime del nazismo, che avevano, perciò, diritto a forme di risarcimento. Peccato che la maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio e dei loro parenti fosse, intanto, già morta.
Nel 2001, Berlino ha deciso di dedicare un monumento a ricordo dei sinti e dei rom vittime del nazismo. Per quel che possono valere i monumenti ... Oggi non sarebbe più possibile.
Chi sterilizzò chi?
Ancor meno sono quanti ricordano e sanno, oggi, che politiche di sterilizzazione coatta non solo dei sinti e dei rom, ma anche di alcolisti, di handicappati, di malati di mente, di portatori di malattie ereditarie, di “mongoloidi”, di “asociali” (i non omologabili) e perfino di sordi e ciechi, vennero promosse e attuate dalla Germania nazista. La “cultura” che ispirava queste scelte non era però prodotto del nazismo, ma era diffusa e condivisa, anche al di fuori della Germania e aveva adepti, prima dell’avvento al potere dei nazisti e dopo la seconda guerra mondiale, anche nei governi della socialdemocratica Svezia, della Norvegia, della liberale e conservatrice Danimarca, della comunista Cecoslovacchia, ecc.
“Ci troviamo di fronte - scriveva la Direzione degli Affari sociali svedese, nel ‘37 - a uno specifico problema razziale, in cui le condizioni mentali di alcuni gruppi non possono vantaggiosamente conciliarsi con la nostra razza. Non riteniamo che le misure di assimilazione di questi gruppi siano utili. Corriamo il rischio che stili di vita molto diversi dai nostri si trasmettano ai discendenti. ... In questa prospettiva le sterilizzazioni dovrebbero essere prese in considerazione per le persone incapaci di soddisfare quei doveri elementari di paternità e di maternità così come sono previsti per gli svedesi” (G. Moriani, Il secolo dell’odio, Venezia, 1999). Grazie a considerazioni “illuminate” e “scientifiche” come queste, decine di migliaia di uomini e soprattutto donne, appartenenti a minoranze non privilegiate, vennero, nella civilissima Europa del Nord, imprigionate, rinchiuse in manicomi, private dei figli, sterilizzate, castrate, in contemporanea con quanto facevano i nazisti, ma anche successivamente, quando il nazismo era scomparso. E poi si dice che la lotta di classe è un’invenzione di K. Marx.
Le scuse non bastano
Per non parlare della conservatrice e perbenista Svizzera che, fino al 1973, ha permesso che ai nomadi locali, gli Jenische, non rom o sinti, ma assimilati a loro, venissero sistematicamenteportati via i figli (sono gli “zingari” che rubano i bambini?), per rinchiuderli in istituti, mentre molte loro ragazze furono sterilizzate, determinando tragedie terribili (cfr. il fondamentale, Mariella Mehr, Steinzeit, San Marino, 1995, e tutte le sue opere, in genere). Solo nel 1986, la Confederazione Elvetica ha sentito la necessità di chiedere loro pubblicamente scusa, ma ci sono sofferenze e danni che non possono avere riparazione.
Altre vittime censurate: gli omosessuali
Tra le vittime dello sterminio nazista vanno ricordate anche altre minoranze “imbarazzanti” e censurate dalla memoria collettiva, come gli omosessuali. Secondo alcuni calcoli, ne vennero eliminati alcune centinaia di migliaia nei campi di sterminio o mediante fucilazione. Perfino uno studio importante e innovativo come quello di Benno Müller-Hill, Scienza di morte, ETS Editrice, Pisa, 1989 (ma l’edizione tedesca è dell’84), dedicato alla scienza e agli scienziati nazisti, che giustificarono e organizzarono, tra il 1933 e il 1945, l’eliminazione degli ebrei, degli "zingari", dei malati di mente e degli handicappati improduttivi, si era dimenticato di loro. Anche se, con grande onestà, l’autore ha avuto il coraggio di riconoscerlo in una nota - “troppo tardi per alterare i piani di stampa, mi sono accorto di aver ignorato una categoria di persone perseguitate: gli omosessuali” (op. cit. pag. 136) . Si tratta di una dimenticanza molto significativa, difficilmente giustificabile. Del resto anche il più recente, discutibile e perfino eccessivamente “militante” studio di G. Moriani, citato sopra, affronta esplicitamente l’“eugenetica”, l’”eutanasia” e il “genocidio” nazisti, ma accenna appena a questo problema.
Handicappati, “deboli di mente”
Altro sterminio ignorato fu quello messo in atto dal nazismo contro i “deboli di mente” e i "portatori di handicap", considerati dai suoi “scienziati, psicologi, psichiatri e medici” pesi sociali inutili, visto che non erano in grado di lavorare e produrre; per loro si studiarono vari programmi di eutanasia coatta. Troppo lunghe e non sempre note e studiate le varie fasi di questo crimine di massa che, alla fine, trovò un ostacolo insormontabile solo nell’opposizione delle Chiese e dei parenti dei malati (segno che se si fosse mobilitata un’opinione pubblica ostile all’antisemitismo e all’eliminazione degli asociali, ecc., Hitler non avrebbe potuto, così facilmente praticare, il genocidio di ebrei, sinti e rom e altri gruppi minoritari e “svantaggiati”), nonostante tutte le cautele che erano state messe in atto dai nazisti, per raggiungere, senza pubblicità, il loro scopo.
“Una delle caratteristiche essenziali del programma di eutanasia deve essere la sua discrezione. A ciò, è in primo luogo d’aiuto l’ambiente non appariscente. ... I decreti di eutanasia e la loro esecuzione devono aver luogo solamente entro il quadro delle istituzioni esistenti. Sarà così impossibile distinguere, salvo alcune eccezioni, l’eutanasia da una morte naturale. Questo è l’obiettivo perseguito. Fa fede che è possibile ottenere un risultato simile il fatto che ... da tempo, in un distretto cattolico, si può praticare l’eutanasia medica senza che nessuno l’abbia notato” (Rapporto del 1942, in Benno Muller-Hill cit.). Per dare l’idea della dimensione del fenomeno, da statistiche diverse degli inizi degli anni ‘40 e mettendo tra loro in relazione i dati, si ricava che la stima del numero dei malati di mente era, allora, in Germania, di 282.000; di questi, 94.000 furono uccisi direttamente nelle strutture “sanitarie”, create appositamente a questo scopo, (70.000 circa vennero gasificati). Ma da questo dato mancano “i malati di mente fucilati (sic. Ndr) ... e i bambini eliminati in altro modo” (op. cit.) e, soprattutto, mancano i 120.000 che vennero fatti morire per fame. “Il numero dei pazienti sopravvissuti nelle istituzioni psichiatriche tedesche è dato in 40.000” (op. cit.). “Così scriveva, il 9 gennaio 1940, a Himmler il capo dell’alto comando delle SS e della Polizia di Danzica e della Prussia occidentale: «Le oltre duecento SS a disposizione sono state impegnate come segue in ottobre, novembre e dicembre:... per l’eliminazione di circa 4.400 malati di mente inguaribili di manicomi polacchi.... per l’eliminazione di circa 2.000 malati di mente inguaribili nel manicomio di Konradstein...»” (op; cit.). Eliminazione, in questi casi, voleva dire che si era proceduto alla loro fucilazione.
Nessuna giustizia dopo la guerra
Dei nazisti che si sono macchiati di tali crimini, nessuno, come si sa, ha pagato. R. Ritter capo della sezione di ricerca di biologia razziale dell'Ufficio di sanità del Reich e la sua assistente, Eva. Justin, complici dello sterminio degli “zingari” e di vari progetti di eutanasia e di eliminazione fisica di malati di mente e handicappati, appena finita la guerra, vennero, prosciolti da ogni accusa per aver partecipato a queste attività criminali e ricevettero l’incarico, ancor più criminale e grottesco, di occuparsi, a Francoforte, dell’Ufficio assistenziale per psicopatici e malati di mente, quelli cioè di cui avevano programmato lo sterminio, considerandoli umanità superflua e disutile, umanità non degna di vivere.
Ha invece ottenuto il premio Nobel per la medicina, nel 1973, Konrad Lorenz, etologo di successo, che si era espresso favorevolmente per l’eliminazione fisica degli “asociali”, “zingari” specialmente, scrivendo “Qualsiasi tentativo di rieducazione degli elementi usciti dalla comunità è senza speranza. Per fortuna la loro eliminazione è per il medico della società più facile, e per l’organismo sopraindividuale meno pericolosa che non un’operazione su un un singolo organismo. La difficoltà tecnica maggiore sta nel loro riconoscimento. Sotto questo aspetto ci può essere di grande aiuto l’uso dei nostri schemi innati. Un uomo buono riesce a vedere abbastanza bene, a livello profondo, se un altro è un mascalzone o no. E ne emerge un consiglio pratico, che forse suona strano dalla bocca di un naturalista che studia ed analizza le cause, ossia che, in relazione al tipo esemplare del nostro popolo, dovremmo fidarci delle reazioni viscerali non analizzate dei nostri migliori. Naturalmente accanto a ciò, nello stesso tempo, deve restare compito preminente la ricerca analitica causale degli schemi innati nell’uomo, e deve essere intensamente perseguita” (id.). Le “reazioni viscerali”, come strumento di identificazione oggettiva, scientifica, degli esseri umani da eliminare! …
Manomissione delle memorie
Primo Levi temeva, ancor prima di essere liberato, che non si sarebbe creduto che Auschwitz ci fosse stato. E ancor più forte la sua angoscia che se ne disperdesse e travisasse la memoria. Evidentemente aveva visto e previsto bene: “I regimi totalitari del XX secolo hanno rivelato - scrive Todorov - un pericolo prima insospettabile: quello di una manomissione completa della memoria”.
Accettando, di Todorov, l’analisi e la classificazione dei metodi messi in atto dai regimi totalitari e autoritari, per sopprimere e controllare la memoria storica: “cancellazione delle tracce”, “intimidazione” della popolazioni e dei testimoni diretti, ricorso a “eufemismi” e “menzogna”, è quest’ultimo, della menzogna, oggi, probabilmente il più pericoloso, attuale e utilizzato, tanto nella sua versione negazionista quanto in quella revisionista.
Revisionismo mistificatorio
Perché è menzogna e truffa e non rilettura più attenta e ampia del passato ogni “revisionismo” che punti, direttamente o indirettamente, alla mistificazione e confusione delle memorie, alla equiparazione di carnefici e vittime, di oppressori e oppressi, di sfruttatori e sfruttati, di schiavisti e di schiavi, di nazi-fascisti e resistenti, di “ragazzi di Salò” e partigiani.