Il danno non è mai soltanto fuori di noi.
È una corrente carsica che attraversa le istituzioni, le ideologie, i sistemi economici — e trova sempre un varco anche dentro le nostre paure, nelle nostre rinunce, nei nostri silenzi.
È lì che attecchisce, nell’ombra che rifiutiamo di guardare. È lì che si rafforza, nutrendosi del nostro bisogno di delegare la responsabilità per evitare il peso della coscienza.
Per questo non possiamo permetterci distrazioni: ogni disattenzione è una zona d'ombra che cediamo al potere; ogni delega è una rinuncia alla nostra sovranità psichica, prima ancora che civile.
La liberazione non è un singolo evento, non può ridursi a una data da celebrare, né a una conquista da archiviare nel museo dei ricordi.
È un processo vivo, continuo, esigente: è l'eterno ritorno dell'umano che si sottrae alla pietrificazione del dogma.
Richiede vigilanza, richiede presenza, richiede una forma di coscienza che non si addormenta nel sonno della ragione e non affoga nel consumo.
Richiede anche qualcosa di scomodo: rinunciare al piccolo tornaconto immediato, al proprio privilegio, alla propria indifferenza — per aprirsi a una dimensione più ampia, più giusta, più condivisibile: il bene comune.
E il bene comune non è un’astrazione morale: è l’Anima Mundi che respira attraverso di noi, è la trama concreta delle nostre vite intrecciate, dove il dolore di uno è ferita di tutti.
____________
Liberarsi significa anche disarmare la mente.
Significa spezzare i recinti invisibili che ci abitano:
la paura dell’altro come proiezione delle nostre mancanze, il bisogno di sicurezza trasformato in controllo ossessivo, l’illusione che la libertà possa convivere con la sorveglianza permanente.
La militarizzazione dell'esistenza inizia nel linguaggio, nella normalizzazione di un pensiero, quando accettiamo l'idea che investire in strumenti di morte sia più urgente che coltivare i giardini della vita.
Ogni volta che accettiamo lo scambio — 'meno libertà in cambio di più sicurezza' — stiamo subendo non solo la limitazione degli spazi di azione sociale, ma una pericolosa erosione dello spazio psichico.
Non dobbiamo lasciarci convincere a barattare le vitali incertezze insite nella libertà, con la stasi mortifera del controllo.
La storia ci ha mostrato quanto sia facile smarrirsi nel fascino degli archetipi distruttivi.
Ideologie suprematiste, razzismo, guerre combattute in nome di false e presuntuose grandezze - nel nome di sovrastrutture che non ci appartengono - hanno devastato il nostro paese e l’Europa intera.
Eppure, ancora oggi, riaffiora la tentazione di affidarsi a un "uomo forte", a un potere verticale che promette ordine in cambio di obbedienza.
È l'archetipo del Padre Terribile che si ripresenta ogni volta che temiamo il caos della democrazia.
Ma non esiste salvezza nella delega, non esiste giustizia senza partecipazione.
Ogni volta che rinunciamo a esercitare il nostro ruolo nella vita pubblica, ogni volta che non difendiamo un nostro diritto, permettiamo al potere di occupare lo spazio che lasciamo disponibile.
E il potere, quando non è attraversato dalla critica, controllato dal basso, discusso nella pluralità, tende naturalmente a farsi "complesso d'ombra": si rafforza, si barrica, si autoprotegge, si fa violento e assume forme assolutistiche.
Per questo la liberazione è anche architettura civile: trasparenza, equilibrio dei poteri, controllo diffuso, partecipazione dal basso.
È intelligenza collettiva che si organizza, che si interroga, che costruisce spazi di decisione condivisa.
È la "polis" come luogo dell'anima collettiva, dove il bene del singolo e il bene della comunità non sono in conflitto, ma in dialogo costante.
____________
Chi salì in montagna non combatteva soltanto contro il regime nella sua forma visibile. Combatteva contro l'oppressione delle coscienze, un ordine precostituito che operava l'occupazione stessa dell'immaginario.
Lottavano per un’idea di mondo diverso: una società senza padroni, senza sfruttamento, senza gerarchie imposte dalla forza bruta.
La tensione che ha portato alla Liberazione non si esaurita con la fine della guerra... Ci sono stati grandi cambiamenti, conquiste sociali e sindacali.
Ma la voglia di riprendersi - rapidamente - dal disastro del regime, ha fatto si che troppo presto si accantonasse l'analisi e l'approfondimento su quanto accaduto, sui mali profondi da estirpare.
Il potere preesistente, neanche tanto sotterraneo, rimase abbarbicato ai suoi privilegi, manovrando nell'ombra per avvelenare la nascente democrazia.
La forza del cambiamento è stata deviata, neutralizzata, interrotta, da chi non è stato scalzato dai luoghi del potere. È stata tradita da quei pensieri che, ancorati a slogan introiettati negli anni, hanno snaturato il senso di cittadinanza, confuso con un malato concetto di patria.
La voglia di cambiare ha provato a riemergere nei movimenti degli anni ’60 e ’70, con un'esplosione di energia vitale che chiedeva il diritto a maggiori libertà civili ed economiche, il diritto alla diversità e alla bellezza.
Era un tentativo radicale di ripensare la vita, il lavoro, il sapere, i rapporti umani, la follia stessa.
Anche quella spinta è stata spezzata, delegittimata, repressa — e poi anestetizzata con l'ubriacatura del 'progresso' e un benessere che ha barattato il senso con l'oggetto.
Negli ultimi decenni il capitale ha colonizzato non solo i corpi e i territori, ma l’immaginario più profondo.
Ci ha convinti che crescita sociale significhi consumare, che il valore delle cose coincida con il loro prezzo, che l'Altro sia un concorrente, un nemico, e non un compagno di viaggio sulle strade di questa Terra.
Ci ha distratti con mille immagini in milioni di schermi, sedotti con false promesse, ci ha saturati di rumore per impedirci di ascoltare le voci che denunciano le ingiustizie.
Mentre - distratti da tutto questo - guardavamo altrove, lo stesso meccanismo continuava a operare su scala globale: guerre, sfruttamento, occupazione, espropriazione di territori, di materie prime e di ricchezze naturali. Capitalismo e colonialismo hanno continuato a governare il mondo adattandosi a ogni cambiamento, assumendo nuove e molteplici forme che continuano a calpestare l'umanità in modo subdolo e pervasivo, oltreché violento.
____________
La Palestina è una delle maggiori ferite aperte, il "sintomo" che denuncia la malattia di questo ordine mondiale.
Un'occupazione decisa altrove in maniera cinica, accettata con leggerezza dalla Società delle Nazioni, messa in atto con indicibile violenza da un regime razzista e assolutista, trasformata in un laboratorio di segregazione e sterminio.
È il fallimento di un tentativo di ordine internazionale che ha smarrito la propria bussola etica e, nelle forme attuali, appare incapace di fermare le violenze e l'uso della forza, se non quando disturba il profitto.
Eppure, proprio da quella ferita aperta, da quel popolo oppresso da decenni, arriva una delle lezioni più radicali: esistere è resistere.
Il popolo palestinese ci mostra che la liberazione non è un punto d’arrivo, ma una postura del corpo e dell’anima.
È la scelta quotidiana di custodire la propria dignità e la propria cultura anche sotto le bombe e nonostante le macerie.
È la resilienza ostinata che non si lascia disumanizzare dall'oppressore.
Questa lezione ci riguarda.
Non come spettatori distanti, ma come esseri umani chiamati a riconoscere dove, nelle nostre vite, si annidano forme di razzismo, piccoli episodi di apartheid quotidiano, forme sottili di dominazione e di presunzione colonizzatrice.
Segnali che appaiono quando non ci poniamo con umiltà fraterna a fianco di un popolo oppresso, ma supponiamo di poter assumere decisioni al loro posto, o quando, addirittura, attentiamo alla loro dignità offrendogli - quali novelli eroi - le briciole del nostri pasti.
____________
La liberazione deve seguire molteplici percorsi: esteriori e interiori, politici e psichici.
Non possiamo costruire una società libera se restiamo prigionieri dei nostri complessi, delle nostre avidità, delle nostre paure, del nostro bisogno di nemici, delle nostre presunzioni di superiorità.
E non possiamo dirci "guariti" dentro se, fuori, lasciamo un mondo che sanguina.
Per questo la liberazione è un processo costante, che non conosce fine.
Deve consolidarsi in una quotidiana pratica di umanità, responsabilità verso ciò che accade davanti ai nostri occhi, ma anche nei riguardi di ciò che - lontano e invisibile - ci unire in un comune sentire.
Non ci è chiesto di essere perfetti o di avere tutte le risposte.
Ci è chiesto di essere presenti.
Di restare umani nel mezzo della tempesta.
Di non voltarci dall’altra parte quando il diritto dei più deboli viene calpestato.
La vera pace non è assenza di conflitto evidente, ma la presenza, la difesa e il diffondersi della giustizia.
Tutto comincia da qui: nel rifiuto ostinato dell’indifferenza, nella decisione — fragile, ma irriducibile — di continuare a cercare, insieme, quella forma più alta di vita che chiamiamo
LIBERTÀ.
PER TUTTE E PER TUTTI.
---------------------------------------------------------
Post sulla Pagina Facebook di Freedom Flotilla Italia