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Lo psicologo di Stanford Jamil Zaki individua una differenza tra i concetti di speranza e di ottimismo, e della prima oggigiorno c’è più bisogno che mai”, 10/7/2024, - Stacey Lindsay (traduzione di Andrea De Casa)

Se si chiudono gli occhi per qualche giorno, magari per necessità, riaprendoli si fa caso con raccapriccio a una cosa: il giornalismo italiano ormai pratica un solo genere: la polemica. Si può chiamare ancora giornalismo? La titolazione, gli editoriali, le inchieste, gli elzeviri, le cosiddette pagine culturali, le pagine sportive tutto tranne la cronaca nera (ma non sempre) è sottomesso alla logica della polemica. Ogni testo deve contenere esplicitamente o implicitamente, violentemente enunciato o furbescamente sottilmente sussurrato, un argomento utile alla polemica quotidiana. Tutto è soggiogato alla ragione polemica.

Dopo anni passati a camminare sul ciglio del burrone, attenti a non cadere, il covid-19 ha in maniera tanto improvvisa quanto violenta , la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”. Così il Censis ha descritto l’effetto della pandemia da coronavirus .

La prima pandemia globale dell'era digitale è arrivata all'improvviso. La corsa del mondo si è interrotta in una sospensione innaturale che ha fermato affari e abbracci. «Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell'aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti». Così papa Francesco ha dipinto una situazione senza precedenti. Sono le parole che egli ha pronunciato il 27 marzo, in una piazza San Pietro completamente vuota, luogo di un'adorazione eucaristica e di una benedizione Urbi et Orbi accompagnate solamente dal suono delle campane, misto a quello delle ambulanze: il sacro e il dolore.

L’Italia è bella. Ce ne siamo resi conto al ricevere una lettera da un prete libanese, padre Abdo Raad, che non potendo far ritorno al suo Paese è rimasto bloccato in Italia , ma si dice “fiero” di esserci, e ne tesse le lodi perfino in modo eccessivo, mostrando in che modo si è realizzato il “prima gli Italiani”, nel fatto che contro tutto il pensiero dominante, e perciò evidentemente non “unico”, essi hanno scelto tra tutte le cose la vita, e la vita degli altri, e non per ideologia, come nelle campagne antiabortiste, ma per amore.

Paura! La maggior parte, per non dire la totalità, degli interventi di questi giorni, intorno al coronavirus, si concentrano, essenzialmente, sulla paura scatenata dal morbo sconosciuto. Anzi, a qualcuno non basta nemmeno il termine paura, perché essa conserva ancora un valore positivo: il termine, infatti, definisce un sentimento già orientato a un oggetto specifico. Il vocabolo corretto sarebbe allora angoscia, perché fobia provocata da disorientamento, da indeterminatezza. Alcuni parlano di paura eccessiva; altri di paura indotta dai media. Altri ancora evidenziano la paura che blocca la socialità, paralizza l’economia e scompone perfino le famiglie.