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A prosito del Venezuela

Se vogliamo davvero capire il Venezuela, credo sia utile provare – per quanto possibile – a non leggere tutto esclusivamente con i nostri parametri euro-occidentali.

Io non ho soluzioni, e so benissimo di non poter incidere su ciò che accade. Proprio per questo, provo semplicemente a condividere alcune informazioni che forse possono contribuire ad andare più a fondo nei ragionamenti e a costruirsi un’opinione meno superficiale.

Dopo il raid americano, leggendo molti commenti e analisi sulla situazione venezuelana, ho l’impressione che una parte consistente del dibattito europeo e italiano continui a muoversi su una rappresentazione semplificata e parziale della realtà.

Negli ultimi giorni si sono viste molte immagini delle manifestazioni di giubilo della enorme diaspora venezuelana, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Quelle immagini raccontano una storia reale: l’esilio, la perdita, la rabbia di chi ha vissuto il chavismo e il madurismo come una tragedia familiare, personale e collettiva. È giusto mostrarle e ascoltarle.

Ma è altrettanto giusto raccontare ciò che sta accadendo oggi a Caracas: mobilitazioni enormi a sostegno del governo chavista, radicate nei quartieri popolari, numericamente imponenti, tutt’altro che marginali o artificiali.

Qui emerge un punto che spesso viene ignorato: il Venezuela è attraversato da una frattura di classe drammatica, che è anche una frattura geografica, culturale e simbolica.

Nei quartieri popolari di Caracas – Petare, 23 de Enero, Catia, Antímano, La Vega – il chavismo non è percepito solo come un potere politico, ma come il primo Stato che abbia mai riconosciuto l’esistenza sociale di milioni di persone.

Prima di Chávez, una parte enorme della popolazione dei barrios non era nemmeno registrata all’anagrafe, non aveva documenti, accesso alla sanità, all’istruzione, all’acqua corrente. Erano cittadini invisibili.

Nei primi anni della rivoluzione bolivariana arrivano le misiones: alfabetizzazione, cliniche di quartiere, medici nei ranchos, programmi alimentari, infrastrutture di base. Per molti, lo Stato entra per la prima volta fisicamente nelle loro vite.

Questo non cancella la crisi economica devastante, la deriva autoritaria, la corruzione, i fallimenti degli ultimi anni di governo Maduro.

Ma spiega perché oggi, in quei quartieri, esista ancora un appoggio reale. di massa e militante al chavismo, e perché la cattura di Maduro venga vissuta da molti tra i piu' poveri come un attacco non solo a un leader, ma a un intero mondo sociale. Alla propria esistenza.

È in questo contesto che operano anche i colectivos, gruppi civili armati nati come organizzazioni comunitarie e poi trasformatisi – in parte – in strumenti di azione politica. Una realtà che non va né mitizzata né rimossa, ma compresa dentro una società segnata da diseguaglianze estreme. Rappresentano anche la difesa organizzata e armata nei quartieri piu' poveri di Caracas dell'idea che le conquiste ottenute con i governi bolivariani per i piu' poveri hanno significato essere stati per la prima volta "visti" dallo Stato, Non vogliono tornare ad essere invisibili.

All’opposto, le proteste anti-chaviste storicamente si concentrano nei quartieri della classe media e medio-alta: Altamira, Chacao, El Cafetal, Las Mercedes. Quartieri integrati nei circuiti globali, colpiti duramente dalla crisi, che hanno subito anche la repressione, portatori di una memoria completamente diversa del “prima”.

Per molti abitanti di queste zone, Chávez e Maduro rappresentano la rottura di un ordine sociale che li vedeva al centro. Per molti hanno rappresentato anche una tragedia reale, personale, familiare e collettiva.

Due Caracas.

Due memorie.

Due narrazioni che faticano persino a parlarsi.

Per questo trovo profondamente sbagliato spiegare tutto con formule come “è finita una dittatura”. Non perché il governo di Maduro non abbia avuto tratti autoritari evidenti e non ci sia stata una chiara involuzione rispetto ai governi di Chavez , ma perché questa lettura ignora l'esperienza reale di una parte importante del paese.

Il chavismo non ha creato questa frattura sociale: l’ha resa visibile, politicizzata, e in parte strumentalizzata. Ma quella frattura esisteva da molto prima. Il chavismo e' stato anche un tentativo di ridurre questa frattura sociale.

Capire questo non significa giustificare tutto.

Significa provare a capire davvero, senza accontentarsi di slogan rassicuranti.

Senza questo sforzo, il rischio è raccontare il Venezuela non per quello che è, ma per come ci fa sentire più comodi.

Capisco che per molti di noi (me compreso) sia piu' facile entrare in sintonia con i venezuelani bianchi della classe media (non parlo della elite, ma di gente che noi consideriamo "normale") che hanno dovuto lasciare il paese. spesso in situazioni drammatiche, che non con i gli abitanti dei quartieri piu' poveri di Caracas che con Chavez per la prima volta hanno visto un medico. Ma esistono anche loro e per capire cosa e' accaduto in Venezuela dobbiamo imparare a "vedere" anche questa realta'

C’è infine un elemento che spesso viene rimosso dal racconto europeo sul Venezuela, ma che è centrale per comprenderne le dinamiche profonde: la dimensione razziale e simbolica del potere.

Hugo Chávez è stato il primo presidente venezuelano moderno apertamente non bianco, di origine meticcia e popolare, e anche Nicolás Maduro proviene da quello stesso mondo sociale. In un paese storicamente governato da élite bianche o “blanqueadas”, questo ha rappresentato una rottura enorme, spesso sottovalutata fuori dall’America Latina.

Per molti settori popolari, il chavismo non è stato solo un progetto politico, ma una rivincita simbolica, il momento in cui chi non aveva mai avuto voce, volto o rappresentanza ha visto qualcuno “simile a sé” occupare il centro del potere.

Per altri, soprattutto nei settori medio-alti, questo stesso processo è stato vissuto come una perdita, uno scivolamento, una minaccia all’ordine sociale precedente.

Anche questo contribuisce a spiegare l’intensità dello scontro, l’odio e la fedeltà, le piazze contrapposte che vediamo oggi.

Il Venezuela non è leggibile con categorie semplici: è un paese attraversato da fratture storiche di classe, razza e memoria, che nessuna formula rapida può cancellare.

Capire questo non significa assolvere nessuno.

Significa, almeno, provare a guardare la realtà per quella che è, prima di dichiarare chiusa una storia che, per milioni di persone, è tutt’altro che finita.

Stefano Agnoletto

Post pubblicato da Vittorio Agnoletto sulla sua pagina Facebook