In vista del Referendum costituzionale del 22 marzo p.v., come Accademia Apuana della Pace sentiamo il dovere di proporre alcune riflessioni, con l’intento di offrire un contributo affinché il voto che le cittadine e i cittadini saranno chiamati ad esprimere sia il più possibile consapevole.
Non intendiamo esprimere certezze, come troppo spesso accade nel dibattito pubblico, ma condividere dubbi. Riteniamo infatti che il dubbio sia uno strumento prezioso: aiuta ad analizzare i problemi da diverse prospettive e invita ad adottare un principio di precauzione quando sono in gioco equilibri fondamentali.
La Costituzione italiana, nata nella Resistenza al nazifascismo, rappresenta la cornice entro la quale il nostro Paese deve crescere e svilupparsi. È, come ricordava Calamandrei, il testamento di centomila morti che hanno sacrificato la vita affinché libertà e giustizia trovassero fondamento in questa Carta.
Per garantire la tenuta del sistema democratico, i Padri Costituenti hanno costruito un assetto fondato sull’equilibrio e sulla pari dignità dei tre poteri dello Stato: legislativo (Parlamento), esecutivo (Governo) e giudiziario (Magistratura). La loro reciproca indipendenza è il presupposto essenziale per evitare che uno possa prevalere sugli altri.
Separazione dei poteri e democrazia partecipativa sono principi complementari. La prima tutela l’autonomia degli organi dello Stato; la seconda promuove il coinvolgimento attivo dei cittadini nella vita pubblica. Insieme garantiscono un sistema democratico equilibrato, rispettoso dei diritti e delle libertà fondamentali.
Riteniamo che questo equilibrio non possa essere indebolito. Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a un progressivo rafforzamento del potere esecutivo rispetto agli altri, come dimostrano la riduzione del numero dei parlamentari — con la conseguente contrazione della rappresentanza — e le proposte di introduzione del premierato, che inciderebbero sui poteri del Presidente della Repubblica e del Parlamento.
Prima ancora di procedere a modifiche costituzionali, riteniamo necessario dare piena attuazione ai principi già sanciti nella Carta: il diritto al lavoro (art. 1), i diritti inviolabili della persona (art. 2), la pari dignità sociale (art. 3), il ripudio della guerra (art. 11), la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21). Si tratta di principi che troppo spesso non trovano piena realizzazione nelle politiche pubbliche.
La Costituzione presenta un impianto organico e coerente, frutto di un equilibrio consapevolmente costruito. Modificare singole parti senza una visione complessiva comporta il rischio di alterarne l’assetto generale.
Una riforma costituzionale non è mai una semplice scelta tecnica: incide sui principi e sui valori fondativi della Repubblica e assume quindi un significato profondamente politico, nel senso più alto del termine.
Le modifiche oggetto del referendum intervengono su sette articoli e riguardano uno dei tre poteri dello Stato. È dunque legittimo interrogarsi con attenzione sulle possibili conseguenze. Non essendo giuristi — come del resto la grande maggioranza degli elettori — riteniamo opportuno accostarci al quesito con prudenza e senso di responsabilità.
In termini essenziali, la separazione delle carriere comporta la distinzione tra il percorso professionale dei giudici e quello dei pubblici ministeri, con organi di autogoverno e regole differenti. Va ricordato che già oggi esistono percorsi distinti, anche a seguito della riforma Cartabia.
Se è vero che la separazione delle carriere non incide formalmente sull’indipendenza della magistratura, resta tuttavia da comprendere l’urgenza di una modifica costituzionale che non appare direttamente collegata al miglioramento dell’efficienza del sistema giudiziario, ambito nel quale sarebbero invece necessari interventi strutturali.
Occorre inoltre considerare che in molti ordinamenti in cui le carriere sono separate il pubblico ministero risponde, in diversa misura, al potere esecutivo. Una simile evoluzione potrebbe incidere sull’autonomia dell’azione penale, con il rischio che la scelta dei reati da perseguire sia influenzata da indirizzi politici.
Non si tratta di uno scenario inevitabile né previsto espressamente, ma di una possibilità che merita attenzione, soprattutto quando si considerano reati sensibili — come quelli ambientali, di corruzione o legati a deviazioni democratiche — che potrebbero risultare scomodi per il potere politico.
Alcune dichiarazioni pubbliche sembrano inoltre suggerire l’esigenza di ridurre i presunti “vincoli” posti dall’azione della magistratura. È invece proprio la separazione e la pari dignità dei poteri a garantire che l’azione di governo si svolga nel rispetto della legalità costituzionale. Non si tratta di una limitazione, ma di una tutela per la democrazia.
Invitiamo quindi tutte e tutti ad affrontare questo referendum con attenzione, andando oltre la dimensione meramente tecnica del quesito. Non si tratta di modificare una legge ordinaria, ma di intervenire sull’architettura costituzionale.
Ciò non significa escludere la possibilità di riforme. La Costituzione può essere aggiornata e migliorata. Tuttavia, riteniamo che ciò debba avvenire dopo averne pienamente attuato i principi e sempre salvaguardando l’equilibrio che ne costituisce la forza.
In un contesto internazionale segnato da conflitti, riarmo e crescente polarizzazione, la tutela degli spazi democratici diventa ancora più cruciale. Difendere l’equilibrio dei poteri e i principi costituzionali significa anche promuovere una cultura di pace, fondata sul diritto, sulla libertà e sulla responsabilità istituzionale.
Massa, 25 febbraio 2026
Accademia Apuana della Pace