“Un aspetto patologico dell’intera macchina politica americana – che interessa le coalizioni di entrambi gli schieramenti – è la scarsa o nulla volontà di soffermarsi a riflettere sul passato, fare il punto sullo stato delle cose che sono maturate, chiedere scusa, rimediare, e men che meno imparare dai propri errori. Un diffuso motto da corporazione d’impresa recita categorico: “Non lamentarti, non dare spiegazioni”, e copre convenientemente una vasta gamma di potenziali cattive condotte. L’importante è andare avanti con quanto in corso o, come si dice tanto spesso in maniera divenuta ormai decisamente nauseante: “Gli Americani vogliono voltare pagina.”
Davvero lo vogliono? Perché almeno per quanto mi riguarda non voglio farlo (questo buttar tutto alle ortiche, ndr), così come non lo vuole realmente nessuna delle persone che conosco. Molti di noi sanno che se non ti risolvi a imparare dai tuoi errori sei destinato a ripeterli, presto o tardi; e non puoi certo imparare da alcuna cosa che ti rifiuti di guardare direttamente per quello che è. Sicuramente, l’atto di “nascondere sotto il tappeto” qualsiasi nostro aspetto interiore che non vogliamo affrontare induce una stagnazione evolutiva: significa in un certo senso “lasciar marcire” nell’inconscio una qualsiasi dinamica sgradita fintanto che non ritorna in superficie sotto nuove spoglie disfunzionali.
Verità psicologiche (come la suddetta, ndr) si possono presentare tanto in mentalità individuali che in quelle di gruppo. I pensieri di cui siamo consci costituiscano la famosa “punta dell’iceberg”; ma è al di sotto del livello emerso che giace il vero potere (di cui possiamo disporre, ndr). Detto questo, dovremmo tutti diffidare dal pericolo rappresentato da qualsiasi tipo di credenze non riconosciute, visto che esse finiscono per condizionarci inconsciamente, e lo fanno anche in modi decisamente dannosi.
Stessa dinamica si applica alla visione di “un’America in costante stato di guerra”. Non riconosciamo in tale visione quell’afflizione psicologica che essa rappresenta a tutti gli effetti. Questo ci rende tra l’altro tragicamente vulnerabili di fronte a ciarlatani e ladri che, con estrema regolarità nella storia, continuano ad indurci a sacrificare sangue, tesori e risorse e la stessa nostra coscienza morale sull’altare idolatra e assetato di sangue della bramosia. È su questo stesso altare che si ripongono promesse di sicurezza, che tuttavia si rivelano essere più e più volte dei pericoli certi. Quella appena descritta è una patologia collettiva, protratta nel tempo tanto da coloro che scatenano la pazzia quanto da chi tra noi la asseconda con tanta facilità. Guardando con attenzione questa nostra affezione americana – che è in sostanza un’attrazione inconscia verso la violenza e la forza bruta – si genera inevitabilmente una dissonanza cognitiva molto scomoda e sgradevole da ammettere e gestire. È proprio per questa ragione che proiettiamo un giudizio tanto critico e tanto biasimo su coloro che suggeriscono che dovremmo raggungere una tale consapevolezza.
Niente di quanto appena scritto vuole sostenere che abbiamo un assoluto bisogno di una profonda (ri)esplorazione della storia psicologica americana degli ultimi 250 anni, per quanto sarebbe una buona idea che alcuni lo facessero. Al momento non abbiamo bisogno di soffermarci più di tanto su esempi passati di disfunzionalità (collettiva); in ogni caso, non lo necessitiamo certo in misura maggiore del nostro bisogno di riconoscere come stiamo riattualizzando oggi tali disfunzionalità. Abbiamo sempre dimostrato una significativa resistenza a riconoscere e ammettere (vari fatti e dinamiche, ndr) – e questo è del resto il modo in cui funziona una mente afflitta da una dipendenza e soggiogata dalla paura.
Una delle sue armi più potenti (di tale stato mentale, ndr) è il pensiero/convincimento che: “No, questa volta è diverso! Questa volta la gestiamo, questa cosa!” Il primo passo da compiersi per poter svincolarsi da un qualsiasi stato di dipendenza… è riconoscere quando di fatto non si è in grado di farlo.
La piaga (di cui stavo parlando) continuerà ad affliggerci finché non ci risolviamo a guardarla direttamente in faccia. Le guerre imperialiste – accompagnate dall’assenza di volontà di considerare anche le loro conseguenze indesiderate prima che evolvano al di là di ogni possibilità di controllo – sono il riflesso di una patologia collettiva. La forza bruta non è un fattore che può aggiustare ogni problema, e quando se ne abusa essa produce danni di gran lunga peggiori (dello stato iniziale del problema, ndr). Quei “papà grandi e forti” che ci rassicurano di come tutto funzionerà, questa volta, di come tutto sia sotto controllo, questa volta, non sono che personalità maschili tossiche, “imperatori” che di fatto si sono mostrati nudi.
(Ormai) non fanno neanche finta di sapere come evolverà in futuro la crisi scatenata in Venezuela, non al di là di un “Andremo a gestire molte cose, noi”. Si? Allora benone: siamo a cavallo! Allora sì che il piano è perfetto! Parte della nostra afflizione patologica collettiva consiste nel lasciarci abbagliare meravigliati dalla nostra capacità distruttiva dimenticandoci dei pessimi maestri che siamo nel preparare e creare ciò che dovrebbe seguire. I surrogati contemporanei della macchina da guerra americana non meritano alcun atto di fedeltà incondizionato e acritico da parte nostra, tanto più quando si fondano su ben poco più di una bizzarra sensazione di sicurezza che si pensa possano suscitare. Vi dirò subito cos’è successo quando abbiamo “gestito” la crisi Iraq: abbiamo portato all’istituzione dell’ISIS (vedi qui un articolo originale sul sito della BBC a tal riguardo: https://www.bbc.com/news/world-middle-east-64976144); e vi dirò anche cosa è successo quando abbiamo “gestito” la crisi Afghanistan: abbiamo portato all’ascesa dei Talebani al potere (vedi qui un articolo originale di Marianne Williamson sull’argomento: https://www.transformarticles.com/p/in-the-aftermath-of-afghanistan). Santo cielo, americani, svegliatevi e guardate la realtà dei fatti! Per la loro maggior parte tutte le guerre che abbiamo combattuto negli ultimi 60 anni sono finite, in ultima analisi, in disastri senza mezzi termini.
Adesso, parlano del caso Venezuela come se la fase più dura fosse superata. Si immaginano che non ci spetti far altro che inviare là un gruppetto di compagnie petrolifere, proteggerle con le forze armate se necessario, e tutto andrà alla grande. Trump farà da supervisore affinchè abbia luogo “una corretta, adeguata e giudiziosa transizione”, e non dovremmo neanche preoccupare le nostre belle piccole menti su cosa mai possa voler dire veramente una tale dichiarazione. Il fatto è che, accidenti, penso che nemmeno loro sappiano esattamente di cosa parlino! Sono semplicemente sotto il vertiginoso effetto dell’adrenalina “da vittoria coloniale”, per non parlare del sollievo che provano nel vedere rimpiazzati – almeno temporaneamente - i “files Epstein” dai contenuti delle notizie più trasmesse. Si preoccuperanno semplicemente di gestire alla giornata questa operazione a seconda della sua evoluzione, e se mai le cose andassero per il verso indesiderato, i soliti “militari sul campo” aggiusteranno sicuramente il tiro….Come altri che prima di loro sono stati carne da cannone per la macchina da guerra dell’America, anche i nuovi soldati sono persone pericolosamente inconsapevoli.” – Marianne Williamson, autrice best-seller statunitense, già candidata alle presidenziali Usa 2020 e 2024.
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“Andremo a gestire molte cose, noi”, 4/1/2026, - Marianne Williamson [Traduzione Andrea De Casa], articolo dalla serie “Transformarticles” dell’autrice: “We’re going to run things…”